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Alessia Mocci intervista Sergio Messere: ecco la raccolta Fibre di possibilità


 

“Considero la poesia non propriamente una forma d’arte, quanto una “proto-arte”, in quanto è un qualcosa di profondamente viscerale che si origina nell’Uomo prima della nascita della scrittura e del linguaggio stesso. Cosa è scattato nel primo Uomo che ha sentito l’esigenza di commemorare i propri cari?” – Sergio Messere

Domandarsi sull’origine, sia del pianeta Terra che ci ospita sia della nascita dell’esigenza di commemorare i propri cari, è un atteggiamento nobile con il quale condurre la propria esistenza. Nobile ed inevitabile perché le domande avvengono, accadono e se si sceglie di non ascoltarle, queste riemergono come ostinati semi che, con il germoglio, tendono verso la luce.

“Fibre di possibilità”, edito da LFA Publisher nel 2021, è suddiviso in sette capitoli che principiano con una tela od uno schizzo dell’artista Pietro Tavani. L’autore, Sergio Messere, diplomato in elettronica industriale lavora dal 1991 come tecnico di settore in un centro di coordinamento e supervisione di reti Mediaset ed altre emittenti private. Appassionato lettore di romanzi classici, paranormale e fantascienza, pratica running e si diletta in cucina.

Ha esordito nel 2013 con il romanzo “Generazione oltre la linea” (Prospettiva Editrice), alcune poesie sono state pubblicate su antologie quali “Forme liquide” e “I glocalizzati” (deComporre Edizioni 2014); il racconto “Lo Scrigno di Santa Rosa” nell’antologia “Tardomoderno immaginario” (Limina Mentis 2015). Nel 2015 ha vinto la sezione di poesia della prima edizione del contest “Radici, impulso e rivoluzione” con l’opera “Il manifesto dell’iconoclastia”.

Sergio Messere si è mostrato molto disponibile nel rispondere a qualche domanda sulla sua silloge “Fibre di possibilità” così da sviscerare il suo mondo poetico. Si augura buona lettura!

 

A.M.: Ciao Sergio, ti ringrazio per il tempo che hai voluto dedicarmi, sono lieta di poter presentare ai lettori la tua nuova pubblicazione “Fibre di possibilità”. Il tuo esordio in editoria è stato nel 2013 con il romanzo distopico “Generazione oltre la linea” edito da Prospettiva Editrice, ci puoi brevemente racconta la trama?

Sergio Messere: Buongiorno a tutti. Nel romanzo che hai citato, narro l’esperienza a dir poco stravagante di un gruppo di diciotto ragazzi nell’anno 2040, nell’immaginaria metropoli di Sìagora, sui lidi dell’Alto Lazio. Qui, un misterioso uomo navigato di nome Gabriel, di origine armena, tiene una sorta di scuola di vita chiamata “Istituto del pieno sviluppo delle risorse di gioventù”. Saranno giorni molto intensi: amore, amicizie, ma anche alleanze e scontri duri; esperienze di tornei sportivi, dibattiti e altre esperienze borderline che non voglio svelare. Qual è il vero obiettivo di questo ambiguo maestro?

 

A.M.: Quando è nata in te la necessità di scrivere in versi? Romanzo e poesia sono andati all’unisono oppure ci sono stati momenti in cui hai scritto solo in versi?

Sergio Messere: Ho iniziato da piccolo scrivendo brevi storie. Successivamente, a partire dai vent’anni, ho iniziato a comporre istintivamente poesie. Dopo diversi lustri, sono riuscito a completare il romanzo “Generazione oltre la linea”: un lavoro, vi assicuro, che mi ha assorbito non poche energie, essendo maniacale e dovendo documentarmi sulle materie più disparate e approfondire svariati personaggi caratterizzati. Del resto, un romanzo corale nasconde sempre molte insidie, rischiando di seminare confusione nella testa del lettore.

Ritornando alla poesia, in “Fibre di Possibilità” sono confluiti tutti i versi di un trentennio; quelli che non ho inserito è perché sono stati stracciati nel tempo. Come hai già evidenziato nella tua analisi, sono contenute poesie eterogenee, le condizioni di fasi di vita così lontane si sono riflesse giocoforza nelle pagine assai diverse per l’ispirazione stessa, i contenuti e lo stile. Considero la poesia non propriamente una forma d’arte, quanto una “proto-arte”, in quanto è un qualcosa di profondamente viscerale che si origina nell’Uomo prima della nascita della scrittura e del linguaggio stesso. Cosa è scattato nel primo Uomo che ha sentito l’esigenza di commemorare i propri cari? E perché, a un certo punto, si è iniziato a rappresentare le scene di vita quotidiana – come la caccia e altro – sulle pareti di grotte? Per non parlare delle prime forme di religione, in cui si veneravano le potenze primordiali della Natura.

C’era già tutto in noi, doveva solamente – come ricorda Telmo Pievani – scattare l’innesto giusto per il decollo dell’intelligenza e della stessa civiltà umana. Mulina a intermittenza un pensiero che mi fa venire i brividi: “C’è stato un momento in cui eravamo grandi e noi non lo sapevamo.”

Riguardo al titolo, il passato, il presente e il futuro – come ci insegna la fisica quantistica con il concetto di entanglement; le correlazioni fra gli astri, le specie, i popoli e gli individui stessi, sino alle particelle subatomiche, orbene, per me ogni cosa è intimamente collegata al Tutto, a una ipotetica intricata e sterminata “rete di possibilità”…

 

A.M.: Nel capitolo Vibrazioni troviamo la lirica “A Laura”, nome che riporta alla memoria un personaggio di Generazione oltre la linea, una ragazza che il protagonista Dani incontrerà in un ottobre del 2040.

Sergio Messere: Parto da lontano e farò una sintesi. All’incirca quando avevo venti anni, durante il servizio militare, una figura di donna si impossessò a poco a poco della mia mente. Quando iniziai a “fantasticare” nel parlare con lei, già di fatto il volto e quelle sembianze mi erano dinnanzi in ogni dettaglio: viso tondo, occhi grandi e lineamenti regolari, capelli quasi neri raccolti a cipolla; idem per la corporatura rotonda ma non molliccia. In seguito, negli anni, si delineò il quadro che era una studentessa di medicina, molto preparata e scrupolosa, e, a un certo punto, ne erano sempre più chiari le movenze e i gesti peculiari. L’ho sempre considerata mia coetanea e profondamente intelligente e seria. Negli anni, in ogni momento di difficoltà/spaesamento (sono estremamente fragile, o meglio, per metà forte e per metà fragile), mi sono rivolto a Lei – o è apparsa spontaneamente Lei, fate vobis. Insomma, quando posso mi ci aggrappo moralmente in modo spudorato! Mi conforta senza se e senza ma: una presenza discreta, assolutamente non carnale, del tutto coerente.

E non a caso le ho trovato un posticino di assoluto primo piano nel mio romanzo, dove però si presenta in una veste differente: austera, a tratti acida con la voce narrante Dani, e distante dalla Laura spirituale della mia realtà, in cui è assurta a tutti gli effetti a una figura di spirito-guida. Nei miei viaggi mentali, non ho ancora capito che specializzazione di Medicina stia frequentando, né sono riuscito mai a incontrarla nei sogni notturni, nonostante i bizzarri propositi e desideri…

 

A.M.: Nel capitolo Scorci leggiamo nella poesia “1980”: “[…] … i tempi/ dell’adolescenza/ alla scuola media:/ i primi brividi soffusi/ alla vista/ di seni acerbi/ in espansione/ per una risata/ o per un saltello;/ e le battaglie/ a “pallaguerra”/ nel cortile grigio/ tra occhi obliqui/ e figure flessuose.// […]”. L’Io racconta della giovinezza ai tempi della scuola media descrivendo dei “giovani felici/ ma ignari”. Ci vuoi raccontare la genesi di questi versi?

Sergio Messere: Una poesia del ciclo luminoso, realismo puro. Un affresco e al tempo stesso è un omaggio agli anni Ottanta, che considero, al pari dei Sessanta e Settanta, un decennio meraviglioso e pullulante di fermenti, gioia di vivere, condivisione, spensieratezza, innovazioni continue. Una poesia che è lo scrigno dei ricordi della mia giovinezza, dai giochi di cortile alle escursioni con gli scout, dai primi sussulti delle Medie alle giornate sui banchi dell’istituto industriale. Ricordi indelebili che mi tormentano, che sprigionano una nostalgia all’ennesima potenza, perché custodi di un qualcosa che non potrà più tornare – anche se è giusto così. Tuttavia è troppo più forte di noi: abbiamo sempre bisogno di ritornare ai nostri anni verdi, di cui – curioso a dirlo – serbiamo un ricordo più nitido, in genere, delle esperienze positive. Riguardo questa nostalgia, quando rivedo in particolare una vecchia foto di una giornata in classe (l'ho già postata su Facebook) una certa commozione mi pervade: un po' come Odisseo quando sente narrare le sue (loro gesta) contro Ilio molti anni dopo.

Discorso a parte merita la dedica di 1980 al mio compagno dell’Industriale. Un amico speciale e sensibile che ha interrotto il proprio viaggio anzitempo.

 

A.M.: L’ultimo capitolo di “Fibre di possibilità” è intitolato Psicoalchimie e coni d’ombra, troviamo qui “Il ministro dell’Ordine” nella quale scrivi: “[…] Mi avvicino./ Una colonna azzurra/ mi aspira./ Rifulgono e mi chiamano/ magnetici/ i tuoi globi algidi,/ errante siderea;/ cedo alle tue lusinghe…/ le tue voluttuose tenaglie/ mi serrano…/ o NO!/ Necessito solo/ di Ordine.// […]”. Che significato dai alla parola “psicoalchimia”? Ed in che cosa consiste l’Ordine?

Sergio Messere: Per “psicoalchimie” mi riferisco alle “variazioni di stato” all’interno del teatro della nostra mente (prendendo spunto grossolanamente dagli alchimisti medioevali che sostenevano di trasmutare alcuni metalli in oro). Per le “variazioni di stato” mi sono ispirato agli insegnamenti del maestro Gurdjieff (si rimanda la lettura ammaliante di “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”, del discepolo Petr Uspenskij).

Secondo il suo pensiero, sussistono sette livelli di crescita dell’essere umano: dall’Uomo n° 1 che è quello più comune e vive prevalentemente nella materia, si passa poi al n°2 (tipo emozionale), al 3 (intellettuale), quindi il 4 (gli yogi e i mistici sufi), il 5 (l’Uomo della consapevolezza, seppure non costante), il 6 (Uomo che è riuscito a raggiungere il suo centro), sino ad arrivare al rarissimo Uomo n° 7 (Buddha). Occupandosi l’ultimo capitolo di esperienze al di fuori dell’ordinario, mi riferisco a “coni d’ombra” in quanto ci si viene proprio a trovare in una zona grigia della coscienza, protesi verso una dimensione separata dalla nostra, una dimensione altra.

Nella poesia in questione, il protagonista si viene a trovare in un bizzarro caso di abduction e, l’intimo contatto con l’“errante siderea”, indubbiamente traumatico, lo porta a essere manipolato in quegli istanti, da qui la sua dipendenza assoluta e necessità di Ordine, ovverosia la sottomissione a un nuovo codice etico e il raggiungimento di una condizione di coscienza alterata, non umana, presumibilmente superiore. 

 

A.M.: Sono svariate le liriche in cui tratti della molteplicità del tema amoroso, come se esistessero varie forme d’amore. Puoi farci qualche esempio?

Sergio Messere: L’amore è un qualcosa di potentemente complesso, molteplice, molto più di un sentimento come l’odio. Quando ci riferiamo all’amore che abbiamo provato o proviamo tuttora verso un altro essere, cosa s’intende precisamente? Siamo in grado con un semplice termine di racchiudere questo microuniverso?

Ecco quindi la genesi di versi variegati: si passa dall’amore spirituale verso Laura a quello sofferto e quotidiano di Nervi di nylon; dall’amore che ci sussurra i misteri d’Oriente di Zeila o sconfina nella dimensione subatomica di Colata, a quello leggero, inebriato dai vapori del “santo mosto” di Melodie di ottobre; dalla forma senza regole e senza un domani di Anarchia d’amore a quella consistente e rassicurante di A casa, Simbiosi, La tua voce, Ritorno e Amicizia.

E poi ancora, il tema amoroso ecumenico, universale, verso il mondo dei versi di Espansione, Scintilla e Vitae; il tema di stampo fiabesco del Mondo nuovo e, all’opposto, la forma animalesca e conflittuale di Amore barbaro; la forma caotica, collettiva, degenerata e sintetica di Hypnotica.

Infine, una menzione speciale a due poesie a cui sono particolarmente affezionato: Idea e Lo scivolo della mente. Nella prima, siamo al cospetto di un amore potente, siderale, oscuro – che slitta da una prospettiva all’altra – paragonato ora a una “schiera di angeli su destrieri”, ora a una costellazione poco visibile (Macchina pneumatica), ora a un viaggio da pendolare in metropolitana, ora al trionfante epilogo onnivoro di un buco nero. Nella seconda, impera la forma prettamente cerebrale, dove a poco a poco, scivolando “sulle pareti di un cono rovesciato”, si perviene all’utopia che vede due menti fondersi in una.

 

A.M.: Sabato 21 maggio sarai ospite presso lo stand di LFA Publisher al Salone del Libro di Torino dalle 16:00 alle 17:00. Che cosa ti aspetti da questa partecipazione?

Sergio Messere: Non penso al numero di copie vendute e firmate, nel senso che per me questo deve essere nient’altro che un “effetto collaterale”. Vorrei semplicemente godermi quelle giornate col massimo della vitalità, parlare con chiunque, dagli addetti ai lavori ai semplici passanti che si avvicinano curiosi ai libri sui tavoli, gustarmi un cappuccino con una brioche iperfarcita in compagnia, guardare negli occhi i malcapitati che mi chiedono una firma per la silloge. Insomma, il solito Sergio. Però posso anticiparvi che, qualche giorno prima, il 19 maggio alle 10:40 sarò ospite nel programma letterario di Radio Dora.

A distanza di otto anni dalla mia prima apparizione al Salone, vorrei ringraziare, per l’opportunità avuta, l’editore Lello Lucignano della LFA Publisher e tutto il nutrito staff che, giorno dopo giorno, ci mettono passione e qualità in questo lavoro-vocazione. Mi piace pensare all’editoria come una vera e propria “Officina del libro”.

 

A.M.: Oltre al Salone del Libro hai già organizzato altre presentazioni del libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Sergio Messere: A breve organizzerò, con l’ausilio di Serena Piergotti, un evento di letture della silloge presso la nuova biblioteca del comune dove vivo, Fonte Nuova. Questo reading poetico è stato inserito nel maggio dei libri 2022. Ne darò comunicazione su Facebook e sugli altri social, come anche per i futuri eventi letterari, compresa la partecipazione alla Fiera del Libro di Roma a dicembre.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Sergio Messere: Avendo già accennato all’inizio ad un maestro armeno, come non concludere con un pensiero di Georges Ivanovič Gurdjieff?

“L’illusione suprema dell’uomo è la sua convinzione di poter fare. Tutti pensano di poter fare, ma nessuno fa niente. Tutto accade.”

Grazie, Alessia, per la disponibilità e un salutone a tutti i divoratori di libri! Spero di vedervi numerosi e schizzati al Salone di Torino.

 

A.M.: Sergio, ti ringrazio per come hai affrontato questa intervista, sei riuscito a citare svariate tue liriche donandoti completamente al lettore che, penso, gradirà. In chiusura seguo la tua scia e cito Jeanne de Salzmann, allieva di Gurdjieff: “Cercate per un momento di accettare l’idea che non siete quello che credete di essere,/ che vi stimate troppo, dunque che mentite a voi stessi./ Che vi mentite sempre, ogni momento, tutto il giorno, tutta la vita./ Che la menzogna vi governa a tal punto da non poterla controllare./ Siete preda della menzogna./ […]”

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

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https://www.mondadoristore.it/Fibre-di-possibilita-Sergio-Messere/eai978883343383/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/05/11/intervista-di-alessia-mocci-a-sergio-messere-vi-presentiamo-fibre-di-possibilita/

 

 

 

Alessia Mocci intervista Alessandro Cortese: ecco il romanzo La mafia nello zaino

 


“Ricordo che ero davanti la tivvù e che d’un tratto si interruppero le trasmissioni su tutti i canali. Ricordo la cronaca. Le scene dei film di guerra che erano però verità e non finzione. Io di quel pomeriggio mi ricordo tutto e lo conservo gelosamente… perché quell’evento ha contribuito a farmi diventare la persona che sono e io amo moltissimo la persona che sono. Se avessi mai scritto un romanzo sulla Sicilia, inevitabilmente, avrei dovuto raccontare dell’omicidio di Paolo Borsellino.” – Alessandro Cortese

Un palazzo della memoria, le fondamenta de “La mafia nello zaino” sono i ricordi personali dello scrittore siciliano Alessandro Cortese (Messina, 1980).

Edito nel 2022 da Il ramo e la foglia edizioni con copertina dell’artista palermitano Giulio Rincione, “La mafia nello zaino” è un romanzo che s’addentra nella buia realtà della Sicilia, quella menzionata nel titolo: la mafia.

Con la voce e le aspettative di un ragazzino di appena dieci anni, Alessandro Cortese amalgama ricordi della propria infanzia all’invenzione letteraria per ricordare persone uccise in modo atroce come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, padre Pino Puglisi, ed il ladro Nino Sboto.

“La mafia nello zaino” è la storia di un bimbo, di un nano e di un assassino: ogni personaggio recita al meglio la sua parte cercando di assecondare il Fato.

Alessandro Cortese si è mostrato molto disponibile nel rispondere ad alcune domande non solo inerenti alla sua pubblicazione ma anche sulla sua vita e sulle sue esperienze. Buona lettura!

 

A.M.: Salve Alessandro sono trascorsi otto anni dalla pubblicazione del romanzo storico “Polimnia” e devo ammettere che mi hai sorpresa con “La mafia nello zaino” perché dai toni aulici sei passato al colloquiale e regionale siciliano di un picciruddu di dieci anni. Che cosa è avvenuto in questi anni di silenzio editoriale?

Alessandro Cortese: Ciao Alessia, risponderei volentieri che sono andato a letto presto, ma non sarebbe nulla di più falso… ho perso il conto delle ore di sonno non goduto negli ultimi anni: non sono una persona che rimane ferma, piuttosto ho quell’inquietudine che mi spinge a fare. Così fino al 2017 ho scritto… ho portato avanti molti altri lavori letterari, soprattutto di notte e di mattina presto, nelle ore che non dedicavo al lavoro retribuito, e per me scrivere è sempre stata una forma di autoanalisi o, se preferisci, è sempre stato lavorare su me stesso. Dopo ho effettivamente smesso di farlo… “La mafia nello zaino” è un romanzo del 2015 e a rivederlo oggi, che se ne va per la sua strada, mi sembra una vita fa. Oggi rimango circondato da appunti su storie lasciate incompiute che, mi piace pensare, prima o poi concluderò. E mi capita di riflettere sul fatto di non aver più scritto… magari ho semplicemente raggiunto un equilibrio che prima non avevo e, senza una ricerca personale, anche le mie storie sembrerebbero prive di forza.

Tu lo sai, le mie storie hanno sempre vissuto di una forza incredibile. Con quella forza Lucifero si è ribellato contro il regime, in Eden, e si è rialzato dal fondo del baratro, in Ad Lucem. Con quella stessa forza, Leonida e i suoi spartani, insieme ai greci, hanno resistito alle cariche dell’invasore persiano in Polimnia. Poi quella forza l’ho data alla curiosità di un picciriddu, piccolo ma grande, per provare a capire cos’è la mafia, ed è vero che il mio registro stilistico è cambiato completamente: Eden, Ad Lucem e Polimnia lavorano sul mito e il mito pretende epicità… e non saprei essere epico senza essere aulico.

Ne “La mafia nello zaino” racconto una storia inventata usando elementi autobiografici… inutile dirti che un picciriddu siciliano bravo a passare da un’avventura all’altra restando per strada non parla in modo aulico ma, piuttosto, è già tanto che usi un po’ di italiano in mezzo a tutto quel siciliano.

Aggiungo che ho sempre saputo scegliere i registri nelle mie narrazioni e in realtà non per merito mio: sono sempre stati i personaggi delle mie storie che, venuti a trovarmi, hanno sempre parlato in un certo modo. Io li ho semplicemente ascoltati. 

 

A.M.: La copertina del romanzo è stata curata dall’artista palermitano Giulio Rincione, un’illustrazione che riporta in modo preciso alcuni dettagli importanti, come ad esempio la presenza delle duemila lire nella tasca dei pantaloni del picciriddu ed i fumi neri che traboccano dalle torri cilindriche della raffineria. Come hai conosciuto Giulio?

Alessandro Cortese: Hai presente quando immagini le cose? Se hai un’immaginazione come si deve, capita che quanto hai immaginato tu ce l’abbia davanti agli occhi, come fosse qualcosa di concreto.

Io ho sempre avuto le idee chiare, su cosa ci dovesse essere sulla copertina dei miei libri, e così è stato anche per “La mafia nello zaino”. Sapevo che poteva funzionare soltanto un’immagine che fosse cartoonesca ma non troppo, seria ma non troppo, e ho pensato ci fosse una persona soltanto capace di realizzarla, un artista che è stato la mia unica scelta e l’unico che ho contattato: Giulio Rincione.

Giulio è uno degli illustratori più importanti del mondo, ha uno stile assolutamente unico e, soprattutto, è siciliano. Potrà anche sembrare campanilismo, il mio, ma non lo è: certe cose nel mio romanzo potevano essere veramente colte soltanto da un siciliano… e questo dissi a Giulio, quando lo contattai. Gli dissi che ero convinto che solo un altro siciliano avrebbe saputo raccontare il mio romanzo con un’immagine e basta. E così è stato: nessuna prova, nessun bozzetto. Giulio ha letto il libro e ha illustrato la copertina perfetta.

La sua copertina sarà, probabilmente, uno dei motivi che mi faranno gioire sempre dell’idea di essere tornato nel mondo letterario, dopo averlo abbandonato. Basta guardarla per capire quanti dettagli trovino posto perfettamente all’interno della cornice: le due mila lire in tasca al picciriddu, ad esempio, che vengono rubate dalla borsa di Raffaella all’inizio del romanzo, o la raffineria sullo sfondo del teatrino dell’Opera dei Pupi. Nessuno ha suggerito a Giulio cosa disegnare, è tutto frutto della sua visione artistica… ma se avessi suggerito qualcosa, gli avrei chiesto di mettere in copertina la raffineria: la Sicilia ha sofferto, e soffre, per la presenza dei molti petrolchimici che ne hanno devastato tanto il territorio quanto la salute pubblica; nella Valle del Mela, dove si erge il “mostro”, la raffineria di Milazzo, ci sono zone limitrofe in cui ogni famiglia ha un malato di tumore in casa, eppure è tutto normale, sia per lo Stato che per le autorità ambientali; vivere in Sicilia significa anche questo: si baratta la propria salute pur di avere in cambio uno stipendio sicuro.  

 

A.M.: “La mafia nello zaino” è un romanzo di finzione letteraria che riconduce ad eventi accaduti nella realtà, uno di questi è centrale nel libro e nella vita del protagonista, cioè la presenza del giudice Falco Di Giovanni e del suo collega Paolo, esempi di persone oneste che cercano non solo di aiutare a ristabilire una sorta di ordine ma anche di tagliare i fili del “puparo” che manipola i cittadini come se fossero marionette. Era tua intenzione palesare l’omaggio a Paolo Borsellino e Giovanni Falcone perché sin da subito li hai presentati come tali, dunque, ti chiedo perché un siciliano di Messina sente il dovere di ricordare episodi accaduti nel 1992?

Alessandro Cortese: Ho scritto “Il bimbo, il nano e l’assassino” (inizialmente il titolo era questo, “La mafia nello zaino” è stata una fortunata intuizione dei miei editori, Giuliano Brenna e Roberto Maggiani de Il Ramo & e la Foglia, NdA) nel 2015, di getto. In 5 mesi. Per me era un periodo particolare… a tutti gli isolani, andati via dall’Isola, succede che a un certo punto della vita si voglia tornare a casa. È il richiamo della terra ed è il richiamo del sangue o, se preferisci, è il canto della sirena. Davvero ho pensato di tornare a casa, nel 2015… ma chi va via non può più tornare. Non davvero. Ho quindi voluto farlo ma non fisicamente, l’ho fatto in modo a me più congeniale, costruendo un palazzo della memoria.

Nel mio palazzo della memoria, il paese è diventato simbolo dell’intera regione: la Sicilia inizia quando entri in paese e uscire dal paese significa uscire dalla Sicilia. Ho usato precisi riferimenti geografici non badando al fatto che non fossero poi corretti nel contesto locale, perché a me interessava costruire una Sicilia fatta di ricordi. Sono gli splendidi ricordi di quando ero un ragazzino che correva, con gli amici, in BMX rossa ogni pomeriggio. Sono i ricordi che mi porterò fino a quando sarò vecchio, perché mi ricordo ogni minuto di quei pomeriggi e ogni avventura vissuta in posti che, in Sicilia, sono esattamente uguali e come erano più di trent’anni fa, quand’ero quel bambino.

Ho smesso di essere quel bambino quando uccisero Paolo Borsellino: l’omicidio di Falcone fu per me più distante… mi giunse la notizia ma non vidi servizi ai telegiornali, fu come se mi avessero riferito la cosa ma non ci rimasi davvero a pensar su.

Per Borsellino fu diverso. Ricordo che ero davanti la tivvù e che d’un tratto si interruppero le trasmissioni su tutti i canali. Ricordo la cronaca. Le scene dei film di guerra che erano però verità e non finzione. Io di quel pomeriggio mi ricordo tutto e lo conservo gelosamente… perché quell’evento ha contribuito a farmi diventare la persona che sono e io amo moltissimo la persona che sono. Se avessi mai scritto un romanzo sulla Sicilia, inevitabilmente, avrei dovuto raccontare dell’omicidio di Paolo Borsellino.

 

A.M.: “«La mafia?» lo sentii ripetere. «E che è?». […] «Persone» gli risposi. «Che fanno cose cattive». […] «Ma chi t’ha insegnato questa parola?» volle sapere mia madre […] «Il giornale. L’ho letta». […] «E sai perché non hai visto la mafia?». […] «Perché la mafia è come Colapesce. È una leggenda che si sono inventati in televisione, per raccontare qualcosa ai vecchi che non lavorano più e restano a casa tutto il giorno. I vecchi guardano i telegiornali, che gli raccontano qualcosa vera e qualcosa no. La mafia non è vera».” Il nostro piccolo eroe, il picciriddu, è incuriosito da questa entità – la mafia – di cui in paese non si vuole parlare; l’argomento diventa appassionate e si rivolge ai genitori la cui risposta lo lascia ancora più disorientato. Ritengo che questo breve dialogo sia come il taglio dell’occhio nel film di Luis Buñuel, una cesura netta con il passato che apre al caos. Quand’è stata la prima volta che hai sentito la parola “mafia”? Hai usato elementi autobiografici per scrivere il dialogo sopracitato?

Alessandro Cortese: Non saprei dire quando ho sentito per la prima volta la parola “mafia”… probabilmente a scuola, o da qualche adulto che ne parlava, magari da qualcuno che voleva fare una battuta o in televisione, visto che quand’ero bimbo andava sulla Rai la fiction de “La Piovra”. Sinceramente non saprei dire, con certezza, quando ho sentito per la prima volta questa parola. Mentre posso dire con certezza, invece, che quel dialogo sulla mafia tra il mio picciriddu e i suoi genitori sia uno degli eventi incredibili che la scrittura sa regalare: sono sempre rimasto convinto che, quando inizio a scrivere di loro, i miei personaggi vivano di vita propria; dire che io non gli ho mai messo in bocca le parole che dicono può sembrare inverosimile, ma davvero io resto in ascolto di ciò che hanno da dire… la sensazione che ho spesso provato è di scrivere sotto dettatura, facendo attenzione a cogliere ogni parola, un po’ come mi capitava all’università quando prendevo appunti a lezione, solo che ascolto gente che non esiste davvero, non in questo mondo almeno.

Ma per quanto quel dialogo non sia autobiografico, sono moltissimi gli elementi che lo sono invece… Giulio il ladro, il ragazzo ucciso all’inizio del mio libro, è in realtà Nino Sboto e davvero a lui hanno tagliato le mani perché rubava; allo stesso modo, la scena dell’omicidio fuori dalla sala giochi è il racconto esatto di quanto successe quel pomeriggio, io stavo giocando ai videogames e ammazzarono a colpi di pistola un tizio a 50 metri di distanza.

Come dicevo, questo mio romanzo è un palazzo della memoria e le fondamenta di questo edificio sono i ricordi personali che probabilmente non potrò mai dimenticare, per il carico emotivo che sono stati capaci di concentrare. Il resto è il racconto di personaggi nati tra quei ricordi, che usano alcune cose del mio passato per dire al lettore di loro.

 

A.M.: “«Ma non è colpa mia!» iniziai a pigghiari p’avanti per non restare indietro. «La mafia m’ha fatto venire questi dubbi!». E quando pronunciai la parola mafia, l’espressione di padre Pippo tornò uguale a quella che gli avevo visto fare davanti all’avvocato Cantarò coperto dal lenzuolo, quindi prese una sedia e s’assittò, come se le gambe gli fossero invecchiate di colpo e non ce la facesse a reggersi.” Padre Pippo è accostabile a Falcone ed a Borsellino come personaggio positivo ma non solo perché, anche in questo caso, ci troviamo davanti ad un caso di cronaca bensì perché anche se il suo “mestiere” lo inserisce nei “segreti di mafia” si adopera per aiutare i giovani togliendoli dalla strada. Uno dei personaggi “negativi” che instaurerà un rapporto con il picciruddu è presente anche nel sottotitolo del libro: il nano e più precisamente “Antonio Izzo ’ngiuriatu Ninu u nanu”. Anche il nano proviene dalla realtà? 

Alessandro Cortese: Padre Pippo è il mio ricordo di padre Pino Puglisi. Io vengo da una realtà cittadina nella quale i Salesiani rappresentavano, per noi bambini, il posto in cui crescere lontani dalla strada. Ai Salesiani ho giocato a pallone e pure a scacchi, ho mangiato qualche buon gelato, ho conosciuto gente che mi ha insegnato come ascoltare la musica che mi avrebbe fatto compagnia per il resto della vita, ho litigato con altri ragazzi, fatto la corte a qualche ragazza, pregato e bestemmiato. Per me i Salesiani hanno rappresentato esperienza di crescita da ogni punto di vista, e i preti dei Salesiani mi hanno dato altrettanto.

Quando padre Puglisi fu ucciso, ricordo che pensai nessuno potesse salvarsi da un proiettile, neppure uomini che hanno il favore di Dio. Ma pensai pure che a morire non fosse solo un prete, che non si fosse sparato solo a una persona… era come se avessero sparato allo spirito dei Salesiani e al loro essere alternativa alla strada.

I Salesiani del mio paese non hanno salvato tutti ma hanno salvato molti, esattamente come fece padre Puglisi a Palermo. Celebrare padre Pino Puglisi, nel mio romanzo, significava per me fare un omaggio a quel senso di protezione che i Salesiani hanno sempre saputo darmi.

Non è ispirato a nessun personaggio reale, invece, Ninu u nanu, il boss mafioso con cui il mio picciriddu si misura per tre volte nella storia: la prima volta è “iniziazione”, la seconda è “consapevolezza” e la terza è il “finale”, quindi il viaggio di crescita del mio piccolo eroe passa tutto attraverso il nano che, simbolicamente, è la mafia. La mafia può essere una persona minuscola, nella realtà, ma quella persona minuscola può diventare un gigante, quando accresciuta dal potere che riceve. Io sono fissato con il simbolismo, ‘ché tutto è simbolo me lo ha insegnato Carl Gustav Jung e, se ti fermi a guardare, i simboli ti circondano… non so scrivere senza usare i simboli e anche “La mafia nello zaino” è un romanzo mio, da questo punto di vista.

 

A.M.: Il romanzo è anche un inno alla Sicilia da parte di un siciliano che da più di vent’anni vive e lavora nella penisola; durante la lettura oltre a scoprire chi è l’assassino vengono raccontati miti come il già citato Colapesce, Scilla e Cariddi prorompono nell’immaginazione del bambino che gira festosamente nelle strade del paese con la bicicletta. Vengono descritte le Eolie, lo Stretto di Messina, il bellissimo promontorio costiero di Tindari, i campi pieni di fiori, il teatro dell’Opera dei Pupi, l’odore di fritto della vostra cucina tipica. Forse questa non è una domanda ma un complimento perché chi – come me – ha avuto modo di visitare Milazzo per i riferimenti geografici (ma il ragionamento vale per qualsiasi luogo dell’isola se si prendono in considerazione altri elementi del libro) viene catapultato negli occhi del picciriddu che guarda l’arcipelago o verso ovest “il verde delle colline […] l’azzurro cristallino […] con sullo sfondo il promontorio di Tindari e il grande santuario della Madonna Nera”.

Alessandro Cortese: Per un isolano, l’Isola sarà sempre casa. E per un isolano non c’è forse rimpianto, e colpa, più grande di aver lasciato l’Isola. Nel corso degli anni, qualcuno mi ha rimproverato di essere andato via dall’Isola, di non aver dato all’Isola quel che ho dato altrove, di non aver provato a restare con maggiore determinazione. Chi mi rimprovera sembra dimenticare che io, per laurearmi, ho fatto ogni genere di lavoro sottopagato mi si presentasse e, da laureato, poi mi proposero di lavorare, gratis e per due anni, in un laboratorio per “imparare il mestiere”. In pochi sanno che io, oggi, sono tra gli insegnanti più famosi d’Italia, grazie alla mia attività online di insegnamento, e che la stessa attività proposi di farla a siciliani magicamente spariti quando si sarebbe dovuto parlare di compenso.

A me la Sicilia ha insegnato tanto e tolto molto più di quanto mi abbia dato: ha tolto il lavoro a mio padre e sono cresciuto in mezzo a mille difficoltà, ad esempio, e mi ha anche quasi ucciso, quando a 17 anni sono stato pestato a sangue da parte di un gruppo di una decina di ragazzi, al centro della piazza del mio paese e sotto gli occhi di amici che non hanno mosso un dito. Me ne sono andato con piacere e lo rifarei ogni giorno. Ma nonostante tutto la Sicilia è dove sono nato, dove sono cresciuto, dove ho imparato e dove sono diventato io. Amo la Sicilia tanto quanto profondamente la odio… e credo che in questo romanzo siano perfettamente bilanciati l’odio e l’amore che io provo per casa mia.

Non avrei voluto nascere da nessun’altra parte e non avrei voluto fare esperienze diverse da quelle che la Sicilia mi ha permesso di fare. La amerò sempre e per sempre l’avrò nel cuore… ma non ci tornerei mai.  

 

A.M.: In chiusura una domanda leggera: hai intenzione di organizzare delle presentazioni del libro in Sicilia?

Alessandro Cortese: Ogni libro che ho pubblicato ha avuto una o due presentazioni in Sicilia, mi sembrerebbe assurdo non farne adesso che ho scritto un libro sulla Sicilia. Le farò e so che, come sempre accaduto anche in passato, saranno occasione per rivedere vecchi amici e per fare nuove amicizie. Ora ne ho in programma una nella mia città, Barcellona Pozzo di Gotto, e un’altra a Messina, ne farò una a Montesilvano dove vivo in Abruzzo e forse ne farò una a Roma, città dei miei editori, e a Milano, dove sono nato editorialmente grazie a Eden e ArpaNet.

Dopo tanti anni, addirittura otto, tornare in libreria a presentare un mio romanzo non so cosa possa significare per me… un po’ mi spaventa, non lo nego, perché non so se sono ancora capace di farlo. Non ho più le energie di un tempo, non ho neanche la voglia di un tempo, ma mi è sempre piaciuto mettermi e rimettermi in gioco, e scrivere per me è sempre stato un gioco meraviglioso. Vediamo come andrà.

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Alessandro Cortese: Beh, mi sembra obbligato citare uno scrittore siciliano e il suo omaggio ai palazzi della memoria: “Penso che se uno potesse correre più presto della luce e sopravanzarla e fermarsi ad aspettarla in qualche stazione di stella, vedrebbe replicarsi per intero tutto il rotolo del passato”. È Gesualdo Bufalino che, con la sua “Diceria dell’Untore”, mi ha insegnato che gli scrittori sanno anche andare più veloce della luce.

 

A.M.: Alessandro ti ringrazio per il tempo che hai dedicato all’intervista, ti ringrazio per la sincerità che ogni volta dimostri e questo non è mai scontato. Ti seguo nella scelta di un siciliano e cito lo scrittore di Girgenti Luigi Pirandello: “Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!”

 

 

Written by Alessia Mocci

 

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Leggi una recensione de “La mafia nello zaino”

https://oubliettemagazine.com/2022/02/06/la-mafia-nello-zaino-di-alessandro-cortese-un-omaggio-a-giovanni-falcone-e-paolo-borsellino/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/04/19/intervista-di-alessia-mocci-ad-alessandro-cortese-vi-presentiamo-la-mafia-nello-zaino/

 

Alessia Mocci intervista Teresa Stringa: ecco la silloge poetica Pensieri

 


“Quel tempo furioso/ mi vide distratta./ Il futuro era solo un profumo,/ e fremeva la vita/ che il mio sguardo/ non poteva fermare./ Poi arrivò lei/ impetuosa avversaria,/ schiacciava il volere/ e ogni azione fermò./ Così, dall’anima nuda/ ogni cosa riappare:/ tutti i miei ieri ritornano veri:/ sono inerme e sorpresa/ dello sbadato vissuto./ […]” – dalla lirica “Risveglio”

“Pensieri” è una raccolta poetica edita nel 2021 dalla casa editrice Tomarchio Editore.

L’autrice, Teresa Stringa, è nata nel 1960 e fin da piccola, sia per dote innata sia per influsso degli amati genitori (il padre pittore e la madre amante della poesia e delle lettere), ha manifestato attitudini di estrema sensibilità nella scrittura in ogni sua forma. Apprezzare la bellezza divenne uno stile di vita che ha portato avanti nonostante gli studi tecnici.

“Pensieri” è frutto di riflessioni sul buono della vita ma anche su quelle situazioni difficili a cui siamo chiamati a rispondere: una malattia improvvisa che ostacola il futuro immaginato, la morte di una persona amata che trafigge di dolore le giornate.

Il ricordo interviene per sanare la perdita come ringraziamento di ciò che si è potuto vivere. Così la poesia, come la memoria di un pomeriggio d’estate, elude spazio e tempo e trasporta tutti i suoi amanti altrove.

“[…] Lo specchio di oggi/ ogni cosa rivela:/ i capelli di cenere/ e la bocca già triste./ Eppur mi stupisce/ l’improvviso risveglio/ sul finir della strada/ che a lungo/ m’ha visto sfilare” – dalla lirica “Risveglio”

 

A.M.: Cara Teresa sono lieta di poter presentare ai lettori di Oubliette Magazine la tua nuova pubblicazione intitolata “Pensieri”. Qual è il primo ricordo che hai della tua inclinazione verso la poesia?

Teresa Stringa: Alessia ti ringrazio e sono piacevolmente lusingata per questa intervista. Dunque, iniziamo. Fin da bambina ho respirato arte, mio padre Ugo è stato uno stimato pittore, un artista puro; mia madre Augusta amava la poesia, la leggeva e la scriveva, ma anche quando conversava esprimeva la sua dolce indole.

Già alla scuola elementare capirono che non avevo acquisito doti pittoriche ma, per non dispiacere papà, mi davano lo stesso la votazione minima! Avevo invece attitudine alla scrittura, la scoperta della poesia avvenne molto presto e la mamma mi abituò a “fermare” i versi, scrivendoli. Così, diceva, le emozioni diverranno immortali!

 

A.M.: Ci racconti come è nata l’idea di questa raccolta poetica?

Teresa Stringa: L’idea della raccolta poetica nasce dalla necessità di riassumere emozioni, appunto: “Pensieri, Subbugli, Coccole” in una unica pubblicazione che potesse rimanere nel tempo e nella memoria tangibile di chi mi vuole bene. Ho suddiviso la raccolta in tre settori poiché il Cielo ha voluto che, malgrado la malattia, io potessi cogliere consapevolmente sì le situazioni “ostiche” (Subbugli), ma anche il buono della vita (Pensieri e Coccole).

 

A.M.: Nella copertina del libro troviamo il dipinto “Sapore d’estate 1979” dell’artista Ugo Stringa. Vuoi condividere con noi un aneddoto riguardante il soggetto dell’opera?

Teresa Stringa: “Sapore d’estate” rappresenta per me l’emozione legata a un ricordo indelebile, che voglio condividere con voi.

Giugno era giunto alla fine, io mi ero inoltrata nel parco secolare nel quale era immersa la nostra grande e storica casa (nata nel 1200 come fortezza di difesa, e trasformata in villa dai conti Tadini nel 1500, per poi, dal 1800 passare di mano in mano a svariati proprietari, diventando, nel 1970, la dimora della nostra famiglia: papà pittore, mamma dolce e “titolista”, e noi figli, eccitati e curiosi), dopo aver raccolto succose e dolci ciliegie dall’albero dei duroni, ritornai verso lo scalone centrale posto a sud della casa. Mentre mi avvicinavo vidi papà e mamma chiacchierare serenamente, come erano soliti fare nei pomeriggi estivi. Li salutai, papà mi venne incontro e, con un sorriso che rapiva, prese dalle mie mani gelose tre ciliegie e poi, con una espressione di urgenza ispiratoria, sparì!

Noi eravamo abituate a queste sue “urgenze”, e a nessuno sarebbe mai venuto in mente di distoglierlo. Aspettammo un paio d’ore, quando tornò, appoggiò l’opera appena creata, su una sedia bianca, in ferro battuto, ce la mostrò (ero io con i duroni!) e disse: “Cosa ne dite eh, che sapore d’estate…!” Mamma annuì con un sorriso di approvazione e dolcemente gli disse che, secondo lei, dati i miei capelli-spaghetti, mancava qualcosa sulla testa. Papà capì subito, non disse nulla ma sparì di nuovo per raggiungere lo studio grande al piano superiore, che odorava di colori a olio e acquaragia. Non passò neanche mezz’ora che ricomparve: sulla mia testa, prima disadorna, aveva dipinto un adorabile cappellino rosso!

 

A.M.: La prima lirica che si incontra è intitolata “Meteora”: “L'Umanità?/ Una moltitudine di solitudini/ che brulicano nel mondo/ convulso e saturo./ Uno sciame fluente/ con un puntino/ luminoso, e un po’ ribelle,/ qua e là fuor di scia/ che talvolta lascia/ di sé/ una soave nota di gloria/ nell’immensità della Storia”. Perché hai deciso di iniziare con una domanda così rapida e complessa?

Teresa Stringa: Vedo l’intera Umanità, noi, come uno sciame caotico e velocissimo che non può e non vuole fermarsi. Ma talvolta, qualche talento artistico, scientifico… riesce a fermare l’incessante fluire, consegnando alla Storia, con la sua opera, un confortante sentore di eternità.

 

A.M.: La seconda parte “Subbugli” vede come incipit la lirica “Opulenta ingordigia” che recita: “C’è chi, in malafede/ carpisce la generosità/ dei buoni./ La grossa pancia piena/ non è mai sazia:/ arraffare, arraffare/ senza fine,/ parola d’ordine/ di occhi torvi e finti./ […]” Perché se i buoni sanno dell’esistenza di questa grossa pancia mai sazia continuano a compiere del bene?

Teresa Stringa: Il far del bene è una propensione individuale, essa si esprime “a prescindere”, a volte però chi lo riceve lo ingoia con ingordigia, pur sapendo di non meritarlo, ma non si sazia mai ed escogita strategie, a volte strategie balorde, per poter divorare il più possibile dalla sua vittima buona che, non per questo, perderà il vizio di far del bene, poiché lo ritiene un valore umano e morale, sempre e comunque arricchente.

 

A.M.: “Pensieri” termina con un “Discreto Commiato” grazie alla lirica “Viaggio Caduto” nella quale si legge: “Nella Farsa della vita/ ogni attore/ ricerca affannosamente,/ e un po' smarrito,/ il proprio ruolo./ Allorché lo trova:/ s'illude, si rode, s'allieta/ recita/ governato dall'incauta/ illusione di eternità./ […]” Perché il poeta è quell’attore che pur sapendo della farsa continua la ricerca verso l’eternità?

Teresa Stringa: Il Viaggio caduco è la vita stessa, essa ci racconta ogni tipo di emozione, e noi, soprattutto negli anni di massima energia, ci illudiamo che la farsa non avrà fine (l’eternità delle emozioni). Ma quando arriva l’imbrunire della vita, certe illusioni cambiano forma, la natura stessa ci indica quale sarà il percorso, trascinandoci verso un sipario che inevitabilmente si chiuderà.

 

A.M.: Recentemente “Pensieri” è stato inserito in alcuni contest letterari come premio ai vincitori ed alle vincitrici. Ti è piaciuta come esperienza?

Teresa Stringa: La recente esperienza del Contest letterario, ove ha trovato posto Pensieri, come premio ai/alle vincitori/vincitrici, mi ha consentito di condividere e assaporare molte emozioni e di entrare nell’intimo sensibile delle parole. Ritengo che ricevere in premio un volume di poesie, sia un buon omaggio alla poetica individuale, profonda e accurata.

 

A.M.: Come ti trovi con la casa editrice Tomarchio Editore? La consiglieresti?

Teresa Stringa: Nella casa editrice Tomarchio Editore ho trovato una accoglienza attenta e amichevole. L’attenzione alla persona, da parte tua e dell’editore Rosario Tomarchio, ha rafforzato la mia stima. Inoltre, competenza e serietà sono state presenza costante e ora irrinunciabili. La consiglio vivamente!

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Teresa Stringa: Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera” (Salvatore Quasimodo)

 

A.M.: Teresa, ogni nostra conversazione mi procura nuove riflessioni sulle tematiche che spesso mi attraversano la mente. Concordo pienamente con quanto hai espresso sull’ingordigia di alcune persone che non vogliono (o non riescono ad) entrare a far parte di una società che tende al bene. Ti saluto citando l’ultima quartina della lirica “Cantato a piè delle Alpi” del poeta tedesco Friedrich Hölderlin: “Ma ama restare nella casa, chi in fedele/ Petto serba il divino, e libero voglio, finché mi sarà/ Concesso, voi tutte, o lingue del cielo!/ Intendere e cantare.”

 

Written by Alessia Mocci

 

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https://www.tomarchioeditore.it/2021/08/04/pensieri-teresa-stringa/

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/01/29/intervista-di-alessia-mocci-a-teresa-stringa-vi-presentiamo-la-raccolta-poetica-pensieri/

 

Alessia Mocci intervista Antonietta Fragnito: eccovi la raccolta La rosa, la cosa, l’anarchia del verso

 


“Da sempre sento che le parole, e non solo in poesia, sono le mie stanze e le stanze, si sa, hanno angoli bui.” – Antonietta Fragnito

Parole come stanze i cui significati simboleggiano gli angoli bui. Con questa riflessione Antonietta Fragnito ci fa immergere nel suo stato mentale di “contenitore di significati” nel quale le parole vengono centellinate e selezionate accuratamente così come un pittore, nella sua tavolozza, cerca di giungere alla gradazione di colore di cui ha immagine solo nella mente.

“Fare il pane/ Impastare il pensiero/ Addomesticare le cose// La credenza mi rotola nel palmo/ Una capinera fugge da una canzone/ e mi salta in petto// Mia madre che ricama nel cimitero” – “Il pane”

“La rosa, la cosa, l’anarchia del verso” è stato pubblicato a gennaio 2022 dalla casa editrice Tomarchio Editore ed è ormai prossimo a seconda ristampa. È la seconda raccolta poetica dell’autrice, risultato di un premio assegnato dalla casa editrice siciliana per la migliore poesia nella Seconda edizione del Contest Free Poetry.

Antonietta Fragnito si è mostrata molto disponibile nel rispondere ad alcune domande non solo inerenti alla sua pubblicazione ma anche sulla sua vita e sulle sue esperienze. Buona lettura e buona poesia!

 

A.M.: Ciao Antonietta, sono lieta di poter dialogare con te per presentare ai lettori la raccolta poetica “La rosa, la cosa, l’anarchia del verso”, ma prima facciamo un passo indietro: quando hai sentito la necessità di scrivere in versi?

Antonietta Fragnito: Ciao Alessia, grazie, mi fa davvero piacere presentarmi e presentare i miei versi. La mia necessità di scrivere è venuta alla luce a seguito di un evento molto doloroso: la perdita del mio amato marito. È stato allora che la scrittura si è presentata a me, mi ha preso in braccio, mi ha offerto lenimento. Ora posso affermare che le mie ere esistenziali sono due: la prima senza poesia, la seconda assieme alla poesia. Quando ho iniziato a scrivere ho sentito che mi veniva offerta una possibilità, ed è vero perché in questi anni di immersione nella scrittura, ho potuto conoscere la fibra più nascosta della parola. Questa presa di coscienza ha generato un rivoluzionario cambiamento in me. Io sento che la parola ha il potere lenitivo del canto, specie quando si aggrega e genera poesia. L’essenza della poesia è in questo: la scrivi, la leggi, la rileggi e poi magari la consegni ad un libro. Il libro ingiallisce, il verso no! Il verso intriso di lirica rimane giovane per sempre. Tornando agli esordi del mio scrivere, essendo una persona riservata, mi risultava assai difficile espormi sulla pagina. Ma poi è successo! Ho preso coraggio e ho scavalcato il cancello. Da quel momento è iniziato il mio viaggio nell’abisso della bellezza, non tanto per la mia personale ispirazione, quanto per l'apertura ad un processo di nutrimento artistico che evolve anche tramite la rilettura dei poeti del passato e la conoscenza di attuali e validi artisti del Web.

 

A.M.: Nella prefazione del libro racconti del titolo che originariamente avresti voluto dare alla raccolta: “Lievito padre”. Che cosa rappresentava per te quel titolo e che cosa rappresenta invece quello che poi si è scelto?

Antonietta Fragnito: Il primo titolo “Lievito padre” esercita su di me ancora oggi molto fascino perché sono convinta che l'amore genitoriale abbia svolto nella mia infanzia la funzione che ha il lievito nell'impasto. Non a caso, alcune poesie del mio libro sono una sorta di pagine epiche celebrative di mia madre e mio padre, delle loro gesta contadine, tanto simili ai voli bassi delle api operaie! Aprendosi poi il libro a numerose altre mie note intime, ho capito che il titolo non era più quello a lungo agognato, che in me ne era germogliato un altro, con un nome nuovo, fascinoso, onirico, poeticamente delirante: “La rosa, la cosa, l'anarchia del verso”. Queste parole un giorno mi sono balzate in mente di colpo ed io mi sono precipitata ad appuntarle per non disperderle. Il titolo definitivo di un libro comunque ha sempre insito lo stesso accorato turbamento che accompagna la decisione del nome da dare al proprio figlio. Un figlio lo vuoi felice, aperto al bello, ma anche ancorato alla terra e soprattutto lo vuoi libero. Questo libro ha in sé questo stesso genere di manifesto: è votato all’estasi, alla filosofia tattile e ideale, al volo anarchico della poesia.

 

A.M.: In apertura troviamo una citazione di Pier Paolo Pasolini di cui si celebrano proprio quest’anno i cento anni dalla nascita; i versi che hai scelto sono: “Tu sei come una pietra preziosa che viene/ violentemente frantumata in mille schegge per poter/ essere ricostruita di un materiale più duraturo di/ quello della vita, cioè il materiale della poesia.” Come mai proprio questi versi?

Antonietta Fragnito: La citazione che ho scelto costituisce per me il quadro della naturale simbiosi tra poesia, vita e amore: tre elementi che impregnano fortemente anche la mia scrittura. Di forte impatto lirico, nella citazione, è il parallelo donna, poesia e pietra preziosa, come pure assai affascinante è la metafora della poesia che ricompone la frantumazione. Nel variegato insieme delle diverse produzioni artistiche di Pasolini bisogna convenire che un posto di rilievo ha la poesia. Mi piace qui riportare queste frasi che danno la misura del rapporto poeta poesia. Pasolini afferma: “… ho cercato lo scandalo che sempre dà la poesia, attraverso lo scandalo che può dare la sincerità…” E ancora: “… per essere poeti, bisogna avere molto tempo: ore e ore di solitudine sono il solo modo perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono, vizio, libertà, per dare stile al caos…” La scelta di allacciare la figura di Pasolini al mio libro credo stia nel sentire intensi alcuni palpiti del Poeta, specie quelli dolorosi a me un po' consanguinei! E certi moti di ribellione per certe incongruenze del reale che pure mi appartengono. Nel leggerlo, penso alla mia solitudine affollata nel rapportarmi a schemi vuoti e limitativi, a rituali sociali, a situazioni imposte che non condivido. Di Pasolini amo tutto: in primis la sua poetica, ma anche il suo ecclettismo. Sento di volerlo qui omaggiare, ricordando che egli fu scrittore, poeta, regista, pensatore, filosofo, profeta del degrado sociale e ambientale del suo tempo e di quello a venire. Denunciò con forza il consumismo imperante e pressante, l'alienazione di certi ambienti lavorativi, lo sfruttamento dei deboli e del sottoproletariato. In lui si fusero arte e realismo e, in quanto cineasta, rappresentò scenicamente la vita come se la pellicola nelle sue mani potesse divenire lo specchio della realtà. Nella scrittura, come pochi, attuò la rivoluzione del linguaggio, proteso sempre sul piano di una comunicazione diretta, scevra da maschere e dissimulazioni. Il suo viaggio nel mondo è stato troppo breve rispetto alla sua arte! E la tragedia che lo colpì, così efferata, lo rende tragicamente stanziale nel mio cuore e nel ricordo di tutti.

 

A.M.: Nella poesia “La stanza” si legge: “Non sto pensando alle parole/ Le parole sono stanze/ Penso invece ai miei fantasmi/ Sono una che frequenta il buio dell'anima/ Ogni poeta è un aldilà”. Che cos’è “il buio dell’anima”?

Antonietta Fragnito: Da sempre sento che le parole, e non solo in poesia, sono le mie stanze e le stanze, si sa, hanno angoli bui. È questa una lirica di segno esistenziale, dove metto in atto un tentativo di esplorazione dell'inconscio. In parole più esplicite, qui io immagino la mente come un grattacielo con infiniti piani, con la massima tensione verso l'alto, però giù in cantina rimane appostato il buio. Per buio intendo l'ombra, non solo quella che governa gli istinti e i bisogni primordiali umani, ma anche l'altra, quella proiettata dal grigio delle illusioni occultate, quella dei sogni leciti negati, censurati dalle convenzioni, dalle mistificazioni, dai divieti ideologici e sociali. Sono certa che l'uomo sarebbe un essere assai più felice se potesse estrinsecarsi liberamente, al di fuori di tanti muri innalzati. Credo che troppe volte siamo costretti a ricercare luoghi interiori più confortanti per sfuggire a una realtà avara, di dover riparare in dimensioni intime dove poter trovare qualche forma di conciliazione con i nostri fantasmi. Credo poi che alcune parole – stanze – possono essere pura geografia di luminosità o di nero, all'interno delle quali brancoliamo o ci confortiamo. Si sa che l'ingerenza dell'ombra in noi è una costante, data la nostra imperfezione. Il poeta cerca di sorvolare i luoghi soffocanti dell'anima e si fa costruttore di squarci di paradiso nella declinazione del verso. Tale presa di coscienza mi ha portato ad affermare che ogni poeta è un aldilà.

 

A.M.: “Succede spesso/ di tramutare qualcosa in qualcos'altro/ Come sostituire il gesto alla parola/ O il pensiero all'azione/ […]”: con questi versi principia “Spettinata”. La poesia prosegue con la traccia di una relazione d’amore tra un uomo ed una donna. Perché, secondo te, l’essere umano ha la facoltà di “tramutare”, può essere anche una sorta di dissimulazione?

Antonietta Fragnito: In questa poesia viene visitato il luogo del travestimento mentale, delle dissimulazioni che usiamo quando viviamo momenti emozionali forti che si possono manifestare tramite le illusioni, la personificazione di luoghi e oggetti, i desiderata, i sogni. Per descrivere, esprimere tali stati intimi, questa poesia si colora di folcloristiche immagini esemplificative di tali processi. Ne consegue che delle magie accadono nei suoi versi. E succede di telefonare senza apparecchio a tutte le ore, di compiere gesti sostitutivi di una qualche intenzione, come avviene quando i due amanti si danno appuntamento seduti in poltrona in due case differenti. E viene proiettata l'immagine di lui che si aggiusta la cravatta solo a pensarla la donna e quella di lei che si trucca di tutto punto per non farsi sorprendere discinta nell'incontro fantasma con l'uomo. Una poesia questa acrobatica, apparentemente scissa dall'oggetto esterno, ma ad esso fortemente allacciata oniricamente.

 

A.M.:  Com’è stata l’esperienza con la casa editrice Tomarchio Editore? La consiglieresti?

Antonietta Fragnito: Voglio parlare dell'esperienza con la casa editrice Tomarchio Editore partendo da un racconto. Era una sera un po' noiosa. Stavo sfogliando distrattamente Facebook, quando mi apparve l'annuncio della seconda edizione del contest “Free Poetry” promosso da Oubliette Magazine. Apro, vedo che è gratuito e mi dico: “Perché no? Ora mando qualcosa!” Cerco fra i miei scritti, poi di colpo mi ricordo di questa poesia che amo molto:

“Ho steso un fazzoletto di te sull'erba

Ti ho perduto in una tazza di terra

Ora le margherite ti allacciano le scarpe”

Faccio il copia e incolla e invio.

Dopo qualche mese, un'amica, tramite Messenger, mi dà notizia della mia vittoria al Contest! Avevo perfino scordato di aver partecipato! Da quel momento mi si è aperto davanti un mondo. In pochi mesi è nato questo mio secondo libro di poesie, frutto del premio, della meritocrazia perseguita dalla Casa Editrice. Elaborare la raccolta è stato semplice e perfetto perché un lait motiv emozionale mi ronzava in testa come un tam tam! Questa avventura di scrittura, questa acrobatica rincorsa ad afferrare la mia poesia interna più vera e ancestrale è stata supportata e rinforzata dalla umana presenza, dalla genialità e serietà mostrata da te Alessia, persona di grande competenza editoriale. Mi hai affiancato con partecipazione nella realizzazione dell'opera. A te va il merito dell'avermi indirizzata e della scelta della romantica copertina!

“La rosa, la cosa, l'anarchia del verso” sta riscuotendo tra i lettori un'attenzione viva e inaspettata che mi riempie di gioia! Ringrazio tutti coloro che hanno richiesto e chi ancora vorrà ricevere la mia raccolta di poesie. Mi è spontaneo aggiungere che la Tomarchio Editore è una Casa Editrice che assolutamente consiglio: per l'affidabilità, per la promozione fattiva delle opere, non ultima per la cura, la qualità della veste editoriale delle sue pubblicazioni.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Antonietta Fragnito: “Il sogno è una costruzione dell'intelligenza, cui il costruttore assiste senza sapere come andrà a finire.” – tratta daIl mestiere di vivere” di Cesare Pavese

 

A.M.: Antonietta ti ringrazio per la profondità che hai mostrato in queste risposte e ti saluto anche io con Cesare Pavese con una citazione tratta da “Dialoghi con Leucò” e precisamente dal dialogo “L’isola” che vede come protagonisti Calipso ed Odisseo: “Immortale è chi accetta l’istante.

 

Written by Alessia Mocci

 

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https://www.tomarchioeditore.it/2021/12/01/la-rosa-la-cosa-lanarchia-del-verso-antonietta-fragnito/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/04/03/intervista-di-alessia-mocci-ad-antonietta-fragnito-vi-presentiamo-la-rosa-la-cosa-lanarchia-del-verso/

 

Fibre di possibilità di Sergio Messere: la sovranità del Singolo nella potenza libera della sua natura

“[…] Un celere vapore/ adombra il mio capo/ reclinato:/ son per caso/ Io – Straniero –/ un fiore spezzato/ che setaccia/ per declivi e piani/ il deserto,/ necessaria inferia/ nelle rudi e sprezzanti mani/ d’un fato incerto?// […]” – “Io, straniero di Dio”

L’Io si scruta, si adagia allo specchio, sente una fitta che dal petto si rivela come suono nell’orecchio: sono domande dello straniero, del viaggiatore, del poeta, del narratore. Perché la carne – il corpo – risiede in questo pianeta e la psiche – l’anima – setaccia il passato in cerca di appartenenza come se fosse “un fiore/ in esilio”?

L’essere umano è decadente, insaziabile, ingrato, contaminato, lacerato, è un infante, un martire, un sapiente, un “senza pace” che dalla valle acclama e combatte dalla notte dei Tempi.

La poetica di Sergio Messere partecipa della simbologia della vetta e della valle nella quale la prima è sede dello Spirito mentre la seconda dell’Anima che, con un frenetico turbinio, si affanna nel suo cercare significati del vivere. Una ricerca instancabile che scaturisce da una “certezza” di cui ancora oggi l’uomo non ha prova di esistenza, eppure resiste energico nel percorrere la valle provando le diverse vie che il Fato ha disposto.

“Fibre di possibilità” (LFA Publisher, 2021) si suddivide in sette capitoli impreziositi da sette tele dell’artista Pietro Tavani (Civitavecchia, 1948), il capitolo Tetralogia degl’Inquieti presenta lo schizzo “Staccati uomo!” del 1975, Vibrazioni principia con “Sfere evolutive” del 1984, Nero si manifesta con “La notte oscura” del 2003, Luce con “Meditazione” del 1974, Scorci con “Io e me” del 2013, Divertissement con “I fuochi” del 1981 e chiude Psicoalchimie e coni d’ombra con “Transfert” del 1977.

Un connubio tra parola e pittura che mostra il medesimo obiettivo: il dialogo interiore, la meditazione, la ricerca di armonia. Ed anche titolo della raccolta poetica che identifica il sé con il tutto fa parte di questo ragionamento secondo cui ciò che esiste è connesso con l’Uno, con il tutto, così inteso secondo la corrente filosofica neoplatonica.

Le frasi inutili, i momenti di apnea, i pomeriggi senza fine mi hanno reso una persona migliore.

Per diventare una “persona migliore” bisogna scorgere l’imperfezione, l’errore ma anche e principalmente possedere la volontà innata di superamento. Così la poesia – “le frasi inutili” – è capace di vagare oltre lo spazio ed il tempo, a cui il corpo del mortale è soggetto, per permettere all’Io di vivere quegli istanti di eterno che operando provocano alterazione.

Dall’inquietudine dei primi versi assistiamo alla vibrazione per poi cadere nel nero a cui segue la luce e la manifestazione del doppio – della scissione – e dell’ironia. Ogni eroe ed antieroe (per usare la terminologia dello psicoanalista James Hillman a cui si rimanda con la lettura di “Saggi sul Puer”) ha la sua meta – la sua psicoalchimia – la morte della persona formatasi con i pregiudizi predominanti della società e la rinascita come essere nuovo – “una persona migliore”, afferma Sergio Messere.

La “sovranità del Singolo/ nella potenza libera/ della sua natura in fieri” si legge nella lirica “Il manifesto dell’iconoclastia” nella quale si descrivono le istituzioni come serpisenza pudore/ e senza volto/ annidate nel tepore/ dei ministeri/ e degli altari,/ delle cattedre/ e dei focolari,/ il loro verbo edace/ han seminato a piene mani/ nel nostro ingegno ferace:/ Fede e aldilà,/ famiglia e tradizione, società e subordinazione/ nell’al-di-qua…/ Lor Signori «cravatte e croci d’oro» –/ i paladini del dovere/ e del «posticino sicuro»,/ i nemici del nostro piacere/ e dell’individuo –,/ delle loro verità di cicale / ci han lastricato la via/ inculcandoci la menzogna delle menzogne:/ la ridicola dottrina della morale.// […]” e si auspica la fondazione della città-giardino di Galama (parola che in serbo-croato significa “rumore, lamento”).

“Il punto igneo:/ la mia vera/ dimensione.// Il porto/ per tutte/ le direzioni.// […]” – “Espansione” 

Ne “Fibre di possibilità” compare anche la musica, compagna fedele di viaggio, ad esempio nella lirica “La scintilla” l’autore informa il lettore del sottofondo del primo brano “Da paesi e uomini stranieri” dell’opera del 1838 “Scene infantili” del compositore e pianista tedesco Robert Schumann; nella lirica “Vitae” sottofondo del singolo “Euphoria” del 2012 della cantante pop svedese Loreen; e nella lirica “Cattedrale” sottofondo di “Overture”, primo capitolo dell’opera “Antigone” dell’artista e pianista tedesco Felix Mendelssohn Bartholdy.

“[…] Eccoli lì,/ lasciate sospeso/ ogni giudizio/ e osservateli,/ mentre sfilano/ come testimoni/ senza un volto/ su quella passerella invisibile:/ i santi e i dannati,/ i saggi e i pazzi,/ i guerrieri e gl’infermi,/ i martiri e i tiranni.– “Uomini predestinati”

 

 

Written by Alessia Mocci

 

 

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https://www.mondadoristore.it/Fibre-di-possibilita-Sergio-Messere/eai978883343383/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/03/21/fibre-di-possibilita-di-sergio-messere-la-sovranita-del-singolo-nella-potenza-libera-della-sua-natura/

 

La mafia nello zaino di Alessandro Cortese: un omaggio a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

 


“«E come gli altri non ha visto niente?».

«Maresciallo, ma voi di dove siete?» chiese mia madre.

«Siciliano, signora… proprio come quelli ancora nei paraggi».

«E siciliano come me, non avete ancora capito che in Sicilia pigliamo tutti la pensione?».

«E questo cosa c’entra?».

«C’entra, c’entra, maresciallo. Perché in Sicilia siamo muti, ciechi e sordi. Avete capito? Menomati siamo, ma questa è solo mezza verità».

«E l’altra mezza?».

«L’altra mezza sta alle vostre spalle, sotto quel lenzuolo. Là c’è tutto quel che vi serve sapere… non vi basta?».”

La scena si svolge in strada, il paese è accorso dopo aver sentito “un boato, breve ma dall’eco persistente”, Melina parla con il maresciallo: è stanca di sentire le solite domande e, dopo poche battute, si allontana con passo spedito tenendo stretta la mano del figlio.

Fra tutti, l’unico ad essere stupito dal corpo steso a terra e dal lenzuolo è proprio lui, l’Io narrante, il figlio, un picciriddu di appena dieci anni che, durante quella torrida estate, dovrà forzatamente abbandonare le corse in bicicletta con gli amici e diventare adulto.

La mafia nello zaino – Il bimbo, il nano e l’assassino” è un romanzo di Alessandro Cortese (Messina, 1980), edito da Il ramo e la foglia edizioni (gennaio, 2022). La copertina è opera dell’artista palermitano Giulio Rincione. Sono trascorsi ben otto anni dalla pubblicazione di “Polimnia. Di 300 Spartani, una Grecia e dei Persiani di Serse” (Edizioni Saecula, 2014), un romanzo storico che racconta di avvenimenti umani che “non devono dissolversi nella dimenticanza[1]” ma, anche in “La mafia nello zaino”, Cortese ripropone l’importanza del tema della dimenticanza perché i mortali devono continuare a narrare per far in modo che le nuove generazioni comprendano il valore di una singola azione compiuta da un singolo essere umano.

La finzione letteraria diventa così occasione per ricordare due grandi uomini, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che, nella Sicilia raccontata da Cortese, diverranno il giudice Falco Di Giovanni ed il suo collega Paolo. I due personaggi, con la stessa tenacia che li ha resi celebri e che li ha anche condannati a morte, cercheranno di modificare quel viziato modus vivendi perché convinti oppositori di un sistema di corruzione che dall’isola arriva sino a Roma.

“«Sono cose grosse, Paolo, che partono da qua e arrivano su» disse il giudice Di Giovanni all’altro, prima che insieme si fermassero a un passo dagli scogli in cui mi nascondevo. «Mafia e politici hanno scavato questa galleria che, dalla Sicilia, attraversa sotterranea tutto il sud Italia e va dritta fino a Roma, dentro le stanze della VIII commissione, per infiltrarsi nelle grandi opere e nei lavori pubblici, facendo fare ai soldi avanti e indietro. Gli appalti, vinti a tavolino dai mafiosi, diventano mazzette che tornano nelle tasche della politica… e i nostri onorevoli che ci fanno dopo con quei soldi? Altre mazzette per altri mafiosi che, finanziando lo spaccio di droga per evitare il pizzo, danno al tessuto sociale la sensazione che nulla stia accadendo e infatti, in superficie, nulla accade: è tutto sotto, dove ci va soltanto chi sa e gli altri restano all’oscuro».”

Attraverso gli occhi di un picciriddu, lo scrittore messinese pone sul piatto il significato di innocenza per poi frantumarlo lasciando il lettore quasi incredulo per la crudezza della realtà, per la consuetudine degli eventi che si susseguono. Situazioni aberranti diventate una sorta di tradizione (e/o costrizione) per gli adulti ma non per il nostro piccolo eroe che, in emulazione di Nero Wolfe, protagonista degli sceneggiati Rai, si mette in testa di scoprire il colpevole dell’omicidio del ladro Giulio e dell’avvocato Cantarò.

“«Mafiusi! Tutti mafiusi semu! Tutti muti ma u sapemu! Lo sappiamo, chi è che l’ha ammazzato! Ma la lingua ci si ferma non appena pensiamo a quel nome! Picchì vigliacchi semu! E davanti a Diu ni facemu u cuntu!».”

Una società di maschere, una comunità che, nella vita reale, recita una parte così come fanno i burattini dell’Opera dei Pupi e, nel medesimo modo, i siciliani che Cortese descrive, per paura o per esigenza, si affidano ai fili del puparo senza poter uscire dal turbinìo che, a dire il vero, essi stessi creano.

“«Mafiusi! Tutti mafiusi semu! Tutti muti ma u sapemu!».”

“La mafia nello zaino” è narrazione che amalgama fantasia letteraria ed eventi reali come, ad esempio, la tragica morte di Giulio ritrovato con le mani mozzate perché aveva rubato, reminiscenza di un omicidio avvenuto nel 1999 di un ladro di 21 anni[2] il cui corpo è stato rinvenuto nel torrente Idria in contrada Lando (Barcellona Pozzo di Gotto) con la testa fracassata e gli arti superiori monchi.

Mentre scorrono le pagine il picciriddu affronta ciò che lo psicoanalista James Hillman ha individuato nel contrasto Puer-Senex nel quale “il Puer Aeternus è quella struttura di coscienza e quel modello di comportamento che rifiuta e combatte il Senex […] e che è spinto a ricercare, a domandare, a viaggiare, a inseguire, a trasgredire ogni limite[3]. Limiti che il “bimbo” trasgredisce quando nella sua mente emergono le prime domande sulla mafia che, con un’ingenuità che non si presenterà successivamente, estende ai suoi compaesani, limiti che insegue senza freno a causa della forte curiosità di “sollevare il velo”, di scoprire i segreti che nascondono i suoi genitori, il sindaco Vito Massimino, il barbiere Santo Freni, padre Pippo e Don Nino detto Ninu u nanu. Trascinato da un innato sentore di giustizia diverrà, infine, portavoce dell’eredità etica del giudice Falco Di Giovanni.

“Adesso ero sicuro che fossimo noi, io e quelli con me nel piazzale, a vivere nel mondo che Colapesce andava visitando quando si tuffava. Ero sicuro che fossimo rimasti intrappolati perché forse Colapesce non aveva mai voluto sostenere la Sicilia: aveva deciso d’affondarla, invece, e continuava a premere col piede sulle nostre teste, tenendoci qua sotto senza darci modo di riemergere.”

 

L’autore, Alessandro Cortese, oltre al già citato romanzo storico “Polimnia”, ha pubblicato la storia “Ore 1: Barcellona P.G.” (antologia “E tutti lavorammo a stento”, Arpanet, 2013), “Ad Lucem” (Arpanet, 2012), il racconto “A Mani Strette” (antologia “Fedeltà&Tradimento”, Arpanet, 2011), “Eden” (Arpanet, 2010), “Vita e ricordo di Mary Ann Nichols. Prostituta” (antologia “Concept – Storia”, Arpanet, 2007).

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

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https://www.amazon.it/mafia-nello-zaino-bimbo-lassassino/dp/B09GQJLG4V

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/02/06/la-mafia-nello-zaino-di-alessandro-cortese-un-omaggio-a-giovanni-falcone-e-paolo-borsellino/

 

Booktrailer su Youtube, voce Alessandro Cortese

https://www.youtube.com/watch?v=ez002UEFais

 



[1] “Questa è la storia di avvenimenti umani che, col tempo, non devono dissolversi nella dimenticanza. È la storia di imprese grandi e meravigliose, compiute tanto dai Greci quanto dai Persiani, ed è la storia di come gli uni e gli altri vennero in guerra tra loro.” Tratto da “Polimnia. Di 300 Spartani, una Grecia e dei Persiani di Serse”, capitolo Clio, pagina 7.

[2] Fonte Repubblica: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/05/06/ruba-al-boss-mani-mozzate.html

[3] James Hillman, Saggi sul Puer, Raffaello Cortina editore, 2021, capitolo Pothos, pagina 17.

Abbigliamento per Bambini a Terni: Cavallucci Baby Junior

Fra le migliori aziende del territorio: Cavallucci Baby Junior è un riferimento per la scelta di abbigliamento accessori e calzature per bambini a Terni


Il negozio Cavallucci è nato nel 1987 nel centro della città di Terni, in Umbria, come un piccolo locale di pochi metri quadrati, nel quale era possibile trovare svariati capi di abbigliamento per bambini e per neonati. Gli obbiettivi perseguiti sono stati, fin dall'inizio, qualità e pregio ed  una volta raggiunti, hanno accompagnato lo sviluppo e l'evoluzione di questa azienda allargando i suoi orizzonti nel 2004 e nel 2006, grazie all'apertura di un negozio di calzature e di un punto outlet.
Con il passare degli anni, l'attività è riuscita ad accompagnare la crescita di moltissimi bambini, dai primi anni della loro vita, quelli dell'adolescenza e a volte anche oltre.

Ad oggi, l'aver messo insieme i tre punti vendita inizialmente separati, permette al cliente di muoversi all'interno di Cavallucci con maggiore spontaneità, garantendogli una libertà ed una familiarità che lo facciano sentire come a casa. I bambini sono il nostro futuro e Cavallucci ormai da più di trent'anni, accompagna con stile ed eleganza la loro crescita.

La brace dei ricordi di Giovanna Fracassi: il booktrailer diretto da Cristina Del Torchio




“[…] Aspetterò/ per ascoltare/ il respiro della notte/ fra i crepitii delle pozze di ghiaccio/ quando l’erba sarà di candida rugiada/ ed i miei pensieri saranno la polvere dorata/ che incipria il bosco spoglio.// Allora il buio non farà più paura/ e il dolore non sarà più così aspro/ e i ricordi avranno il fruscio/ delle onde sui ciottoli/ e la carezza della terra argentea/ non sarà più un cuneo perlaceo che trafigge l’anima// […]” – dalla lirica “Fanali”

Il booktrailer della raccolta poetica “La brace dei ricordi” di Giovanna Fracassi, edito da Rupe Mutevole Edizioni nel 2021, è stato diretto dall’editrice Cristina Del Torchio.

Fra tutte le poesie presenti nel libro è stata selezionata “Fiamma” per presentare nel booktrailer “La brace dei ricordi”. Con lo scorrere delle immagini di una danza di una ballerina classica in un’antica casa abbandonata lo spettatore potrà leggere i versi della poesia.

L’accompagnamento musicale proviene dalla produzione di Mark Drusco, pseudonimo di Mauro Salvi, conosciuto come compositore di musiche per film dal 1995 e fondatore della corrente musicale “Harmony Haiku”.

Ed è con la musica di Drusco e la lenta ed elegante danza che si schiudono i versi: “Note ritmano/ il mio respiro/ s’adagiano delicate/ sulla pelle dell’anima/ come carezze d’emozioni/ cullano i ricordi/ […]”.

Sino all’arrivo di un’altra immagine che cambia l’armonia raffinata del corpo della donna presentando degli scogli e la forza del mare ed il movimento dell’acqua sugli scogli così come i versi della poesia: “[…] e poi all’improvviso/ crescono come onde/ […]”.

Ed è con il seguito “[…] incendiano il cuore […]” che incontriamo le fiamme che ardono, inizialmente non si comprende la provenienza della fiamma, ed appare in dissolvenza la ballerina in tutù bianco della scena iniziale.

“[…] ed è fuoco selvaggio/ che tutto brucia/ ed io/ sono fiamma nella notte”

La dissolvenza incrociata continua sino a mostrare il tronco di un albero da cui prende avvio la fiamma, quella antica che l’essere umano ha conosciuto tramite il cielo, il fulmine, quell’ispirazione che arde incessantemente e da cui nasce la poetica del tutto. Ed è dunque legno, fiamma, acqua e danza in movimento circolare e raffinato a portare lo spettatore alla riflessione sulla brace di un fuoco sempre vivo: quello del ricordo.

Seguo/ con dita di nostalgia/ il ricamo/ che fece del tuo tempo/ il ricordo più caro.// Vivido/ ancor presente/ neppur scalfito/ dalla ruggine degli anni/ il tuo star quieta e composta/ china e sorridente/ su quella stoffa/ che s’infiorava/ magia/ ai miei occhi di bimba/ mentre lieta narravi/ la fiaba prediletta.// […]” – dalla lirica “Il ricamo” dedicata alla madre

Dopo aver visto in anteprima il booktrailer Giovanna Fracassi ha dichiarato: “Ho molto gradito la scelta della mia poesia “Fiamma” per creare questo bellissimo booktrailer. È infatti una delle liriche più rappresentative di questa mia silloge “La brace dei ricordi”, e che, non a caso, inizialmente volevo intitolare “La fiamma dei ricordi”. L’accostamento dei tre elementi: la danza, le onde del mare, le fiamme di un ceppo, è perfetto.

La danza di una ballerina classica, con le sue movenze armoniose e leggiadre, è una bella immagine, metafora di come ritengo siano i miei versi che limo nell’uso delle parole e nella loro musicalità al fine di renderne la lettura scorrevole, piacevole oltre che significativa.

Come nella poesia “Fiamma”, vi sono poi le onde del mare e le fiamme del ceppo. Anche qui nulla è casuale. Infatti le note musicali, che accompagnano lo scorrere delle immagini, nella loro essenzialità sono poche e ripetute in una composizione che, nella sua semplicità risulta fluida e orecchiabile. Esse fanno da sottofondo ai ricordi che, per me, sono dirompenti come le onde marine che s’infrangono sugli scogli, in una giornata di sole, perché non vi è nessuna angoscia o rammarico o malinconia nel loro affacciarsi alla mia mente. Infine vediamo le fiamme guizzanti di un ceppo. Immagine che ben rappresenta un’atmosfera di calde riflessioni e il ripiegamento vivificante, e per me, spesso liberatorio, del lasciarsi andare al flusso dei miei ricordi più intimi e cari. Quei ricordi che mi rammentano che tutto brucia, tutto finisce e si rigenera in nuove energie ed io pure quindi sarò fiamma nella notte.

Ritengo pertanto che gli autori di questo booktrailer, Cristina Del Torchio e Mark Drusco, a cui vanno i miei più sentiti ringraziamenti, siano riusciti davvero a rappresentare al meglio questa mia poesia e a creare un “invito” suggestivo e significativo alla lettura della mia silloge.”

 

L’autrice, Giovanna Fracassi, è laureata in Filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Padova, specializzata in Pedagogia e nel metodo di scrittura Braille, ha conseguito un Master in Counseling ed uno in Cinema, teatro, spettacolo. Ha frequentato svariati corsi per approfondire i suoi interessi quali la poesia, la narrazione, l’esplorazione del sé, l’etica applicata alla vita quotidiana ed alla difesa della donna. Docente di Lettere ha insegnato per molti anni in tutti gli ordini scolastici.

Ha esordito con la casa editrice Rupe Mutevole nel 2012 con la raccolta poetica “Arabesques”, segue nel 2013 “Opalescenze”, nel 2014 “La cenere del tempo”, nel 2015 “Emma alle porte della solitudine”, nel 2017 “Nella clessidra del cuore”, nel 2018 “L’albero delle filastrocche”, la sua prima raccolta di filastrocche per i più piccini. Nel 2016 ha pubblicato con Kimerik la raccolta “In esilio da me”, nel 2018 con Kubera Edizioni “Il respiro del tempo” e nel 2021 con Rupe Mutevole una raccolta di filastrocche e fiabe dal titolo “Nel magico mondo di nonna Amelia”.

 

L’autrice è disponibile per eventuali richieste di interviste riguardo la sua produzione letteraria, se interessati scrivere all’indirizzo e-mail giovanna.fracassi@libero.it (cellulare: 3405559794). Per acquistare una copia del libro ci si può recare in qualsiasi librerie fisica oppure online; per una copia del libro con dedica personalizzata è necessario scrivere direttamente all’autrice in e-mail oppure tramite WhatsApp.

 

Guarda il Booktrailer su Youtube:

https://www.youtube.com/watch?v=fhuXmasEMrI

 

Written by Alessia Mocci

 

 

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Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/12/16/la-brace-dei-ricordi-di-giovanna-fracassi-il-booktrailer-diretto-da-cristina-del-torchio/