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Capitale Mobile: come trasformare un’idea in una Startup di successo

 


 La cosa più importante per un imprenditore è di raccogliere un’idea su qualcosa che ama davvero, lavorarci, e trasformarla in un business solo quando è sicuro che funziona.– Mark Zuckerberg

Non serve presentare l’autore di questa affermazione essendo uno degli uomini più famosi al mondo per inventiva e per capacità di business. Certamente alla base di qualsiasi buona idea c’è la passione, l’amore verso una visione di innovazione che potrà realizzarsi solo per una adeguata sincronizzazione, cioè con un adeguato accordo temporale di fasi. 

E, per cercare questa concordanza, occorre non solo aver la vista acuta così da osservare la società attuale per comprendere l’esigenza dell’immediato od anche del prossimo futuro con il vantaggio di vedere ciò che tutti hanno visto ma che non si è ancora pensato, ma è necessario ed ugualmente determinante aver un gruppo di lavoro valido che sia motivato nel rendere possibile la realizzazione dell’idea originaria.

Trovare investitori, individuare locali ed immobili in posizioni strategiche, cercare consulenti e dipendenti specializzati (e non), aver accesso ad una banca dati di incontro tra domanda ed offerta di risorse umane e materiali: ecco alcuni temi primari da tenere presente per poter iniziare a comprendere come proseguire.

Senza investitori anche se l’idea è ottima si andrà a rilento per la creazione di una Startup rischiando che qualcun altro possa muoversi in anticipo con qualcosa di simile: bisogna sempre tenere a mente che viviamo in una società fatta di persone e di materiali, dunque è fondamentale basarsi sulle persone e sul capitale intellettuale e materiale che possono avere per contribuire alla realizzazione di un progetto di impresa.

Diventa opportuno rivolgersi ad una piattaforma che si occupa degli step sopra elencati (trovare investitori, individuare spazi, cercare consulenti, etc.) e provvista di utenti che condividono interessi e capacità. Fortunatamente nel vasto mondo del web queste piattaforme sono una realtà vincente che con impegno ed ambizione hanno velocizzato, con grande risparmio di tempo e denaro, la creazione di Startup di impresa. 

Capitale Mobile è uno di questi luoghi virtuali nel quale si ha la possibilità di avere a disposizione risorse multi-settoriali per incontrare le competenze di altri e poter, così, realizzare i propri progetti imprenditoriali.

A differenza di altri portali è facilissimo accedere a Capitale Mobile perché la registrazione è gratuita sia se si ha un progetto da proporre sia se si possiede una risorsa.

Se si ha un’idea ma si cercano competenza, un immobile, servizi, prodotti o semplicemente un investitore bisogna caricare il proprio progetto sulla sezione “Hai un Progetto?” che si trova direttamente in Homepage del sito.

Se, invece, si possiede un’azienda, un’immobile sfitto oppure in vendita, se si possiedono competenze per un qualsiasi progetto od anche se si ha un capitale di denaro che si vuole investire in progetti innovativi bisogna cliccare su “carica la risorsa” in “Hai una risorsa?”.

Un network di utilizzo immediato con connessioni pensate in modo semplice ed intuitivo anche grazie alle categorie e sottocategorie presenti sul sito: Investitori, Aziende, Immobili, Risorse umane, Vendita.

È anche possibile avviare una simulazione per la ricerca delle risorse per realizzare il proprio progetto così da fare un primo test delle funzionalità della piattaforma e capire se è conforme ai propri interessi.

“Perfeziona ogni dettaglio, e riduci il numero di dettagli da perfezionare.” – Jack Dorsey

Dorsey, noto per essere il creatore di Twitter, pone l’attenzione sui dettagli che non devono essere trascurati perché sono la chiave per conoscere il proprio progetto meglio di chiunque altro così da poterlo spiegare in modo ottimale anche alle altre persone per avviare quella fase che da ideale trasforma il piano di lavoro in reale.

“Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte.” – Adriano Olivetti

Dalla concretizzazione di un brevetto innovativo ad una grande impresa multinazionale, da una startup appena nata all’apertura di una gelateria in un piccolo borgo d’Italia, da un’iniziativa artigianale fino alla richiesta di una singola risorsa per un servizio o prodotto, il software di Capitale Mobile è in grado di mettere in comunicazione domanda ed offerta così che possa iniziare quel sogno di cui racconta l’imprenditore italiano Adriano Olivetti.

Perché aspettare? Realizza il tuo progetto con l’aiuto di professionisti del settore grazie a Capitale Mobile Impresa di Imprese! E se non hai un progetto tuo da realizzare considera la possibilità di metterti in gioco guadagnando con le tue risorse (grazie al tuo immobile, ad una consulenza che potresti garantire, alla possibilità di investimento, etc.).

 

Info

Sito Capitale Mobile

https://www.capitalemobile.com/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/04/30/capitale-mobile-come-trasformare-unidea-in-una-startup-di-successo/

 

Intervista di Alessia Mocci a Laure Gauthier: vi presentiamo kaspar di pietra

 


“Ogni epoca ha i suoi pericoli, la nostra è in una determinata fase della crisi del capitalismo, esiste un’“atrofia dell’esperienza” («Verkümmerung der Erfahrung»), come la definiva già Walter Benjamin, e davanti a questa svalutazione dell’esperienza, si esalta il linguaggio, si usano continuamente iperboli oppure all’opposto continuamente eufemismi. Siamo in un periodo di inflazione e anche di svalutazione. Ci infervoriamo in ogni campo, scriviamo senza sosta per mostrare che esistiamo. Penso che sia necessario accettare di “mettersi da parte”, il senso della perdita, lasciar riposare i testi, continuare a fare esperienza delle cose, a costo di rovinarsi, a costo di “perdere tempo”.” – Laure Gauthier

A costo di perdere tempo. Le virgolette utilizzate dalla poetessa Laure Gauthier sono un avvertimento per il lettore: un segno grafico che dovrebbe far sostare l’attenzione sul concetto di perdita collegato al tempo.

Nella società in cui viviamo, costantemente connessa ed in continua competizione per la velocità (per una notizia, per una fotografia, per un post, per il conteggio dei like), l’atto di lasciar riposare una riflessione – un verso – è considerato una perdita di opportunità; invece è proprio saper occupare il tempo cercando il silenzio – meditazione – ciò che potrebbe far comprendere che sì esistiamo come individui ma, esiste anche un sistema complesso nel quale interagiamo e ci rapportiamo. Saper aspettare, mettere da parte la fretta dell’ego di mostrare: il consiglio del poeta è e sarà “regola” e riporta ad un discorrere antico e sempre valevole.

Laure Gauthier vive a Parigi ed insegna Letteratura tedesca e cinematografia all’Università di Reims. La prima opera, pubblicata nel 2013, è in lingua tedesca (successivamente tradotta in francese) “marie weiss rot/ marie blanc rouge”. Due anni dopo per la casa editrice Châtelet-Voltaire viene diffusa la silloge “La cité dolente” che nel 2017 vedrà la traduzione in lingua italiana per Macabor Editore. Nello stesso anno per la casa editrice francese La Lettre volée presenta “kaspar de pierre/ kaspar di pietra” e Bonifacio Vincenzi decide di scommettere nuovamente sull’autrice proponendone una traduzione per la collana I fiori di Macabor.

Il Dottore di Ricerca in Linguistica francese Gabriella Serrone è stata un aiuto valente per la comunicazione con Laure Gauthier e per la traduzione che ha permesso questa intervista in due lingue, italiana e francese. Un ringraziamento necessario e durevole alla sua competenza ed alla sensibilità d’interpretazione e musicalità, dote non scontata.

In ultima si vuole avvertire il lettore di un particolare: quando si legge “Kaspar” con la maiuscola ci si sta riferendo a Kaspar Hauser, mentre quando lo si trova con la minuscola ci si sta riferendo al libro.

 

 

A.M.: Buongiorno Laure, la ringrazio per la disponibilità che ha mostrato per questa nostra intervista e mi complimento per l’entusiasmo con il quale è stata accolta in Italia e per la nuova pubblicazione “kaspar di pietra”. Come prima domanda mi piacerebbe trattare del compito del poeta nell’era digitale.

Laure Gauthier: Grazie a lei dell’ospitalità: la letteratura è viva anche grazie a riviste che ne parlano! Bisogna far attenzione a distinguere tra le interviste, come questa, che chiariscono versanti nascosti o profondi della scrittura e dall’altra parte un tipo di comunicazione che può girare a vuoto sui social, dove si comunica continuamente, e sviare l’attenzione su fatti e gesti un po’ popolari, un po’ di tendenza, che mirano a ricevere un like e dove la scrittura passa in secondo piano. Se i codici e i mezzi per occupare la superficie sono cambiati, invece, il fenomeno non è nuovo.

Per quanto mi riguarda, non ho lasciato carta e penna, poiché scrivo su taccuini, penna alla mano, scrivo a mano anche i miei libri; nei margini dei libri che leggo, scrivo qualche verso o frase. La versione scritta al computer è l’ultima versione del testo, quasi definitiva.

Non vedo né i social network né l’informatica come un pericolo, ma come uno strumento. Ogni scoperta tecnica è multiforme. Credo si possano aggiungere opportunità tecniche senza diventarne schiavi, un tipo di rapporto tra scrittura e tecnologia analizzato da Magari Nachtergael nel suo saggio Poet against the machine, cosa che non vuol dire rifiutare e ignorare, ma per me l’essenziale non è il processo. Questo non mi impedisce di usare uno zoom audio 3-D per registrare ciò che definisco “transpoemi”, componimenti estratti da varie situazioni e che possono essere trasmessi alla radio o applicati su installazioni multimediali; poi, pubblico su Internet, mi interesso alla voce esterna e spazializzata, al ruolo dell’immagine al di fuori del testo ecc., alla creazione digitale e a tutte le nuove opportunità che accompagnano la scrittura oppure rivolgono domande a quest’ultima. Tuttavia, queste opportunità devono necessariamente essere associate ad una riflessione sullo spazio-tempo della poesia, sulla necessità di lasciar migrare la scrittura verso altre forme.

Da ciò che vedo, il pericolo reale è quello della “comunicazione” su tutti fronti, dell’autopromozione costante che riguarda tutti, persino i poeti. Nei progetti scientifici chiamati d’eccellenza, ci si deve definire eccellenti ancora prima di aver realizzato il progetto. Ogni epoca ha i suoi pericoli, la nostra è in una determinata fase della crisi del capitalismo, esiste un’“atrofia dell’esperienza” («Verkümmerung der Erfahrung»), come la definiva già Walter Benjamin, e davanti a questa svalutazione dell’esperienza, si esalta il linguaggio, si usano continuamente iperboli oppure all’opposto continuamente eufemismi. Siamo in un periodo di inflazione e anche di svalutazione. Ci infervoriamo in ogni campo, scriviamo senza sosta per mostrare che esistiamo. Penso che sia necessario accettare di “mettersi da parte”, il senso della perdita, lasciar riposare i testi, continuare a fare esperienza delle cose, a costo di rovinarsi, a costo di “perdere tempo”. Se ciò che caratterizza la modernità dal romanticismo è una “coscienza della perdita”, forse occorre accettare di perdere per far fronte alle varie catastrofi in un altro modo.

La poesia rimane più che mai il genere letterario di cui più abbiamo bisogno ed il più politico per il lavoro continuo, incessante, estenuante sulla lingua che porta avanti. Che ci si occupi di prosa poetica o di versi! La differenza sostanziale tra prosa e poesia consiste nel fatto che nella poesia l’essenziale di ciò che accade avviene tramite la lingua. Dunque, raramente, un’epoca ha permesso che la lingua fosse svalutata così tanto: bisogna far fronte ad espressioni estremamente rigide, anche molto povere, molto funzionali o strapiene di iperboli vuote, ecc. Scrivere poesia significa affrontare gli attacchi diretti contro la lingua, provocare piccole scosse per farci prendere coscienza che la povertà della lingua è povertà di pensiero e di azione. Dunque, la realtà è spaventosamente complessa e la lingua della poesia può essere, forse con l’aiuto della psicanalisi, ciò che ci riporta non ad un escapismo post-romantico, ma alla realtà nella sua complessità fulminante. Da questo punto di vista, possiamo essere contenti che l’atteggiamento del grande poeta post-romantico lontano dal mondo non esista più.

 

 

A.M.: In “Maison I” si legge: “[…] Mi avete tatuato tutti i messaggi,/ son diventat la vetrina/ delle vostre mancanze/ Poi sono venuti i poeti ad imbiancare,/ fintamente rupestri,/ le loro voglie su di me; a rotolarsi nelle mie ceneri/ per avvicinare ciò che la natura potrebbe ancora dettare loro,/ santo cielo, l’esotismo!””. Una verace critica verso l’esotismo come fenomeno che investì l’Europa e che dette inizio alla “trasvalutazione di tutti i valori” del vecchio continente. Tutto ciò che non è conosciuto diventa elemento di indagine così Kaspar Hauser diviene una ossessione. Perché il poeta subisce il fascino di Kaspar?

Laure Gauthier: La storia di Kaspar Hauser è stata a lungo oggetto di predilezione di poeti e più in generale di scrittori. In kaspar de pierre la cancellazione del pronome «io», sostituito da uno spazio bianco, aperto come una ferita, presenta uno sguardo critico sul sensazionalismo, la stampa scandalistica, il gusto per le notizie di cronaca e sull’idealizzazione poetica tipica della società moderna. Rappresentava una sfida per me scrivere nonostante tutto anche un racconto poetico “contro” l’idealizzazione poetica di Kaspar Hauser. Questo vale naturalmente per lo stato della nostra società moderna due secoli dopo quella di colui che è stato soprannominato “l’orfano d’Europa”, per lo stato della poesia e per il suo rapporto con la realtà e con la lingua. Ho solo cercato di avvicinarmi a lui, non per appropriarmene, lasciandolo in un movimento di attraversamento. Il mio libro non è né una decostruzione della pressione sociale della società positivista come il Kaspar di Peter Handke, che insiste sulla socializzazione obbligata attraverso l’apprendimento rigido della lingua, né una ballata neoromantica che idealizza Kaspar Hauser, come il poema di Verlaine “La Chanson de Gaspard Hauser”, che ne fa un’immagine del poeta moderno: io mi approccio diversamente alla notizia, senza imitare il modo di esprimersi di questo giovane adolescente vittima di un trauma e prigioniero per 17 anni. Rovino leggermente il suo modo di parlare, da oggi, cercando soltanto di avvicinarmi alla voragine della sua vita, non per parlare con compiacimento dei maltrattamenti che ha subito, né per osannarlo come immagine del poeta, ma per presentarlo come singolo individuo che non aveva doti speciali e non era neppure poeta, ma era un bambino vittima di abusi, che ha sperimentato la violenza dell’inizio del mondo moderno intorno al 1800. Da questo passaggio, si aprono questioni sia irrisolte sia represse e quindi importanti. Credo nelle immagini dialettiche di Walter Benjamin, che si possono trovare nel passato, non le rovine ufficiali, ma elementi dimenticati o ignorati che nascondono germogli di ciò che verrà. L’approccio poetico permette di far cogliere certi tratti della Storia che costruisco con diversi spazi e tempi. Non è una biografia, anche se ho consultato molto gli archivi, ma ho situato la voce di kaspar leggermente fuori campo rispetto ai documenti biografici in altri spazi e tempi che sfiorano quelli che ha realmente vissuto. Mi sembra sia un altro Woyzeck, il soldato omicida, vittima di meccanismi sociali e uno dei casi di studio dell’irresponsabilità penale. Ciò che mi interessa è capire perché (mentre Woyzeck, un altro fatto di cronaca, è portato in scena più volte, a teatro, all’opera) Kaspar H., a parte rari film, non è rappresentato, ma lasciato ai giornalisti e ai poeti, quindi alle opere scritte.

Quindi, c’è innegabilmente qualcosa di trasgressivo nella cronaca, ma è necessario che i poeti si avvicinino al reale in modo diverso. Mi interessava sfiorare ciò che la poesia non aveva mai trattato: il tema dei maltrattamenti su minori è l’ultimo tabù della nostra società, che comincia solo da poco a parlarne. La violenza sul corpo dei bambini non è “plastica”, ma sostanza da usare per cronaca, giornali e anche per un tipo di poesia che idealizza. Necessario è deviare attraverso il linguaggio per allontanarsi dalla violenza sui bambini. Da questo punto di vista, kaspar de pierre è la continuazione degli altri miei libri che provano tutti a esplorare le modalità di violenza privata e sociale del mondo contemporaneo.

 

 

A.M.: In “Abandon I” e, successivamente, verso la fine del libro troviamo una domanda ripetuta: “quante volte si può ristrappare un lenzuolo/ ?”. Laure, quante volte? Oltre a porre la domanda ha dato anche una risposta? Quanti lembi di personalità si possono ancora strappare? E quando si finisce di strappare che cosa resta?

Laure Gauthier: A questa domanda non posso rispondere. Posso solo porla. Cerco diverse prospettive che compongono la realtà. A volte, adotto il punto di vista di una nuvola, delle pietre, cito la terra, ma a volte, bisogna cercare di avere, come al cinema, un punto di vista soggettivo: partecipare, per un attimo, alla tema, per poi porsi interrogativi che riguardano ogni individuo. Ponendo la domanda, inventando appositamente una lingua, ci si protegge dal vuoto e la poesia, se ha una dimensione politica facendoci stare all’erta, possiede anche una dimensione rassicurante, ci permette di proteggerci dagli attacchi sia privati sia collettivi. Troppo spesso, la gente ascolta una canzone per consolarsi dal mondo e non legge più poesia. Eppure la poesia è, come dice Philippe Beck nel suo saggio omonimo, Ninnananna e Tromba, quindi consolatoria e vigile, un richiamo.

Chi è troppo affranto, troppo lacerato, sfortunatamente, sa, cade, in senso clinico (e non romantico) nella malinconia, grave forma di depressione… senza desiderio e senza voglia “oltre la vita”, come scrivo in kaspar. Esistono così tante forme di violenza sociale, affettiva, tante difficoltà causate dalla perdita di un punto di riferimento e la situazione è aggravata dalla crisi sanitaria attuale, che molte persone non trovano il proprio modo di esprimersi per sperimentare il reale. Credo che la lettura permetta di vedere che diversi brandelli formano un mantello che può essere solido in una società che, a forza di vantare positività ed efficacia, diventa portatrice di morte…

 

 

A.M.: Un’altra domanda mi ha colpito fortemente. È presente nella lirica “Résumons-Nous”: “Ma perché la cronaca non racconta che mi son/ perdut nel giallo?Che cosa significa perdersi nel giallo? Domanda connessa ai versi successivi: “delle schegge di tutti gli/ scheggiati”.

Laure Gauthier: In apertura del testo, la sequenza “marche” (“marcia”) presenta punti di contatto con l’arte povera, con una forma di materialità primaria, originaria: la terra ritorna incessantemente. Un’ossessione per la terra, per le pietre, forse come per la coreografa Pina Bausch. Qualcosa si muove danzando, una forza vitale, nonostante le violenze del mondo. È così che immagino kaspar, sia “di pietra”, una combinazione di elementi, in un io disciolto, sia in una relazione originaria con il mondo. A parte Werner Herzog, che ha ripreso l’uscita dalla sua prigione, in modo abbastanza “realistico” in questa sezione, non esiste opera che cerchi di affrontare cosa significa vedere le nuvole e toccare la pietra dopo 17 anni di prigionia senza parlare. A furia di idealizzare eccessivamente la poesia, a volte, vengono trascurate questioni essenziali ed essa diventa insipida.

Il giallo citato in questo passaggio è la speranza di vivere, sono i girasoli, il campo di girasoli che kaspar attraversa. Certamente, non si tratta di un dato biografico, è un’immagine ed è appena suggerita. “perdermi nel giallo” è allora la versione condensata di “perdersi in un campo di girasoli”. Tuttavia, tralascio volontariamente il senso preciso, a volte non termino i versi o le frasi, lascio che il senso si apra.

 

 

A.M.: Saprà di sicuro che in Italia persevera una vera e propria inclinazione verso i poeti francesi, soprattutto di quel fortunato Ottocento parigino. Charles Baudelaire, fra tutti, desta maggior interesse ed ogni anno i critici si cimentano in analisi nuove e reiterate. Ed in Francia? È stato perdonato per quei versi così poco amichevoli nei confronti dei parigini?

Laure Gauthier: Baudelaire è ancora uno dei rari poeti ad essere ancora letti e insegnati. Diverse opere critiche sono state pubblicate su di lui negli anni 2000 e ancora nel 2010. Penso ai saggi degli universitari Pierre Brunel o Antoine Compagnon, ma anche di altri autori come Yves Bonnefoy o Nathalie Quintaine, che hanno studiato la sua poesia e il suo radicamento nel reale. In Baudelaire, la tensione tra poesia in prosa e il sonetto è molto importante per me, poiché la mia poesia si basa sempre su un’alternanza tra verso e prosa poetica. Condivido pienamente l’analisi di Walter Benjamin che lo considera come primo poeta della modernità in Francia, che esprime la crisi di senso, la perdita dell’aura. Quindi, sì, la critica degli autori canonici è ancora viva, quella su Rimbaud e quella su Baudelaire, ma ci sono fortunatamente anche molte critiche ed universitari che dedicano le proprie ricerche alla densa e variegata creazione poetica contemporanea.

Per quanto mi riguarda, sebbene io sia francese, sono state soprattutto la poesia e la letteratura tedesca ad avermi segnata molto. Ho vissuto dai 18 ai 27 anni ampiamente in Germania e mi sono formata molto nella letteratura germanofona: Hölderlin, Novalis, Celan hanno segnato il mio percorso, ma in particolare anche Nelly Sachs e Ingeborg Bachmann ed i prosatori Elfriede Jelinek e Thomas Bernhard. Per il resto, non ho una “classifica”, leggo di tutto ma rimango ancorata a figure ai margini che riflettono sul loro tempo, come François Villon o ancora Antonin Artaud.

C’è un’incredibile vivacità e diversità nella poesia nella Francia odierna. Siamo in una strana epoca, dove è innegabile ci sia una sovrapproduzione di opere di poesia, anche di libri informi, dove ci si chiede ancora cosa abbia da dire il verso libero e cosa sia la poesia, ciò che chiamiamo poesia. E al contempo, ci sono autori e autrici particolarmente intensi, innovatori che pensano la nostra società tramite la lingua della poesia che accompagnano, pensano e rinnovano. Leggo soprattutto quegli autori e quelle autrici per cui scrivere dice qualcosa sotto una forma intrinsecamente legata a ciò che avviene politicamente: apprezzo molto poeti come Philippe Beck, Pierre Vinclair, che abbinano ai loro versi un pensiero poetologico critico, e anche la poesia e la prosa solerti di Lucie Taïeb, che tra l’altro pubblica anche saggi, così come le opere di Marie de Quatrebarbes e di Christophe Manon tra racconto e poesia, di Jérôme Game, i cui testi riconfermano il ruolo dell’immagine, ma la leggo anche Katia Bouchoueva, Séverine Daucourt, Pascale Petit, Perrine Le Querrec, Sandra Mousempes, Dominique Quélen e tanti altri ancora.

 

 

A.M.: La casa editrice Macabor, oltre ad aver pubblicato “kaspar di pietra”, ne 2018 ha scommesso sulla sua poetica con “La città dolente”. Che cosa ha pensato per questo interesse rinnovato? Considera Macabor Editore come una casa editrice con la “capacità di sguardo”?

Laure Gauthier: Ricordo che era uscito da pochissimo in Francia il mio libro e Luigia Sorrentino ha pubblicato qualche estratto sul suo blog (in francese con la traduzione in italiano), poi ho ricevuto un messaggio di Bonifacio Vincenzi, in cui mi comunicava il suo interesse per il testo. Qualche settimana dopo mi ha proposto di tradurlo e mi ha messo in contatto con la traduttrice, Gabriella Serrone! Naturalmente, devo tanto al coraggio editoriale di questa casa editrice e del suo editore, del suo impegno nel tempo, alla fiducia per il mio lavoro sin dall’inizio. Spero ovviamente che questa casa editrice continuerà a rimanere aperta all’estero e a battersi per la poesia contemporanea.

Inoltre, ho avuto la fortuna di incontrare altri poeti, in particolare Marco Vitale, che ha scritto la prefazione di kaspar, ma anche Eleonora Rimolo, che mi ha invitata a pubblicare nella sua bella rivista web Atelier o ancora Carlo Pulsoni per la rivista Insula Europa e anche il Festival di Poesia Ambientale anche con Marco Fratoddi. Inoltre, ho partecipato ad una performance on line al MAAM di Roma. La collaborazione duratura con la traduttrice Gabriella Serrone è ugualmente un bel regalo della vita, che ha aperto un dialogo poetico e amichevole e lei ha già tradotto estratti del mio prossimo libro les corps caverneux. Devo molto al suo grande talento di traduttrice!

 

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione

Laure Gauthier: “le armi che mi hai dato sono efficaci,

ma non sono le mie:

mi batterò a modo mio

con due o tre sassi e una fionda.”

(Charles Reznikoff, Inscriptions, tradotto dall’inglese da Thierry Gillyboeuf, casa editrice: Nous)

 

 

A.M.: Laure ringrazio vivamente per le riflessioni lanciate come pietra sull’acqua, il mio augurio è che possano portare il lettore a divenire cerchio. Indico uno dei “rari film”: “La leggenda di Kaspar Hauser” diretto da Davide Manuli; e per ribadire la tematica del maltrattamento la saluto con le parole di Simone Weil: “È criminale tutto ciò che ha come effetto di sradicare un essere umano o d’impedirgli di mettere radici.

 

Written by Alessia Mocci

Translated by Gabriella Serrone

 

Info

Acquista “kaspar di pietra”

http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-products-listing/product/136-kaspar-di-pietra

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/03/26/intervista-di-alessia-mocci-a-laure-gauthier-vi-presentiamo-kaspar-di-pietra/

 

Intervista di Alessia Mocci a Zoe Tami Kirsten: “Trycia”, avvincente metafora del mondo sulle ali della scrittura

 


Lo sceriffo sapeva qualcosa, che presumeva dovesse riguardare Trycia, che fino ad allora aveva tenuto nascosto a Robert per timore che lui potesse agire d’impulso, compromettendo l’indagine. Gli agenti della squadra che aveva mandato sul luogo dell’incidente lo avevano informato subito di aver trovato i segni delle ruote di una motocicletta impresse nella terra, oltre il ciglio della strada, proprio accanto all’auto guasta di Robert.– “Trycia – Orrore a Tower’s Bridge”

Zoe Tami Kirsten è nata nel 1991 negli USA. Dopo aver brillantemente concluso gli studi universitari in Storia contemporanea e Letterature moderne comparate, da circa due anni e mezzo vive in Italia.

Ha lavorato prima come correttrice di bozze poi come redattrice e traduttrice per varie case editrici statunitensi e, per un breve periodo, anche nel Regno Unito.

“Trycia – Orrore a Tower’s Bridge” è il suo primo romanzo, edito a gennaio 2021 dalla casa editrice SensoInverso edizioni nella collana AcquaFragile. Una storia di intrecci, una donna scomparsa, un gruppo sociale che vortica seguendo i propri moventi, morti violente, ambiguità, corruzione e tutti quei meccanismi che deturpano l’esistenza: “Trycia – Orrore a Tower’s Bridge” è un giallo-thriller che si diverte a cambiare registro letterario per mostrare quanto il linguaggio possa e debba manifestarsi come “creazione”, libera immaginazione; capacità di astrazione, direbbero alcuni.

Zoe Tami Kirsten, in questa intervista, ha presentato la sua opera narrativa e ha motivato la scelta di non mostrare il volto come autrice. 

 

A.M.: Buongiorno Zoe, la ringrazio per la disponibilità che ha mostrato per questa nostra intervista e mi complimento per la recente pubblicazione “Trycia – Orrore a Tower’s Bridge”. Per iniziare mi piacerebbe discutere sulla scelta dell’anonimato. Perché un’autrice (ed un autore) sceglie di pubblicare con un nome d’arte?

Zoe Tami Kirsten: Buongiorno Alessia, la ringrazio anch’io per la sua attenzione e per i complimenti che spero di poter meritare. E la ringrazio anche per questa bella domanda! In realtà, non so perché una donna, autrice, oggi, possa scegliere di pubblicare con un nome d’arte. Posso fare delle ipotesi, ma mi riesce ancora più difficile mettermi nei panni di un autore uomo. In ogni caso, come lei sa il mio non è un nome d’arte: Zoe Tami Kirsten è il mio vero nome. La mia richiesta di discrezione non riguarda il mio nome ma notizie della mia vita, che non voglio pubblicizzare, come anche della mia fisionomia, se non quelle che sono esposte sul retro di copertina del libro: sono una giovane scrittrice americana che vive in Italia... Per tornare alle ragioni dell’anonimato in letteratura, i casi sono tanti, così mi vengono in mente Louisa May Alcott e Stephen King miei grandissimi connazionali e scrittori di epoche differenti e lontane tra loro che, per alcuni libri hanno usato un altro nome... Se ci penso, credo che vi siano varie motivazioni alla base del desiderio di celare il proprio nome: di solito, ma questo vale solo per noi donne, si tratta di esistenze vissute in società retrograde (ma parliamo forse di un passato ormai remoto) nelle quali alle donne non era concessa la libertà di scrivere libri, considerando che quelle donne spesso erano ostacolate anche nell’istruirsi; in altre situazioni, si tratta di donne e di uomini che hanno vissuto in società che non consentivano le manifestazioni di un pensiero divergente da quello ufficiale se non mantenendo la segretezza sull’identità dell’autore. La storia ci dice che gli uomini non avevano motivazioni di ‘genere’ per cercare l’anonimato, ma solo ideologiche (o, altre volte, del tutto personali, come per Alberto Moravia il cui vero cognome non è appunto Moravia ma Pincherle). Per le donne, invece, come sempre, è stato tutto più difficile (in qualsiasi ambito della vita sociale, politica e culturale): per questo, molte scrittrici prima che il proprio lavoro fosse ufficialmente riconosciuto per il suo valore hanno dovuto utilizzare nomi d’arte, a causa dei pesanti pregiudizi della società maschilista e patriarcale in cui hanno vissuto. Vorrei sottolineare, però, che in realtà, le grandi donne, quelle che hanno contribuito alla crescita collettiva non sono soltanto le donne diventate poi famose, ma sono quelle ben più numerose e allo stesso modo importanti che non si nominano mai perché ancor oggi sono perfette sconosciute, in ogni tempo e in ogni luogo, ma alle quali dobbiamo molto, tutti, perché sono queste ultime, con i propri gesti quotidiani di silenziosa ribellione a un ordine precostituito oppure con la loro efficace e ordinata presenza che, nei secoli, ci hanno rese consapevoli dei nostri diritti. Ma non voglio sembrare così radicale, non lo sono affatto!: io amo la vita in tutte le sue sfumature, e so che è tutto molto naturale e che – abbandonando l’ambito lavorativo o politico – i rapporti interpersonali tra donna e uomo non dovrebbero essere governati da rivendicazioni di ‘genere’ né da una parte né dall’altra, altrimenti, seppure nella consapevolezza delle nostre nature, non parliamo d’amore ma di qualcos’altro. Certo, per chi crede nell’amore… io sì, ci credo!

 

A.M.: Troviamo come incipit del libro una bellissima citazione tratta da “Lezioni americane” di Italo Calvino: “Sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze”. Ho riportato la citazione in prosa, mentre sul libro è in versi, sarebbe interessante sapere se è stata lei a metterla in versi – con tagli sagaci – oppure se è stata una scelta del suo editore. La citazione, comunque, richiamando l’importanza del linguaggio, sembra invitare anche a prestare attenzione allo stile di scrittura che lei ha utilizzato nel libro. È così?  

Zoe Tami Kirsten: Come lei ha ben intuito non è un caso l’inserimento all’inizio del libro di quella frase di Italo Calvino: io adoro Calvino, conosciuto e molto apprezzato, e le sue opere studiate in diversi importanti atenei nel mondo. Anch’io l’ho conosciuto studiandolo all’università, negli USA. Così, ho trovato che quella particolare citazione potesse indicare uno degli aspetti più importanti del mio libro. Penso, infatti, che anche oggi ci troviamo nella situazione descritta in quei pochi righi dallo Scrittore italiano: la malattia del mondo contemporaneo non poteva non colpire anche la parola e il linguaggio con un’epidemia pestilenziale che, poi, non per un puro caso, credo, coincide in questo periodo con un’altra virulenta pandemia che sembra proprio giungere come un corollario all’attuale perdita della nostra capacità di comunicare. Oggi siamo, mi sembra, in un tempo in cui l’incomunicabilità è imperante (la medesima situazione si è verificata nei primi decenni del Novecento: ho in mente Pirandello, per esempio) e si manifesta anche nell’uso approssimativo del linguaggio. Si tratta forse di un dato ricorrente ad ogni inizio di un nuovo millennio? Anche all’inizio dell’Anno Mille i popoli erano ammutoliti: si avvertiva un cambiamento di cui non si conosceva ancora il contenuto né la portata… Anche oggi, mi sembra, stiamo vivendo in un clima di cambiamento davvero profondo. L’intuizione di Calvino, che risale alla metà degli anni ’80 del Novecento, è quella per cui è necessario che il linguaggio metta le ali, così come deve farlo il pensiero e che si smetta di ridurre il linguaggio alla semplice urgenza del comunicare che oggi produce spesso, aggiungo io, il degrado della lingua parlata e scritta, anche letteraria. Come dice lui stesso, lo stile e il pensiero devono, invece, accordarsi a «una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte». Scrittura come conoscenza. Io, con umiltà, ho cercato di rispettare questi che ritengo veri e propri insegnamenti per chiunque voglia prendere consapevolezza della scrittura nella sua funzione comunicativa e in quella letteraria. Ho utilizzato per questa ragione, nella narrazione della storia di Trycia, diversi, molteplici registri linguistici, per tentare di corrispondere, infine, anche all’ultima raccomandazione di Calvino: valorizzare – di fronte alla mortificante approssimazione odierna nell’uso del linguaggio – la ‘capacità immaginifica’ della parola (altrimenti si è in assenza di una visione). Riguardo alla forma con la quale è stata inserita la citazione nella prima pagina del libro, è stata decisa congiuntamente da me e dall’Editore, SensoInverso, un editore molto competente e brillante. Infine, voglio sottolineare che sono molto grata alla traduttrice Costanza D’Alletra che mi ha aiutato con maestria a restituire in lingua italiana (nonostante io conosca abbastanza bene la vostra lingua madre) tutte quelle più piccole sfumature delle parole essenziali alla scrittura di questo romanzo. E anche riguardo a questa intervista!

 

 

A.M.: Tower’s Bridge, laddove è ambientato il romanzo, non può che far venire in mente il famoso ponte mobile situato sul Tamigi. Come mai ha scelto proprio questa denominazione?

Zoe Tami Kirsten: Perché volevo richiamasse solidità e stravaganza: quelle due torri centrali del Tower Bridge sono straordinarie, secondo me, nell’accostare con eleganza il volume massiccio dei bastioni con la leggerezza delle loro guglie, nello stile vittoriano… Quel ponte, per la sua particolare fattura ha anche il pregio di far scattare l’immaginazione, la visione, che è quello che anche mi interessava… non è un caso credo che proprio questa sua particolare forma, con quella passerella sopraelevata, abbia convinto alcuni intrepidi personaggi (ma questi episodi non hanno a che fare col libro, sono eventi realmente accaduti, a Londra) a passare pericolosamente in aereo proprio nel mezzo del ponte!… un’evoluzione liberatrice che è anche, un po’, come un mettere le ali al pensiero, no? Anche quel ponte è una metafora: ricorda il personaggio del professore nel film Dead Poets Society che in Italia è noto come “L’attimo fuggente”, interpretato dal bravissimo e compianto Robin Williams?… Il suo gesto di salire in piedi sulla cattedra e di invitare i suoi studenti a fare la stessa cosa, significa proprio sollecitare a guardare il mondo da un’altra prospettiva, così come può fare il linguaggio quando scopriamo che si può aprire in molteplici direzioni, e ci eleva, sulle sue ali…

 

A.M.: Nel primo capitolo del romanzo si presentano Robert e Brandon, mentre Trycia compare nel secondo capitolo o forse dovrei dire “scompare”…

Zoe Tami Kirsten: In realtà, Trycia compare e scompare fin dai primi dieci righi del romanzo. Nell’incipit, Robert, suo marito, la lascia nell’auto in panne, in mezzo ad una strada di campagna, mentre lui va a cercare aiuto…  Fino a questo momento la donna è una presenza anonima, poi apprenderemo che si chiama Trycia e che di lei si sono perdute le tracce misteriosamente. Ho deciso così di portare subito il lettore in medias res, come si dice, nel vivo degli eventi. Non preparo gradualmente il lettore a questa strana sparizione ma lo porto immediatamente di fronte al fatto compiuto e alle conseguenze che esso provoca, nei comportamenti del marito, l’avvocato Robert Dalyne, e di tutti gli altri personaggi del libro che ci seguiranno fino alla fine della storia. Come lo stesso Brandon, un umile agricoltore che, però, proprio per non cadere in un’abusata convenzione, non descrivo come la figura innocente ritratta da certa letteratura di maniera. Piuttosto come una delle tante vittime dell’ambiente perverso in cui vivono i personaggi della narrazione.

 

A.M.: Verso metà romanzo leggiamo: “Ma quanti altri roghi, sinistri roghi nella Storia!… E quante libbre di carne l’intervento di un giudice da pantomima non ha potuto evitare che fossero smembrate! E quanto è finito in cenere nel mondo senza aver ricevuto neppure… il privilegio del genio letterario?!... Oh! L’elenco è lungo, e lugubre… in epoca contemporanea, non solo noi Ebrei, Marystella… prima ancora, ma dimenticato da tutti, il genocidio degli Armeni… e poi quello degli Ucraini dell’Holodomor, e dei Cambogiani… carneficine ovunque… nel Bengala e ancora nel Biafra, nel Rwanda e il massacro dei Musulmani Bosniaci a Srebrenica… e le violenze indicibili perpetrate contro le loro donne, per quella che i persecutori assassini chiamarono pulizia etnica… e in Sudan, nel Darfur… o in Somalia e ancor prima la caccia spietata a Giuliani, Istriani, Dalmati… le foibe… e giunge fino ad oggi… e sempre vite umane… e… libri…” È il professor Joseph Loëwenthâmm che spiega a Marystella i roghi di libri e di esseri umani, all’interno di una storia che scopriamo molto ben articolata nel presentarci, seppure nella forma di un avvincente romanzo, eventi reali che cambiano le nostre vite… Chi sono questi due personaggi?

Zoe Tami Kirsten: Loëwenthâmm è un anziano professore che ha subìto esperienze di una crudeltà assoluta ed è uno dei docenti universitari di Marystella alla quale racconta la sua storia. Ma è soprattutto un uomo che reagisce con dignità e fermezza di fronte alle malvagità del mondo, anche di quelle più attuali delle quali pure scrivo nel libro, perché è la storia che stiamo vivendo tutti... come del povero Giulio Regeni, barbaramente assassinato, e Patrick Zaky detenuto in carcere senza ragione, e dei quali non dobbiamo mai dimenticarci perché quelle vicende dolorosissime ci appartengono più di quanto si possa pensare, e del terrorismo… Loëwenthâmm richiama al significato dell’unità indissolubile tra Uomo e Libro, ed è il richiamo alla coscienza di ogni essere umano, come dice Borges… Marystella… non posso dire, qui, chi è Marystella, perché nella narrazione non si scopre subito... ma ha un ruolo primario nella vicenda. In realtà, poi, nessuno dei personaggi ha una funzione secondaria: tutte le loro vicende si intrecciano, sono parte di un disegno misterioso, in una metafora del mondo. Posso dire che Marystella è una giovane donna che affronta un percorso di formazione tra esperienze di diverso tipo. Ma il personaggio più complesso è Trycia, lei è l’eroina (positiva? Negativa?...) della quale però non posso aggiungere altro perché, come per Marystella, è bello scoprirla nelle pagine. Non voglio dire altro se non che la storia pretende che si presti attenzione anche a come è stata scritta, ai significati che spesso si celano nelle parole quando non si dà ad esse il senso che hanno, come per esempio anche all’intervento, nel libro, dell’umorismo che, in fondo, permea tutto il libro, un umorismo a volte amaro, a volte dirompente. Intorno alla narrazione degli accadimenti che riguardano Trycia, poi, si articolano, intrecciandovisi, appunto, altre due vicende che sono proprio ‘storie nella storia’.    

 

A.M.: Fra le pagine di “Trycia - Orrore a Tower’s Bridge” scorriamo il nome di tantissimi grandi autori come Jorge Luis Borges, William Shakespeare, Pablo Neruda, Julio Cortázar, Gabriel Garcia Márquez, etc. Sono questi gli autori che hanno sostato nel suo comodino e che le hanno fatto compagnia in questo viaggio chiamato vita?

Zoe Tami Kirsten: Quelli che lei cita sono grandissimi scrittori che, credo, chiunque ami i libri abbia letto; sono classici della letteratura mondiale che non possono mancare in nessuna biblioteca, neanche nella mia, insieme, però a tanti tanti altri, tra i quali molti illustri italiani, ma non solo di epoca contemporanea o moderna. Io poi sono curiosa di natura e quindi leggo molto, di tutto. Io, Alessia, sono qui in Italia, da due anni e mezzo circa, e mi sto accorgendo che anche le mie letture di scrittori e uomini di cultura italiani, condotte prima da studentessa e poi da appassionata di letteratura, mi porgono visioni e interpretazioni del mondo che mi nutrono letteralmente di bellezza. E di conoscenza. Scrivere, in questo senso, per me è anche un omaggio a tutti questi grandi intellettuali che mi hanno dato il privilegio di conoscere le loro opere, i loro libri (anche per questo nella storia si accenna alla sciagura dell’incendio dei libri…).

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Zoe Tami Kirsten: D’accordo, però, considerato che sarebbe davvero impossibile eleggere un solo autore a questo compito, la citazione la traggo dal mio libro, che è anche il mio primo romanzo! Che spero possa piacere ai lettori che con la loro presenza danno un senso alla nostra esistenza di scrittrici:

«(…). Invaso da una sleale e immensa malinconia, chiedersi dove la sua donna fosse finita era come domandarsi in quale luogo lui stesso si fosse nascosto, dove avessero abbandonato la propria anima, dove fosse la sua dimora nella quale si poteva pensare che sopravvivesse se ora era lei, l’anima, a interpellarlo chiedendogli di rivelarle la ragione ultima dell’inquietudine che lo attanagliava. (…)»

(da “Trycia, orrore a Tower’s Bridge”, di Zoe Tami Kirsten, pagg. 98-99, SensoInverso edizioni, 2021).

 

A.M.: Zoe la ringrazio per l’attenzione con la quale ha voluto presentare il suo romanzo e per le riflessioni sulla società, concordo con lei sull’importanza del superamento del concetto di genere per riuscire a vedere il mondo abitato da esseri viventi, ognuno con diritto di vita e di manifestazione del sé. A tal proposito la saluto con l’Epigramma del ventunesimo Emblema dell’Atalanta Fugiens di Michael Maier: “Il maschio e la femmina divengano per te un cerchio/ Da cui sorga il quadrato dai lati uguali./ Trai da ciò un triangolo, che in ogni parte/ Si muti poi in una sfera: allora la Pietra nascerà./ Se cosa tanto facil non subito afferra la tua mente,/ Pensa alla dottrina del Geometra, e tutto saprai.”

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

Acquista “Trycia – Orrore a Tower’s Bridge”

http://www.edizionisensoinverso.it/catalogo_acquafragile_trycia.htm

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/03/05/intervista-di-alessia-mocci-a-zoe-tami-kirsten-trycia-avvincente-metafora-del-mondo-sulle-ali-della-scrittura/

 

Io, l’Amante: il corto prodotto da Rupe Mutevole e tratto dal libro di Roberta Savelli, finalista all’I Am Film Festival 2021


 

C’erano i lunghi pomeriggi in compagnia di Messer Leonardo, che aprivano orizzonti nuovi alla mia mente: «Movesi l’amante per la cosa amata come il suggietto con la forma, come il senso col sensibile, e con seco s’uniscie e fassi una cosa medesima... Quando l’amante è giunto all’amato, là si riposa». Come erano vere queste parole, maestro!–  tratto da “Io, l’Amante”

“Io, l’Amante – Pensieri segreti della puta che amò un principe, posò per un genio. E divenne immortale” di Roberta Savelli è stato pubblicato nel 2018 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana editoriale Le relazioni.

Sin da subito, per la sua originalità, ha avuto importanti riconoscimenti quali unico libro di narrativa incluso nell’ambito delle celebrazioni del 500° anniversario della morte di Leonardo da Vinci.

Il cortometraggio – ispirato al libro – diretto da Mauro Salvi con le musiche originali di Mark Drusco, e prodotto dalla stessa casa editrice Rupe Mutevole, ha avuto il riconoscimento ufficiale di finalista nella categoria Best Showreel Scene/ Actress al prestigioso I Am Film Festival 2021 di Londra, con i nominativi di Mauro Salvi ed Eva Immediato.

Il 17 ed il 18 marzo 2021 si volgerà l’evento finale del festival londinese durante il quale saranno premiati ufficialmente lungometraggi e cortometraggi selezionati ufficialmente. Tutte le opere finaliste saranno proiettate.

Il cortometraggio “Io, l’Amante”, già finalista al prestigioso Lamezia International Film Festival 2020, vede come protagonista l’attrice Eva Immediato (Cecilia Gallerani) e con Ugo Nasi (Ludovico il Moro), Mario Lucarelli (Leonardo da Vinci) e Veronica Sarperi (Dorina).

In un’intervista, l’autrice racconta di Cecilia Gallerani (Milano, 1473 – San Giovanni in Croce, 1533) la protagonista del suo libro “Io, l’Amante”:

L’opera di Leonardo, la “Dama con l’ermellino”, mi ha sempre affascinato non solo per la sua perfezione assoluta, ma per l’aura di mistero che circonda – a mio parere – questa soave figura di donna. Mi sono chiesta quanti, guardando lo splendido dipinto, si siano domandati chi fosse realmente la giovane ritratta, quali fossero i suoi pensieri, le sue passioni, le sue gioie e dolori.

Posso dire (ed è una mia personalissima opinione) che Cecilia sia in grado di suscitare maggiori interrogativi, ad esempio, della placida bellezza di Monna Lisa. Quella del celeberrimo ritratto del Louvre è una bellezza compiuta, pacificata, quella di Cecilia, la puta (fanciulla) è ancora in fieri (ricordo che all’epoca aveva poco più di sedici anni) e la posa stessa è particolarissima: verso chi si volge Cecilia?

A quale richiamo sembra voler rispondere? Perché trattiene con la bellissima mano l’ermellino, la cui zampetta si impiglia nella manica della gamurra? Da questa curiosità nasce in definitiva il mio libro.

 

Mauro Salvi nasce a Chiavari (Ge) nel 1953. È regista di film, sceneggiatore e scrittore. Con lo pseudonimo di Mark Drusco è compositore di musiche per film dal 1995 e fondatore nel 2010 della corrente musicale “Harmony Haiku”.

Esordisce come regista nel 2000, col film “The Doors of the Unknown”. Dal 2002 al 2004 dirige i film “The Way of Beauty”, “Downight”, “Women in Magic”. Nel 2019 e 2020 dirige i cortometraggi “Io, l’Amante” e “Il Viaggio di un’Anima”.

Eva Immediato è un’attrice lucana, si forma attraverso vari corsi e laboratori teatrali a Roma, dove si laurea anche in Storia e critica del Cinema presso La Sapienza. Lavora con diverse compagnie teatrali in Italia e all’estero (Australia, Argentina, Uruguay, Brasile, Svizzera) dal 1998, affiancando e imparando da grandi attori e registi. Alcuni nomi: Ulderico Pesce, Carlo Giuffrè, Carmelo Bene, Bruce Myer, Carlo Quartucci.

In ambito cinematografico, partecipa a diversi film con attori e registi di fama internazionali ed è protagonista femminile del docufilm Rai “Vito ballava con le streghe”; prende parte alla fortunata serie tv “Imma Tataranni”. Dirige vari corsi di Teatro presso Associazioni e scuole (teatro- danza, teatro- benessere, alternanza scuola- lavoro). Presenta e coordina eventi musicali, teatrali e culturali.

Roberta Savelli è nata a Volterra (PI), città a cui è legatissima, anche se attualmente risiede in Abruzzo. Laureata a Firenze in Lettere e Storia dell’Arte, ha ottenuto importanti riconoscimenti nazionali ed internazionali in campo letterario, tra cui prestigioso il 1° Premio assoluto nel concorso “Voci” Roma 2018.

Ha pubblicato varie raccolte di liriche tra cui “L’Anima allo specchio” (1983 Zappacosta, Chieti), “L’Ombra della Sera” (1986, Seledizioni, Bologna), “Alla ricerca di Atlantide” (1996, Agostino Pensa Editore, Terni), “Il respiro degli dèi” (2009, Agostino Pensa Editore Terni). Due sono i libri di narrativa dati alle stampe: “Il matto – Storia della bambina che non sapeva volare” (2017, Agostino Pensa Editore, Terni), “Io, l’amante – Pensieri segreti della puta che amò un principe, posò per un genio. E divenne immortale” (2018, Rupe Mutevole Edizioni).

Rupe Mutevole Edizioni, fondata nel 2004 dall’editrice Cristina Del Torchio, scelse un villaggio sui monti dell’Appennino ligure-emiliano come sede e luogo dell’attività editoriale. Fu una scelta controcorrente e innovativa, caratterizzata dalla necessità di sbarazzarsi dell’abusato luogo comune che impone la città come unico centro produttivo di una casa editrice. Il motto è di cercare nuovi ritmi, nuove propulsioni, nuovi entusiasmi e Rupe Mutevole li trova fra gli spazi aperti, fra i boschi di castagni, sulle rupi e montagne che circondano il villaggio.

 

Info

Sito I Am Film Festival

https://www.iamfilmawards.net/

Acquista il libro “Io, l’Amante”

https://www.reteimprese.it/pro_A40124B368553

Leggi l’intervista a Roberta Savelli

https://oubliettemagazine.com/2020/03/06/intervista-di-alessia-mocci-a-roberta-savelli-vi-presentiamo-io-lamante/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/01/26/io-lamante-il-corto-prodotto-da-rupe-mutevole-e-tratto-dal-libro-di-roberta-savelli-finalista-alli-am-film-festival-2021/

Io, l’Amante: il corto prodotto da Rupe Mutevole e tratto dal libro di Roberta Savelli, finalista al Lamezia International Film Festival 2020


Ero poco più di una bambina, ma avevo le idee chiare. Il mio atteggiamento deve avervi incuriosito, intrigato: ma chi era questa ragazzina, dal corpo voluttuoso di donna, che osava rifiutare i vostri fiori, i vostri inviti – quasi ordini – portati da un cortigiano? La mia famiglia in quel periodo fingeva di non sapere, di non vedere, con l’acquiescenza tipica verso i potenti, che forse mio padre se fosse vissuto non avrebbe avuto.” – tratto da “Io, l’Amante”

“Io, l’Amante – Pensieri segreti della puta che amò un principe, posò per un genio. E divenne immortale” di Roberta Savelli è stato pubblicato nel 2018 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana editoriale Le relazioni.

Sin da subito, per la sua originalità, ha avuto importanti riconoscimenti quali unico libro di narrativa incluso nell’ambito delle celebrazioni del 500° anniversario della morte di Leonardo da Vinci.

Il cortometraggio ispirato al libro è stato diretto da Mauro Salvi con le musiche originali di Mark Drusco, prodotto dalla stessa casa editrice Rupe Mutevole ha avuto il riconoscimento ufficiale di finalista per la sezione Colpo d’occhio del Lamezia International Film Festival 2020 a cui sarà possibile partecipare come spettatori, previa registrazione per e-mail, dall’11 al 19 dicembre 2020 direttamente sul sito del Festival.

Il cortometraggio “Io, l’Amante” vede come protagonista l’attrice Eva Immediato (Cecilia Gallerani) e con Ugo Nasi (Ludovico il Moro), Mario Lucarelli (Leonardo da Vinci) e Veronica Sarperi (Dorina).

Il Lamezia International Film Festival (LIFF) nasce nel 2007 e sin dalla prima edizione ha avuto come scopo principale quello di mettere al centro del suo interesse gli esordi eccellenti del cinema italiano: opere prime dei registi, degli attori, dei musicisti.

Negli anni si è allargato sino ad avere sette differenti sezioni di partecipazione: Esordi d’autore, Colpo d’occhio, Visioni notturne, Monoscopio, L’ora del cinema, Premio Paolo Villaggio ed il Premio Carl Theodor Dreyer.

La sezione Colpo d’occhio è nata nel 2016 ed è curata dal regista Mario Vitale, mette in evidenza il talento delle generazioni di cenasti selezionando cortometraggi di registi esordienti od emergenti.

L’autrice racconta, in un’intervista, di Cecilia Gallerani (Milano, 1473 – San Giovanni in Croce, 1533) la protagonista del suo libro:

Cecilia affascinò Ludovico non solo per la sua bellezza, ma anche per la sua cultura, assolutamente non comune all’epoca, neppure fra le dame di alto lignaggio.

La Gallerani ebbe un posto particolare nel cuore del Moro anche quando il loro rapporto finì e l’amore si trasformò in stima e rispetto reciproco.

Non sappiamo con precisione quando Ludovico conobbe la Gallerani. Sappiamo però che ella, giovanissima, firmò nel 1489 insieme ad alcuni dei fratelli una petizione a quello che sarebbe diventato il signore di Milano dopo la morte del nipote, ma che lo era già di fatto, volta ad ottenere la restituzione di alcuni terreni confiscati dallo stato quand’era ancora vivo il padre Fazio.

All’epoca Cecilia non risultava più abitante con la famiglia e quindi si può supporre che avesse già iniziato la relazione con il Moro. Inutile dire che quelle proprietà furono restituite...

Roberta Savelli è nata a Volterra (PI), città a cui è legatissima, anche se attualmente risiede in Abruzzo. Laureata a Firenze in Lettere e Storia dell’Arte, ha ottenuto importanti riconoscimenti nazionali ed internazionali in campo letterario, tra cui prestigioso il 1° Premio assoluto nel concorso “Voci” Roma 2018.

Ha pubblicato varie raccolte di liriche tra cui “L’Anima allo specchio” (1983 Zappacosta, Chieti), “L’Ombra della Sera” (1986, Seledizioni, Bologna), “Alla ricerca di Atlantide” (1996, Agostino Pensa Editore, Terni), “Il respiro degli dèi” (2009, Agostino Pensa Editore Terni). Due sono i libri di narrativa dati alle stampe: “Il matto – Storia della bambina che non sapeva volare” (2017, Agostino Pensa Editore, Terni), “Io, l’amante – Pensieri segreti della puta che amò un principe, posò per un genio. E divenne immortale” (2018, Rupe Mutevole Edizioni).

Mauro Salvi nasce a Chiavari (Ge) nel 1953. È regista di film, sceneggiatore e scrittore. Con lo pseudonimo di Mark Drusco è compositore di musiche per film dal 1995 e fondatore nel 2010 della corrente musicale “Harmony Haiku”.

Esordisce come regista nel 2000, col film “The Doors of the Unknown”. Dal 2002 al 2004 dirige i film “The Way of Beauty”, “Downight”, “Women in Magic”. Nel 2019 e 2020 dirige i cortometraggi “Io, l’Amante” e “Il Viaggio di un’Anima”.

Rupe Mutevole Edizioni, fondata nel 2004 dall’editrice Cristina Del Torchio, scelse un villaggio sui monti dell’Appennino ligure-emiliano come sede e luogo dell’attività editoriale. Fu una scelta controcorrente e innovativa, caratterizzata dalla necessità di sbarazzarsi dell’abusato luogo comune che impone la città come unico centro produttivo di una casa editrice. Il motto è di cercare nuovi ritmi, nuove propulsioni, nuovi entusiasmi e Rupe Mutevole li trova fra gli spazi aperti, fra i boschi di castagni, sulle rupi e montagne che circondano il villaggio.

 

Info

Acquista il libro “Io, l’Amante”

https://www.reteimprese.it/pro_A40124B368553   

Segui il LIFF

https://lameziainternationalfilmfest.wordpress.com/

Leggi l'intervista a Roberta Savelli 

https://oubliettemagazine.com/2020/03/06/intervista-di-alessia-mocci-a-roberta-savelli-vi-presentiamo-io-lamante/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2020/12/12/io-lamante-il-corto-prodotto-da-rupe-mutevole-e-tratto-dal-libro-di-roberta-savelli-finalista-al-lamezia-international-film-festival-2020/

Vincitori e Finalisti del Concorso nazionale Sei autori in cerca di editore 2020


Si è conclusa il 31 ottobre 2020
a mezzanotte la possibilità di partecipare alla prima edizione del Concorso nazionale di poesia e prosa “Sei autori in cerca di editore” promossa dalla casa editrice siciliana Tomarchio Editore, in collaborazione con il portale web Oubliette Magazine e da Sicilia Spedizioni di Franco Maria Rita. Il concorso è stato patrocinato dal Comune di Piedimonte Etneo.

Suddiviso in due categorie (poesia e racconti), il concorso prevedeva la partecipazione gratuita per autori ed autrici, ed in palio come premio la pubblicazione per dodici vincitori (sei per ogni antologia).

Le due antologie “Sei” saranno inviate ai vincitori nel mese di dicembre 2020 e, per i lettori, sarà presente nel sito della casa editrice il link per acquistarle.

I ventiquattro finalisti sono stati avvertiti precedentemente via e-mail nel mese di novembre.

Di seguito sono presentati i nomi di tutti i finalisti, si coglie l’occasione per ringraziare tutti i partecipanti. Il Concorso nazionale di poesia e prosa “Sei autori in cerca di editore” vi dà appuntamento all’anno prossimo con la seconda edizione, e la casa editrice Tomarchio Editore vi dà appuntamento al mese di gennaio con una novità letteraria.

FINALISTI SEZIONE POESIA

Antonella Riccardi

Arianna Di Presa

Bogdana Trivak

Pablo Giovanni Bonsignori

Dispositivo Sensibile

Gabriella Mantovani

Maria Rosaria Teni

Roberto Chimenti

Sergio Borghi

Teresa Stringa

Vincenzo Princi

Alberto Zingales

FINALISTI SEZIONE RACCONTI

Aldo Cavallo

Antonio Di Bianco

Luigi Belviso

Pina Rinaldi

Roberta Sgrò

Riccardo Garbetta

Silverio Scognamiglio

Stefano Pioli

Tiziana Iannantuoni

Tiziana Topa

Valentina Casadei

Vincenzo Patierno

 

Ed ecco i vincitori delle due categorie del Concorso nazionale di poesia e prosa “Sei autori in cerca di editore”.

VINCITORI SEZIONE POESIA

Squarci di lucida trasparenza/ fluida e sfuggente/ come la luce del giorno

dalla lirica “Omaggio al genio della luce: Caravaggio” di Arianna Di Presa

 

Specchio sciolto,/ Luce tremula/ Tintinnante di/ Parole velate/ Sarà l'ombra/ Svelatoria o/ Sole nella Luna

dalla lirica “Sole nella Luna” di Bogdana Trivak

 

Padre senti la mia voce,/ non ti sei mai arreso./ Alcune persone ti dicevano/ di lasciarmi perdere gli studi./ Non li hai ascoltati./ Hai ascoltato il tuo cuore.

dalla lirica “A mio padre” di Pablo Giovanni Bonsignori

 

Lieve carezza,/ uno sguardo pieno di dolcezza/ intenerisce il cuore,/ alimenta il sorriso,/ intiepidisce e leviga

dalla lirica “Tenerezza” di Gabriella Mantovani

 

Ho visto l’onda cancellare l’orma/ nel ritorno senza fine dell’eterno./ Ho visto l’umile lacrima lambire occhi

dalla lirica “Ho visto” di Maria Rosaria Teni

 

La bellezza scorre nelle vene del creato,/ la bellezza come dolce piuma/ blandisce,

dalla lirica “La bellezza” di Alberto Zingales

VINCITORI SEZIONE RACCONTI

Quaranta anni portati piuttosto bene a dispetto di una vita non avara di tristezze e sogni infranti. Di corporatura media, non altissimo, aveva occhi chiari e profondi, una bocca ben delineata con labbra sottili e il portamento fiero di chi ne ha passate tante e ora quasi sfida la vita a farsi sotto un’altra volta.”

“L’uomo che sfidò un paese” di Aldo Cavallo

 

L’uomo capì immediatamente, corse in aiuto, chiamò i soccorsi che arrivarono velocemente, solo Antonella uscì dall’auto illesa, solo un po’ stordita, si buttò su Fido, sbaciucchiandolo, senza minimamente immaginare quanto era stato grande. I genitori di Antonella portati in Ospedale per dei controlli, furono informati del grande gesto di Fido, che come se nulla fosse accaduto stava giocando con la figlia fuori dall’Ospedale in attesa del loro ritorno.”

“Un amico speciale” di Lugi Belviso

 

Appena seppi della sua impresa, corsi ad appostarmi e lo aspettai (ti aspettai) con gli occhi fissi sulla porta dell’Ade. Per tre giorni e tre notti trascurai le mie api e i miei armenti, rimasi immobile col fiato sospeso pregando l’Olimpo che il suo canto riuscisse a riportarti in vita. Conoscevo la sua forza, sapevo che era capace di tanto, che avrebbe potuto sedurre o ingannare perfino gli dèi.

“Il lamento di Aristeo” di Riccardo Garbetta

 

A differenza di quelle immagini che, in realtà non sono fisse, ma ne parleremo dopo… Dicevo, a differenza di quelle immagini, l’esistenza di una persona muta completamente ogni giorno, con lo svegliarsi al mattino, o, più correttamente, con il sorgere del sole. Idee, modi di fare, abitudini e non solo, nel corso degli anni, assumono ritmi differenti, traballando tra passato e presente.”

“Istantanee” di Roberta Sgrò

 

Jorge, tanto tu insisti, nelle tue ultime pagine, sull’archetipo, su cosa pensano i cinesi che ci sia in cielo, o chissà dove, forse un magazzino infinitamente esteso, una collezione divina di archetipi in attesa di apparire come reali. La spada, la clessidra, l’ode pindarica, l’orologio, la carta geografica, i lunghi elenchi, quelli frettolosi, il telescopio, i poeti, la bilancia, il tuo libro che ho appena riposto…”

“Ipotesi” di Stefano Pioli

 

Dai suoi occhi vide colare dell’acqua, si leccò le labbra e sapeva di sale. Poi vide una zattera dispersa dentro sé, con due marinai disperati. Uno di loro dormiva, russando a bocca aperta. Qualche bottiglia di birra finita giaceva vicino a lui. L’altro marinaio guardava lontano, con uno skateboard sottobraccio, cercava una barca, una riva.”

“L’ombra del buio” di Valentina Casadei

 

In copertina: “17:42 (primo giorno di coprifuoco)”

                         fotografia di Sabrina Meloni Dedola

 

Info

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Fonte

https://oubliettemagazine.com/2020/12/05/vincitori-e-finalisti-del-concorso-nazionale-sei-autori-in-cerca-di-editore-2020/

Doccia calda e profumo di caffè di Luca Negherbon: prevendita promozionale del libro

 


Ho fatto il vagabondo per settimane, rimediando una doccia da mia figlia, mangiando al bancone di un bar. Ho vestito quei 4 vestiti che avevo, sempre quelli. Poi ho comprato una forchetta, poi un coltello, poi un cucchiaio. Un pezzo alla volta sono tornato alla civiltà.– dal brano “6 mesi che sono andato”

Non è mai troppo tardi. Già, è così. Ci si può sempre rialzare dopo una caduta se si ha la volontà di cercare dentro la forza. Perché è di questo che stiamo parlando: volontà di potenza, il tanto celebre concetto di Friedrich Nietzsche.

“Doccia calda e profumo di caffè” è una raccolta di brani di Luca Negherbon, sarà pubblicata nel mese di gennaio 2021 dalla casa editrice Rupe Mutevole nella collana editoriale Trasfigurazioni, ed, in accordo con l’editrice Cristina Del Torchio, si è deciso di dare la possibilità ai lettori di prenotare la propria copia con la prevendita del libro.

I brani sono corredati dall’indicazione temporale per un arco di tre anni, dal 2017 al 2020. Lo stesso autore racconta: “Come meteore cadono determinati, con il loro carico. Li catturo e deposito sul foglio, per essere letti. Non c'è regola e filo conduttore tra loro se non quelli di palesarsi nella stessa vita, la mia. Sono presentati in ordine cronologico di nascita, è specificata la data poiché la collocazione nel tempo ha un valore storico, ne determina il momento del pensiero, lo scenario di fondo, l'atmosfera di riferimento.”

Il libro è impreziosito dall’interpretazione di Stefano Falbo di una selezione di testi, segnalati in formato QR ed inseriti nelle pagine così che il lettore potrà, con operazioni semplici ed immediate tramite il proprio cellulare, visionare direttamente il video del brano.

Ero solo dentro di me. Ancora non avevo capito come sarebbe stato il processo di liberazione. Non avevo idea di quello che mi aspettava, ma sapevo che sarebbe stato doloroso. Stavo la, come quando si vuole darsi una martellata sul dito e si rimane immobili incerti con il martello per aria in attesa del momento giusto. Non stai soffrendo, ma sai che accadrà presto. Aspetti il momento del "Sì!", procediamo!– dal brano “Vera solitudine”

La raccolta si presenta in modo fluido legata interamente alla vicenda personale dell’autore, la separazione con la moglie. Un fatto sociale che da anni è diventato la prassi, così come esiste il matrimonio ora esiste anche la separazione in quasi egual misura, ma è come se nella società ci fosse un velo di “nascondimento”, ed è lodevole il coraggio dimostrato dall’autore nel voler affrontare questa tematica, questo accadimento contemporaneo dei rapporti umani.

“Doccia calda e profumo di caffè” nasce da frammenti di pensieri, momenti in cui l’autore ha sentito una pulsione che non poteva silenziare, e così come lui stesso ci palesa:

“Brani inediti di italiano, moderno e asciutto linguaggio, attento a essere chiaro e diretto, senza artifici letterari o effetti speciali. D'uso sia scritto che parlato. Sobrio, pulito, senza coloranti aggiunti.

Pensieri, frammenti di giornata, a ore disparate. Non c'è un momento particolare determinato, dove nascono i testi, sono improvvisi nel tempo della loro creazione. Arrivano, ogni attimo è buono, in qualunque luogo è occasione.”

Per coloro che volessero, dunque, scommettere su questo autore e sulla sua eterogenea raccolta è ora disponibile la prevendita nel sito indicato nelle info. La spedizione del libro avverrà tra il mese di gennaio e febbraio 2021.

Dopo la devastazione delle fiamme che hanno apparentemente distrutto tutto, la mia testa si è rigenerata. Nuovi e inediti percorsi neuronali generano pensieri nuovi, fluisce nuova visione, fantasia, filosofia. C'è più posto allo sviluppo dei concetti. Spazzato via il ciarpame accumulato in decenni d'immobilismo.” – dal brano “Dopo l’incendio”

 

 

Info

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https://www.reteimprese.it/pro_A40124B396797

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2020/11/30/doccia-calda-e-profumo-di-caffe-di-luca-negherbon-prevendita-promozionale-del-libro/