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Silloge poetica “Pensieri”: la poesia di Teresa Stringa come rifugio sicuro

 


“Tra le gambe della folla/ tanto orrore…/ E nella corale impotenza/ diventa vago il senso/ di appartenenza…”

Pensieri, volume della poetessa Teresa Stringa, pubblicato da Tomarchio editore nel 2021, è custode di un mondo poetico di alto livello emozionale. Un mondo dove l’autrice, grazie alle sue liriche lievi, seppur intense, si mette a nudo sviscerando tematiche che sfiorano l’uomo e la sua natura, a volte contradditoria.

“Il tuo amore protettivo era sempre con me. Il tuo attento silenzio ha guidato il mio cammino…”

Teresa Stringa, poetessa, è figlia d’arte. La madre, infatti, è stata un’amante dell’arte poetica; mentre il padre, Ugo Stringa, è stato un valente pittore. Entrambi hanno trasferito alla figlia l’idea del contenuto valoriale proprio dell’arte, a completezza dell’esistenza; non solo perché rifugio sicuro e motivo di sollievo di fronte alle difficoltà della vita, ma quale mezzo espressivo della propria interiorità.

“Regna lo sconcerto/ per quella ressa che in un istante/ ha ceduto il buonumore/ al cieco terrore…”

Sviluppata in tre sezioni, la raccolta poetica di Teresa Stringa si sofferma su questioni esistenziali importanti, espressione del suo sentire. Che dà vita a versi dettati da un universo interiore volto a cogliere sfumature dei diversi stati d’animo.

La prima sezione titolata Pensieri, la più corposa della raccolta, in un’alternanza di riflessioni e virtuosismi, anticipa il suo modo di intendere gli eventi esistenziali: frutto di una sensibilità non comune.

Una lirica toccante di questa sezione, estremamente toccante, è Meteora. Da cui si evince il presupposto che l’umanità è spesso in affanno a causa anche della solitudine; umanità descritta dalla poetessa come uno “sciame fluente con un puntino luminoso”, che lascia un’impronta nell’immensità della Storia.

In Pensieri, ancora, sono presenti alcune considerazioni sulla sofferenza fisica, sulla morte e su eventi dolorosi che entrano inevitabilmente nella quotidianità di ciascuno. Nonostante siano per l’individuo di difficile accettazione.

Ed è proprio la malattia un argomento su cui si sofferma la Stringa, che si annida fra i “turbinosi pensieri”; da lei raccontata come un momento sì dolente, intriso di afflizione per una circostanza crudele quanto inaspettata, ma anche quale momento di riflessione. Che, seppur l’onnipresente ombra della sofferenza inviti alla resa, è un grido d’aiuto, al contempo, rivolto a una figura suprema che infonde speranza.

Inevitabilmente la sofferenza fisica si lega strettamente al dolore dell’autrice per la scomparsa della propria madre, la cui memoria è viva anche attraverso la preghiera che le ha dedicato.

A legare la Stringa alla madre è stato un amore filiale manifesto, reso vivo da un ricordo incisivo, anche se gravido di un vuoto difficile da colmare.

“Veglia questo amore che la notte muore. Vivi il primo albore col cuore gonfio di stupore…”

La Provvidenza è altro elemento importante attraverso cui si ammette la presenza di un Dio che lenisce le ferite e che, affidandosi a un domani dà speranza. Speranza raccontata con toccanti parole metaforiche.

“Il chiarore dell’alba che si apre con un tiepido sole…”

La poetessa riflette inoltre sull’inesorabile scorrere del tempo, un tempo legato a un passato che si apre a ricordi della giovinezza. Di cui, il tempo dell’innamoramento ritrovato, attraverso l’enfasi del ricordo, è fra questi. Come pure la memoria di antichi sapori e odori, vissuti con nostalgia grazie alla piacevolezza di un’estate difficile da dimenticare. Testimonianze, dove il profumo del passato, grazie ad una versatilità linguistica di indiscutibile valore, sembra farsi presente.

La natura è altro tema presente nella raccolta; una natura benigna pronta a dare conforto a coloro che si rifugiano negli elementi naturali.

Trasposta in versi, è l’allegoria di una quercia secolare a rappresentare il luogo dove trovare conforto, con un accenno alla recente emergenza pandemica.

La scrittura, e nello specifico la poesia, sono per la Stringa momenti essenziali dell’esistenza. Considerate un’ancora di salvataggio a cui aggrapparsi per affrontare le avversità della vita.

Da considerarsi anche come momento per alienarsi da uno stato d’animo pervaso dalla mestizia, o quale mezzo di estraniamento che porta l’individuo in un altrove.

“Esplode nella mia primavera/ aria di mughetto/ in acerbe distese tinte di rosso, di blu…”

In Subbugli, seconda sezione della raccolta, più esigua della prima, la Stringa contempla riflessioni dettate da concetti di ordine morale. Durante la quale dà ampio spazio alla propria creatività soffermandosi sulla caducità dell’esistenza e l’inutilità di “una opulenta ingordigia”, come lei definisce la brama di potere e l’esagerato desiderio di possedere beni materiali.

“C’è chi, in malafede/ carpisce la generosità/ dei buoni…”

In Coccole, terza e ultima sezione, con parole ordinate e calibrate la Stringa manifesta il proprio talento attraverso liriche dedicate all’universo infantile.

“Anche quando la vita/ ti par bella,/ sempre folta è la strada/ d’ostacoli fermi,/ pronti a intralciare/ il tuo preciso passo…”

La raccolta poetica di Teresa Stringa ha una caratteristica preponderante su altre: tocca nel profondo dipanandosi in un insieme di speculazioni che sfiorano l’esistenza umana.

Da interpretarsi anche, con il vivace e imprescindibile desiderio da percepirsi attraverso le parole, di dare voce ad un universo emozionale di spessore. Che alloggia nel cuore di un’artista volta alla ricerca non solo del proprio sé, ma che vuole farsi strumento di espressività umana.

“Volgi lo sguardo/ ai tuoi pensieri più lieti,/ al viso illuminato di allora/ con labbra fresche/ e una bocca di riso…”

Written by Carolina Colombi

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/03/30/pensieri-di-teresa-stringa-poesia-come-rifugio-sicuro-e-motivo-di-sollievo/

 

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Alessia Mocci intervista Emanuele Martinuzzi: ecco la raccolta L’idioma del sale

 


“Ogni piccola poesia che si scrive, anche poche parole distrattamente lasciate su un foglio, sono un’alleanza e una ricerca col senso nascosto delle cose. La storia di ognuno di noi diventa tangibile ogni volta che viene scritta, niente è veramente vissuto senza che il segno della scrittura porti l’esistenza ad una doppia esistenza.” – Emanuele Martinuzzi

La poesia è alleanza e ricerca, il poeta vive il mistero delle cose, della creazione, non solo della vita e del suo continuo tramutarsi ma anche della realizzazione dei pensieri. Le parole vengono pensate con coscienza oppure vengono udite? Che cos’è che spinge – talvolta con costrizione – a scrivere? Ad imbrattare la carta con segni a cui è stato dato significato?

Emanuele Martinuzzi si interroga sul bisogno di poesia percependolo come un’urgenza. “L’idioma del sale”, edito dalla casa editrice Nulla Die, è un amalgama di parole, coesione di piccole poesie tracciate su qualsiasi supporto, cartaceo o digitale, in momenti diversi della giornata. Frasi dell’immediato, sentite riecheggiare nella mente e trascritte senza alcuno scopo letterario che, invece, a distanza di anni, sono diventate pagine di una silloge poetica.

L’autore, classe 1981, ha conseguito una laurea in Filosofia a Firenze ma già in tenera età si è occupato, tramite la poesia, di indagine sull’essere umano percorrendo una strada solitaria di dialogo continuo.

Nella pienezza del Non” (Ilmiolibro, 2010), “L’oltre quotidiano – liriche d’amore” (Carmignani editrice, 2015) “Di grazia cronica – elegie sul tempo” (Carmignani editrice, 2016) “Spiragli” (Ensemble, 2018) “Storie incompiute” (Porto Seguro editore, 2019) “Notturna gloria” (Robin edizioni, 2021) sono alcune delle sue precedenti pubblicazioni.

“Mi sono intromesso nell’ombra/ di una quercia trapassata/ in gergo popolare/ con il soffio missionario/ delle mie ipotesi di dolore,/ aspettando scrollasse/ dai suoi rami di realtà/ tutta la mia invisibile/ resina o paura della vita.”

 

 

A.M.: Salve Emanuele, l’anno scorso abbiamo presentato ai lettori “Notturna gloria” (Robin Edizioni), una raccolta di ventuno poesie associate ad altrettante illustrazioni del Maestro Gianni Calamassi. È stata una pubblicazione che ha avuto maggior “fortuna” nel pubblico dei lettori oppure in quello dei critici letterari?

Emanuele Martinuzzi: Ciao a tutti. Sembra passato molto più tempo. Sarà il periodo della pandemia che dilata e deforma il trascorrere dei mesi in modo innaturale. Comunque proprio in questi giorni ho ricevuto comunicazione che “Notturna gloria” ha ottenuto un ulteriore riconoscimento, la Menzione d’Onore al Premio Letterario Internazionale “Molteplici visioni d’amore – Cortona Città del Mondo”. Questo dopo aver già ottenuto il Premio Speciale della Giuria al Concorso San Domenichino dell’anno scorso. Sinceramente non mi aspettavo questi piacevoli e prestigiosi riscontri di apprezzamento. Mi è capitato poi di parlare con alcune persone che avevano letto la raccolta e che mi esprimevano le loro impressioni ed emozioni intense rispetto a quello che avevano fruito in questo lavoro illustrato. Quindi alla luce di questi esempi non saprei cosa rispondere esattamente. Direi che in modo imprevisto ha avuto buoni effetti sia sul pubblico dei lettori che su quello dei critici o degli addetti ai lavori. Sinceramente non me l’aspettavo, perché questa raccolta dal mio punto di vista rimane di non facile accesso e fruizione, sia per la natura criptica dei suoi contenuti, sia per le atmosfere che evoca nel loro lontano simbolismo. Infatti mi viene da pensare ancora, nonostante questi apprezzamenti, che non sia stata assimilata completamente nei suoi messaggi e nelle sue inattuali prospettive. Il fatto che sia un viaggio di discesa verso gli inferi di ciò che è in stato di abbandono, o distrutto dalla storia e dal tempo, nel suo essere violentemente innocente e inesorabile, oppure in ciò che è immaginario e abitante della sola fantasia, mi fa pensare che non possa e debba essere una lettura priva di ostacoli o barriere comunicative. La sofferta riflessione sul tempo cronico, distruttivo delle cose, delle civiltà e dei suoi valori, considerati come dati, scontati, spesso privi di una prospettiva storicistica che li renda relativi e non assoluti, credo sia in contraddizione rispetto a una moderna cultura, che invece tende a considerare e cristallizzare opinioni, giudizi e valori, privi di uno spessore storico, protesa più a cancellare l’evoluzione dei fenomeni nella storia, piuttosto che a farsi carico del loro essere mutevole, cioè legati a un determinato contesto socio culturale di riferimento. Questa raccolta è un viaggio che mostra come le rovine de tempo cancellano ogni cosa e emozione, rendono tutto ombra, però allo stesso tempo non cancellano la storia e la sua tormentata epopea, piuttosto ricercano attraverso la poesia, di riesumare ciò che c’è di eterno in questo continuo passaggio di costruzione e distruzione. Poesia e storicismo, simboli e rovine, fortuna e destino, vita e morte, spiritualità e silenzio.

 

A.M.: “L’idioma del sale” è il titolo della tua recente pubblicazione, “sale” compare nella silloge: nella citazione di apertura nella quale riporti i versi della lirica “Noi non sappiamo quale sortiremo” del poeta Eugenio Montale ed in due tue liriche, la prima cita “Naufrago in questa/ spiaggia senza vanità,/ nomade pausa, crampo/ nell’idioma del sale.” e la seconda più lunga di cui cito tre versi: “[…] In questa paralisi di ardore/ nessun racconto di sale/ più ci accompagna tra le zolle,/ […]”. Dal “sale greco” di Montale si passa all’“idioma del sale” ed al “nessun racconto di sale”. Quale concetto hai voluto indicare con il sale?

Emanuele Martinuzzi: “L’idioma del sale” è una raccolta che mette insieme le poesie, le frasi e le parole scritte, prima della pandemia, su fogli sparsi, quaderni, smartphone, pc, etc., ovunque insomma avessi modo di gettare nero su bianco la mia ispirazione del momento, i miei dubbi, la mia voglia di esprimermi in libertà. Una specie di diario poetico delle mie emozioni e pensieri, gioie e tormenti, alti e bassi, a dimostrazione che la poesia sa accompagnare tutti i momenti della vita, in qualsiasi frangente, e sa tradurre i suoi sentimenti, profondamente. Un grande poeta del passato Archibald MacLeish scriveva che “la poesia non deve significare ma essere”, infatti ogni volta che la poesia è, le cose si arricchiscono di nuovi significati, la realtà viene manifestata e liberata da convenzionali interpretazioni. La poesia è il sale della terra e dell’umanità, parafrasando il Vangelo, perché sa dare sapore e spessore ai vissuti, sa trasformare aridi momenti in nuove rinascite, sa trasfigurare le cose per mostrarne i volti e significati nascosti. Le poesie sono piccoli grandi granelli di sale, messaggi dall’abisso di amore, pace e speranza, che si librano sopra le contraddizioni, le oscurità e le assurdità del mondo. Questo lavoro altro non è che un omaggio allo scrivere poesie, a farle entrare nella propria vita di tutti i giorni, comunque e ovunque, a fare questa cosa così apparentemente inattuale, ingenua, sublime, di affidare alle parole scritte il nostro sentire più inascoltato, fragile o misterioso. In questo caso, differentemente dal precedente lavoro di cui si parlava, questa raccolta diventa una testimonianza della mia storia personale, queste poesie o queste parole sono la testimonianza della mia relazione con l’atto dello scrivere e della mia scrittura con l’esistenza. Come il sale nell’Antico Testamento, nel Levitico, è citato come un mezzo simbolico che garantisce l’alleanza tra il popolo e il divino, così la poesia sancisce quel misterioso legame tra un essere chiamato all’esistenza e l’incognita della vita. Ogni piccola poesia che si scrive, anche poche parole distrattamente lasciate su un foglio, sono un’alleanza e una ricerca col senso nascosto delle cose. La storia di ognuno di noi diventa tangibile ogni volta che viene scritta, niente è veramente vissuto senza che il segno della scrittura porti l’esistenza ad una doppia esistenza. Così le cose, le emozioni e i vissuti acquistano quel sapore che sa di significato, senso, miracolo, sale. Inoltre il sale nell’impero romano era usato anche come elemento distruttivo, dopo aver annientato Cartagine, i romani sparsero il sale sul suolo della città al fine di renderlo sterile per sempre, così come nella Bibbia si racconta che abbia fatto Abimelech dopo aver espugnato la città di Sichem. La poesia in questo senso gettata sull’esistenza trasforma ciò che nel vissuto trattiene il nuovo, ciò che arresta l’evolversi inevitabile della storia e trasfigura queste rovine lasciando il posto affinché giunga la rinascita, il rinnovamento, l’illuminazione inscritta nel linguaggio. Quindi mi piaceva l’idea del sale perché queste comunque sono poesie scritte già per essere scarti, lasciate a casaccio nei fogli, il puro piacere della scrittura, l’abbandonarsi al mistero della vita attraverso i segni della poesia. Ciò che apparentemente è solo una parola che rimanda a un tuo sentire di un momento, che può essere considerato come insignificante, assurdo o inascoltato, in realtà è il sale della terra e della vita, l’essenza che la poesia custodisce e pronuncia per essere compresa, per dare il giusto peso e sapore alle piccole immense cose.

 

A.M.: Ogni parola, partendo dall’etimo e risalendo nella storia del suo utilizzo, ha una variegata ramificazione. Dal sale possiamo passare all’illusione: “Quello che resta dei miei occhi,/ disciolti al patibolo dell’illusione,/ […]”. La radice della parola illusione proviene dal latino ludere con il significato di “giocare”. Ombre/a è un altro vocabolo che si nota ne “L’idioma del sale”. Per non estendere troppo questa domanda citerò solo il verso in cui compare: “ombre intrise di ali”. Gli esseri umani hanno un rapporto particolare con l’ombra, ma il poeta in particolare ne esalta la sua esistenza, quasi che la sagoma nera sia la prova più evidente della luce. Il poeta è fortemente connesso all’oscurità come momento di massima ispirazione ed è proprio in questa condizione che si possono ammirare le stelle. Troviamo la parola “stelle/a” in alcuni passi della raccolta tra cui: “nella traversata di una stella verso l’umano”. Dall’ombra proiettata verso il basso, verso l’interno, la stella è ciò a cui tendiamo, ciò che sta in alto e ciò che luccica.

Emanuele Martinuzzi: Non solo l’etimologia di ogni parola che entra nella fitta trama di una poesia si mostra come un viaggio speleologico nei meandri delle sue forme e nella storia della sua evoluzione, ma anche il significato stesso di ogni parola non è più dato come stabile o univoco, come viene considerato quotidianamente nello scambio e nel dialogo tra persone. Ogni senso entra in quell’avventura affascinante che permette di vedere le varie sfumature possibili, le varie strade che ogni parola può prendere nel labirinto dei contenuti che la compongono, apertamente o anche in modo sibillino. E poi non è solo questo, non è un mero gioco linguistico, semmai più un gioco di ombre e di luce come nella caverna di Platone. La scrittura ti permette di creare un tuo universo di spirito e materia, instabile e cangiante come le tue emozioni, plasmando le ombre e la luce che le attraversano e che provengono da un non ben imprecisato altrove, che a volte assomiglia al mondo esterno, a volte agli abissi del tuo cuore e altre volte a un qualcosa di assoluto che abita l’esistenza. Chi scrive poesie in qualche modo crea nel vero senso della parola, perché come il Fanciullino pascoliano dona per la prima volta un nome alle cose e in questo modo crea le cose stesse, le sue cose, uniche e irripetibili, in quell’armonia miracolosa che è un animo umano, in questo suo specchio, ingiudicabile e bellissimo, composto di versi e silenzi. Leggere una poesia è abbracciare una sensibilità del tutto sconosciuta, scoprire una civiltà sepolta sotto alla forma delle parole e al suo senso più comune, per lasciarsi trasportare in prospettive e orizzonti desueti, fuori dalle proprie caverne, fuori nella luce della bellezza, della libertà, dell’umanità e del mistero. Il fatto che tutto questo non sia solo un’illusione, o un mero artificio, lo si sa osservando come la poesia sappia costruire emozioni di pace, sappia faci avvicinare al mistero con gentilezza, sappia svuotare le nostre pulsioni più distruttive in una catarsi creativa. La poesia è una stella da seguire per realizzare i propri desideri più fondamentali, che riguardano l’interiorità.

 

A.M.: Il poeta è fortemente connesso agli elementi del cosmo e della natura come momento di massima ispirazione, ma non è solo dalla contemplazione dell’universo che riesce a trarre fervore, egli infatti è connesso a tutta la produzione precedente di poesia. Quali sono i poeti che, nel corso degli anni, ti hanno emozionato maggiormente?

Emanuele Martinuzzi: Mi viene da pensare alle mie prime letture di adolescente. La mia scoperta dei simbolisti francesi fu davvero una rivoluzione copernicana per me e per il mio modo di intendere, non solo la scrittura della poesia, ma anche il rapporto di chi la ama e la scrive nei confronti del resto della cultura e della società, non solo in termini di opposizione o differenziazione, ma una via unica e contraria di ricerca e sperimentazione, anche personale, dei propri vissuti, che diventano parte integrante del fare poesia. Come non pensare alla poesia “L’albatro” di Charles Baudelaire dai suoi “I fiori del male” dove appunto canta il suo essere “esule sulla terra, al centro degli scherni,/ per le ali di gigante non riesce a camminare”. Un altro amore è stato Arthur Rimbaud, tutta la sua opera e la sua vita sono state illuminazioni poetiche, battelli ebbri di bellezza e alterità. Ovviamente sempre nel simbolismo francese “I canti di Maldoror” del Conte di Lautreamont, pseudonimo o nome reale di Isidore Ducasse, mi hanno traghettato nella crudeltà sublime di una poesia, lasciata libera di essere se stessa e diversa da sé. Potrei continuare con Mallarmé, Verlaine, Corbiere. Ovviamente non posso tralasciare l’ispirazione senza fine avuta dalle letture dei grandi della letteratura italiana come il simbolismo di Pascoli, il suo fanciullino eterno e creativo, i “Canti orfici” di Dino Campana, il suo folle errare senza meta con la sola destinazione della chimera poetica, gli immensi Montale, Ungaretti, Quasimodo, Luzi, che mi hanno davvero fatto scoprire continenti di poesia, in cui confluiscono oriente e occidente, passato e futuro, ermetismo e canzone, secolari tradizioni di poesia e biblioteche di emozione. Poi essendo un lettore molto discontinuo e curioso, ho davvero letto di tutto e di più in questi anni, tra i grandissimi e i minori, contemporanei o antiche voci, dagli haiku giapponesi alla poesia africana, dal classicismo alle avanguardie, dall’imagismo americano alle poesie dei migranti, dai Novissimi del gruppo ’63 alla Beat generation e potrei continuare ancora. Non c’è mai fine alla possibilità di scoprire qualcosa di nuovo nel passato, il passato in un certo senso è il nostro futuro, sono state scritte tante di quelle pagine di arte, poesia e letteratura, che possiamo veramente trovarci di fronte a qualche novità che non conoscevamo, tesoro pronto per essere scoperto e rivitalizzato. Detto questo spesso non ho una grande memoria e quindi molte cose lette sono state non proprio dimenticate, bensì direi metabolizzate dentro di me, la loro atmosfera evocativa è entrata a far parte del mio animo e della mia sensibilità. Poi dopo tante letture quello che penso è che anche quello che si vive sia in qualche modo letteratura, il discrimine tra la forma letteraria e la vita vera è molto labile. Nel bagaglio di esperienze che si fanno e che arricchiscono, con la gioia o la sofferenza, c’è un legame invisibile e misterioso con i versi che possiamo leggere degli autori sopracitati o anche altri. Alla fine i nomi della letteratura, le definizioni, i movimenti, le classificazioni e le etichette svaniscono per lasciare il posto alla bellezza e alla passione della quintessenza della poesia, che travalica i linguaggi e i vari universi di significato. Ungaretti non è più Ungaretti, ma un’emozione del nulla, che si traduce nella vita tra un fiore colto e l’altro donato, nello sbocciare di un attimo che illumina d’immenso la tua vita. Così vale per qualunque autore, grande o piccolo che sia, siamo tutti interconnessi, letteratura e vita, filosofia e poesia, conoscenza e ignoranza, tutto è un miracolo che contribuisce all’enigma dell’esistenza. Più procedo in questa passione della poesia e della scrittura, più abbandono un atteggiamento critico o intellettuale, che già non mi appartiene spontaneamente, per abbandonarmi, forse in modo ingenuo e naïf, all’avventura primordiale e bellissima di lasciare segni misteriosi sul foglio bianco, di viverli attraverso le esperienze della vita, tutti i giorni, nelle piccole grandi cose ed emozioni. Si potrebbe anche dire che più si ama la scrittura e più anche i momenti della vita in cui non si scrive, per una qualche ragione, sono anch’essi una forma del poetare. Anche se non scrivessi neanche più un verso, la poesia continuerebbe ad accompagnarmi con la sua ombra, sempre in ascolto e in attesa delle sue epifanie, continuerei a sfogliare gli attimi della vita osservandone con occhi nuovi i segni impressi.

 

A.M.: Qual è il target di pubblico de “L’idioma del sale”?

Emanuele Martinuzzi: Ogni poesia inserita in questa raccolta è stata pensata, ideata e scritta a casaccio come ho detto, non c’è una struttura comune o una tematica prevalente, sono emozioni e pensieri che seguono il flusso discontinuo delle mie emozioni e dei miei pensieri, ovunque capitasse di provarne e di osare poi a trasfigurarli in forma di poesia, senza nessuna volontà di pensarle e ordinarle in una raccolta, prima almeno che avessi l’idea qualche mese fa, un po’ per omaggiare la scrittura della poesia, la sua importanza in generale, per il piacere di pubblicare un libro, ma anche più semplicemente per ricordo. Una testimonianza per me di questo ultimo periodo di scrittura, uno spaccato del mio passato tradotto in poesia, che credo e spero possa parlare a chiunque, a chi ama la poesia, a chi non la conosce o apprezza molto o anche a chi la evita. Certamente alcune poesie possono sembrare oscure per il simbolismo e le immagini che sembrano nascondere più che svelare, lo sono anche per me visto che quando si scrive non sempre si è del tutto coscienti di ciò che la cosiddetta ispirazione ci sta regalando. Mi auguro però che chi abbia modo di leggerle provi ad abbandonare le naturali resistenze razionali e si affidi con ingenuità al senso non-senso della parola, le guardi come un bambino che osserva per la prima volta le cose e si chiede cosa vogliono dire, il loro perché, emozionandosi per le risposte che vengono alla mente. Scrivendo principalmente per passione in piena libertà, sinceramente non mi sono mai soffermato sul tipo di persone che possono apprezzare quello che scrivo. E poi la parola target è usata in ambito commerciale, ammesso che questo libro abbia una diffusione tale da poter fare questo tipo di valutazioni, non sono interessato comunque a considerare la poesia come una merce, almeno non come tutte le altre merci. Spero invece che possa spronare qualcuno a scrivere, poesia o prosa non importa, ma a scoprire il valore immateriale non consumabile e profondamente umano, di esprimere le proprie emozioni, i propri sentimenti, le proprie idee, anche soltanto a sé stessi, in un diario. Spero che i miei amici, poeti o non, abbiano modo di leggere questa raccolta e di confrontarmi con loro su cosa ne pensano. Alcuni l’hanno già fatto e non nascondo il piacere di condividere le impressioni, confrontarsi, leggersi a vicenda, con simpatia e leggerezza.

 

A.M.: In una tua intervista hai espresso il senso che dai alla “meraviglia” con: “Credo che la meraviglia faccia parte dell’umanità, della sua parte più fragile, misteriosa e creativa, in cui la ragione si abbandona al sogno, in cui l’infanzia viene custodita in tutta la sua mitologia e la sua creatività. In ogni epoca e in ogni persona c’è sempre un dialogo, uno scontro se non proprio una lotta tra le intenzioni della meraviglia e quelle del cinismo, del disincanto e della perdita dell’incanto con cui guardare alle cose.” La troviamo, come parola all’interno della raccolta “l’idioma del sale” in questi versi: “sull’abisso filtra la meraviglia”, o “l’ossario delle ultime meraviglie”. Possiamo dedurre che, anche in questa silloge, la meraviglia è per te contrapposta al funereo, all’abisso?

Emanuele Martinuzzi: Scrivere poesie è sempre una scommessa sulla meraviglia, l’incanto, il miracoloso rispetto al cinismo, i nichilismi e la fredda materia. Una scommessa conveniente come direbbe Pascal a proposito dell’esistenza divina, cioè conviene sempre rischiare qualcosa di finito, come la mera vita materiale, quando la posta in gioco è l’infinito, la bellezza e la poesia. Si tratta di un lavoro intenso quello di custodire un afflato infantile, innocente e aperto a meravigliarsi anche delle piccole cose, in modo da distillare dall’esperienza quella che può essere considerata come la quintessenza della poesia. Un verso nasce casualmente, o per destino, ma ci sono credo tutta una serie di condizioni interiori che permettono all’animo di elaborare i sentimenti e vissuti per poter costruire una frase che in modo misterioso li rispecchi. Per la filosofia greca antica la meraviglia è all’origine della conoscenza filosofica e sappiamo quale tipo di relazione ci sia tra il Mythos poetico e la sua evoluzione in Logos filosofico. Nella narrazione mitologica e poetica della realtà c’è sempre una componente discorsiva e razionale come nella conoscenza filosofica, e viceversa. La meraviglia ha bisogno della ragione e la ragione ha bisogno della meraviglia, perché la ragione non è un calcolo elementare e la meraviglia non è un’insensatezza. Entrambe si confrontano con semplicità con l’immensità che appartiene alla vita, ai suoi ideali, alle emozioni autentiche, alla spiritualità in senso più ampio possibile. Ogni uomo è un abisso, in cui finito e infinito si incontrano e scontrano, in cui vivono le contraddizioni e da cui si creano tutte le potenzialità. Mi ricordo che la poesia di cui parlavi nella domanda e che recita “sull’abisso filtra la meraviglia” mi è venuta in mente mentre ero seduto sul divano a riposare in montagna come molte altre volte, verso sera. La finestra era aperta e si intravedevano i monti fitti di boscaglia. Un’atmosfera vissuta altre volte. In quel silenzio, tutto a un tratto, si alza il vento che proviene dai boschi e un’anta della finestra aperta incomincia a oscillare, mentre cala l’imbrunire. Ecco in quel momento, questa situazione, ai miei occhi è stata vissuta come unica, c’era uno strano equilibrio tra silenzio e movimento, e con meraviglia quei luoghi così familiari, mi sembravano apparire nuovi, osservati e vissuti come per la prima volta. Da lì le parole sono venute da sole, traducendo in poesia questo sentire profondo, che riguardava la scrittura, il paesaggio, le cose e il mio animo, e lo scrivere ha potuto magicamente dare voce a questa estasi, composta da piccole grandi cose.

 

A.M.: Per il mese di maggio e per i seguenti mesi estivi hai già in mente delle presentazioni in presentia del libro?

Emanuele Martinuzzi: Non ho ancora programmato niente di preciso. Credo che mi lascerò trasportare dalle possibilità che verranno fuori. Sicuramente mi farebbe piacere partecipare a letture collettive o presentazioni in presenza, più che altro per leggere le poesie de L’idioma del sale e anche di Notturna gloria, ritrovare quella dimensione libera di condivisione, ascolto e riflessione. Leggere in pubblico mi emoziona sempre tanto e da un lato mi manca, è un modo di sentire prendere vita quello che si è scritto, avvertire le reazioni viscerali o ragionate degli ascoltatori, superando le barriere della propria riservatezza. È anche una specie di introspezione, scendere dentro se stessi, leggendo le parole che sono state trovate nel proprio animo in precedenza. Al di là degli eventi spero comunque di aver modo di leggere le mie poesie ad altre persone, anche in contesti esterni alla logica della presentazione o del reading. Leggere casualmente a qualcuno una propria poesia e donargli anche solo una piccola emozione o un pensiero nuovo è sempre un grande evento.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Emanuele Martinuzzi: Vi saluto con la citazione che apre questa raccolta: “E un giorno queste parole senza rumore/ che teco educammo nutrite/ di stanchezze e di silenzi,/ parranno a un fraterno cuore/ sapide di sale greco.” (Eugenio Montale)

 

A.M.: Emanuele ti ringrazio per la spontaneità delle tue risposte, è stato un vero piacere colloquiare sul tuo nuovo libro a cui auguro di essere letto ed assorbito. Ti saluto con le parole di Blaise de Vigenère che nel suo “Trattato del fuoco e del sale” scrisse: “Cos’è il sale? Si chiese uno dei filosofi chimici. Una terra arsa e bruciata, e un’acqua congelata dal calore del fuoco potenziale racchiusovi. Il fuoco d’altro canto è l’operatore di quaggiù nelle opere d’arte, come il sole o fuoco celeste è in quelle della natura.”

 

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http://nulladie.com/it/catalogo/549-emanuele-martinuzzi-l-idioma-del-sale--591.html

 

FONTE

https://oubliettemagazine.com/2022/05/18/intervista-di-alessia-mocci-ad-emanuele-martinuzzi-vi-presentiamo-lidioma-del-sale/

Alessia Mocci intervista Sergio Messere: ecco la raccolta Fibre di possibilità


 

“Considero la poesia non propriamente una forma d’arte, quanto una “proto-arte”, in quanto è un qualcosa di profondamente viscerale che si origina nell’Uomo prima della nascita della scrittura e del linguaggio stesso. Cosa è scattato nel primo Uomo che ha sentito l’esigenza di commemorare i propri cari?” – Sergio Messere

Domandarsi sull’origine, sia del pianeta Terra che ci ospita sia della nascita dell’esigenza di commemorare i propri cari, è un atteggiamento nobile con il quale condurre la propria esistenza. Nobile ed inevitabile perché le domande avvengono, accadono e se si sceglie di non ascoltarle, queste riemergono come ostinati semi che, con il germoglio, tendono verso la luce.

“Fibre di possibilità”, edito da LFA Publisher nel 2021, è suddiviso in sette capitoli che principiano con una tela od uno schizzo dell’artista Pietro Tavani. L’autore, Sergio Messere, diplomato in elettronica industriale lavora dal 1991 come tecnico di settore in un centro di coordinamento e supervisione di reti Mediaset ed altre emittenti private. Appassionato lettore di romanzi classici, paranormale e fantascienza, pratica running e si diletta in cucina.

Ha esordito nel 2013 con il romanzo “Generazione oltre la linea” (Prospettiva Editrice), alcune poesie sono state pubblicate su antologie quali “Forme liquide” e “I glocalizzati” (deComporre Edizioni 2014); il racconto “Lo Scrigno di Santa Rosa” nell’antologia “Tardomoderno immaginario” (Limina Mentis 2015). Nel 2015 ha vinto la sezione di poesia della prima edizione del contest “Radici, impulso e rivoluzione” con l’opera “Il manifesto dell’iconoclastia”.

Sergio Messere si è mostrato molto disponibile nel rispondere a qualche domanda sulla sua silloge “Fibre di possibilità” così da sviscerare il suo mondo poetico. Si augura buona lettura!

 

A.M.: Ciao Sergio, ti ringrazio per il tempo che hai voluto dedicarmi, sono lieta di poter presentare ai lettori la tua nuova pubblicazione “Fibre di possibilità”. Il tuo esordio in editoria è stato nel 2013 con il romanzo distopico “Generazione oltre la linea” edito da Prospettiva Editrice, ci puoi brevemente racconta la trama?

Sergio Messere: Buongiorno a tutti. Nel romanzo che hai citato, narro l’esperienza a dir poco stravagante di un gruppo di diciotto ragazzi nell’anno 2040, nell’immaginaria metropoli di Sìagora, sui lidi dell’Alto Lazio. Qui, un misterioso uomo navigato di nome Gabriel, di origine armena, tiene una sorta di scuola di vita chiamata “Istituto del pieno sviluppo delle risorse di gioventù”. Saranno giorni molto intensi: amore, amicizie, ma anche alleanze e scontri duri; esperienze di tornei sportivi, dibattiti e altre esperienze borderline che non voglio svelare. Qual è il vero obiettivo di questo ambiguo maestro?

 

A.M.: Quando è nata in te la necessità di scrivere in versi? Romanzo e poesia sono andati all’unisono oppure ci sono stati momenti in cui hai scritto solo in versi?

Sergio Messere: Ho iniziato da piccolo scrivendo brevi storie. Successivamente, a partire dai vent’anni, ho iniziato a comporre istintivamente poesie. Dopo diversi lustri, sono riuscito a completare il romanzo “Generazione oltre la linea”: un lavoro, vi assicuro, che mi ha assorbito non poche energie, essendo maniacale e dovendo documentarmi sulle materie più disparate e approfondire svariati personaggi caratterizzati. Del resto, un romanzo corale nasconde sempre molte insidie, rischiando di seminare confusione nella testa del lettore.

Ritornando alla poesia, in “Fibre di Possibilità” sono confluiti tutti i versi di un trentennio; quelli che non ho inserito è perché sono stati stracciati nel tempo. Come hai già evidenziato nella tua analisi, sono contenute poesie eterogenee, le condizioni di fasi di vita così lontane si sono riflesse giocoforza nelle pagine assai diverse per l’ispirazione stessa, i contenuti e lo stile. Considero la poesia non propriamente una forma d’arte, quanto una “proto-arte”, in quanto è un qualcosa di profondamente viscerale che si origina nell’Uomo prima della nascita della scrittura e del linguaggio stesso. Cosa è scattato nel primo Uomo che ha sentito l’esigenza di commemorare i propri cari? E perché, a un certo punto, si è iniziato a rappresentare le scene di vita quotidiana – come la caccia e altro – sulle pareti di grotte? Per non parlare delle prime forme di religione, in cui si veneravano le potenze primordiali della Natura.

C’era già tutto in noi, doveva solamente – come ricorda Telmo Pievani – scattare l’innesto giusto per il decollo dell’intelligenza e della stessa civiltà umana. Mulina a intermittenza un pensiero che mi fa venire i brividi: “C’è stato un momento in cui eravamo grandi e noi non lo sapevamo.”

Riguardo al titolo, il passato, il presente e il futuro – come ci insegna la fisica quantistica con il concetto di entanglement; le correlazioni fra gli astri, le specie, i popoli e gli individui stessi, sino alle particelle subatomiche, orbene, per me ogni cosa è intimamente collegata al Tutto, a una ipotetica intricata e sterminata “rete di possibilità”…

 

A.M.: Nel capitolo Vibrazioni troviamo la lirica “A Laura”, nome che riporta alla memoria un personaggio di Generazione oltre la linea, una ragazza che il protagonista Dani incontrerà in un ottobre del 2040.

Sergio Messere: Parto da lontano e farò una sintesi. All’incirca quando avevo venti anni, durante il servizio militare, una figura di donna si impossessò a poco a poco della mia mente. Quando iniziai a “fantasticare” nel parlare con lei, già di fatto il volto e quelle sembianze mi erano dinnanzi in ogni dettaglio: viso tondo, occhi grandi e lineamenti regolari, capelli quasi neri raccolti a cipolla; idem per la corporatura rotonda ma non molliccia. In seguito, negli anni, si delineò il quadro che era una studentessa di medicina, molto preparata e scrupolosa, e, a un certo punto, ne erano sempre più chiari le movenze e i gesti peculiari. L’ho sempre considerata mia coetanea e profondamente intelligente e seria. Negli anni, in ogni momento di difficoltà/spaesamento (sono estremamente fragile, o meglio, per metà forte e per metà fragile), mi sono rivolto a Lei – o è apparsa spontaneamente Lei, fate vobis. Insomma, quando posso mi ci aggrappo moralmente in modo spudorato! Mi conforta senza se e senza ma: una presenza discreta, assolutamente non carnale, del tutto coerente.

E non a caso le ho trovato un posticino di assoluto primo piano nel mio romanzo, dove però si presenta in una veste differente: austera, a tratti acida con la voce narrante Dani, e distante dalla Laura spirituale della mia realtà, in cui è assurta a tutti gli effetti a una figura di spirito-guida. Nei miei viaggi mentali, non ho ancora capito che specializzazione di Medicina stia frequentando, né sono riuscito mai a incontrarla nei sogni notturni, nonostante i bizzarri propositi e desideri…

 

A.M.: Nel capitolo Scorci leggiamo nella poesia “1980”: “[…] … i tempi/ dell’adolescenza/ alla scuola media:/ i primi brividi soffusi/ alla vista/ di seni acerbi/ in espansione/ per una risata/ o per un saltello;/ e le battaglie/ a “pallaguerra”/ nel cortile grigio/ tra occhi obliqui/ e figure flessuose.// […]”. L’Io racconta della giovinezza ai tempi della scuola media descrivendo dei “giovani felici/ ma ignari”. Ci vuoi raccontare la genesi di questi versi?

Sergio Messere: Una poesia del ciclo luminoso, realismo puro. Un affresco e al tempo stesso è un omaggio agli anni Ottanta, che considero, al pari dei Sessanta e Settanta, un decennio meraviglioso e pullulante di fermenti, gioia di vivere, condivisione, spensieratezza, innovazioni continue. Una poesia che è lo scrigno dei ricordi della mia giovinezza, dai giochi di cortile alle escursioni con gli scout, dai primi sussulti delle Medie alle giornate sui banchi dell’istituto industriale. Ricordi indelebili che mi tormentano, che sprigionano una nostalgia all’ennesima potenza, perché custodi di un qualcosa che non potrà più tornare – anche se è giusto così. Tuttavia è troppo più forte di noi: abbiamo sempre bisogno di ritornare ai nostri anni verdi, di cui – curioso a dirlo – serbiamo un ricordo più nitido, in genere, delle esperienze positive. Riguardo questa nostalgia, quando rivedo in particolare una vecchia foto di una giornata in classe (l'ho già postata su Facebook) una certa commozione mi pervade: un po' come Odisseo quando sente narrare le sue (loro gesta) contro Ilio molti anni dopo.

Discorso a parte merita la dedica di 1980 al mio compagno dell’Industriale. Un amico speciale e sensibile che ha interrotto il proprio viaggio anzitempo.

 

A.M.: L’ultimo capitolo di “Fibre di possibilità” è intitolato Psicoalchimie e coni d’ombra, troviamo qui “Il ministro dell’Ordine” nella quale scrivi: “[…] Mi avvicino./ Una colonna azzurra/ mi aspira./ Rifulgono e mi chiamano/ magnetici/ i tuoi globi algidi,/ errante siderea;/ cedo alle tue lusinghe…/ le tue voluttuose tenaglie/ mi serrano…/ o NO!/ Necessito solo/ di Ordine.// […]”. Che significato dai alla parola “psicoalchimia”? Ed in che cosa consiste l’Ordine?

Sergio Messere: Per “psicoalchimie” mi riferisco alle “variazioni di stato” all’interno del teatro della nostra mente (prendendo spunto grossolanamente dagli alchimisti medioevali che sostenevano di trasmutare alcuni metalli in oro). Per le “variazioni di stato” mi sono ispirato agli insegnamenti del maestro Gurdjieff (si rimanda la lettura ammaliante di “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”, del discepolo Petr Uspenskij).

Secondo il suo pensiero, sussistono sette livelli di crescita dell’essere umano: dall’Uomo n° 1 che è quello più comune e vive prevalentemente nella materia, si passa poi al n°2 (tipo emozionale), al 3 (intellettuale), quindi il 4 (gli yogi e i mistici sufi), il 5 (l’Uomo della consapevolezza, seppure non costante), il 6 (Uomo che è riuscito a raggiungere il suo centro), sino ad arrivare al rarissimo Uomo n° 7 (Buddha). Occupandosi l’ultimo capitolo di esperienze al di fuori dell’ordinario, mi riferisco a “coni d’ombra” in quanto ci si viene proprio a trovare in una zona grigia della coscienza, protesi verso una dimensione separata dalla nostra, una dimensione altra.

Nella poesia in questione, il protagonista si viene a trovare in un bizzarro caso di abduction e, l’intimo contatto con l’“errante siderea”, indubbiamente traumatico, lo porta a essere manipolato in quegli istanti, da qui la sua dipendenza assoluta e necessità di Ordine, ovverosia la sottomissione a un nuovo codice etico e il raggiungimento di una condizione di coscienza alterata, non umana, presumibilmente superiore. 

 

A.M.: Sono svariate le liriche in cui tratti della molteplicità del tema amoroso, come se esistessero varie forme d’amore. Puoi farci qualche esempio?

Sergio Messere: L’amore è un qualcosa di potentemente complesso, molteplice, molto più di un sentimento come l’odio. Quando ci riferiamo all’amore che abbiamo provato o proviamo tuttora verso un altro essere, cosa s’intende precisamente? Siamo in grado con un semplice termine di racchiudere questo microuniverso?

Ecco quindi la genesi di versi variegati: si passa dall’amore spirituale verso Laura a quello sofferto e quotidiano di Nervi di nylon; dall’amore che ci sussurra i misteri d’Oriente di Zeila o sconfina nella dimensione subatomica di Colata, a quello leggero, inebriato dai vapori del “santo mosto” di Melodie di ottobre; dalla forma senza regole e senza un domani di Anarchia d’amore a quella consistente e rassicurante di A casa, Simbiosi, La tua voce, Ritorno e Amicizia.

E poi ancora, il tema amoroso ecumenico, universale, verso il mondo dei versi di Espansione, Scintilla e Vitae; il tema di stampo fiabesco del Mondo nuovo e, all’opposto, la forma animalesca e conflittuale di Amore barbaro; la forma caotica, collettiva, degenerata e sintetica di Hypnotica.

Infine, una menzione speciale a due poesie a cui sono particolarmente affezionato: Idea e Lo scivolo della mente. Nella prima, siamo al cospetto di un amore potente, siderale, oscuro – che slitta da una prospettiva all’altra – paragonato ora a una “schiera di angeli su destrieri”, ora a una costellazione poco visibile (Macchina pneumatica), ora a un viaggio da pendolare in metropolitana, ora al trionfante epilogo onnivoro di un buco nero. Nella seconda, impera la forma prettamente cerebrale, dove a poco a poco, scivolando “sulle pareti di un cono rovesciato”, si perviene all’utopia che vede due menti fondersi in una.

 

A.M.: Sabato 21 maggio sarai ospite presso lo stand di LFA Publisher al Salone del Libro di Torino dalle 16:00 alle 17:00. Che cosa ti aspetti da questa partecipazione?

Sergio Messere: Non penso al numero di copie vendute e firmate, nel senso che per me questo deve essere nient’altro che un “effetto collaterale”. Vorrei semplicemente godermi quelle giornate col massimo della vitalità, parlare con chiunque, dagli addetti ai lavori ai semplici passanti che si avvicinano curiosi ai libri sui tavoli, gustarmi un cappuccino con una brioche iperfarcita in compagnia, guardare negli occhi i malcapitati che mi chiedono una firma per la silloge. Insomma, il solito Sergio. Però posso anticiparvi che, qualche giorno prima, il 19 maggio alle 10:40 sarò ospite nel programma letterario di Radio Dora.

A distanza di otto anni dalla mia prima apparizione al Salone, vorrei ringraziare, per l’opportunità avuta, l’editore Lello Lucignano della LFA Publisher e tutto il nutrito staff che, giorno dopo giorno, ci mettono passione e qualità in questo lavoro-vocazione. Mi piace pensare all’editoria come una vera e propria “Officina del libro”.

 

A.M.: Oltre al Salone del Libro hai già organizzato altre presentazioni del libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Sergio Messere: A breve organizzerò, con l’ausilio di Serena Piergotti, un evento di letture della silloge presso la nuova biblioteca del comune dove vivo, Fonte Nuova. Questo reading poetico è stato inserito nel maggio dei libri 2022. Ne darò comunicazione su Facebook e sugli altri social, come anche per i futuri eventi letterari, compresa la partecipazione alla Fiera del Libro di Roma a dicembre.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Sergio Messere: Avendo già accennato all’inizio ad un maestro armeno, come non concludere con un pensiero di Georges Ivanovič Gurdjieff?

“L’illusione suprema dell’uomo è la sua convinzione di poter fare. Tutti pensano di poter fare, ma nessuno fa niente. Tutto accade.”

Grazie, Alessia, per la disponibilità e un salutone a tutti i divoratori di libri! Spero di vedervi numerosi e schizzati al Salone di Torino.

 

A.M.: Sergio, ti ringrazio per come hai affrontato questa intervista, sei riuscito a citare svariate tue liriche donandoti completamente al lettore che, penso, gradirà. In chiusura seguo la tua scia e cito Jeanne de Salzmann, allieva di Gurdjieff: “Cercate per un momento di accettare l’idea che non siete quello che credete di essere,/ che vi stimate troppo, dunque che mentite a voi stessi./ Che vi mentite sempre, ogni momento, tutto il giorno, tutta la vita./ Che la menzogna vi governa a tal punto da non poterla controllare./ Siete preda della menzogna./ […]”

 

Written by Alessia Mocci

 

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https://www.mondadoristore.it/Fibre-di-possibilita-Sergio-Messere/eai978883343383/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/05/11/intervista-di-alessia-mocci-a-sergio-messere-vi-presentiamo-fibre-di-possibilita/

 

 

 

Alessia Mocci intervista Alessandro Cortese: ecco il romanzo La mafia nello zaino

 


“Ricordo che ero davanti la tivvù e che d’un tratto si interruppero le trasmissioni su tutti i canali. Ricordo la cronaca. Le scene dei film di guerra che erano però verità e non finzione. Io di quel pomeriggio mi ricordo tutto e lo conservo gelosamente… perché quell’evento ha contribuito a farmi diventare la persona che sono e io amo moltissimo la persona che sono. Se avessi mai scritto un romanzo sulla Sicilia, inevitabilmente, avrei dovuto raccontare dell’omicidio di Paolo Borsellino.” – Alessandro Cortese

Un palazzo della memoria, le fondamenta de “La mafia nello zaino” sono i ricordi personali dello scrittore siciliano Alessandro Cortese (Messina, 1980).

Edito nel 2022 da Il ramo e la foglia edizioni con copertina dell’artista palermitano Giulio Rincione, “La mafia nello zaino” è un romanzo che s’addentra nella buia realtà della Sicilia, quella menzionata nel titolo: la mafia.

Con la voce e le aspettative di un ragazzino di appena dieci anni, Alessandro Cortese amalgama ricordi della propria infanzia all’invenzione letteraria per ricordare persone uccise in modo atroce come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, padre Pino Puglisi, ed il ladro Nino Sboto.

“La mafia nello zaino” è la storia di un bimbo, di un nano e di un assassino: ogni personaggio recita al meglio la sua parte cercando di assecondare il Fato.

Alessandro Cortese si è mostrato molto disponibile nel rispondere ad alcune domande non solo inerenti alla sua pubblicazione ma anche sulla sua vita e sulle sue esperienze. Buona lettura!

 

A.M.: Salve Alessandro sono trascorsi otto anni dalla pubblicazione del romanzo storico “Polimnia” e devo ammettere che mi hai sorpresa con “La mafia nello zaino” perché dai toni aulici sei passato al colloquiale e regionale siciliano di un picciruddu di dieci anni. Che cosa è avvenuto in questi anni di silenzio editoriale?

Alessandro Cortese: Ciao Alessia, risponderei volentieri che sono andato a letto presto, ma non sarebbe nulla di più falso… ho perso il conto delle ore di sonno non goduto negli ultimi anni: non sono una persona che rimane ferma, piuttosto ho quell’inquietudine che mi spinge a fare. Così fino al 2017 ho scritto… ho portato avanti molti altri lavori letterari, soprattutto di notte e di mattina presto, nelle ore che non dedicavo al lavoro retribuito, e per me scrivere è sempre stata una forma di autoanalisi o, se preferisci, è sempre stato lavorare su me stesso. Dopo ho effettivamente smesso di farlo… “La mafia nello zaino” è un romanzo del 2015 e a rivederlo oggi, che se ne va per la sua strada, mi sembra una vita fa. Oggi rimango circondato da appunti su storie lasciate incompiute che, mi piace pensare, prima o poi concluderò. E mi capita di riflettere sul fatto di non aver più scritto… magari ho semplicemente raggiunto un equilibrio che prima non avevo e, senza una ricerca personale, anche le mie storie sembrerebbero prive di forza.

Tu lo sai, le mie storie hanno sempre vissuto di una forza incredibile. Con quella forza Lucifero si è ribellato contro il regime, in Eden, e si è rialzato dal fondo del baratro, in Ad Lucem. Con quella stessa forza, Leonida e i suoi spartani, insieme ai greci, hanno resistito alle cariche dell’invasore persiano in Polimnia. Poi quella forza l’ho data alla curiosità di un picciriddu, piccolo ma grande, per provare a capire cos’è la mafia, ed è vero che il mio registro stilistico è cambiato completamente: Eden, Ad Lucem e Polimnia lavorano sul mito e il mito pretende epicità… e non saprei essere epico senza essere aulico.

Ne “La mafia nello zaino” racconto una storia inventata usando elementi autobiografici… inutile dirti che un picciriddu siciliano bravo a passare da un’avventura all’altra restando per strada non parla in modo aulico ma, piuttosto, è già tanto che usi un po’ di italiano in mezzo a tutto quel siciliano.

Aggiungo che ho sempre saputo scegliere i registri nelle mie narrazioni e in realtà non per merito mio: sono sempre stati i personaggi delle mie storie che, venuti a trovarmi, hanno sempre parlato in un certo modo. Io li ho semplicemente ascoltati. 

 

A.M.: La copertina del romanzo è stata curata dall’artista palermitano Giulio Rincione, un’illustrazione che riporta in modo preciso alcuni dettagli importanti, come ad esempio la presenza delle duemila lire nella tasca dei pantaloni del picciriddu ed i fumi neri che traboccano dalle torri cilindriche della raffineria. Come hai conosciuto Giulio?

Alessandro Cortese: Hai presente quando immagini le cose? Se hai un’immaginazione come si deve, capita che quanto hai immaginato tu ce l’abbia davanti agli occhi, come fosse qualcosa di concreto.

Io ho sempre avuto le idee chiare, su cosa ci dovesse essere sulla copertina dei miei libri, e così è stato anche per “La mafia nello zaino”. Sapevo che poteva funzionare soltanto un’immagine che fosse cartoonesca ma non troppo, seria ma non troppo, e ho pensato ci fosse una persona soltanto capace di realizzarla, un artista che è stato la mia unica scelta e l’unico che ho contattato: Giulio Rincione.

Giulio è uno degli illustratori più importanti del mondo, ha uno stile assolutamente unico e, soprattutto, è siciliano. Potrà anche sembrare campanilismo, il mio, ma non lo è: certe cose nel mio romanzo potevano essere veramente colte soltanto da un siciliano… e questo dissi a Giulio, quando lo contattai. Gli dissi che ero convinto che solo un altro siciliano avrebbe saputo raccontare il mio romanzo con un’immagine e basta. E così è stato: nessuna prova, nessun bozzetto. Giulio ha letto il libro e ha illustrato la copertina perfetta.

La sua copertina sarà, probabilmente, uno dei motivi che mi faranno gioire sempre dell’idea di essere tornato nel mondo letterario, dopo averlo abbandonato. Basta guardarla per capire quanti dettagli trovino posto perfettamente all’interno della cornice: le due mila lire in tasca al picciriddu, ad esempio, che vengono rubate dalla borsa di Raffaella all’inizio del romanzo, o la raffineria sullo sfondo del teatrino dell’Opera dei Pupi. Nessuno ha suggerito a Giulio cosa disegnare, è tutto frutto della sua visione artistica… ma se avessi suggerito qualcosa, gli avrei chiesto di mettere in copertina la raffineria: la Sicilia ha sofferto, e soffre, per la presenza dei molti petrolchimici che ne hanno devastato tanto il territorio quanto la salute pubblica; nella Valle del Mela, dove si erge il “mostro”, la raffineria di Milazzo, ci sono zone limitrofe in cui ogni famiglia ha un malato di tumore in casa, eppure è tutto normale, sia per lo Stato che per le autorità ambientali; vivere in Sicilia significa anche questo: si baratta la propria salute pur di avere in cambio uno stipendio sicuro.  

 

A.M.: “La mafia nello zaino” è un romanzo di finzione letteraria che riconduce ad eventi accaduti nella realtà, uno di questi è centrale nel libro e nella vita del protagonista, cioè la presenza del giudice Falco Di Giovanni e del suo collega Paolo, esempi di persone oneste che cercano non solo di aiutare a ristabilire una sorta di ordine ma anche di tagliare i fili del “puparo” che manipola i cittadini come se fossero marionette. Era tua intenzione palesare l’omaggio a Paolo Borsellino e Giovanni Falcone perché sin da subito li hai presentati come tali, dunque, ti chiedo perché un siciliano di Messina sente il dovere di ricordare episodi accaduti nel 1992?

Alessandro Cortese: Ho scritto “Il bimbo, il nano e l’assassino” (inizialmente il titolo era questo, “La mafia nello zaino” è stata una fortunata intuizione dei miei editori, Giuliano Brenna e Roberto Maggiani de Il Ramo & e la Foglia, NdA) nel 2015, di getto. In 5 mesi. Per me era un periodo particolare… a tutti gli isolani, andati via dall’Isola, succede che a un certo punto della vita si voglia tornare a casa. È il richiamo della terra ed è il richiamo del sangue o, se preferisci, è il canto della sirena. Davvero ho pensato di tornare a casa, nel 2015… ma chi va via non può più tornare. Non davvero. Ho quindi voluto farlo ma non fisicamente, l’ho fatto in modo a me più congeniale, costruendo un palazzo della memoria.

Nel mio palazzo della memoria, il paese è diventato simbolo dell’intera regione: la Sicilia inizia quando entri in paese e uscire dal paese significa uscire dalla Sicilia. Ho usato precisi riferimenti geografici non badando al fatto che non fossero poi corretti nel contesto locale, perché a me interessava costruire una Sicilia fatta di ricordi. Sono gli splendidi ricordi di quando ero un ragazzino che correva, con gli amici, in BMX rossa ogni pomeriggio. Sono i ricordi che mi porterò fino a quando sarò vecchio, perché mi ricordo ogni minuto di quei pomeriggi e ogni avventura vissuta in posti che, in Sicilia, sono esattamente uguali e come erano più di trent’anni fa, quand’ero quel bambino.

Ho smesso di essere quel bambino quando uccisero Paolo Borsellino: l’omicidio di Falcone fu per me più distante… mi giunse la notizia ma non vidi servizi ai telegiornali, fu come se mi avessero riferito la cosa ma non ci rimasi davvero a pensar su.

Per Borsellino fu diverso. Ricordo che ero davanti la tivvù e che d’un tratto si interruppero le trasmissioni su tutti i canali. Ricordo la cronaca. Le scene dei film di guerra che erano però verità e non finzione. Io di quel pomeriggio mi ricordo tutto e lo conservo gelosamente… perché quell’evento ha contribuito a farmi diventare la persona che sono e io amo moltissimo la persona che sono. Se avessi mai scritto un romanzo sulla Sicilia, inevitabilmente, avrei dovuto raccontare dell’omicidio di Paolo Borsellino.

 

A.M.: “«La mafia?» lo sentii ripetere. «E che è?». […] «Persone» gli risposi. «Che fanno cose cattive». […] «Ma chi t’ha insegnato questa parola?» volle sapere mia madre […] «Il giornale. L’ho letta». […] «E sai perché non hai visto la mafia?». […] «Perché la mafia è come Colapesce. È una leggenda che si sono inventati in televisione, per raccontare qualcosa ai vecchi che non lavorano più e restano a casa tutto il giorno. I vecchi guardano i telegiornali, che gli raccontano qualcosa vera e qualcosa no. La mafia non è vera».” Il nostro piccolo eroe, il picciriddu, è incuriosito da questa entità – la mafia – di cui in paese non si vuole parlare; l’argomento diventa appassionate e si rivolge ai genitori la cui risposta lo lascia ancora più disorientato. Ritengo che questo breve dialogo sia come il taglio dell’occhio nel film di Luis Buñuel, una cesura netta con il passato che apre al caos. Quand’è stata la prima volta che hai sentito la parola “mafia”? Hai usato elementi autobiografici per scrivere il dialogo sopracitato?

Alessandro Cortese: Non saprei dire quando ho sentito per la prima volta la parola “mafia”… probabilmente a scuola, o da qualche adulto che ne parlava, magari da qualcuno che voleva fare una battuta o in televisione, visto che quand’ero bimbo andava sulla Rai la fiction de “La Piovra”. Sinceramente non saprei dire, con certezza, quando ho sentito per la prima volta questa parola. Mentre posso dire con certezza, invece, che quel dialogo sulla mafia tra il mio picciriddu e i suoi genitori sia uno degli eventi incredibili che la scrittura sa regalare: sono sempre rimasto convinto che, quando inizio a scrivere di loro, i miei personaggi vivano di vita propria; dire che io non gli ho mai messo in bocca le parole che dicono può sembrare inverosimile, ma davvero io resto in ascolto di ciò che hanno da dire… la sensazione che ho spesso provato è di scrivere sotto dettatura, facendo attenzione a cogliere ogni parola, un po’ come mi capitava all’università quando prendevo appunti a lezione, solo che ascolto gente che non esiste davvero, non in questo mondo almeno.

Ma per quanto quel dialogo non sia autobiografico, sono moltissimi gli elementi che lo sono invece… Giulio il ladro, il ragazzo ucciso all’inizio del mio libro, è in realtà Nino Sboto e davvero a lui hanno tagliato le mani perché rubava; allo stesso modo, la scena dell’omicidio fuori dalla sala giochi è il racconto esatto di quanto successe quel pomeriggio, io stavo giocando ai videogames e ammazzarono a colpi di pistola un tizio a 50 metri di distanza.

Come dicevo, questo mio romanzo è un palazzo della memoria e le fondamenta di questo edificio sono i ricordi personali che probabilmente non potrò mai dimenticare, per il carico emotivo che sono stati capaci di concentrare. Il resto è il racconto di personaggi nati tra quei ricordi, che usano alcune cose del mio passato per dire al lettore di loro.

 

A.M.: “«Ma non è colpa mia!» iniziai a pigghiari p’avanti per non restare indietro. «La mafia m’ha fatto venire questi dubbi!». E quando pronunciai la parola mafia, l’espressione di padre Pippo tornò uguale a quella che gli avevo visto fare davanti all’avvocato Cantarò coperto dal lenzuolo, quindi prese una sedia e s’assittò, come se le gambe gli fossero invecchiate di colpo e non ce la facesse a reggersi.” Padre Pippo è accostabile a Falcone ed a Borsellino come personaggio positivo ma non solo perché, anche in questo caso, ci troviamo davanti ad un caso di cronaca bensì perché anche se il suo “mestiere” lo inserisce nei “segreti di mafia” si adopera per aiutare i giovani togliendoli dalla strada. Uno dei personaggi “negativi” che instaurerà un rapporto con il picciruddu è presente anche nel sottotitolo del libro: il nano e più precisamente “Antonio Izzo ’ngiuriatu Ninu u nanu”. Anche il nano proviene dalla realtà? 

Alessandro Cortese: Padre Pippo è il mio ricordo di padre Pino Puglisi. Io vengo da una realtà cittadina nella quale i Salesiani rappresentavano, per noi bambini, il posto in cui crescere lontani dalla strada. Ai Salesiani ho giocato a pallone e pure a scacchi, ho mangiato qualche buon gelato, ho conosciuto gente che mi ha insegnato come ascoltare la musica che mi avrebbe fatto compagnia per il resto della vita, ho litigato con altri ragazzi, fatto la corte a qualche ragazza, pregato e bestemmiato. Per me i Salesiani hanno rappresentato esperienza di crescita da ogni punto di vista, e i preti dei Salesiani mi hanno dato altrettanto.

Quando padre Puglisi fu ucciso, ricordo che pensai nessuno potesse salvarsi da un proiettile, neppure uomini che hanno il favore di Dio. Ma pensai pure che a morire non fosse solo un prete, che non si fosse sparato solo a una persona… era come se avessero sparato allo spirito dei Salesiani e al loro essere alternativa alla strada.

I Salesiani del mio paese non hanno salvato tutti ma hanno salvato molti, esattamente come fece padre Puglisi a Palermo. Celebrare padre Pino Puglisi, nel mio romanzo, significava per me fare un omaggio a quel senso di protezione che i Salesiani hanno sempre saputo darmi.

Non è ispirato a nessun personaggio reale, invece, Ninu u nanu, il boss mafioso con cui il mio picciriddu si misura per tre volte nella storia: la prima volta è “iniziazione”, la seconda è “consapevolezza” e la terza è il “finale”, quindi il viaggio di crescita del mio piccolo eroe passa tutto attraverso il nano che, simbolicamente, è la mafia. La mafia può essere una persona minuscola, nella realtà, ma quella persona minuscola può diventare un gigante, quando accresciuta dal potere che riceve. Io sono fissato con il simbolismo, ‘ché tutto è simbolo me lo ha insegnato Carl Gustav Jung e, se ti fermi a guardare, i simboli ti circondano… non so scrivere senza usare i simboli e anche “La mafia nello zaino” è un romanzo mio, da questo punto di vista.

 

A.M.: Il romanzo è anche un inno alla Sicilia da parte di un siciliano che da più di vent’anni vive e lavora nella penisola; durante la lettura oltre a scoprire chi è l’assassino vengono raccontati miti come il già citato Colapesce, Scilla e Cariddi prorompono nell’immaginazione del bambino che gira festosamente nelle strade del paese con la bicicletta. Vengono descritte le Eolie, lo Stretto di Messina, il bellissimo promontorio costiero di Tindari, i campi pieni di fiori, il teatro dell’Opera dei Pupi, l’odore di fritto della vostra cucina tipica. Forse questa non è una domanda ma un complimento perché chi – come me – ha avuto modo di visitare Milazzo per i riferimenti geografici (ma il ragionamento vale per qualsiasi luogo dell’isola se si prendono in considerazione altri elementi del libro) viene catapultato negli occhi del picciriddu che guarda l’arcipelago o verso ovest “il verde delle colline […] l’azzurro cristallino […] con sullo sfondo il promontorio di Tindari e il grande santuario della Madonna Nera”.

Alessandro Cortese: Per un isolano, l’Isola sarà sempre casa. E per un isolano non c’è forse rimpianto, e colpa, più grande di aver lasciato l’Isola. Nel corso degli anni, qualcuno mi ha rimproverato di essere andato via dall’Isola, di non aver dato all’Isola quel che ho dato altrove, di non aver provato a restare con maggiore determinazione. Chi mi rimprovera sembra dimenticare che io, per laurearmi, ho fatto ogni genere di lavoro sottopagato mi si presentasse e, da laureato, poi mi proposero di lavorare, gratis e per due anni, in un laboratorio per “imparare il mestiere”. In pochi sanno che io, oggi, sono tra gli insegnanti più famosi d’Italia, grazie alla mia attività online di insegnamento, e che la stessa attività proposi di farla a siciliani magicamente spariti quando si sarebbe dovuto parlare di compenso.

A me la Sicilia ha insegnato tanto e tolto molto più di quanto mi abbia dato: ha tolto il lavoro a mio padre e sono cresciuto in mezzo a mille difficoltà, ad esempio, e mi ha anche quasi ucciso, quando a 17 anni sono stato pestato a sangue da parte di un gruppo di una decina di ragazzi, al centro della piazza del mio paese e sotto gli occhi di amici che non hanno mosso un dito. Me ne sono andato con piacere e lo rifarei ogni giorno. Ma nonostante tutto la Sicilia è dove sono nato, dove sono cresciuto, dove ho imparato e dove sono diventato io. Amo la Sicilia tanto quanto profondamente la odio… e credo che in questo romanzo siano perfettamente bilanciati l’odio e l’amore che io provo per casa mia.

Non avrei voluto nascere da nessun’altra parte e non avrei voluto fare esperienze diverse da quelle che la Sicilia mi ha permesso di fare. La amerò sempre e per sempre l’avrò nel cuore… ma non ci tornerei mai.  

 

A.M.: In chiusura una domanda leggera: hai intenzione di organizzare delle presentazioni del libro in Sicilia?

Alessandro Cortese: Ogni libro che ho pubblicato ha avuto una o due presentazioni in Sicilia, mi sembrerebbe assurdo non farne adesso che ho scritto un libro sulla Sicilia. Le farò e so che, come sempre accaduto anche in passato, saranno occasione per rivedere vecchi amici e per fare nuove amicizie. Ora ne ho in programma una nella mia città, Barcellona Pozzo di Gotto, e un’altra a Messina, ne farò una a Montesilvano dove vivo in Abruzzo e forse ne farò una a Roma, città dei miei editori, e a Milano, dove sono nato editorialmente grazie a Eden e ArpaNet.

Dopo tanti anni, addirittura otto, tornare in libreria a presentare un mio romanzo non so cosa possa significare per me… un po’ mi spaventa, non lo nego, perché non so se sono ancora capace di farlo. Non ho più le energie di un tempo, non ho neanche la voglia di un tempo, ma mi è sempre piaciuto mettermi e rimettermi in gioco, e scrivere per me è sempre stato un gioco meraviglioso. Vediamo come andrà.

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Alessandro Cortese: Beh, mi sembra obbligato citare uno scrittore siciliano e il suo omaggio ai palazzi della memoria: “Penso che se uno potesse correre più presto della luce e sopravanzarla e fermarsi ad aspettarla in qualche stazione di stella, vedrebbe replicarsi per intero tutto il rotolo del passato”. È Gesualdo Bufalino che, con la sua “Diceria dell’Untore”, mi ha insegnato che gli scrittori sanno anche andare più veloce della luce.

 

A.M.: Alessandro ti ringrazio per il tempo che hai dedicato all’intervista, ti ringrazio per la sincerità che ogni volta dimostri e questo non è mai scontato. Ti seguo nella scelta di un siciliano e cito lo scrittore di Girgenti Luigi Pirandello: “Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!”

 

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

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Leggi una recensione de “La mafia nello zaino”

https://oubliettemagazine.com/2022/02/06/la-mafia-nello-zaino-di-alessandro-cortese-un-omaggio-a-giovanni-falcone-e-paolo-borsellino/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/04/19/intervista-di-alessia-mocci-ad-alessandro-cortese-vi-presentiamo-la-mafia-nello-zaino/

 

Alessia Mocci intervista Teresa Stringa: ecco la silloge poetica Pensieri

 


“Quel tempo furioso/ mi vide distratta./ Il futuro era solo un profumo,/ e fremeva la vita/ che il mio sguardo/ non poteva fermare./ Poi arrivò lei/ impetuosa avversaria,/ schiacciava il volere/ e ogni azione fermò./ Così, dall’anima nuda/ ogni cosa riappare:/ tutti i miei ieri ritornano veri:/ sono inerme e sorpresa/ dello sbadato vissuto./ […]” – dalla lirica “Risveglio”

“Pensieri” è una raccolta poetica edita nel 2021 dalla casa editrice Tomarchio Editore.

L’autrice, Teresa Stringa, è nata nel 1960 e fin da piccola, sia per dote innata sia per influsso degli amati genitori (il padre pittore e la madre amante della poesia e delle lettere), ha manifestato attitudini di estrema sensibilità nella scrittura in ogni sua forma. Apprezzare la bellezza divenne uno stile di vita che ha portato avanti nonostante gli studi tecnici.

“Pensieri” è frutto di riflessioni sul buono della vita ma anche su quelle situazioni difficili a cui siamo chiamati a rispondere: una malattia improvvisa che ostacola il futuro immaginato, la morte di una persona amata che trafigge di dolore le giornate.

Il ricordo interviene per sanare la perdita come ringraziamento di ciò che si è potuto vivere. Così la poesia, come la memoria di un pomeriggio d’estate, elude spazio e tempo e trasporta tutti i suoi amanti altrove.

“[…] Lo specchio di oggi/ ogni cosa rivela:/ i capelli di cenere/ e la bocca già triste./ Eppur mi stupisce/ l’improvviso risveglio/ sul finir della strada/ che a lungo/ m’ha visto sfilare” – dalla lirica “Risveglio”

 

A.M.: Cara Teresa sono lieta di poter presentare ai lettori di Oubliette Magazine la tua nuova pubblicazione intitolata “Pensieri”. Qual è il primo ricordo che hai della tua inclinazione verso la poesia?

Teresa Stringa: Alessia ti ringrazio e sono piacevolmente lusingata per questa intervista. Dunque, iniziamo. Fin da bambina ho respirato arte, mio padre Ugo è stato uno stimato pittore, un artista puro; mia madre Augusta amava la poesia, la leggeva e la scriveva, ma anche quando conversava esprimeva la sua dolce indole.

Già alla scuola elementare capirono che non avevo acquisito doti pittoriche ma, per non dispiacere papà, mi davano lo stesso la votazione minima! Avevo invece attitudine alla scrittura, la scoperta della poesia avvenne molto presto e la mamma mi abituò a “fermare” i versi, scrivendoli. Così, diceva, le emozioni diverranno immortali!

 

A.M.: Ci racconti come è nata l’idea di questa raccolta poetica?

Teresa Stringa: L’idea della raccolta poetica nasce dalla necessità di riassumere emozioni, appunto: “Pensieri, Subbugli, Coccole” in una unica pubblicazione che potesse rimanere nel tempo e nella memoria tangibile di chi mi vuole bene. Ho suddiviso la raccolta in tre settori poiché il Cielo ha voluto che, malgrado la malattia, io potessi cogliere consapevolmente sì le situazioni “ostiche” (Subbugli), ma anche il buono della vita (Pensieri e Coccole).

 

A.M.: Nella copertina del libro troviamo il dipinto “Sapore d’estate 1979” dell’artista Ugo Stringa. Vuoi condividere con noi un aneddoto riguardante il soggetto dell’opera?

Teresa Stringa: “Sapore d’estate” rappresenta per me l’emozione legata a un ricordo indelebile, che voglio condividere con voi.

Giugno era giunto alla fine, io mi ero inoltrata nel parco secolare nel quale era immersa la nostra grande e storica casa (nata nel 1200 come fortezza di difesa, e trasformata in villa dai conti Tadini nel 1500, per poi, dal 1800 passare di mano in mano a svariati proprietari, diventando, nel 1970, la dimora della nostra famiglia: papà pittore, mamma dolce e “titolista”, e noi figli, eccitati e curiosi), dopo aver raccolto succose e dolci ciliegie dall’albero dei duroni, ritornai verso lo scalone centrale posto a sud della casa. Mentre mi avvicinavo vidi papà e mamma chiacchierare serenamente, come erano soliti fare nei pomeriggi estivi. Li salutai, papà mi venne incontro e, con un sorriso che rapiva, prese dalle mie mani gelose tre ciliegie e poi, con una espressione di urgenza ispiratoria, sparì!

Noi eravamo abituate a queste sue “urgenze”, e a nessuno sarebbe mai venuto in mente di distoglierlo. Aspettammo un paio d’ore, quando tornò, appoggiò l’opera appena creata, su una sedia bianca, in ferro battuto, ce la mostrò (ero io con i duroni!) e disse: “Cosa ne dite eh, che sapore d’estate…!” Mamma annuì con un sorriso di approvazione e dolcemente gli disse che, secondo lei, dati i miei capelli-spaghetti, mancava qualcosa sulla testa. Papà capì subito, non disse nulla ma sparì di nuovo per raggiungere lo studio grande al piano superiore, che odorava di colori a olio e acquaragia. Non passò neanche mezz’ora che ricomparve: sulla mia testa, prima disadorna, aveva dipinto un adorabile cappellino rosso!

 

A.M.: La prima lirica che si incontra è intitolata “Meteora”: “L'Umanità?/ Una moltitudine di solitudini/ che brulicano nel mondo/ convulso e saturo./ Uno sciame fluente/ con un puntino/ luminoso, e un po’ ribelle,/ qua e là fuor di scia/ che talvolta lascia/ di sé/ una soave nota di gloria/ nell’immensità della Storia”. Perché hai deciso di iniziare con una domanda così rapida e complessa?

Teresa Stringa: Vedo l’intera Umanità, noi, come uno sciame caotico e velocissimo che non può e non vuole fermarsi. Ma talvolta, qualche talento artistico, scientifico… riesce a fermare l’incessante fluire, consegnando alla Storia, con la sua opera, un confortante sentore di eternità.

 

A.M.: La seconda parte “Subbugli” vede come incipit la lirica “Opulenta ingordigia” che recita: “C’è chi, in malafede/ carpisce la generosità/ dei buoni./ La grossa pancia piena/ non è mai sazia:/ arraffare, arraffare/ senza fine,/ parola d’ordine/ di occhi torvi e finti./ […]” Perché se i buoni sanno dell’esistenza di questa grossa pancia mai sazia continuano a compiere del bene?

Teresa Stringa: Il far del bene è una propensione individuale, essa si esprime “a prescindere”, a volte però chi lo riceve lo ingoia con ingordigia, pur sapendo di non meritarlo, ma non si sazia mai ed escogita strategie, a volte strategie balorde, per poter divorare il più possibile dalla sua vittima buona che, non per questo, perderà il vizio di far del bene, poiché lo ritiene un valore umano e morale, sempre e comunque arricchente.

 

A.M.: “Pensieri” termina con un “Discreto Commiato” grazie alla lirica “Viaggio Caduto” nella quale si legge: “Nella Farsa della vita/ ogni attore/ ricerca affannosamente,/ e un po' smarrito,/ il proprio ruolo./ Allorché lo trova:/ s'illude, si rode, s'allieta/ recita/ governato dall'incauta/ illusione di eternità./ […]” Perché il poeta è quell’attore che pur sapendo della farsa continua la ricerca verso l’eternità?

Teresa Stringa: Il Viaggio caduco è la vita stessa, essa ci racconta ogni tipo di emozione, e noi, soprattutto negli anni di massima energia, ci illudiamo che la farsa non avrà fine (l’eternità delle emozioni). Ma quando arriva l’imbrunire della vita, certe illusioni cambiano forma, la natura stessa ci indica quale sarà il percorso, trascinandoci verso un sipario che inevitabilmente si chiuderà.

 

A.M.: Recentemente “Pensieri” è stato inserito in alcuni contest letterari come premio ai vincitori ed alle vincitrici. Ti è piaciuta come esperienza?

Teresa Stringa: La recente esperienza del Contest letterario, ove ha trovato posto Pensieri, come premio ai/alle vincitori/vincitrici, mi ha consentito di condividere e assaporare molte emozioni e di entrare nell’intimo sensibile delle parole. Ritengo che ricevere in premio un volume di poesie, sia un buon omaggio alla poetica individuale, profonda e accurata.

 

A.M.: Come ti trovi con la casa editrice Tomarchio Editore? La consiglieresti?

Teresa Stringa: Nella casa editrice Tomarchio Editore ho trovato una accoglienza attenta e amichevole. L’attenzione alla persona, da parte tua e dell’editore Rosario Tomarchio, ha rafforzato la mia stima. Inoltre, competenza e serietà sono state presenza costante e ora irrinunciabili. La consiglio vivamente!

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Teresa Stringa: Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera” (Salvatore Quasimodo)

 

A.M.: Teresa, ogni nostra conversazione mi procura nuove riflessioni sulle tematiche che spesso mi attraversano la mente. Concordo pienamente con quanto hai espresso sull’ingordigia di alcune persone che non vogliono (o non riescono ad) entrare a far parte di una società che tende al bene. Ti saluto citando l’ultima quartina della lirica “Cantato a piè delle Alpi” del poeta tedesco Friedrich Hölderlin: “Ma ama restare nella casa, chi in fedele/ Petto serba il divino, e libero voglio, finché mi sarà/ Concesso, voi tutte, o lingue del cielo!/ Intendere e cantare.”

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

Acquista “Pensieri” di Teresa Stringa

https://www.tomarchioeditore.it/2021/08/04/pensieri-teresa-stringa/

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/01/29/intervista-di-alessia-mocci-a-teresa-stringa-vi-presentiamo-la-raccolta-poetica-pensieri/