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Intervista di Alessia Mocci ad Emanuele Martinuzzi: vi presentiamo Notturna gloria

 


Le mie prime raccolte, che non ho quasi più riletto se non alcuni estratti, provenivano da tutt’altra considerazione personale della poesia, il senso che davo al poetare era molto nitido dentro di me, la ricerca della poesia si sposava perfettamente con la riflessione e la conoscenza di se stessi e del mondo, era un fatto che davo per scontato, quei lavori risentono di queste e altre illusioni che avevo sulla vita, la cultura letteraria, la poesia e me stesso.– Emanuele Martinuzzi

Sulla via che percorriamo e che denominiamo vita capita, talvolta, la possibilità di guardarsi allo specchio in modo diverso, con uno sguardo interiore che disprezza la menzogna. Se, in quell’occasione, l’essere umano – il poeta – è disponibile all’ascolto si può accedere alla porta con quella consegna di chiavi che permette l’ingresso in un mondo altro, grazie al quale si ha l’abbandono di ‘alcune’ illusioni che impugnavano le redini del cocchio. ‘Alcune’, già, perché oltre all’imprevedibilità della corsa dei due cavalli anche il paesaggio che incontriamo potrebbe imbastire una nuova tavola nella quale l’arrogante desiderio ci fa tramutare le vivande in oro.

Emanuele Martinuzzi (Prato, 1981) si è dedicato ai versi sin dalla tenera età ed, anche, dopo la laurea in Filosofia ha continuato una strada solitaria di dialogo incessante. Dalla prima pubblicazione con “Nella pienezza del Non” sino al canzoniere di cui si tratterà in questa intervista, Emanuele si è prodigato nell’indagine sul perché della scrittura come necessità “costruttiva affidata al verso”.

“Notturna gloria” edito da Robin Edizioni nel 2021, con prefazione di Adua Biagioli Spadi, è una raccolta di ventuno poesie associate ad altrettante illustrazioni del Maestro Gianni Calamassi. L’opera presenta un differente concetto di gloria che per l’appunto è notturna, è oscura, infernale. Il canzoniere è suddiviso in tre parti, nella prima trovano spazio le città in stato di abbandono, nella seconda città storicamente esistite e nella terza ed ultima parte luoghi immaginari.

“[…] Fuggo cavo di me stesso nelle caverne/ del sentire, spigoloso mi dicono i vocaboli/ di seta delle rocce, rime vaganti in questa/ eco arretrata alla morte// […] – “Aufugum”

 

A.M.: Benvenuto Emanuele, è un piacerti poter presentare ai lettori la tua novità editoriale. Anni fa ci siamo incontrati con tre tue sillogi: “Nella pienezza del Non”, “Anonimi frammenti” e “Dopo il diradarsi, la nude”. “Notturna gloria” è in comunicazione diretta con questi titoli citati oppure percorre un’altra via?

Emanuele Martinuzzi: Un vero piacere poter parlare con te ancora una volta del mio ultimo lavoro letterario. In effetti è trascorso tanto tempo dalla mia prima autopubblicazione “Nella pienezza del Non” che venne alla luce nel 2010, più di dieci anni fa, mi sembra passata una vita. Già allora fu un cambiamento non da poco, dopo che per tanto tempo, da quando avevo dodici anni, avevo vissuto la poesia in modo intimo, scrivendo solo per me stesso, mettendo in un cassetto le mie poesie, percorrendone i sentieri in solitaria e allo stesso tempo in liberissima ricerca, leggendo e dialogando solo con gli autori del passato e con le mie emozioni più profonde. Da un lato sento che tra i primi lavori pubblicati, tra cui appunto “Anonimi frammenti”, “Dopo il diradarsi, la nube”, “Polittico” e questo ultimo canzoniere c’è una sottile comunicazione, anche ideale, per ponti misteriosi, accomunati dalla mia sensibilità che nel tempo si rinnova certamente ma permane, dall’altro sinceramente parlare anche solo dei miei primi lavori e di conseguenza del me di allora mi pare addirittura di evocare le reminiscenze di un'altra vita, letteraria anche, e rispetto ad adesso è come ci fosse un burrone di differenze non più avvicinabili, né colmabili neanche dal ricordo, che non riesco a mettere a fuoco del tutto. Le mie prime raccolte, che non ho quasi più riletto se non alcuni estratti, provenivano da tutt’altra considerazione personale della poesia, il senso che davo al poetare era molto nitido dentro di me, la ricerca della poesia si sposava perfettamente con la riflessione e la conoscenza di se stessi e del mondo, era un fatto che davo per scontato, quei lavori risentono di queste e altre illusioni che avevo sulla vita, la cultura letteraria, la poesia e me stesso. Non li rinnego assolutamente fanno parte di quello che ho scritto, sono lì a testimonianza di qualcosa, anche se non so più bene cosa in realtà o meglio sono semi germogliati e lì accetto per come sono o non sono. Quella fiducia costruttiva affidata al verso, quel senso filosofico della poesia sono prospettive in cui non mi riconosco più così in modo entusiasta e privo di tentennamenti. Quel percorso si è evoluto fino alle mie due raccolte “L’oltre quotidiano – liriche d’amore” e “Di grazia cronica – elegie sul tempo”, edite da Carmignani editrice, che in un certo qual modo sono l’apice del mio intendere la poesia come forma interiore, una via primigenia del filosofare, strutturate per temi, portatrice di significati criptici ma netti, essenziali, cioè l’una l’amore come archetipo del femminile, l’altra il tempo come archetipo del maschile. Dopo per me c’è stata la diaspora dei saldi pensieri, la perdita di quel centro di gravità permanente che si rifletteva nelle mie poesie. La vita mette sempre in discussione tutto, porta ombra dove si crede ci sia solo luce, o fa apparire il chiaroscuro in ciò che si chiamava sole. In questo senso è più originale e fantasiosa di qualsiasi autore. Un lungo e confuso periodo contrassegnato dal cosiddetto blocco dello scrittore è stato capace di esiliare i miei punti di riferimento interiori, cambiarmi, vedere diversamente la poesia, anzi forse vedere per la prima volta come non la vedessi, che fosse qualcosa di sfuggente, incomprensibile, forse una passione che non capivo profondamente, che mi illudevo di controllare, pur traghettandomi in territori di estasi e tormento, senza neanche sapere come e perché. In questo periodo di ripensamento ho pubblicato altre due raccolte “Spiragli” edita da Ensemble e “Storie incompiute” edita da Porto Seguro editore, che apparentemente possono sembrare poesie ermetiche, di ispirazione orientale, con l’intenzione di tendere verso l’essenziale, ma che in realtà si compongono di scritti nati incompiuti, epigrammi manchevoli, frammenti e spiragli segnati da una voce interrotta, ossia sono ciò che ho saputo tirare fuori da un’ispirazione disorientata, senza largo respiro, che veniva fuori a tratti, gettata sul foglio bianco senza più il solito e passato labor limae, ma così come un gesto al di là del senso, un comunicare a prescindere, un bisogno di cuore e pancia, senza più troppa mente o riflessione. In questo contesto ho incominciato a fare viaggi alla ricerca di luoghi abbandonati, siti archeologici, monumenti d’arte, chiese antiche e altre architetture del passato, all’inizio per diletto e poi per seguire una strana esigenza ancora non ben compresa. Poi dai territori fisici mi sono spostato nei territori letterari, cosiddetti inattuali, remoti, lontani, a me sconosciuti o in quelli della fantasia, complice anche un periodo di problemi personali, che non mi permettevano di spostarmi agevolmente. Girovagando trovavo pace e meraviglia in questi spazi dalle molte dimensioni, incurvati nel silenzio, e venivo a volte asserragliato da parole e frasi che trascrivevo e componevo via via, formando così quelle che poi sarebbero diventate le 21 poesie del mio ultimo lavoro poetico. Così è nato piano piano, viaggio dopo viaggio, ombra dopo ombra, eco dopo eco, dubbio dopo dubbio, lettura dopo lettura, dal 2017 al 2019, questo canzoniere illustrato intitolato “Notturna gloria” edito da Robin edizioni. Ancora non so cosa e se ho trovato qualcosa, ma la sensazione del viaggiare mi ha fatto avvertire la possibilità di nuove radici ed elaborare il lutto in un certo senso, trasfigurando quelle perdute.

 

A.M.: Nella prefazione de “Notturna gloria”, Adua Biagioli Spadi scrive: “Il viaggio intrapreso dal poeta, quasi una sorta di ricordo dantesco, è un addentrarsi fisico e mentale nella fragilità delle cose e del suo stesso io: egli stesso coglie l’inizio dell’ombra per risalire a una luce fiduciosa che sa di avere un luogo, da qualche parte, una destinazione tutta da ritrovare.” Ombra e luce, viaggio e casa: perché il poeta trascorre la sua esistenza in viaggio?

Emanuele Martinuzzi: Tutta la prefazione della poetessa Adua Biagioli Spadi è riuscita davvero a farmi comprendere meglio che cosa avessi comunicato agli altri, che cosa potessi capire meglio del mio scrivere e nuove sfumature non preventivate né calcolate nella stesura, a cui abbandonarsi così senza riserve. Ha impreziosito sicuramente il tutto dando uno sguardo tagliente e profondo, dove si doveva e poteva, per osservare nell’invisibile. Comunque non solo i poeti, siamo tutti in viaggio in qualche modo, anche senza uscire dalla propria casa o dalle proprie emozioni. Siamo abitati da luoghi, o meglio non-luoghi, utopie che ci attraversano, desideri che ci lacerano e che spesso non vengono ascoltati, si passa una vita a viaggiare magari fisicamente senza fermarsi ad osservarsi, inseguendo il cambiamento, gustandone l’ebbrezza o irretiti dalla fretta, senza sentire più cosa rimane invece immutato e morto dentro di noi, o magari una vita trincerati nella propria casa, impauriti e protetti dall’esterno, illudendosi di rimanere sempre gli stessi, di poter controllare il cambiamento, il divenire delle cose e di ciò che siamo e non siamo o non sapremo mai. Nello spaesamento che vivevo, viaggiare, spesso nella mia amata Toscana alla scoperta di luoghi bellissimi e poco conosciuti, se non dimenticati, è stato un rispecchiamento continuo nei tormenti di ciò che non osavo più chiamare, né evocare attraverso le disperse parole della poesia. Nella mitologia antica è un classico che l’eroe, il poeta o il mistico debba attraversare il guado della vita più misteriosa, intraprendendo la sua catabasi, la sua discesa nell’oltretomba che fuor di metafora può essere la sua immersione nelle ombre della propria anima, per recuperare l’amore fuggito o disperso, la propria Euridice da salvare, o incontrare Beatrice, solo mezzo di salvezza per vedere faccia a faccia la scintilla di senso che ci abita, al di là del deserto in cui ci troviamo a peregrinare a volte. In questo caso discendere nelle ombre di ciò che è abbandonato o spopolato, nella voragine di ciò che è distrutto o scomparso o nella vertigine del sogno, è stata sia la catabasi che l’anabasi, sia un perdersi che ritrovarsi nella scrittura di queste poesie, in una straniante forma di rispecchiamento e perdizione. La poesia è salvezza e dannazione, una benedizione e un labirinto. Non si può prescindere dal vivere le contraddizioni se si vuole leggere, scrivere, vivere le proprie poesie, la poesia.

 

A.M.: Ogni poesia è compagna di una speculare illustrazione, opere del Maestro Gianni Calamassi. Com’è nata questa collaborazione?

Emanuele Martinuzzi: Man mano che buttavo giù le frasi e che le poesie si materializzavano sotto ai miei occhi continuavo ad avvertire quella sensazione di imperfezione e manchevolezza, che mi aveva accompagnato e che aveva contraddistinto le mie due raccolte precedenti, “Spiragli” e “Storie incompiute”, ciò che scrivevo nella sua vaghezza e nel suo personale simbolismo mi pareva non riuscire a dare corpo a quei luoghi interiori, a cui volevo dare nuova vita. Ho pensato che fosse una cosa che non avevo mai fatto, ma un esperimento interessante in cui imbarcarsi quello di associare ad ogni poesia un dipinto o disegno o illustrazione, in modo che le linee e le forme giungessero dove la mia voce mi sembrava arenarsi. Ho pensato subito di proporre questa cosa al Maestro Gianni Calamassi, che stimo molto umanamente e artisticamente. E lui con generosità e amicizia devo dire che non solo ha accettato subito, ma si è affidato alle mie decisioni e sensazioni, pur avendo più spessore e maturità artistica. Mi ha dato un insegnamento importante, dando fiducia alle mie scelte estetiche, instaurando un creativo connubio tra diverse generazioni e sensibilità, in cui si è ritrovato con lo spirito di sperimentarsi ancora una volta. Addirittura ha disegnato appositamente per questo lavoro tutta la serie delle città abbandonate o spopolate, prendendo spunto da mie fotografie fatte nelle mie peregrinazioni, in uno stile figurativo. Mentre per le città scomparse o distrutte ha donato le sue opere astratte e minimaliste e per le città immaginarie alcuni suoi lavori figurativi con ascendenze simboliste e surreali. Quello che mi onora è che chi avrà modo di leggere questa raccolta potrà fare un interessante excursus nella produzione artistica di questo Maestro fiorentino, con opere che vanno dal 1970 al 2019. Credo già questo esalti di per sé le mie poesie e davvero integrino le loro possibilità espressive con orizzonti insperati.

 

A.M.: Qual è la città a cui sei più legato?

Emanuele Martinuzzi: Non ho una città a cui sono più legato e non potrei averla per come è nato ed è stato costruito questo libro. Ogni città raccoglie e custodisce un flusso di pensieri, ricordi, emozioni e luoghi sia fisici che interiori, che le lega tra loro in un continuo indistinto. Ogni città evocata dalla poesia e dall’arte in realtà non è solamente quel luogo particolare. Questa raccolta è una sinfonia di linee e parole, silenzi e forme, è venuta fuori così spontaneamente. E poi ogni luogo è associato a una persona, a un gesto a me caro e non potrei scegliere tra questi istanti così importanti dentro di me. Sterlingo, città immaginaria, è per esempio il nome storpiato nei racconti mitologici di mio nonno della collina dove vivevano i suoi avi mezzadri e dove lui tornava spesso a visitare quei verdi paesaggi, in una dimensione per me bambino che ascoltavo queste favole, ancora adesso a metà tra il sogno e la realtà. Perla, città immaginaria citata nel libro “L’altra parte” di Alfred Kubin, è anche il nome della persona a me cara, che mi è stata vicino per diverso tempo e che mi ha raccontato di questo enigmatico scrittore austriaco. Aufugum è la città scomparsa e distrutta, su cui è sorta la città calabrese in cui è nato mio padre e in cui abita ancora una parte importante della mia famiglia e quindi della mia storia personale, legata alle passate generazioni. Luni, antica e importante città distrutta dell’antica Roma, citata da Dante nella Divina Commedia e da cui è sorta la bellissima Lunigiana in cui ho girovagato alla ricerca di bellezze naturali o borghi spettacolari come il borgo medievale di Bagnone. Per esempio le città abbandonate o spopolate che ho visitato personalmente, che hanno ispirato i versi di queste poesie, in realtà non tutte sono citate, mi viene da pensare a Villa Saletta dove è stato girato il film La notte di San Lorenzo dei Fratelli Taviani, o Castiglioncello a Firenzuola, oppure la Chiesa di San Michele Arcangelo che sorge all'interno dell'antico borgo fortificato di Castel di Nocco, sul valico della vecchia strada che ancora oggi unisce Buti e Vicopisano, e così tante altre. Ognuno di questi luoghi con la loro magia ha contribuito ed è presente in questa raccolta, pur nella loro assenza, attraverso l’ispirazione e le parole da essa nate. Anche la tripartizione che si è consolidata nell’evoluzione naturale di questo viaggio, tra città abbandonate o spopolate, città scomparse o distrutte, infine città immaginarie, ha un senso non assoluto, le une sconfinano metaforicamente nelle altre, l’ispirazione dei versi di una città può essere nata dall’incontro di più luoghi fisici o letterari. Il tutto crea un viaggio misterioso e sfumato tra concretezza e sogno, tra interno ed esterno, tra natura umana e storia personale.

 

A.M.: In “Alba longa” si legge: “[…] È come un filo sottile l’attesa che cuce tra loro/ passanti di nebbia in città future, guance/ di notturni che si coricano nell’altra metà della neve/ come un bisbiglio, un’eresia.// […]” Perché l’anima è una piazza deserta?

Emanuele Martinuzzi: Questo e altri versi non smettono di emozionarmi e tormentarmi ogni volta che mi ricapita di leggerli. C’è un’oscura simmetria in alcune frasi di questa raccolta, completata nel 2019, rispetto alla tragica vicenda della pandemia e delle sue conseguenze per tutti noi. Assolutamente non perché penso che vi sia un afflato profetico in questi versi, sono un semplice e umile amante della poesia, il dono della profezia non mi appartiene, è già tanto se so cosa mi accade nel presente, figuriamoci ben altro. Però credo che la poesia possa sempre parlarci sia del passato che del futuro, in quanto per sua natura, indipendentemente da chi la scrive, si staglia in un orizzonte di senso universale, in cui convergono il cuore, la pancia e la mente dell’umanità e così le sue dimensioni temporali e i suoi spazi interiori. Aver viaggiato in questi luoghi spopolati in tempi ancora immuni da questa assurda vicenda, rende più ancora interessante secondo me la lettura di “Notturna gloria”, perché permette un ripensamento ed elaborazione del presente alla luce del passato, con la speranza di un futuro di ricostruzione. C’è uno spopolamento dei luoghi e uno dell’anima, non-luogo delle utopie, dei sogni. In effetti queste poesie che cosa non cercano di fare se non ricostruire con la bellezza e l’arte luoghi destinati dalla natura e dalla storia all’oblio. La forza della cultura spesso è un opporsi alle forze incontrollate della natura o della violenza. L’anima è una piazza deserta, quando discende negli inferi delle proprie ombre, le figure che passano sono passanti senza volto destinati a una nebbia che non si dirada, in cui la città perde i suoi connotati per scomparire assieme all’individuo. Mi viene in mente anche la poesia Umbriano, su questa città abbandonata immersa nei boschi della bellissima Umbria, che così canta: “[…] gli steli stanno insieme e disuniti, / non per il vento che li urla”. Nel testo si ripete ossessivamente questa frase, stanno insieme e disuniti, e nel rileggerla non posso non immedesimare tutta la sottile e taciuta sofferenza per una necessaria distanza realmente vissuta da tutti noi, si spera più temporanea possibile, in cui solo il vento urla ciò che il cuore non osa dire, attanagliato dalla paura. C’è sicuramente una distanza che rende estranei perfino nella vicinanza, ed è l’indifferenza, la mancanza di empatia. Questo per dire come la poesia dia voce alle ombre del cuore, agli anfratti della mente sofferente o speranzosa, questo è il suo viaggio da sempre.

 

A.M.: In “Fedora” si legge: “[…] In ogni gesto sembra quasi vivano ancora/ i frammenti di una fragranza antica, la meraviglia/ della campagna che tace nei ricordi, un aroma amaro/ di dolcezza, l’infanzia dei perché.// […]” Perché, oggi, noi esseri umani siamo così distanti dalla meraviglia?

Emanuele Martinuzzi: Credo che la meraviglia faccia parte dell’umanità, della sua parte più fragile, misteriosa e creativa, in cui la ragione si abbandona al sogno, in cui l’infanzia viene custodita in tutta la sua mitologia e la sua creatività. In ogni epoca e in ogni persona c’è sempre un dialogo, uno scontro se non proprio una lotta tra le intenzioni della meraviglia e quelle del cinismo, del disincanto e della perdita dell’incanto con cui guardare alle cose. Viviamo in un’epoca storica, che per svariate ragioni e su molti aspetti è connotata da questa dialettica imperfetta, tra la follia del nichilismo e le ragioni del sogno, della speranza, dell’umanità. Dove il futuro e l’umanità sembrano venire meno la sfida è ancora più interessante e più grande per coloro che, affidandosi alla propria piccola sensibilità come a una fiammella nelle tenebre, decidono di procedere attraverso le tenebre o le incertezze o certe dinamiche anti-umane, affrontando prima di tutto dentro se stessi il nichilismo che pervade il proprio momento storico. Mi viene in mente la bellissima scena del film Nostalghia di Andrej Tarkovskij, girata nelle piscine di acque termali di Bagno Vignoni. Detto ciò questa raccolta con tutti i suoi limiti, che in realtà sono anche i suoi pregi, avverto sempre più nitidamente sia un esempio, non sempre di semplice accesso o immediata lettura, di ricostruzione della meraviglia nei sepolcri della storia. Ci vuole tempo per addentrarsi in queste ombre, è un libro che deve sostare sulla scrivania o sul comodino per molto tempo, riprenderlo, abbandonarlo, darsi tempo e farlo assorbire assieme al proprio vissuto, giorno dopo giorno.  Lo si può amare o detestare, a una prima impressione. Un libro del tempo che sedimenta dentro il proprio spirito con lentezza. Una lettura diversa, da donare agli altri. E appunto viene raccontata nei versi e nelle immagini di Notturna gloria la possibilità che l’arte, la poesia e la bellezza possano infondere vita e senso in ciò che apparentemente sembra non averne più, destinato ad essere cosa o maceria, in balia del tempo e delle contraddizioni della natura. E anche che se il tuo tempo storico non soddisfa i tuoi bisogni interiori o risponde alle tue domande più profonde, c’è sempre la possibilità di guardare al passato, riscoprire territori non più calpestati né letti da secoli per guardare le cose da inattuali prospettive. La verità non è data una volta per tutte solo dall’oggi, ma ci abita e accompagna con molti nomi, a volte misteriosi e sconosciuti come i nomi delle città remote di questo canzoniere, a cui va ridato nuovo spessore e nuove vie interpretative. Si può dialogare con ciò che sembra morto e nel dialogo miracolosamente si affaccia una nuova esistenza. 

 

A.M.: Devo confessarti che tra tutti questi borghi solo uno mi è familiare: Erto. Di sicuro avrai intuito il perché… Che cosa significa perdersi “ad ascoltare timbro paterno del vento”?

Emanuele Martinuzzi: La scelta di inserire Erto nelle città abbandonate o spopolate mi sembrava doverosa, non solo per ricordare il disastro del Vajont e di quella tragedia su cui sono stati fatti numerosi dibattiti, processi e opere di letteratura, su cui molti scrittori e uomini di cultura hanno speso le loro idee e il loro ricordo, come per esempio Mauro Corona nel libro Vajont: quelli del dopo, ma anche per fare un viaggio nel tempo, una sorta di flashback nella Erto abbandonata e spopolata di allora, appena dopo l’avvenuto disastro, ripercorrere quelle emozioni, ridare spessore a quel vuoto allagato di violenza. In quella atmosfera sospesa, in un tormento nuovo e assurdo, comunque spirava il timbro paterno del vento. Nella solitudine più tragica mi piace pensare si possa avvertire lo stesso vento come una voce vicina che ti rincuora, che nel lambirti ti dice sei ancora qua, sei vivo e puoi ricostruire, dare testimonianza. Comunque non solo Erto è uno dei borghi che ci può essere direttamente familiare, ma anche Craco, un bellissimo paese fantasma in provincia di Materna, conosciuto attraverso le immagini che i molti film che sono stati girati là hanno immortalato e reso presente al nostro sguardo, ne cito solamente alcuni “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini, “La Passione” di Mel Gibson, “Cristo si è fermato ad Eboli” di Francesco Rosi.

 

A.M.: Causa pandemia le presentazioni letterarie non sono state praticabili ma ho notato che in tanti hanno ben pensato di utilizzare i social network e la modalità video come alternativa.

Emanuele Martinuzzi: Personalmente ho continuato ad usare i social come ho sempre fatto per la diffusione e condivisione della mia passione per la poesia, la scrittura e la cultura in genere, anche quella più frivola o da intrattenimento, attraverso il mio blog e le mie pagine Facebook e Instagram. Per le presentazioni seguendo un po’ la mia indole e la mia timidezza ho preferito per adesso aspettare a osare facendo presentazioni video on line. Non escludo in futuro che possa sperimentarmi anche in questa cosa. Per adesso complice la bella stagione, il fatto che mi sia vaccinato per la mia e altrui sicurezza, e la situazione che va pian piano migliorando riguardo la triste situazione pandemica che stiamo vivendo, dovrei presentare in presentia per la prima volta “Notturna gloria”, durante una rassegna artistica e letteraria nelle colline della mia amata Toscana. Bello è sempre visitare i luoghi, portare la propria poesia e magari riuscire a toccare il cuore degli altri, di amici vecchi e nuovi. La poesia ci mette in contatto gli uni gli altri e con l’invisibile che ci abita.

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Emanuele Martinuzzi: Non mi viene in mente nessun’altra citazione se non il bellissimo verso di Montale che chiude la sua poesia Casa sul mare, inserita in Ossi di seppia, e che ho voluto porre all’inizio del viaggio di “Notturna gloria” prima della poesia che apre la raccolta Monte Kronio di Sciacca, come a voler significare che questo viaggio di ricostruzione e riconciliazione con le proprie ombre inizia da un approdo sulle sponde dell’antico mare di Sicilia, com’è stato per la colonizzazione greca d’Occidente nella Magna Grecia, per la spedizione dei Mille o lo sbarco in Sicilia degli Alleati.

“Il cammino finisce a queste prode/ che rode la marea col moto alterno./ Il tuo cuore vicino che non m'ode/ salpa già forse per l'eterno.”

 

A.M.: Emanuele ti ringrazio per le numerose riflessioni che hai espresso e ti saluto con le parole di Aristotele: “Se non esistesse nulla di eterno, neppure il divenire sarebbe possibile.”

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

Blog Emanuele Martinuzzi

https://andthepoetry.blogspot.com/

Acquista “Notturna gloria”

https://www.ibs.it/notturna-gloria-libro-emanuele-martinuzzi/e/9788872748381

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/06/23/intervista-di-alessia-mocci-ad-emanuele-martinuzzi-vi-presentiamo-notturna-gloria/

 

Capitale Mobile: come trasformare un’idea in una Startup di successo

 


 La cosa più importante per un imprenditore è di raccogliere un’idea su qualcosa che ama davvero, lavorarci, e trasformarla in un business solo quando è sicuro che funziona.– Mark Zuckerberg

Non serve presentare l’autore di questa affermazione essendo uno degli uomini più famosi al mondo per inventiva e per capacità di business. Certamente alla base di qualsiasi buona idea c’è la passione, l’amore verso una visione di innovazione che potrà realizzarsi solo per una adeguata sincronizzazione, cioè con un adeguato accordo temporale di fasi. 

E, per cercare questa concordanza, occorre non solo aver la vista acuta così da osservare la società attuale per comprendere l’esigenza dell’immediato od anche del prossimo futuro con il vantaggio di vedere ciò che tutti hanno visto ma che non si è ancora pensato, ma è necessario ed ugualmente determinante aver un gruppo di lavoro valido che sia motivato nel rendere possibile la realizzazione dell’idea originaria.

Trovare investitori, individuare locali ed immobili in posizioni strategiche, cercare consulenti e dipendenti specializzati (e non), aver accesso ad una banca dati di incontro tra domanda ed offerta di risorse umane e materiali: ecco alcuni temi primari da tenere presente per poter iniziare a comprendere come proseguire.

Senza investitori anche se l’idea è ottima si andrà a rilento per la creazione di una Startup rischiando che qualcun altro possa muoversi in anticipo con qualcosa di simile: bisogna sempre tenere a mente che viviamo in una società fatta di persone e di materiali, dunque è fondamentale basarsi sulle persone e sul capitale intellettuale e materiale che possono avere per contribuire alla realizzazione di un progetto di impresa.

Diventa opportuno rivolgersi ad una piattaforma che si occupa degli step sopra elencati (trovare investitori, individuare spazi, cercare consulenti, etc.) e provvista di utenti che condividono interessi e capacità. Fortunatamente nel vasto mondo del web queste piattaforme sono una realtà vincente che con impegno ed ambizione hanno velocizzato, con grande risparmio di tempo e denaro, la creazione di Startup di impresa. 

Capitale Mobile è uno di questi luoghi virtuali nel quale si ha la possibilità di avere a disposizione risorse multi-settoriali per incontrare le competenze di altri e poter, così, realizzare i propri progetti imprenditoriali.

A differenza di altri portali è facilissimo accedere a Capitale Mobile perché la registrazione è gratuita sia se si ha un progetto da proporre sia se si possiede una risorsa.

Se si ha un’idea ma si cercano competenza, un immobile, servizi, prodotti o semplicemente un investitore bisogna caricare il proprio progetto sulla sezione “Hai un Progetto?” che si trova direttamente in Homepage del sito.

Se, invece, si possiede un’azienda, un’immobile sfitto oppure in vendita, se si possiedono competenze per un qualsiasi progetto od anche se si ha un capitale di denaro che si vuole investire in progetti innovativi bisogna cliccare su “carica la risorsa” in “Hai una risorsa?”.

Un network di utilizzo immediato con connessioni pensate in modo semplice ed intuitivo anche grazie alle categorie e sottocategorie presenti sul sito: Investitori, Aziende, Immobili, Risorse umane, Vendita.

È anche possibile avviare una simulazione per la ricerca delle risorse per realizzare il proprio progetto così da fare un primo test delle funzionalità della piattaforma e capire se è conforme ai propri interessi.

“Perfeziona ogni dettaglio, e riduci il numero di dettagli da perfezionare.” – Jack Dorsey

Dorsey, noto per essere il creatore di Twitter, pone l’attenzione sui dettagli che non devono essere trascurati perché sono la chiave per conoscere il proprio progetto meglio di chiunque altro così da poterlo spiegare in modo ottimale anche alle altre persone per avviare quella fase che da ideale trasforma il piano di lavoro in reale.

“Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte.” – Adriano Olivetti

Dalla concretizzazione di un brevetto innovativo ad una grande impresa multinazionale, da una startup appena nata all’apertura di una gelateria in un piccolo borgo d’Italia, da un’iniziativa artigianale fino alla richiesta di una singola risorsa per un servizio o prodotto, il software di Capitale Mobile è in grado di mettere in comunicazione domanda ed offerta così che possa iniziare quel sogno di cui racconta l’imprenditore italiano Adriano Olivetti.

Perché aspettare? Realizza il tuo progetto con l’aiuto di professionisti del settore grazie a Capitale Mobile Impresa di Imprese! E se non hai un progetto tuo da realizzare considera la possibilità di metterti in gioco guadagnando con le tue risorse (grazie al tuo immobile, ad una consulenza che potresti garantire, alla possibilità di investimento, etc.).

 

Info

Sito Capitale Mobile

https://www.capitalemobile.com/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/04/30/capitale-mobile-come-trasformare-unidea-in-una-startup-di-successo/

 

Intervista di Alessia Mocci a Laure Gauthier: vi presentiamo kaspar di pietra

 


“Ogni epoca ha i suoi pericoli, la nostra è in una determinata fase della crisi del capitalismo, esiste un’“atrofia dell’esperienza” («Verkümmerung der Erfahrung»), come la definiva già Walter Benjamin, e davanti a questa svalutazione dell’esperienza, si esalta il linguaggio, si usano continuamente iperboli oppure all’opposto continuamente eufemismi. Siamo in un periodo di inflazione e anche di svalutazione. Ci infervoriamo in ogni campo, scriviamo senza sosta per mostrare che esistiamo. Penso che sia necessario accettare di “mettersi da parte”, il senso della perdita, lasciar riposare i testi, continuare a fare esperienza delle cose, a costo di rovinarsi, a costo di “perdere tempo”.” – Laure Gauthier

A costo di perdere tempo. Le virgolette utilizzate dalla poetessa Laure Gauthier sono un avvertimento per il lettore: un segno grafico che dovrebbe far sostare l’attenzione sul concetto di perdita collegato al tempo.

Nella società in cui viviamo, costantemente connessa ed in continua competizione per la velocità (per una notizia, per una fotografia, per un post, per il conteggio dei like), l’atto di lasciar riposare una riflessione – un verso – è considerato una perdita di opportunità; invece è proprio saper occupare il tempo cercando il silenzio – meditazione – ciò che potrebbe far comprendere che sì esistiamo come individui ma, esiste anche un sistema complesso nel quale interagiamo e ci rapportiamo. Saper aspettare, mettere da parte la fretta dell’ego di mostrare: il consiglio del poeta è e sarà “regola” e riporta ad un discorrere antico e sempre valevole.

Laure Gauthier vive a Parigi ed insegna Letteratura tedesca e cinematografia all’Università di Reims. La prima opera, pubblicata nel 2013, è in lingua tedesca (successivamente tradotta in francese) “marie weiss rot/ marie blanc rouge”. Due anni dopo per la casa editrice Châtelet-Voltaire viene diffusa la silloge “La cité dolente” che nel 2017 vedrà la traduzione in lingua italiana per Macabor Editore. Nello stesso anno per la casa editrice francese La Lettre volée presenta “kaspar de pierre/ kaspar di pietra” e Bonifacio Vincenzi decide di scommettere nuovamente sull’autrice proponendone una traduzione per la collana I fiori di Macabor.

Il Dottore di Ricerca in Linguistica francese Gabriella Serrone è stata un aiuto valente per la comunicazione con Laure Gauthier e per la traduzione che ha permesso questa intervista in due lingue, italiana e francese. Un ringraziamento necessario e durevole alla sua competenza ed alla sensibilità d’interpretazione e musicalità, dote non scontata.

In ultima si vuole avvertire il lettore di un particolare: quando si legge “Kaspar” con la maiuscola ci si sta riferendo a Kaspar Hauser, mentre quando lo si trova con la minuscola ci si sta riferendo al libro.

 

 

A.M.: Buongiorno Laure, la ringrazio per la disponibilità che ha mostrato per questa nostra intervista e mi complimento per l’entusiasmo con il quale è stata accolta in Italia e per la nuova pubblicazione “kaspar di pietra”. Come prima domanda mi piacerebbe trattare del compito del poeta nell’era digitale.

Laure Gauthier: Grazie a lei dell’ospitalità: la letteratura è viva anche grazie a riviste che ne parlano! Bisogna far attenzione a distinguere tra le interviste, come questa, che chiariscono versanti nascosti o profondi della scrittura e dall’altra parte un tipo di comunicazione che può girare a vuoto sui social, dove si comunica continuamente, e sviare l’attenzione su fatti e gesti un po’ popolari, un po’ di tendenza, che mirano a ricevere un like e dove la scrittura passa in secondo piano. Se i codici e i mezzi per occupare la superficie sono cambiati, invece, il fenomeno non è nuovo.

Per quanto mi riguarda, non ho lasciato carta e penna, poiché scrivo su taccuini, penna alla mano, scrivo a mano anche i miei libri; nei margini dei libri che leggo, scrivo qualche verso o frase. La versione scritta al computer è l’ultima versione del testo, quasi definitiva.

Non vedo né i social network né l’informatica come un pericolo, ma come uno strumento. Ogni scoperta tecnica è multiforme. Credo si possano aggiungere opportunità tecniche senza diventarne schiavi, un tipo di rapporto tra scrittura e tecnologia analizzato da Magari Nachtergael nel suo saggio Poet against the machine, cosa che non vuol dire rifiutare e ignorare, ma per me l’essenziale non è il processo. Questo non mi impedisce di usare uno zoom audio 3-D per registrare ciò che definisco “transpoemi”, componimenti estratti da varie situazioni e che possono essere trasmessi alla radio o applicati su installazioni multimediali; poi, pubblico su Internet, mi interesso alla voce esterna e spazializzata, al ruolo dell’immagine al di fuori del testo ecc., alla creazione digitale e a tutte le nuove opportunità che accompagnano la scrittura oppure rivolgono domande a quest’ultima. Tuttavia, queste opportunità devono necessariamente essere associate ad una riflessione sullo spazio-tempo della poesia, sulla necessità di lasciar migrare la scrittura verso altre forme.

Da ciò che vedo, il pericolo reale è quello della “comunicazione” su tutti fronti, dell’autopromozione costante che riguarda tutti, persino i poeti. Nei progetti scientifici chiamati d’eccellenza, ci si deve definire eccellenti ancora prima di aver realizzato il progetto. Ogni epoca ha i suoi pericoli, la nostra è in una determinata fase della crisi del capitalismo, esiste un’“atrofia dell’esperienza” («Verkümmerung der Erfahrung»), come la definiva già Walter Benjamin, e davanti a questa svalutazione dell’esperienza, si esalta il linguaggio, si usano continuamente iperboli oppure all’opposto continuamente eufemismi. Siamo in un periodo di inflazione e anche di svalutazione. Ci infervoriamo in ogni campo, scriviamo senza sosta per mostrare che esistiamo. Penso che sia necessario accettare di “mettersi da parte”, il senso della perdita, lasciar riposare i testi, continuare a fare esperienza delle cose, a costo di rovinarsi, a costo di “perdere tempo”. Se ciò che caratterizza la modernità dal romanticismo è una “coscienza della perdita”, forse occorre accettare di perdere per far fronte alle varie catastrofi in un altro modo.

La poesia rimane più che mai il genere letterario di cui più abbiamo bisogno ed il più politico per il lavoro continuo, incessante, estenuante sulla lingua che porta avanti. Che ci si occupi di prosa poetica o di versi! La differenza sostanziale tra prosa e poesia consiste nel fatto che nella poesia l’essenziale di ciò che accade avviene tramite la lingua. Dunque, raramente, un’epoca ha permesso che la lingua fosse svalutata così tanto: bisogna far fronte ad espressioni estremamente rigide, anche molto povere, molto funzionali o strapiene di iperboli vuote, ecc. Scrivere poesia significa affrontare gli attacchi diretti contro la lingua, provocare piccole scosse per farci prendere coscienza che la povertà della lingua è povertà di pensiero e di azione. Dunque, la realtà è spaventosamente complessa e la lingua della poesia può essere, forse con l’aiuto della psicanalisi, ciò che ci riporta non ad un escapismo post-romantico, ma alla realtà nella sua complessità fulminante. Da questo punto di vista, possiamo essere contenti che l’atteggiamento del grande poeta post-romantico lontano dal mondo non esista più.

 

 

A.M.: In “Maison I” si legge: “[…] Mi avete tatuato tutti i messaggi,/ son diventat la vetrina/ delle vostre mancanze/ Poi sono venuti i poeti ad imbiancare,/ fintamente rupestri,/ le loro voglie su di me; a rotolarsi nelle mie ceneri/ per avvicinare ciò che la natura potrebbe ancora dettare loro,/ santo cielo, l’esotismo!””. Una verace critica verso l’esotismo come fenomeno che investì l’Europa e che dette inizio alla “trasvalutazione di tutti i valori” del vecchio continente. Tutto ciò che non è conosciuto diventa elemento di indagine così Kaspar Hauser diviene una ossessione. Perché il poeta subisce il fascino di Kaspar?

Laure Gauthier: La storia di Kaspar Hauser è stata a lungo oggetto di predilezione di poeti e più in generale di scrittori. In kaspar de pierre la cancellazione del pronome «io», sostituito da uno spazio bianco, aperto come una ferita, presenta uno sguardo critico sul sensazionalismo, la stampa scandalistica, il gusto per le notizie di cronaca e sull’idealizzazione poetica tipica della società moderna. Rappresentava una sfida per me scrivere nonostante tutto anche un racconto poetico “contro” l’idealizzazione poetica di Kaspar Hauser. Questo vale naturalmente per lo stato della nostra società moderna due secoli dopo quella di colui che è stato soprannominato “l’orfano d’Europa”, per lo stato della poesia e per il suo rapporto con la realtà e con la lingua. Ho solo cercato di avvicinarmi a lui, non per appropriarmene, lasciandolo in un movimento di attraversamento. Il mio libro non è né una decostruzione della pressione sociale della società positivista come il Kaspar di Peter Handke, che insiste sulla socializzazione obbligata attraverso l’apprendimento rigido della lingua, né una ballata neoromantica che idealizza Kaspar Hauser, come il poema di Verlaine “La Chanson de Gaspard Hauser”, che ne fa un’immagine del poeta moderno: io mi approccio diversamente alla notizia, senza imitare il modo di esprimersi di questo giovane adolescente vittima di un trauma e prigioniero per 17 anni. Rovino leggermente il suo modo di parlare, da oggi, cercando soltanto di avvicinarmi alla voragine della sua vita, non per parlare con compiacimento dei maltrattamenti che ha subito, né per osannarlo come immagine del poeta, ma per presentarlo come singolo individuo che non aveva doti speciali e non era neppure poeta, ma era un bambino vittima di abusi, che ha sperimentato la violenza dell’inizio del mondo moderno intorno al 1800. Da questo passaggio, si aprono questioni sia irrisolte sia represse e quindi importanti. Credo nelle immagini dialettiche di Walter Benjamin, che si possono trovare nel passato, non le rovine ufficiali, ma elementi dimenticati o ignorati che nascondono germogli di ciò che verrà. L’approccio poetico permette di far cogliere certi tratti della Storia che costruisco con diversi spazi e tempi. Non è una biografia, anche se ho consultato molto gli archivi, ma ho situato la voce di kaspar leggermente fuori campo rispetto ai documenti biografici in altri spazi e tempi che sfiorano quelli che ha realmente vissuto. Mi sembra sia un altro Woyzeck, il soldato omicida, vittima di meccanismi sociali e uno dei casi di studio dell’irresponsabilità penale. Ciò che mi interessa è capire perché (mentre Woyzeck, un altro fatto di cronaca, è portato in scena più volte, a teatro, all’opera) Kaspar H., a parte rari film, non è rappresentato, ma lasciato ai giornalisti e ai poeti, quindi alle opere scritte.

Quindi, c’è innegabilmente qualcosa di trasgressivo nella cronaca, ma è necessario che i poeti si avvicinino al reale in modo diverso. Mi interessava sfiorare ciò che la poesia non aveva mai trattato: il tema dei maltrattamenti su minori è l’ultimo tabù della nostra società, che comincia solo da poco a parlarne. La violenza sul corpo dei bambini non è “plastica”, ma sostanza da usare per cronaca, giornali e anche per un tipo di poesia che idealizza. Necessario è deviare attraverso il linguaggio per allontanarsi dalla violenza sui bambini. Da questo punto di vista, kaspar de pierre è la continuazione degli altri miei libri che provano tutti a esplorare le modalità di violenza privata e sociale del mondo contemporaneo.

 

 

A.M.: In “Abandon I” e, successivamente, verso la fine del libro troviamo una domanda ripetuta: “quante volte si può ristrappare un lenzuolo/ ?”. Laure, quante volte? Oltre a porre la domanda ha dato anche una risposta? Quanti lembi di personalità si possono ancora strappare? E quando si finisce di strappare che cosa resta?

Laure Gauthier: A questa domanda non posso rispondere. Posso solo porla. Cerco diverse prospettive che compongono la realtà. A volte, adotto il punto di vista di una nuvola, delle pietre, cito la terra, ma a volte, bisogna cercare di avere, come al cinema, un punto di vista soggettivo: partecipare, per un attimo, alla tema, per poi porsi interrogativi che riguardano ogni individuo. Ponendo la domanda, inventando appositamente una lingua, ci si protegge dal vuoto e la poesia, se ha una dimensione politica facendoci stare all’erta, possiede anche una dimensione rassicurante, ci permette di proteggerci dagli attacchi sia privati sia collettivi. Troppo spesso, la gente ascolta una canzone per consolarsi dal mondo e non legge più poesia. Eppure la poesia è, come dice Philippe Beck nel suo saggio omonimo, Ninnananna e Tromba, quindi consolatoria e vigile, un richiamo.

Chi è troppo affranto, troppo lacerato, sfortunatamente, sa, cade, in senso clinico (e non romantico) nella malinconia, grave forma di depressione… senza desiderio e senza voglia “oltre la vita”, come scrivo in kaspar. Esistono così tante forme di violenza sociale, affettiva, tante difficoltà causate dalla perdita di un punto di riferimento e la situazione è aggravata dalla crisi sanitaria attuale, che molte persone non trovano il proprio modo di esprimersi per sperimentare il reale. Credo che la lettura permetta di vedere che diversi brandelli formano un mantello che può essere solido in una società che, a forza di vantare positività ed efficacia, diventa portatrice di morte…

 

 

A.M.: Un’altra domanda mi ha colpito fortemente. È presente nella lirica “Résumons-Nous”: “Ma perché la cronaca non racconta che mi son/ perdut nel giallo?Che cosa significa perdersi nel giallo? Domanda connessa ai versi successivi: “delle schegge di tutti gli/ scheggiati”.

Laure Gauthier: In apertura del testo, la sequenza “marche” (“marcia”) presenta punti di contatto con l’arte povera, con una forma di materialità primaria, originaria: la terra ritorna incessantemente. Un’ossessione per la terra, per le pietre, forse come per la coreografa Pina Bausch. Qualcosa si muove danzando, una forza vitale, nonostante le violenze del mondo. È così che immagino kaspar, sia “di pietra”, una combinazione di elementi, in un io disciolto, sia in una relazione originaria con il mondo. A parte Werner Herzog, che ha ripreso l’uscita dalla sua prigione, in modo abbastanza “realistico” in questa sezione, non esiste opera che cerchi di affrontare cosa significa vedere le nuvole e toccare la pietra dopo 17 anni di prigionia senza parlare. A furia di idealizzare eccessivamente la poesia, a volte, vengono trascurate questioni essenziali ed essa diventa insipida.

Il giallo citato in questo passaggio è la speranza di vivere, sono i girasoli, il campo di girasoli che kaspar attraversa. Certamente, non si tratta di un dato biografico, è un’immagine ed è appena suggerita. “perdermi nel giallo” è allora la versione condensata di “perdersi in un campo di girasoli”. Tuttavia, tralascio volontariamente il senso preciso, a volte non termino i versi o le frasi, lascio che il senso si apra.

 

 

A.M.: Saprà di sicuro che in Italia persevera una vera e propria inclinazione verso i poeti francesi, soprattutto di quel fortunato Ottocento parigino. Charles Baudelaire, fra tutti, desta maggior interesse ed ogni anno i critici si cimentano in analisi nuove e reiterate. Ed in Francia? È stato perdonato per quei versi così poco amichevoli nei confronti dei parigini?

Laure Gauthier: Baudelaire è ancora uno dei rari poeti ad essere ancora letti e insegnati. Diverse opere critiche sono state pubblicate su di lui negli anni 2000 e ancora nel 2010. Penso ai saggi degli universitari Pierre Brunel o Antoine Compagnon, ma anche di altri autori come Yves Bonnefoy o Nathalie Quintaine, che hanno studiato la sua poesia e il suo radicamento nel reale. In Baudelaire, la tensione tra poesia in prosa e il sonetto è molto importante per me, poiché la mia poesia si basa sempre su un’alternanza tra verso e prosa poetica. Condivido pienamente l’analisi di Walter Benjamin che lo considera come primo poeta della modernità in Francia, che esprime la crisi di senso, la perdita dell’aura. Quindi, sì, la critica degli autori canonici è ancora viva, quella su Rimbaud e quella su Baudelaire, ma ci sono fortunatamente anche molte critiche ed universitari che dedicano le proprie ricerche alla densa e variegata creazione poetica contemporanea.

Per quanto mi riguarda, sebbene io sia francese, sono state soprattutto la poesia e la letteratura tedesca ad avermi segnata molto. Ho vissuto dai 18 ai 27 anni ampiamente in Germania e mi sono formata molto nella letteratura germanofona: Hölderlin, Novalis, Celan hanno segnato il mio percorso, ma in particolare anche Nelly Sachs e Ingeborg Bachmann ed i prosatori Elfriede Jelinek e Thomas Bernhard. Per il resto, non ho una “classifica”, leggo di tutto ma rimango ancorata a figure ai margini che riflettono sul loro tempo, come François Villon o ancora Antonin Artaud.

C’è un’incredibile vivacità e diversità nella poesia nella Francia odierna. Siamo in una strana epoca, dove è innegabile ci sia una sovrapproduzione di opere di poesia, anche di libri informi, dove ci si chiede ancora cosa abbia da dire il verso libero e cosa sia la poesia, ciò che chiamiamo poesia. E al contempo, ci sono autori e autrici particolarmente intensi, innovatori che pensano la nostra società tramite la lingua della poesia che accompagnano, pensano e rinnovano. Leggo soprattutto quegli autori e quelle autrici per cui scrivere dice qualcosa sotto una forma intrinsecamente legata a ciò che avviene politicamente: apprezzo molto poeti come Philippe Beck, Pierre Vinclair, che abbinano ai loro versi un pensiero poetologico critico, e anche la poesia e la prosa solerti di Lucie Taïeb, che tra l’altro pubblica anche saggi, così come le opere di Marie de Quatrebarbes e di Christophe Manon tra racconto e poesia, di Jérôme Game, i cui testi riconfermano il ruolo dell’immagine, ma la leggo anche Katia Bouchoueva, Séverine Daucourt, Pascale Petit, Perrine Le Querrec, Sandra Mousempes, Dominique Quélen e tanti altri ancora.

 

 

A.M.: La casa editrice Macabor, oltre ad aver pubblicato “kaspar di pietra”, ne 2018 ha scommesso sulla sua poetica con “La città dolente”. Che cosa ha pensato per questo interesse rinnovato? Considera Macabor Editore come una casa editrice con la “capacità di sguardo”?

Laure Gauthier: Ricordo che era uscito da pochissimo in Francia il mio libro e Luigia Sorrentino ha pubblicato qualche estratto sul suo blog (in francese con la traduzione in italiano), poi ho ricevuto un messaggio di Bonifacio Vincenzi, in cui mi comunicava il suo interesse per il testo. Qualche settimana dopo mi ha proposto di tradurlo e mi ha messo in contatto con la traduttrice, Gabriella Serrone! Naturalmente, devo tanto al coraggio editoriale di questa casa editrice e del suo editore, del suo impegno nel tempo, alla fiducia per il mio lavoro sin dall’inizio. Spero ovviamente che questa casa editrice continuerà a rimanere aperta all’estero e a battersi per la poesia contemporanea.

Inoltre, ho avuto la fortuna di incontrare altri poeti, in particolare Marco Vitale, che ha scritto la prefazione di kaspar, ma anche Eleonora Rimolo, che mi ha invitata a pubblicare nella sua bella rivista web Atelier o ancora Carlo Pulsoni per la rivista Insula Europa e anche il Festival di Poesia Ambientale anche con Marco Fratoddi. Inoltre, ho partecipato ad una performance on line al MAAM di Roma. La collaborazione duratura con la traduttrice Gabriella Serrone è ugualmente un bel regalo della vita, che ha aperto un dialogo poetico e amichevole e lei ha già tradotto estratti del mio prossimo libro les corps caverneux. Devo molto al suo grande talento di traduttrice!

 

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione

Laure Gauthier: “le armi che mi hai dato sono efficaci,

ma non sono le mie:

mi batterò a modo mio

con due o tre sassi e una fionda.”

(Charles Reznikoff, Inscriptions, tradotto dall’inglese da Thierry Gillyboeuf, casa editrice: Nous)

 

 

A.M.: Laure ringrazio vivamente per le riflessioni lanciate come pietra sull’acqua, il mio augurio è che possano portare il lettore a divenire cerchio. Indico uno dei “rari film”: “La leggenda di Kaspar Hauser” diretto da Davide Manuli; e per ribadire la tematica del maltrattamento la saluto con le parole di Simone Weil: “È criminale tutto ciò che ha come effetto di sradicare un essere umano o d’impedirgli di mettere radici.

 

Written by Alessia Mocci

Translated by Gabriella Serrone

 

Info

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http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-products-listing/product/136-kaspar-di-pietra

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/03/26/intervista-di-alessia-mocci-a-laure-gauthier-vi-presentiamo-kaspar-di-pietra/

 

Intervista di Alessia Mocci a Zoe Tami Kirsten: “Trycia”, avvincente metafora del mondo sulle ali della scrittura

 


Lo sceriffo sapeva qualcosa, che presumeva dovesse riguardare Trycia, che fino ad allora aveva tenuto nascosto a Robert per timore che lui potesse agire d’impulso, compromettendo l’indagine. Gli agenti della squadra che aveva mandato sul luogo dell’incidente lo avevano informato subito di aver trovato i segni delle ruote di una motocicletta impresse nella terra, oltre il ciglio della strada, proprio accanto all’auto guasta di Robert.– “Trycia – Orrore a Tower’s Bridge”

Zoe Tami Kirsten è nata nel 1991 negli USA. Dopo aver brillantemente concluso gli studi universitari in Storia contemporanea e Letterature moderne comparate, da circa due anni e mezzo vive in Italia.

Ha lavorato prima come correttrice di bozze poi come redattrice e traduttrice per varie case editrici statunitensi e, per un breve periodo, anche nel Regno Unito.

“Trycia – Orrore a Tower’s Bridge” è il suo primo romanzo, edito a gennaio 2021 dalla casa editrice SensoInverso edizioni nella collana AcquaFragile. Una storia di intrecci, una donna scomparsa, un gruppo sociale che vortica seguendo i propri moventi, morti violente, ambiguità, corruzione e tutti quei meccanismi che deturpano l’esistenza: “Trycia – Orrore a Tower’s Bridge” è un giallo-thriller che si diverte a cambiare registro letterario per mostrare quanto il linguaggio possa e debba manifestarsi come “creazione”, libera immaginazione; capacità di astrazione, direbbero alcuni.

Zoe Tami Kirsten, in questa intervista, ha presentato la sua opera narrativa e ha motivato la scelta di non mostrare il volto come autrice. 

 

A.M.: Buongiorno Zoe, la ringrazio per la disponibilità che ha mostrato per questa nostra intervista e mi complimento per la recente pubblicazione “Trycia – Orrore a Tower’s Bridge”. Per iniziare mi piacerebbe discutere sulla scelta dell’anonimato. Perché un’autrice (ed un autore) sceglie di pubblicare con un nome d’arte?

Zoe Tami Kirsten: Buongiorno Alessia, la ringrazio anch’io per la sua attenzione e per i complimenti che spero di poter meritare. E la ringrazio anche per questa bella domanda! In realtà, non so perché una donna, autrice, oggi, possa scegliere di pubblicare con un nome d’arte. Posso fare delle ipotesi, ma mi riesce ancora più difficile mettermi nei panni di un autore uomo. In ogni caso, come lei sa il mio non è un nome d’arte: Zoe Tami Kirsten è il mio vero nome. La mia richiesta di discrezione non riguarda il mio nome ma notizie della mia vita, che non voglio pubblicizzare, come anche della mia fisionomia, se non quelle che sono esposte sul retro di copertina del libro: sono una giovane scrittrice americana che vive in Italia... Per tornare alle ragioni dell’anonimato in letteratura, i casi sono tanti, così mi vengono in mente Louisa May Alcott e Stephen King miei grandissimi connazionali e scrittori di epoche differenti e lontane tra loro che, per alcuni libri hanno usato un altro nome... Se ci penso, credo che vi siano varie motivazioni alla base del desiderio di celare il proprio nome: di solito, ma questo vale solo per noi donne, si tratta di esistenze vissute in società retrograde (ma parliamo forse di un passato ormai remoto) nelle quali alle donne non era concessa la libertà di scrivere libri, considerando che quelle donne spesso erano ostacolate anche nell’istruirsi; in altre situazioni, si tratta di donne e di uomini che hanno vissuto in società che non consentivano le manifestazioni di un pensiero divergente da quello ufficiale se non mantenendo la segretezza sull’identità dell’autore. La storia ci dice che gli uomini non avevano motivazioni di ‘genere’ per cercare l’anonimato, ma solo ideologiche (o, altre volte, del tutto personali, come per Alberto Moravia il cui vero cognome non è appunto Moravia ma Pincherle). Per le donne, invece, come sempre, è stato tutto più difficile (in qualsiasi ambito della vita sociale, politica e culturale): per questo, molte scrittrici prima che il proprio lavoro fosse ufficialmente riconosciuto per il suo valore hanno dovuto utilizzare nomi d’arte, a causa dei pesanti pregiudizi della società maschilista e patriarcale in cui hanno vissuto. Vorrei sottolineare, però, che in realtà, le grandi donne, quelle che hanno contribuito alla crescita collettiva non sono soltanto le donne diventate poi famose, ma sono quelle ben più numerose e allo stesso modo importanti che non si nominano mai perché ancor oggi sono perfette sconosciute, in ogni tempo e in ogni luogo, ma alle quali dobbiamo molto, tutti, perché sono queste ultime, con i propri gesti quotidiani di silenziosa ribellione a un ordine precostituito oppure con la loro efficace e ordinata presenza che, nei secoli, ci hanno rese consapevoli dei nostri diritti. Ma non voglio sembrare così radicale, non lo sono affatto!: io amo la vita in tutte le sue sfumature, e so che è tutto molto naturale e che – abbandonando l’ambito lavorativo o politico – i rapporti interpersonali tra donna e uomo non dovrebbero essere governati da rivendicazioni di ‘genere’ né da una parte né dall’altra, altrimenti, seppure nella consapevolezza delle nostre nature, non parliamo d’amore ma di qualcos’altro. Certo, per chi crede nell’amore… io sì, ci credo!

 

A.M.: Troviamo come incipit del libro una bellissima citazione tratta da “Lezioni americane” di Italo Calvino: “Sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze”. Ho riportato la citazione in prosa, mentre sul libro è in versi, sarebbe interessante sapere se è stata lei a metterla in versi – con tagli sagaci – oppure se è stata una scelta del suo editore. La citazione, comunque, richiamando l’importanza del linguaggio, sembra invitare anche a prestare attenzione allo stile di scrittura che lei ha utilizzato nel libro. È così?  

Zoe Tami Kirsten: Come lei ha ben intuito non è un caso l’inserimento all’inizio del libro di quella frase di Italo Calvino: io adoro Calvino, conosciuto e molto apprezzato, e le sue opere studiate in diversi importanti atenei nel mondo. Anch’io l’ho conosciuto studiandolo all’università, negli USA. Così, ho trovato che quella particolare citazione potesse indicare uno degli aspetti più importanti del mio libro. Penso, infatti, che anche oggi ci troviamo nella situazione descritta in quei pochi righi dallo Scrittore italiano: la malattia del mondo contemporaneo non poteva non colpire anche la parola e il linguaggio con un’epidemia pestilenziale che, poi, non per un puro caso, credo, coincide in questo periodo con un’altra virulenta pandemia che sembra proprio giungere come un corollario all’attuale perdita della nostra capacità di comunicare. Oggi siamo, mi sembra, in un tempo in cui l’incomunicabilità è imperante (la medesima situazione si è verificata nei primi decenni del Novecento: ho in mente Pirandello, per esempio) e si manifesta anche nell’uso approssimativo del linguaggio. Si tratta forse di un dato ricorrente ad ogni inizio di un nuovo millennio? Anche all’inizio dell’Anno Mille i popoli erano ammutoliti: si avvertiva un cambiamento di cui non si conosceva ancora il contenuto né la portata… Anche oggi, mi sembra, stiamo vivendo in un clima di cambiamento davvero profondo. L’intuizione di Calvino, che risale alla metà degli anni ’80 del Novecento, è quella per cui è necessario che il linguaggio metta le ali, così come deve farlo il pensiero e che si smetta di ridurre il linguaggio alla semplice urgenza del comunicare che oggi produce spesso, aggiungo io, il degrado della lingua parlata e scritta, anche letteraria. Come dice lui stesso, lo stile e il pensiero devono, invece, accordarsi a «una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte». Scrittura come conoscenza. Io, con umiltà, ho cercato di rispettare questi che ritengo veri e propri insegnamenti per chiunque voglia prendere consapevolezza della scrittura nella sua funzione comunicativa e in quella letteraria. Ho utilizzato per questa ragione, nella narrazione della storia di Trycia, diversi, molteplici registri linguistici, per tentare di corrispondere, infine, anche all’ultima raccomandazione di Calvino: valorizzare – di fronte alla mortificante approssimazione odierna nell’uso del linguaggio – la ‘capacità immaginifica’ della parola (altrimenti si è in assenza di una visione). Riguardo alla forma con la quale è stata inserita la citazione nella prima pagina del libro, è stata decisa congiuntamente da me e dall’Editore, SensoInverso, un editore molto competente e brillante. Infine, voglio sottolineare che sono molto grata alla traduttrice Costanza D’Alletra che mi ha aiutato con maestria a restituire in lingua italiana (nonostante io conosca abbastanza bene la vostra lingua madre) tutte quelle più piccole sfumature delle parole essenziali alla scrittura di questo romanzo. E anche riguardo a questa intervista!

 

 

A.M.: Tower’s Bridge, laddove è ambientato il romanzo, non può che far venire in mente il famoso ponte mobile situato sul Tamigi. Come mai ha scelto proprio questa denominazione?

Zoe Tami Kirsten: Perché volevo richiamasse solidità e stravaganza: quelle due torri centrali del Tower Bridge sono straordinarie, secondo me, nell’accostare con eleganza il volume massiccio dei bastioni con la leggerezza delle loro guglie, nello stile vittoriano… Quel ponte, per la sua particolare fattura ha anche il pregio di far scattare l’immaginazione, la visione, che è quello che anche mi interessava… non è un caso credo che proprio questa sua particolare forma, con quella passerella sopraelevata, abbia convinto alcuni intrepidi personaggi (ma questi episodi non hanno a che fare col libro, sono eventi realmente accaduti, a Londra) a passare pericolosamente in aereo proprio nel mezzo del ponte!… un’evoluzione liberatrice che è anche, un po’, come un mettere le ali al pensiero, no? Anche quel ponte è una metafora: ricorda il personaggio del professore nel film Dead Poets Society che in Italia è noto come “L’attimo fuggente”, interpretato dal bravissimo e compianto Robin Williams?… Il suo gesto di salire in piedi sulla cattedra e di invitare i suoi studenti a fare la stessa cosa, significa proprio sollecitare a guardare il mondo da un’altra prospettiva, così come può fare il linguaggio quando scopriamo che si può aprire in molteplici direzioni, e ci eleva, sulle sue ali…

 

A.M.: Nel primo capitolo del romanzo si presentano Robert e Brandon, mentre Trycia compare nel secondo capitolo o forse dovrei dire “scompare”…

Zoe Tami Kirsten: In realtà, Trycia compare e scompare fin dai primi dieci righi del romanzo. Nell’incipit, Robert, suo marito, la lascia nell’auto in panne, in mezzo ad una strada di campagna, mentre lui va a cercare aiuto…  Fino a questo momento la donna è una presenza anonima, poi apprenderemo che si chiama Trycia e che di lei si sono perdute le tracce misteriosamente. Ho deciso così di portare subito il lettore in medias res, come si dice, nel vivo degli eventi. Non preparo gradualmente il lettore a questa strana sparizione ma lo porto immediatamente di fronte al fatto compiuto e alle conseguenze che esso provoca, nei comportamenti del marito, l’avvocato Robert Dalyne, e di tutti gli altri personaggi del libro che ci seguiranno fino alla fine della storia. Come lo stesso Brandon, un umile agricoltore che, però, proprio per non cadere in un’abusata convenzione, non descrivo come la figura innocente ritratta da certa letteratura di maniera. Piuttosto come una delle tante vittime dell’ambiente perverso in cui vivono i personaggi della narrazione.

 

A.M.: Verso metà romanzo leggiamo: “Ma quanti altri roghi, sinistri roghi nella Storia!… E quante libbre di carne l’intervento di un giudice da pantomima non ha potuto evitare che fossero smembrate! E quanto è finito in cenere nel mondo senza aver ricevuto neppure… il privilegio del genio letterario?!... Oh! L’elenco è lungo, e lugubre… in epoca contemporanea, non solo noi Ebrei, Marystella… prima ancora, ma dimenticato da tutti, il genocidio degli Armeni… e poi quello degli Ucraini dell’Holodomor, e dei Cambogiani… carneficine ovunque… nel Bengala e ancora nel Biafra, nel Rwanda e il massacro dei Musulmani Bosniaci a Srebrenica… e le violenze indicibili perpetrate contro le loro donne, per quella che i persecutori assassini chiamarono pulizia etnica… e in Sudan, nel Darfur… o in Somalia e ancor prima la caccia spietata a Giuliani, Istriani, Dalmati… le foibe… e giunge fino ad oggi… e sempre vite umane… e… libri…” È il professor Joseph Loëwenthâmm che spiega a Marystella i roghi di libri e di esseri umani, all’interno di una storia che scopriamo molto ben articolata nel presentarci, seppure nella forma di un avvincente romanzo, eventi reali che cambiano le nostre vite… Chi sono questi due personaggi?

Zoe Tami Kirsten: Loëwenthâmm è un anziano professore che ha subìto esperienze di una crudeltà assoluta ed è uno dei docenti universitari di Marystella alla quale racconta la sua storia. Ma è soprattutto un uomo che reagisce con dignità e fermezza di fronte alle malvagità del mondo, anche di quelle più attuali delle quali pure scrivo nel libro, perché è la storia che stiamo vivendo tutti... come del povero Giulio Regeni, barbaramente assassinato, e Patrick Zaky detenuto in carcere senza ragione, e dei quali non dobbiamo mai dimenticarci perché quelle vicende dolorosissime ci appartengono più di quanto si possa pensare, e del terrorismo… Loëwenthâmm richiama al significato dell’unità indissolubile tra Uomo e Libro, ed è il richiamo alla coscienza di ogni essere umano, come dice Borges… Marystella… non posso dire, qui, chi è Marystella, perché nella narrazione non si scopre subito... ma ha un ruolo primario nella vicenda. In realtà, poi, nessuno dei personaggi ha una funzione secondaria: tutte le loro vicende si intrecciano, sono parte di un disegno misterioso, in una metafora del mondo. Posso dire che Marystella è una giovane donna che affronta un percorso di formazione tra esperienze di diverso tipo. Ma il personaggio più complesso è Trycia, lei è l’eroina (positiva? Negativa?...) della quale però non posso aggiungere altro perché, come per Marystella, è bello scoprirla nelle pagine. Non voglio dire altro se non che la storia pretende che si presti attenzione anche a come è stata scritta, ai significati che spesso si celano nelle parole quando non si dà ad esse il senso che hanno, come per esempio anche all’intervento, nel libro, dell’umorismo che, in fondo, permea tutto il libro, un umorismo a volte amaro, a volte dirompente. Intorno alla narrazione degli accadimenti che riguardano Trycia, poi, si articolano, intrecciandovisi, appunto, altre due vicende che sono proprio ‘storie nella storia’.    

 

A.M.: Fra le pagine di “Trycia - Orrore a Tower’s Bridge” scorriamo il nome di tantissimi grandi autori come Jorge Luis Borges, William Shakespeare, Pablo Neruda, Julio Cortázar, Gabriel Garcia Márquez, etc. Sono questi gli autori che hanno sostato nel suo comodino e che le hanno fatto compagnia in questo viaggio chiamato vita?

Zoe Tami Kirsten: Quelli che lei cita sono grandissimi scrittori che, credo, chiunque ami i libri abbia letto; sono classici della letteratura mondiale che non possono mancare in nessuna biblioteca, neanche nella mia, insieme, però a tanti tanti altri, tra i quali molti illustri italiani, ma non solo di epoca contemporanea o moderna. Io poi sono curiosa di natura e quindi leggo molto, di tutto. Io, Alessia, sono qui in Italia, da due anni e mezzo circa, e mi sto accorgendo che anche le mie letture di scrittori e uomini di cultura italiani, condotte prima da studentessa e poi da appassionata di letteratura, mi porgono visioni e interpretazioni del mondo che mi nutrono letteralmente di bellezza. E di conoscenza. Scrivere, in questo senso, per me è anche un omaggio a tutti questi grandi intellettuali che mi hanno dato il privilegio di conoscere le loro opere, i loro libri (anche per questo nella storia si accenna alla sciagura dell’incendio dei libri…).

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Zoe Tami Kirsten: D’accordo, però, considerato che sarebbe davvero impossibile eleggere un solo autore a questo compito, la citazione la traggo dal mio libro, che è anche il mio primo romanzo! Che spero possa piacere ai lettori che con la loro presenza danno un senso alla nostra esistenza di scrittrici:

«(…). Invaso da una sleale e immensa malinconia, chiedersi dove la sua donna fosse finita era come domandarsi in quale luogo lui stesso si fosse nascosto, dove avessero abbandonato la propria anima, dove fosse la sua dimora nella quale si poteva pensare che sopravvivesse se ora era lei, l’anima, a interpellarlo chiedendogli di rivelarle la ragione ultima dell’inquietudine che lo attanagliava. (…)»

(da “Trycia, orrore a Tower’s Bridge”, di Zoe Tami Kirsten, pagg. 98-99, SensoInverso edizioni, 2021).

 

A.M.: Zoe la ringrazio per l’attenzione con la quale ha voluto presentare il suo romanzo e per le riflessioni sulla società, concordo con lei sull’importanza del superamento del concetto di genere per riuscire a vedere il mondo abitato da esseri viventi, ognuno con diritto di vita e di manifestazione del sé. A tal proposito la saluto con l’Epigramma del ventunesimo Emblema dell’Atalanta Fugiens di Michael Maier: “Il maschio e la femmina divengano per te un cerchio/ Da cui sorga il quadrato dai lati uguali./ Trai da ciò un triangolo, che in ogni parte/ Si muti poi in una sfera: allora la Pietra nascerà./ Se cosa tanto facil non subito afferra la tua mente,/ Pensa alla dottrina del Geometra, e tutto saprai.”

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

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http://www.edizionisensoinverso.it/catalogo_acquafragile_trycia.htm

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/03/05/intervista-di-alessia-mocci-a-zoe-tami-kirsten-trycia-avvincente-metafora-del-mondo-sulle-ali-della-scrittura/