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Intervista di Alessia Mocci a Cinzia Migani: vi presentiamo il progetto Dire Fare Donare



“[…] il volontario assume le vesti di agente di prossimità dando vita a nuovi processi relazionali, ricucendo relazioni interrotte, diventando risorsa per la comunità. La relazione che si instaura fra le persone in difficoltà, i servizi, le organizzazioni del terzo settore e i singoli volontari coinvolti nell’azione rappresenta un valore aggiunto irrinunciabile non solo come riscatto valoriale in una società a forte valenza individualistica, ma anche come ancora di salvezza degli abitanti di un contesto comunitario. È questo un antidoto prezioso per evitare le derive narcisistiche.”Cinzia Migani ‒ “Dire Fare Donare”

Dire Fare Donare. La cultura del dono nelle comunità in trasformazione” è un progetto editoriale pubblicato a maggio del 2017 dalla casa editrice Negretto Editore (sede a Mantova) per la collana di scienze sociali “Cause e affetti” curata da Cinzia Migani.

Di formazione filosofica, Cinzia Migani, si occupa dal 1990 di progett-azione sociale con particolare attenzione alle reti di volontariato contro l’esclusione sociale.

È stata responsabile dell’Area Salute Mentale dell’Istituzione G.F. Minguzzi della Provincia di Bologna dal 1998 al 2000, successivamente e sino al 2009 ha ricoperto la posizione di Responsabile dell’Area Ricerca ed Innovazione Sociale e Responsabile di “Aneka. Servizi per il benessere a scuola”. Dal 2010 collabora con A.S.Vo che gestisce VolaBo, il centro di servizio della città metropolitana di Bologna, in veste prima di coordinatrice e poi di direttora di VolaBo.

Ha curato la pubblicazione di libri sul disagio scolastico e sulla salute mentale per la Carocci Editore e dal 2008 collabora con la Negretto Editore per la quale ha portato a termine lavori come “Follia gentile. Dal manicomio alla salute mentale”, “Il Teatro illimitato. Progetti di Cultura e Salute mentale” ed il progetto di cui parleremo in questa intervista “Dire Fare Donare”. 

A.M.: Ciao Cinzia, ti ringrazio per aver accettato questa intervista che verterà soprattutto sul progetto “Dire Fare Donare” pubblicato a maggio 2017 per la casa editrice Negretto Editore. Una prima domanda per capirne la genesi: come nasce l’idea della stesura del libro?

Cinzia Migani: Questa pubblicazione prende le mosse dal progetto Il volontariato è un dono di tutti. La cultura del dono per stare bene e nasce con l’intento di raccogliere molteplici punti di vista, testimonianze, riflessioni sul dono e sulla cultura del dono. Fra gli interrogativi di fondo che sostanziano lo scritto segnalo: se e in che modo il dono può diventare volano di reciprocità e attivatore di nuove relazioni sociali e come muta la relazione fra donatore e ricevente nelle nostre comunità, caratterizzate da radicali trasformazioni sociali, economiche e politiche. Il lancio del progetto è avvenuto il 4 ottobre 2015 in occasione della Giornata del Dono, voluta e promossa dall’Istituto Italiano della Donazione. L’istituzione della Giornata del Dono ha dato l’occasione per aprire il sipario al tema più ampio del volontariato e della solidarietà nel campo della cura e della salute di comunità e per connettere percorsi ed interventi con altre reti territoriali che lavorano su temi vicini e integrativi come le associazioni del dono di sangue e organi. Il progetto “Il volontariato è un dono di tutti” è promosso da VolaBo – Centro Servizi della provincia di Bologna e dalla Città Metropolitana di Bologna e realizzato in collaborazione con la rete delle associazioni del dono di sangue e organi. Il progetto è, inoltre, realizzato grazie alla collaborazione dei Centri di Servizio per il Volontariato, delle organizzazioni del terzo settore, delle Aziende USL/DSM-DP e degli enti pubblici delle città che hanno aderito. L’iniziativa è inoltre patrocinata da Avis Regionale.


A.M.: L’introduzione de “Dire Fare Donare” si apre con una tua domanda: “Si può ancora parlare di volontariato o è più corretto parlare di volontariati?”. Pensi che sia ancora necessario riflettere su questo quesito oppure le possibili risposte sono state date dal responso del pubblico dei lettori?

Cinzia Migani: Oggi più che mai è indispensabile porsi la questione per capire e sostenere coloro che – come i volontari prestano il proprio impegno gratuitamente per scommettere su un mondo con confini più estesi e più “equo”. Molteplici sono le riflessioni portate dai lettori e da chi ha condiviso con noi il percorso o da altri compagni di viaggio che rappresentano una nuova narrazione. Fra le  diverse  riflessioni meritano una attenta considerazione i centri di servizio per il volontariato che si stanno ponendo il problema dei profili anagrafici dei volontari, di  analizzare le diverse motivazioni che spingono le persone ad impegnarsi in attività di volontariato, di comprendere la diversità delle molteplici esperienze possibili, le modalità di incontro con i volontari, le peculiarità di ciascun modello per offrire percorsi più utili di formazione, comunicazione, progettazione e consulenza. Tornando alla domanda iniziale ci sembra possibile affermare senza indugio che la vita senza gli altri non è vita e l’atto del dono rappre­senta una apertura all’alterità e al fenomeno del volontariato. È così l’atto del dono rappresenta una apertura all’alterità. L’individuo sente il bisogno di appartenere ad una comunità, di legarsi agli altri e donare significa legarsi all’altro. Il dono diventa risorsa per sé e per gli altri là dove si privilegia la dimensione della generatività, del dono che facilità l’empowerment e valorizzazione di chi lo riceve.


A.M.: I curatori de “Dire Fare Donare” sono sei in totale, oltre a te troviamo Matteo Scorza, Andrea Pagani, Giancarlo Funaioli, Roberta Gonni ed Ennio Sergio. Vi conoscevate prima dell’inizio della stesura del libro oppure è stata occasione per intavolare un discorso sul volontariato?

Cinzia Migani: Anche se operiamo in contesti diversi in realtà ci conosciamo da diversi anni, il rapporto più recente a livello di gruppo, ma altrettanto significativo, è quello instaurato con Andrea Pagani che per VolaBo ha curato il percorso di scrittura. Andrea è stato scelto da chi come, Roberta e Ennio, aveva già avuto modo di apprezzarne le doti in aula di formazione e le pubblicazioni. La scelta è stata proprio felice. Io, Giancarlo e Roberta collaboriamo da anni a VolaBo. È a Volabo che è maturata la necessità di capire meglio se e come era evoluta la visione di dono dei volontari delle centinaia di associazioni che ci interpellano nella nostra azione quotidiana per costruire interventi e azioni volte a trasformare i contesti di appartenenza, per affrontare emergenze, per ridurre le disuguaglianze, per sognare un mondo più attento alle persone e all’ambiente.  Con Matteo e Ennio abbiamo condiviso diverse forme di collaborazione per la realizzazione di progetti a carattere socio sanitario e di volontariato, fra questi il Progetto del dono che ha occasionato la pubblicazione. Un progetto che si interseca con quello del teatro e salute mentale descritto in una precedente pubblicazione dell’editore Negretto: il teatro illimitato, Progetti di cultura e salute mentale. Ognuno di loro è profondo conoscitore dei temi trattati nel libro e portatore di pensieri sul tema del dono, dei pensieri e delle riflessioni che emergono negli interventi presenti nel libro o nelle parole chiave delle sezioni curate, ma anche di coloro che ci hanno donato il loro racconto.

A.M.: “Dire Fare Donare” nelle sue 270 pagine è un lavoro che presenta anche altri collaboratori, infatti ritroviamo nelle tre sezioni del libro tanti altri nomi di volontari che hanno voluto contribuire, come per esempio la parte dedicata ai racconti sul dono curata da Andrea Pagani. Fra tutti i racconti inseriti c’è uno che ti ha colpito maggiormente e di cui ci vuoi parlare?

Cinzia Migani: Limitandoci alla parte curata da Pagani: tutti i racconti, in coerenza con lo spirito del gruppo e con la linea del corso di formazione impostata dallo scrittore Andrea Pagani, rispondono all'idea del Dono, sono cioè racconti che intendono la scrittura e l'esperienza del racconto (e quindi della vita) come momenti di condivisione, di confronto, di conoscenza di sé e degli altri. In particolare, se dovessi condurre una scelta assolutamente personale (legata cioè ad un carattere dello stile della scrittura), mi hanno colpito i racconti che fanno riferimento al contatto con altre realtà, con altre culture ed altre civiltà, come il racconto di Elena Gardenghi sul mondo ellenico (con ascendenze e citazioni della classicità greca), il racconto di Alessandra Scisciot sulla condizione dei migranti a Lampedusa (in una chiave però molto simbolica, intimista, poetica, dove la realtà oggettiva si riverbera in una dimensione lirica e quasi magica) e il racconto di Erica Balducci e Martina Salieri sulla condizione dei bambini dell'est, spesso in una condizione di disagio, dove la vicenda di cronaca diventa spunto per profonde riflessioni esistenziali e universali. Ma comunque tutti i racconti della raccolta sono veicoli di arricchimento e conoscenza collettiva, in una idea di dono e di partecipazione democratica ad un progetto culturale ed umano collettivo. Segnalo anche che la scelta della fotografia di Silvia Camporesi in copertina. La sua fotografia ha il valore di un racconto a più mani: un racconto fatto dalle singole identità narranti che si incrociano per dare vita ad una unica trama collettiva volta a mettere in evidenza il dono delle relazioni interpersonali.

A.M.: Ritengo che la scelta del titolo del libro sia molto calzante ed in sé racchiuda il nucleo fondante dei diversi pensieri e studi espressi: dalla parola all’azione, e che l’azione sia il donare. Ma in questa società dedita al neoliberismo come possiamo iniziare a concepire la donazione come necessaria? È essa stessa una lotta contro la “crisi” e la volontà di diseguaglianza di pochi a discapito di molti?

Cinzia Migani: La scelta del libro è frutto di uno scambio fluttuante fra alcune colleghe di VolaBo e i curatori del libro. Occuparsi della cultura del dono in una comunità in trasformazione significa fare una scelta culturale.  Ma, come sottolinea il professor Stefano Zamagni, si tratta anche una scelta di cultura economica. La scelta dell’economia civile. Certo una scelta che non è in linea con la cultura capitalistica che riconosce le donazioni, i filantropi ma non il dono. La donazione infatti sono essenzialmente rappresentate da oggetti, il dono invece rappresenta quanto viene trasferito attraverso la relazione interpersonale.
Scrive Stefano Zamagni nel capitolo Il ruolo profetico del volontariato: “il contributo più significativo che il volontariato può dare alla società di oggi è quello di affrettare il passaggio dal dono come atto privato compiuto a favore di parenti o amici ai quali si è legati da relazioni a corto raggio, al dono come atto pubblico che interviene sulle relazioni ad ampio raggio.”
La cultura del dono consente di favorire la partecipazione di tutti alla co-costruzione di una comunità più vivibile, perché rimette in circolo il principio di fraternità anche a livello economico.

A.M.: VolaBo, il Centro Servizi per il Volontariato della Città metropolitana di Bologna, è una realtà che gestisci come direttora e che ovviamente ha promosso il libro. Ci racconti qualcosa di VolaBo e ci spieghi come entrare a farne parte?

Cinzia Migani: VolaBo nasce su volontà di A.S.Vo (Associazione per lo Sviluppo del Volontariato), una associazione senza fini di lucro, autonoma, pluralista che si ispira a principi di carattere solidaristico e democratico per essere al servizio delle organizzazioni di volontariato (OdV) della città metropolitana di Bologna. Da alcuni mesi, in base alla Legge delega per la riforma del Terzo settore n. 106/2016 (legge 106/2016), VolaBo ha il compito, in qualità di CSV, di organizzare, gestire ed erogare servizi di supporto tecnico, formativo ed informativo per promuovere e rafforzare la presenza ed il ruolo dei volontari in tutti gli enti del Terzo settore (4,8 milioni secondo i dati del Censimento Istat Non Profit 2011). In prospettiva ASVO auspica la partecipazione alla gestione condivisa del Centro Servizi di un numero sempre maggiore di organizzazioni di volontariato in modo da rappresentare significativamente la pluralità di esperienze e competenze locali. L’associazione è aperta a tutte le organizzazioni di volontariato che abbiano esclusivo fine di solidarietà e che basino la propria attività sull’apporto personale, spontaneo e gratuito dei propri volontari. È stata la consapevolezza della prospettiva di allargamento della base sociale a tutti i volontari del terzo settore e la trasformazione dei contesti culturali e sociali di riferimento delle associazioni che ha favorito il confronto allargato sul tema del dono. Per fare parte della base sociale oggi è sufficiente essere organizzazione di volontariato, a breve anche di associazione di promozione sociale, e presentare la domanda di ammissione.

A.M.: Come ti trovi con la casa editrice Negretto Editore? La consiglieresti?

Cinzia Migani: Il rapporto instaurato con la casa editrice Negretto Editore è molto positivo. Diverse le ragioni della preziosa collaborazione, fra queste la linea editoriale e la serietà dell’Editore. Non ho dubbi che consiglierei di avere rapporti con la casa editrice.

A.M.: Quali sono le tue novità editoriali per il 2018? Ci puoi anticipare qualcosa?

Cinzia Migani: Per il 2018, 40 anni dopo l’uscita della legge di riforma psichiatrica, la cosiddetta legge Basaglia, ho in cantiere una pubblicazione che centra l’attenzione sulla storia della psichiatria a Bologna, sul ruolo dei cittadini, delle associazioni e dei servizi nel favorire la liberazione delle persone rinchiuse nelle istituzioni totali. Al centro della pubblicazione le vicende di persone che hanno trascorso parte della loro vita in manicomio e vicende storiche di alcune istituzioni totali situate a Bologna e Imola. La questione interessa particolarmente ai volontari, contrari ad ogni forma di prevaricazione. Il 2018 si caratterizzerà comunque ancora come l’anno del dono e quindi come occasione per promuovere il libro Dire Fare e Donare.

A.M.: Salutaci con una citazione…

Cinzia Migani: Non è tanto quello che facciamo, ma quanto amore mettiamo nel farlo. Non è tanto quello che diamo, ma quando amore mettiamo nel dare. Madre Teresa di Calcutta

A.M.: Cinzia ti ringrazio per il tempo che mi hai dedicato e confido che in tanti si interessino al grande progetto del Dono che portate avanti. Ti saluto con le parole di Henrik Ibsen: “Un migliaio di parole non lasciano un’impressione tanto profonda quanto una sola azione.

Written by Alessia Mocci
Ufficio Stampa Negretto editore

Info
Acquista “Dire Fare Donare”
https://www.ibs.it/dire-fare-donare-cultura-del-libro-vari/e/9788895967301
Sito VolaBo
http://www.volabo.it/
Facebook Negretto Editore
https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/
Sito Negretto Editore
http://www.negrettoeditore.it/
Recensione “Dire Fare Donare”
http://oubliettemagazine.com/2017/11/08/dire-fare-donare-di-a-a-v-v-la-cultura-del-dono-e-del-volontariato-nelle-comunita-in-trasformazione/


Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/01/22/intervista-di-alessia-mocci-a-cinzia-migani-vi-presentiamo-il-progetto-dire-fare-donare/


Intervista di Alessia Mocci a Franco Rizzi: la produzione letteraria e la casa editrice La Paume






Nel delirio del terrore di precipitare, mentre il gancio gli dilaniava sempre più profondamente la mano, Mini non vedeva più nulla. Dietro ai suoi occhi scorrevano solo colori: il rosso del sangue e del dolore, il grigio del cielo oltre il cornicione di quella casa maledetta, il colore ocra del muro con tutte le sfumature create dalla fuliggine qua e là rimossa dalla pioggia.” ‒ “Mini ‒ Storia di un pittore

Talvolta capita che l’uomo debba percorrere una via diversa da quella che maggiormente preme il suo sentire, capita che debba incontrare qualche ostacolo per poter affermare con volontà la sua passione. Ogni percorso, ogni strada che sembra portarlo lontano in realtà è un avvicinarsi alla consapevolezza di ciò che più lo rende vivo e che più brucia nel suo inconscio.

Franco Rizzi è un esempio di questo cammino tortuoso. Nato a Torino nel 1935, sin da bambino ha vissuto a Milano, città nella quale si è laureato in Ingegneria Elettrotecnica presso il Politecnico. Sin da giovane ha lavorato nella ditta creata da suo padre nel 1938 come progettista di impianti per il risparmio energetico. Ha dimostrato di aver capacità notevoli ed i “suoi figli di ferro” ‒ in questo modo egli stesso denomina gli apparecchi di sua progettazione ‒ sono installati in raffinerie di petrolio sparse in tutto il mondo, a bordo di molte navi ed in molte centrali termoelettriche.

Sin da giovane era appassionato di letteratura e scrittura, ma l’esigenza di famiglia l’ha portato lontano ‒ apparentemente ‒ dal mondo artistico per instradarlo nella conoscenza dell’uomo e del mondo sotto un altro profilo, infatti, grazie a questo singolare lavoro ha avuto la possibilità di viaggiare e di conoscere paesi in modo approfondito grazie alla collaborazione con agenti locali che gli hanno mostrato l’altra faccia dell’Asia, dell’America, dell’Africa, quella non turistica.
Decine di anni nelle quali si è dedicato alla bellezza dello sguardo congiunta all’innovazione tecnologica sino alla necessità di riprendere la scrittura e di completare l’opera con la pubblicazione di romanzi che navigavano nella sua mente.

Vengono dunque alla luce “1871 ‒ La Comune di Parigi”, “Luca Falerno ‒ Caccia nelle Murge”, “Mini ‒ Storia di un pittore”, “1945 ‒ Anno zero sul lago”, “… scrivimi!” ed un neo progetto di una casa editrice con pubblicazione gratuita, La Paume Editrice.

Ed ora lascio che sia direttamente Franco Rizzi a raccontarvi qualche aneddoto della sua interessante vita.

A.M.: Ciao Franco, leggendo la tua biografia, ho notato che hai conseguito una laurea in Ingegneria Elettrotecnica ma che hai, sin da giovane, coltivato la passione per la scrittura. Negli ultimi anni, infatti, hai pubblicato vari romanzi. Come mai hai aspettato così tanto tempo per iniziare a farti conoscere dal pubblico dei lettori?

Franco Rizzi: Cara Alessia, in questa domanda si racchiude, direi in modo vagamente drammatico, tutta la mia vita. A diciotto anni al termine del liceo scientifico e conseguita la maturità intendevo fare lo scrittore. Il presidente della commissione di esami mi congedò con queste parole: “Le dobbiamo fare i nostri complimenti per il suo tema d’italiano. Se avrà occasione di scrivere, scriva, perché ne ha la stoffa.” Queste parole mi regalarono un agosto meraviglioso.  Ma c’era un ma, fin da piccolo io ero “il monaco di Monza” destinato da mio padre a succedergli nel comando della nostra azienda di impianti tecnici e quindi dovevo fare ingegneria. Riuscivo bene anche nelle materie scientifiche e il mio professore di matematica e fisica mi aveva messo nella rosa dei tre della mia classe che avrebbero potuto frequentare con successo il politecnico di Milano, a quel tempo piuttosto difficile. In settembre mi iscrissi in Ingegneria. Ero molto sicuro di me: avrei saputo fare entrambe le cose. Andai in crisi al terzo anno di università, perché mi resi conto che quegli studi così impegnativi erano incompatibili con lo scrivere: feci una strana e drastica scelta. Decisi di inabissare in fondo al mare lo scrivere e di dedicarmi dopo la laurea solo all’azienda che, per compensazione, sarebbe diventata per me madre, moglie, figlia e amante. Fu così per diversi anni, ma poi dal fondo del mare i sogni riemersero come bolle e io ripresi a scrivere, però senza mai tentare di pubblicare alcunché. Arrivò il giorno 10-10-10, sembrava una data fatidica, era un sabato e anche il mio compleanno.  Diedi finalmente l’addio alle armi. L’anno dopo è uscito il mio primo romanzo.

A.M.: Dei tuoi nove romanzi, cinque sono stati pubblicati e sono disponibili per i lettori, gli altri quattro saranno pubblicati dal 2018. Una caratteristica comune è la passione per la storia, i cinque editi sono incastonati infatti tra il 1800 e la metà del 1900. Cosa ti spinge ad inserire i tuoi protagonisti in un contesto storico attendibile?

Franco Rizzi: Ho sempre amato la storia, da ragazzo leggevo, a pezzi, come un romanzo storico quale effettivamente è, l’Antico Testamento, Genesi, Esodo, Giudici, Re, Deuteronomio. È un racconto pieno di simulazioni affascinanti, quali Mosè che separa le acque o Gedeone che ferma il sole, però piacevoli perché pur con varie peripezie alla fine i buoni hanno la meglio. Al liceo la storia mi intrigava e cercavo di capirla, approfondirla e scoprire le bugie dei testi scolastici. Successivamente da adulto ho letto con passione la storia d’Italia di Indro Montanelli. Ho imparato che la storia è molto difficile, se non impossibile, da possedere, l’arco temporale che possiamo coprire è brevissimo e i cosiddetti storici sono spesso bugiardi o partigiani. Possiamo averne solamente una pallida idea come se osservassimo da molto lontano una scia di formiche in marcia, il movimento delle singole formiche ci sfugge, così come il perché si muovono e dove vanno. Nei miei libri faccio muovere le mie “formiche”, ma non posso farle galleggiare nel nulla, devo inserirle in un loro contesto storico e anche l’arco temporale non può essere troppo esteso, se voglio che sia credibile. Naturalmente il contesto geografico deve fare la sua parte.

A.M.: Addentrandoci nel tuo romanzo edito nel 2017, “… scrivimi!”, i lettori sin dalle prime informazioni sono consapevoli che quella che si accingono a leggere è una storia vera. Protagonista indiscusso è Nino Martini, un ragazzo che sin da giovane ha amato il mare, tanto da farne ragione di vita, sia per il suo lavoro come marinaio sia per aver abbandonato l’Italia per scoprire l’America. Centrale è il suo amore per Maria Grazia. In questo romanzo hai rivelato come un uomo (ed una donna) non possano conquistare la felicità solo con il denaro ed un matrimonio conveniente. Dunque, cos’è per te la felicità e come vivere la propria vita in virtù di essa?

Franco Rizzi: La storia di Nino Martini, pur con un po’ di accomodamenti necessari per far scorrere il racconto, là dove era carente la memoria, è una storia vera. Tutto sommato la sua vita altro non è che la sua ricerca della felicità, nella paura che tutto si trasformi in un terribile rimpianto di aver vissuto una vita sbagliata. Credo che questo sia vero per tutti: la vita è la ricerca della felicità che però non riusciamo mai a raggiungere. Molti giorni della vita sono grigi e inutili e la memoria li perde e non li registra, qua e là emergono momenti più o meno esaltanti che ci fanno intravvedere la felicità. Poi spesso subentra la delusione, il disincanto, il declino, per molti è la morte dell’anima prima che del corpo, per altri la ricerca invece continua, magari spasmodica e si concretizza in amori fittizi che ancora si esauriscono in terribili frustrazioni. In conclusione la felicità è irraggiungibile, e forse il miglior modo di vivere è quello di pensare che per noi sia sempre nascosta dietro all’ultimo angolo che stiamo per svoltare e che gli angoli siano infiniti.

A.M.: Per citare un altro tuo romanzo, “Mini – storia di un pittore” edito nel 2015 da Kairós Edizioni, anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una storia reale di un uomo, un pittore che visse tra povertà ed amore, che hai abilmente rielaborato grazie a racconti frammentati di cui hai avuto conoscenza e grazie alla tua fantasia creatrice. Ci puoi spiegare in che senso il libro è una metafora dell’amore?

Franco Rizzi: Tanto per cambiare anche Mini è tratto da una storia vera e gli amori tratteggiati nel libro sono quasi tutti a senso unico, non ricambiati. Lo è quello di Maria Domenica per il cugino Giovanni, che sono i genitori di Mini. Lo è quello straziante del bambino di sette anni che fugge di casa alla ricerca di una madre che crede scomparsa e infine anche quello di Caterina che vive e lavora sostentando Mini, permettendogli di vivere la sua vita da artista, mentre lui ormai perso nel vino non si cura di lei. Forse tutti gli amori profondi sono di questo tipo: disuguali e mai ricambiati nello stesso modo.  Probabilmente, proprio questo essere differente è il motore che esaspera ed esalta l’amore che non viene ricambiato.

A.M.: Ho saputo e colgo l’occasione per congratularmi per la premiazione de “1871 ‒ La Comune di Parigi” al Premio Città di Pontremoli; il libro è stato pubblicato nel 2013 da Gam Editrice ed incontriamo Luca Falerno, già protagonista di altri due romanzi dello stesso ciclo. Ci puoi fare un excursus sul personaggio presente nei tre libri?

Franco Rizzi: Luca Falerno, carabiniere del Re, è giovane, bello e impetuoso. È naturale che venga irretito dall’amore per l’Imperatrice Eugenia quando la salva dai suoi rapitori, mentre si trova in Egitto per l’inaugurazione del canale di Suez. Ma è un amore impossibile che trova solo un momento magico durante la loro fuga di quattro giorni nel delta del Nilo, per poi lasciare Luca con il cuore a pezzi.  Ma la vita continua e Luca viene inviato in missione in Italia meridionale per partecipare alla repressione del brigantaggio. In Puglia si trova impegnato in una spasmodica caccia al brigante che gli ha ucciso il patrigno, mentre una nuova passione per Luisa di San Felice, forse scaccia dal suo cuore il ricordo di Eugenia. Le avventure di Luca continuano poi a Parigi al tempo della Comune e infine a Roma ai tempi dello scandalo della Banca Romana. Sono quattro romanzi che spero trovino la strada della fiction televisiva: ne riparleremo!

A.M.: Penso, correggimi se sbaglio, che tu sia anche un assiduo lettore. Quali sono gli scrittori che ti hanno accompagnato e maggiormente influenzato? 

Franco Rizzi: Domanda difficilissima a cui è praticamente impossibile rispondere. Un nugolo di libri e di scrittori si affollano nella mente, perlomeno dobbiamo separarli per paesi: cominciamo allora dall’Italia dove il panorama è enorme. Come non ricordare Elsa Morante e la sua “Storia”, ma allora ricompare subito Alberto Moravia, e prima “I Malavoglia” di Verga, e i “Promessi Sposi” e “Ottorino Visconti” di Tommaso Grossi, e tornando in avanti come non ricordare “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchio e Montanelli. Si affiancano subito ai ricordi i francesi Victor Hugo con “I miserabili” e Stendhal ed Emile Zola, ma subito appaiono alla memoria i russi, come non citare “La guardia bianca” di Michail Bulgacov, Lev Tolstoj o “La figlia del capitano” di Aleksandr Puškin o “Il dottor Zivago” di Boris Pasternak? E passando in Germania come non ricordare “All’ovest niente di nuovo” di Erich Maria Remarque?   Spostandoci negli Stati uniti mi viene subito da ricordare Ernest Hemingway e il suo “Addio alle armi” oppure “Una tragedia americana” di Theodor Dreiser o John Steinbeck con “Furore”. E ho dimenticato tutti gl’inglesi! Tutti mi hanno dato qualcosa e mi accompagnano sempre, nessuno però credo che abbia influenzato il mio modo di scrivere. Quando siedo alla scrivania nessuno di loro mi da il “la” per iniziare a scrivere.

A.M.: La casa editrice La Paume è un progetto editoriale sul quale hai deciso di scommettere. Perché hai sentito il bisogno di creare tu stesso una casa editrice e qual è il genere di libro a cui sei interessato per una pubblicazione con il tuo marchio?

Franco Rizzi: La casa editrice La Paume è solo all’inizio. L’impulso di crearla mi è venuto dalla necessità di ribellarmi a chi non dà spazio: La Paume è il gioco della Pallacorda. Nel giugno del 1789 i rappresentanti del terzo stato, quando il Re Luigi XVI volle impedire loro di continuare a riunirsi adducendo la scusa di lavori da fare nel salone dell’assemblea, si riunirono per proprio conto nella palestra dove si faceva appunto il gioco della pallacorda detta in francese “la paume” cioè il palmo della mano. La casa editrice avrà successo solo se anche altri vorranno unirsi a questa ribellione contro lo strapotere di chi pretende di dire solo lui chi vale e chi no. La Paume non è una casa editrice a pagamento ed i generi letterari che intendo pubblicare saranno conformi a ciò che io ritengo valido ed affine alla mia veduta del mondo, ciò di cui abbiamo molta necessità: la storia dell’uomo e la sua interpretazione.

A.M.: Come concili il tuo essere scrittore con l’essere editore? È complesso valutare libri che non sono tuoi? Oppure è uno stimolo sempre nuovo che ti spinge anche a migliorare la tua capacità di scrittura ed empatia verso i lettori?

Franco Rizzi: Conciliarlo è facile, almeno in teoria, perché sono sempre stato sia uno scrittore che un imprenditore. Valutare gli scritti di altri sarà molto difficile e mi devo e mi dovrò avvalere di collaboratori validi e onesti. Naturalmente spero che possa essere anche uno stimolo per continuare a scrivere.

A.M.: Ci puoi dare un’anticipazione sul prossimo libro della tua produzione che verrà alla luce?

Franco Rizzi: Effettivamente è in arrivo un nuovo libro che parla degli anni di piombo, più o meno dal 1974 al 1981. Non aggiungo altro, ne parleremo più avanti.

A.M.: Salutaci con una citazione…

Franco Rizzi: Per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte.‒ Khalil Gibran

A.M.: Franco ti ringrazio per la partecipazione e ti auguro che La Paume Editrice possa inserirsi al meglio nel panorama editoriale. Ti saluto con un proverbio persiano: “Il giorno ha occhi. La notte ha orecchie”. 

Written by Alessia Mocci

Info
Sito Franco Rizzi
http://www.francorizzi.it/
Facebook La Paume Editrice
https://www.facebook.com/LaPaumecasaeditrice/

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2017/12/27/intervista-di-alessia-mocci-a-franco-rizzi-la-produzione-letteraria-e-la-casa-editrice-la-paume/


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