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Angela Pianca e Franco Rotelli: il libro Accademia della Follia


 


“L’Accademia della Follia con Claudio Misculin è nata nell’ospedale psichiatrico di San Giovanni a Trieste. Erano i giorni in cui, arrivato Franco Basaglia, le porte si aprivano, gli internati circolavano per il parco e cominciavano a guadagnare la città.” – Peppe Dell'Acqua

“Accademia della follia. Un viaggio lungo trent’anni” edito dalla casa editrice mantovana Negretto Editore nel 2022 (collana Cause e Affetti diretta da Cinzia Migani) è un saggio che comprende una serie di brani aventi autori diversi e curato da Angela Pianca e Franco Rotelli. Ogni autore ed ogni autrice presente ha collaborato con l’Accademia della Follia impegnandosi nel portare avanti il progetto teatrale e culturale fondato nel 1992 a Rimini da Claudio Misculin, Cinzia Quintiliani ed Angela Pianca. Il sottotitolo del volume recita infatti “Un viaggio lungo trent’anni” ed al suo interno si potrà percorrere la vorticosa strada intrapresa da coloro che hanno partecipato all’Accademia come concreta possibilità di ricerca nella quale il teatro è diventato terreno fertile e comune per presentare e preservare la diversità e la sua trasformazione.

I contenuti del libro sono variegati: pare di assistere ad una pièce quando si osserva da vicino l’indice verso il quale non si resta indifferenti perché i titoli dei capitoli e dei paragrafi incuriosiscono ed intrattengono oltre ad informare sull’argomento esposto. È, infatti, composto dal “Prologo” suddiviso in due articoli Io sono tu che mi fai (Salve Claudio Misculin) di Giuliano Scabia e Claudio Misculin e il Teatro della verità di Peppe Dell’Acqua; dall’“Introduzione” (Comproprietari di un’utopia) di Angela Pianca; dal Capitolo 1 “Da una vita malata alla malattia del teatro. Anni ‘70” (Ma era bello avere la democrazia a colazione di Franco Rotelli, Claudio Misculin: maestro di disalienazione del corpo di Angela Pianca); dal Capitolo 2 “Da vicino nessuno è normale. Anni ‘77/’80” (I soggetti? Narrarli di Franco Rotelli, Raccontarla per vivere. Prima sfida: esistere di Angela Pianca, Giovanni Spiga vagabondo delle stelle); dal Capitolo 3 “Matti di mestiere e attori per vocazione. Anni ‘85/87” (Riuscirete voi spettatori a distinguere sul palco il matto dall’attore? di Angela Pianca, Matti di mestiere e attori per vocazione, La Blaue Karawane in Germania e la Caravana Azul in Spagna, Tagliare ancora la testa al re di Franco Rotelli, La formazione e la Scuola: Velemir Dugina, Teatro e diversità: momenti di azione e riflessione teatrale. Il Convegno, La Collina, l'Impresa sociale e Il Progetto 89, Mattjakovskij, la consacrazione); dal Capitolo 4 “Tecnica + Follia = Arte. Il metodo” (Una storia speciale di Franco Rotelli, Dall'eccezione al metodo delle eccezioni di Angela Pianca); dal Capitolo 5 “Accademia della Follia. Noi siamo gli errori che permettono la vostra intelligenza. Anni ‘90” (L'Istituzione inventata di Franco Rotelli, L'Accademia della Follia. Noi siamo gli errori che permettono la vostra intelligenza di Angela Pianca, Claudio Misculin. L’artista, il genio, l’uomo. Un amico di Rita Giannini); dal Capitolo 6 “Io sono tu che mi fai. Dal 2000 ad oggi” (Per un'impresa sociale di Franco Rotelli, Accademia della Follia, istituzione inventata nell'impresa sociale di Angela Pianca, Pezzi di vita. Pezzi di amore di Fabrizio Lazzaretti, La Casa Rossa, detta la Comunarda, Il Brasile di Mister Blu di Cinzia Quintiliani e Carmen Palumbo, Le geografie corporee: dello spazio, delle emozioni e della danza di Ana Dalbello, Non vuoi non puoi di Giancarlo Majorino, Oggi per domani di Angela Pianca, Il cantico dei matti di Bianca D’Aponte e Claudio Misculin); dall’Epilogo “Io sono Dio e non voglio guarire” di Claudio Misculin, da “Le tesi dell’Accademia della Follia” a cura di Giancarlo Majorino, Giuliano Spazzali, Giuseppe D'Arrigo, Donata Roma, Alberto Visini, Claudio Misculin, Angela Pianca, Cinzia Quintiliani; da “Teatrografia” (elenco delle produzioni teatrali dal 1978 con “Prometeo: storia di potere e ribellione” diretto da Maurizio Soldà al 2022 con “Noi sappiamo i nomi, in viaggio con Pier Paolo Pasolini” diretto da Antonella Carlucci e Sarah Taylor); chiude “1.000 nomi”, elenco dei nomi di mille persone che hanno camminato assieme all’Accademia.

“Dentro al cerchio magico del nostro teatro accogliamo i folli, grattiamo le incrostazioni manicomiali dei corpi e sotto i ghigni fissi ritroviamo le facce, raccogliamo storie, lettere, testimonianze, poesie e tutto questo lo mettiamo in scena. […] Claudio Misculin con la sua Accademia della Follia è stato il più grande affabulatore della rivoluzione basagliana. Per quarant'anni in ogni intervento, in ogni intreccio e azione scenica, in tutti gli spettacoli ha narrato questa storia. Con parole sue o prestate da autori diversi. Non senza carnosi attriti, con lieve e forte disperazione.” – dall’Introduzione di Angela Pianca

Claudio Misculin (Trieste, 1954 – Trieste, 2019) da attore e regista teatrale fu partecipe della rivoluzione avviata da Franco Basaglia dal 1971 in poi, fondando il primo gruppo di “teatro dei matti” nel 1976 e partecipando attivamente alla costruzione di quell’audace idea che portò la realizzazione della “Legge 180”. L’incontro del 1977 con il drammaturgo Giuliano Scabia (Padova, 1935 – Firenze, 2021) è stato fecondo e ha portato all’uso dello “schema vuoto”, cioè un canovaccio di possibilità di azioni da compiere così da cogliere l’evento nel suo incedere.

“Spesso mi chiedo dove sia, quale sia il teatro. Dove siano gli scrittori, i poeti. Se in Roma, nei palazzi, in Milano, dagli editori, o ai margini a cavarsi gli occhi, chissà dove, finché un loro messaggio arriva o si perde. Se i poeti, a volte, non siano certi curatori di anime e menti che ho imparato a conoscere, che a questa cultura dedicano la loro capacità di reinventare il gusto di vivere.” – Giuliano Scabia

L’Accademia della Follia basa le sue fondamenta sulla convinzione secondo la quale la follia sia un valore aggiunto nel campo artistico e teatrale, gli esponenti di questo laboratorio che segue il metodo fondato da Misculin propongono un esercizio quotidiano in concomitanza con l’introspezione psicofisica per arrivare alla realizzazione di ogni individuo ed al benessere individuale. Personalizzare gli “allenamenti” all’arte teatrale è stato decisivo per comprendere come salvaguardare le peculiarità di ogni individuo caratterizzato da fragilità psichiche e fisiche diverse.

“Riaprire i terreni della narrazione, intercalare normalità e normali follie, divertirsi della vita e delle vite non è negare diritto alla cura ma rivendicare il diritto ad occuparsi degli altri e che qualcuno si occupi di te, chiunque tu sia, dovunque tu ti sia fermato, rinchiuso nel dolore o nell’idea fissa o immutabile, nella ripetitività afinalistica o nel delirio, nella defezione dal mondo o nella dissociazione dalla catena linguistica che costituisce un mondo di appartenenza.” – Franco Rotelli

Lo spettacolo diventa il terreno fertile nel quale l’attore può scavare alla ricerca di sé. Recitare diventa guardare se stessi interpretare una parte ed avere ferma coscienza della presenza del pubblico e degli altri attori presenti come parte attiva del medesimo copione. Il regista teatrale Eugenio Barba (Brindisi, 1936), allievo del Maestro polacco Jerzy Grotowski, è ben riuscito a rappresentare questo bisogno della pratica teatrale come ricerca interiore.

“Il teatro, infatti, è costituito di radici che germogliano e crescono in un luogo ben preciso, ma è anche fatto di semi portati dal vento, seguendo le rotte degli uccelli. I sogni, le idee e le tecniche viaggiano con gli individui, e ogni incontro deposita polline che feconda e i frutti maturano dalla fatica caparbia, dalla necessità cieca e dallo spirito di improvvisazione e contengono semi di nuove verità ribelli.” – Eugenio Barba

Un metodo che può essere considerato un vero a proprio training di sopravvivenza votato all’eccesso, nel quale attraverso l’improvvisazione si ha la possibilità di migliorare la qualità di vita sfogando, sviluppando ed elaborando lo stesso “eccesso”. Il teatro, palcoscenico dell’eccesso per convenzione, diventa un luogo nel quale il “delirio” permette di vedere le contraddizioni insite in ogni essere umano.

“Noi siamo quelli che chiamano matti/ Nella notte vaghiamo distratti/ Pecore nere di ogni famiglia/ Noi giochiamo soltanto con chi ci somiglia/ Non fa paura la notte più nera/ Inseguiamo la nostra chimera/ Siamo viandanti, sognatori/ Quelli che i benpensanti chiamano errori// Sembriamo un popolo di mendicanti/ Basta niente per essere contenti/ Mano tesa a voi passanti/ Non chiediamo monete, ma sogni in contanti/ Bimbi tirati da padri impauriti/ Perché guardano a noi incuriositi/ «Devi scordarli, disprezzarli/ Possono metterti in testa strani tarli»// […]” – da “Il Cantico dei matti” testo e musica di Bianca D’Aponte e Claudio Misculin

 

Written by Alessia Mocci

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/11/23/accademia-della-follia-curato-da-angela-pianca-e-franco-rotelli-matti-di-mestiere-e-attori-per-vocazione/

 

Autismo: l’approccio di Loredana Di Adamo presentato nel libro Filosofia e clinica

 


“La filosofia per le sue proprietà rappresenta a mio avviso uno strumento d’elezione per chi opera nelle professioni di aiuto, perché permette di emanciparsi dalle varie teorie psicologiche sull’uomo e di volgere l’attenzione alla comprensione delle specificità attraverso cui prendono forma i comportamenti e i giudizi.” – Loredana Di Adamo

“Filosofia e clinica” di Loredana Di Adamo è un saggio nato dall’esperienza professionale dell’autrice nell’ambito dell’autismo di livello 1 e della neurodiversità. Edito dalla Negretto Editore (ottobre 2022) nella collana Cause e affetti diretta da Cinzia Migani, è composto dalla prefazione del medico e psichiatra Ernesto Venturini, dalle Norme di lettura, dall’Introduzione, dal Capitolo I denominato La variabilità neurobiologica e l’autismo. Per una filosofia della neurodiversità, dal Capitolo II denominato Filosofia e clinica. L’approccio esistenziale e fenomenologico alla neurodiversità, dal Capitolo III denominato Il Parent Training Sophia. Un approccio clinico e filosofico all’adulto, alla coppia e alla famiglia nell’ambito dell’autismo di livello 1 e della neurodiversità, dalle Conclusioni, da una vasta Bibliografia e chiude una parte dedicata alla Sitografia.

Sin dalla prefazione firmata da Ernesto Venturini pare chiara la volontà di inserimento “nel solco tracciato dalla psichiatria fenomenologica e dalle idee di Franco Basaglia e del suo gruppo di lavoro” aderendo “all’opera di trasformazione culturale che ha portato alla liberazione della società dalla cultura della follia e alla chiusura dei manicomi nel 1978 con la legge 180” per proporre una filosofia della neurodiversità atta a rispondere all’esigenza di superamento della dicotomia che separa il “mondo dei sani” dal “mondo dei malati mentali”. L’autrice stessa riconosce che il progetto di “riabilitazione della filosofia nella pratica clinica” possa essere considerato ardito per l’epoca attuale ma è da circa un secolo che questa possibilità scalpita per essere attuata e, dal medesimo tempo, viene considerata come inappropriata. Studiosi come Carl Gustav Jung e James Hillman hanno fortemente battuto sul processo interattivo tra pratica clinica, filosofica, religiosa, poetica e mitologica perché il limite di una può diventare una porta verso l’altra di contro alla tendenza della specializzazione dei saperi degli ultimi secoli. Concetto non dissimile dall’“immaginazione narrativa” intesa come “capacità” illustrata da Ernesto Venturini che non può che riportare alla mente il capitolo “Le storie cliniche come narrativa” di Hillman nel quale si presupponeva la necessità, per ogni essere umano, di “arrivare al racconto” come se, citando la poesia di Costantino Kavafis, arrivare ad Itaca non sia la meta ma lo strumento che permette il viaggio.

“Per comprendere la complessità del mondo non basta usare solo la logica e la conoscenza fattuale. Serve un terzo elemento che mi piace definire “l’immaginazione narrativa”: la capacità di mettersi nei panni di qualcuno, di essere un lettore intelligente della sua storia, di comprenderne le emozioni e i desideri. Intendo riferirmi, in sostanza, a quell’atteggiamento che siamo soliti chiamare “empatia”.” – Ernesto Venturini nella prefazione

Perno del libro “Filosofia e clinica” è la sostituzione del termine “diagnosi psichiatrica” con neurodiversità, parola coniata nel 1990 dalla sociologa australiana Judy Singer e successivamente utilizzata dallo psicologo Thomas Armstrong, come soluzione allo stigma di alcune condizioni cliniche così da ampliare la variabilità neurobiologica esistente in natura. Il saggio non è rivolto solo ai professionisti dei vari settori specialistici chiamati in causa ma, essendo di piacevole lettura, è consigliabile anche ai familiari che si trovano in relazione con casi di autismo 1 ed a tutti coloro che si interessano di società e diversità.

“Nell’autismo sono definiti comportamenti problema le crisi di rabbia inaspettate, l’isolamento, le stereotipie, gli atteggiamenti ossessivi e le domande ripetute, le condotte disfunzionali legate al sonno e la selettività alimentare, le difficoltà scolastiche e lavorative, il bisogno di immodificabilità. Tra i comportamenti problema figurano anche le condotte lesive o autolesive e il ricorso a forme di autocura spesso in linea con un interesse personale.” – Loredana Di Adamo

Il cambiamento che l’autrice prospetta è il passaggio dal modello biomedico ad un modello biopsico-sociale nel quale “osservare la differenza neurobiologica non come una patologia, ma come l’effetto di una vulnerabilità che appartiene allo spettro della neurodiversità e che riguarda l’uomo, i suoi modi di espressione ma soprattutto l’ambiente di vita”.

È necessario, dunque, avviare un rapporto con le famiglie percorrendo innanzitutto l’excursus storico dell’autismo: da psicopatia autistica sino al concetto di neuroatipicità per una rinnovata lettura del reale così da permettere una “nuova” interpretazione. Di fondamentale importanza è la promozione di spazi e modi per gestire e trasformare la sofferenza perché, nella maggior parte dei casi, viene occultata a causa di visioni del mondo rigide e ridotte. Il Parent Training Sophia è di fondamentale supporto per la formazione dei genitori in modo da proporre il confronto attuato con l’attività dialogica e la pratica fenomenologica, così da poter evitare l’abuso di farmaci, terapie e trattamenti sanitari.

Ogni passo è volto verso il riportare in luce il concetto di “cura” come esercizio alla cura di sé, degli altri e del mondo nell’ambito della pratica filosofica, una sorta di terapia delle idee per dare la possibilità di essere padroni dell’atto stesso di pensare.

“L’errore di una parte della psichiatria e della psicologia è invece, ancora oggi, voler ricondurre la conoscenza della persona alla spiegazione e al rapporto di causa-effetto, seguendo la concezione normale dei comportamenti. Purtroppo, questo modo di avvicinarsi al mondo dell’altro non fa che annullare l’orizzonte di senso del soggetto, indirizzando altrove la cura. Come afferma Eugenio Borgna, quando la psicologia e la psichiatria perdono di vista l’uomo nella sua unicità diventano «scienze umane che hanno dinanzi a sé orizzonti oscuri e talora inafferrabili (irraggiungibili)», non più capaci di arrivare a quelle profondità di senso a cui si può pervenire immergendosi in esse e nella loro singolarità. In questa prospettiva i dati dei test, seppur utili, spesso sono solo il risultato di una procedura che avviene senza una naturalezza di intenti e in un contesto non ecologico, dove il distacco necessario tra chi somministra e chi svolge il test non consente l’emersione di ciò che ha carattere di possibilità, e che si esplica più facilmente nel vivo della relazione.” – Loredana Di Adamo

Il volume è impreziosito da pertinenti citazioni che aprono ogni capitolo e paragrafo e che riflettono l’intento dell’autrice di amalgamare le diverse discipline; si riportano solo alcuni dei nomi degli scrittori, poeti, filosofi e psicologi presenti: Karl Jaspers, Franco Basaglia, Friedrich Nietzsche, Plutarco, Oliver Sacks, Seneca, Ludwig Binswanger, Michel Foucault, Rainer Maria Rilke, Ludwig Wittgenstein, Martin Heidegger.

“Filosofia e clinica” è molto più di quanto fin qui espresso, per averne una visione completa si dovrebbe leggere il saggio e non basarsi su questo breve articolo. Si chiude con un interrogativo che richiama l’isolamento degli autistici e la necessità di integrazione della diversità espresso da un neurologo britannico citato più volte da Loredana Di Adamo, Oliver Sacks: “C’è posto nel mondo per un uomo che è come un’isola, che non può essere acculturato, reso parte della terraferma? Può la terraferma accogliere il singolare, fargli posto?”

 

Loredana Di Adamo è una psicologa di orientamento Umanistico-Esistenziale. Si è laureata in Psicologia Clinica e della Riabilitazione, ha conseguito la Laurea Magistrale in Filosofia e Neuroscienze con il massimo dei voti, ed ha svolto un Master Universitario in Estetica Medica e Medicina del Benessere. Specializzata nell’ambito dei progetti di supporto per l’autismo e la neurodiversità rivolti alla persona e alla famiglia. Da decenni svolge attività di docenza negli Istituti professionali seguendo alunni con Bisogni Educativi Speciali (BES) e Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA). Svolge attività di Parent Training presso CuoreMenteLab. Si occupa di divulgazione di articoli su riviste specialistiche, tra cui Ágalma di Mimesis.

 

Written by Alessia Mocci

 

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Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/10/27/filosofia-e-clinica-di-loredana-di-adamo-un-nuovo-approccio-allautismo/

Lettere a Sofia libro di Giovanna Fracassi: la ricerca di senso

 


“In fondo si scrive da sempre intorno ai grandi temi dell’esistenza umana. Poeti, romanzieri, filosofi hanno in realtà sviscerato ogni aspetto, ogni anfratto dell’umano sentire. Difficile trovare una propria “voce” senza ricadere in note già elaborate, già espresse. Ecco che lo scoramento può indurre a tacere, a lasciarsi avvolgere dal silenzio del nulla, dall’acqua che travolge impetuosa, accerchia e trascina in un nuovo silenzio rappresentato dalla metafora del mare, da dove, forse, possono nascere nuove parole.” – dalla lettera del 13 gennaio

“Lettere a Sofia” di Giovanna Fracassi, edito a settembre 2022 da Tomarchio editore, è un libro composito nel quale sono presenti ragionamenti sotto forma di epistola, racconto breve e poesia attorno ai grandi temi dell’essere umano: la vita e la sua antagonista, la morte; il concetto del bene; il bisogno degli affetti; la curiosità insita nel viaggio; l’indole della solitudine; l’astrazione del tempo; la ricerca dell’amicizia; l’amore verso le forme di vita differenti; l’ascesa; il duplice benessere dell’insegnare e dell’imparare.

Le tematiche della grande tradizione filosofica ripensate e scritte con il sentire femminile.

Una lettura adatta sin dalla giovane età (dai 13 anni in su) in cui si potrà rispecchiare qualsiasi lettore curioso della vita e di quel che chiamiamo pensiero.

Dove nasce il pensiero? Dove nasce il bisogno di scrivere?

Ogni domanda che viene posta dona la possibilità di riflessione, rispondere argomentando è motivo di crescita e di soddisfazione. Un cerchio all’interno del quale il lettore agisce come protagonista perché chiamato anch’egli, durante la lettura, alla riflessione della tesi proposta dalla scrittrice e poetessa vicentina Giovanna Fracassi.

L’autrice stessa avverte nella premessa: “è un libro […] diverso da tutti i miei precedenti lavori” ed è effettivamente così, in quanto tutta la produzione precedente di Giovanna Fracassi è un intervallarsi di poesia e racconto (racconto lungo, breve, novella, favola).

“La tradizione dello scrivere lettere a Sofia è antica quanto la stessa parola sofia – Σοφία – che in greco significa “saggezza” “sapienza” e genericamente comprende la sfera del “sapere”. Così anche in lingua italiana viene utilizzata in parole composte che si collegano alla conoscenza come filosofia, teosofia, antroposofia. […]

Scrivere una lettera è dialogare e la memoria classica non può che riportare a due libri del passato conosciuti su larga scala ed in tutto il mondo: i “Dialoghi” di Platone che mettono in scena insegnamenti sotto forma di dialoghi del maestro Socrate, e le “Lettere morali a Lucilio” scritte da Lucio Anneo Seneca al suo allievo.

Con “Lettere a Sofia” di Giovanna Fracassi troviamo le tematiche della grande tradizione filosofica ripensate con il sentire femminile. L’autrice è la mittente delle lettere, la firmataria, il suo nome compare in ogni lettera, la sua vita privata, i suoi viaggi, le sue sensazioni, i suoi errori, le sue gioie.” – tratto dalla Prefazione del libro

 

Giovanna Fracassi è nata a Vicenza da Emilio Fracassi, medico pediatra, e da Gemma Brazzarola. Il nonno, Egidio Fracassi, professore di Lettere è stato un irredentista e ha scritto numerosi saggi storici e politici ad oggi presenti nella sezione storica della Biblioteca civica di Rovereto (TN).

Giovanna, figlia unica, ha così modo, fin da piccola di vivere in un ambiente culturale molto stimolante e, crescendo, ha libero accesso alla biblioteca di famiglia. Si nutre di letture di vario genere, spaziando dai romanzi d'avventura, a quelli storici, alla poesia e ai saggi.

Matura pertanto la passione per lo studio della letteratura, della filosofia, della storia, ma anche della pedagogia e della psicologia che la condurrà dapprima a conseguire il Diploma di Liceo psico-pedagogico e successivamente la Laurea in Lettere e filosofia presso l'Università di Padova con la tesi intitolata "Il tema della corporeità nella filosofia di Jean Paul Sartre".

Si sposa, appena ventenne, e da questa unione, nascono due figli: Giulia e Alessandro.

Successivamente i suoi interessi culturali e umani la conducono a studiare e a conseguire varie abilitazioni all'insegnamento: alla Scuola dell'Infanzia, alla religione cattolica, alla Scuola primaria, alla Scuola secondaria di primo e di secondo grado per la cattedra di Lettere, una specializzazione per l'utilizzo del metodo d'insegnamento Braille, un master in Cinema, teatro e spettacolo, un master in Couseling.

Parallelamente alla professione di docente di Lettere, ha coltivato la passione della scrittura. Autrice poliedrica si interessa di filosofia, di fotografia, filmografia, musica e storia dell'arte. Passioni che nutre viaggiando in Italia, in Europa e in Russia.

Ha esordito con la casa editrice Rupe Mutevole nel 2012 con la raccolta poetica “Arabesques”, segue nel 2013 “Opalescenze”, nel 2014 “La cenere del tempo”, nel 2015 “Emma alle porte della solitudine”, nel 2017 “Nella clessidra del cuore”, nel 2018 “L’albero delle filastrocche”. Nel 2016 ha pubblicato con Kimerik la raccolta “In esilio da me”, nel 2018 con Kubera Edizioni “Il respiro del tempo” e nel 2021 con Rupe Mutevole una raccolta poetica dal titolo “La brace dei ricordi” ed un fortunato libro di favole e filastrocche intitolato “Nel magico mondo di Nonna Amelia”. Nel 2021 è diventata autrice della Tomarchio Editore con una raccolta poetica intitolata Il canto della memoria nell'antologia “Conversazioni poetiche” Autori Vari.

 

L’autrice è disponibile per eventuali richieste di interviste riguardo la sua produzione letteraria, se interessati scrivere all’indirizzo e-mail giovanna.fracassi@libero.it. Per acquistare una copia del libro con dedica personalizzata si consiglia di scrivere all’autrice in e-mail oppure sull’account Facebook.

 

Written by Alessia Mocci

 

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Info sull’autrice https://oubliettemagazine.com/tag/giovanna-fracassi/

Sito Giovanna Fracassi http://giovannafracassi.altervista.org/

Facebook Giovanna Fracassi https://www.facebook.com/giovanna.fracassi

 

Silloge poetica “Pensieri”: la poesia di Teresa Stringa come rifugio sicuro

 


“Tra le gambe della folla/ tanto orrore…/ E nella corale impotenza/ diventa vago il senso/ di appartenenza…”

Pensieri, volume della poetessa Teresa Stringa, pubblicato da Tomarchio editore nel 2021, è custode di un mondo poetico di alto livello emozionale. Un mondo dove l’autrice, grazie alle sue liriche lievi, seppur intense, si mette a nudo sviscerando tematiche che sfiorano l’uomo e la sua natura, a volte contradditoria.

“Il tuo amore protettivo era sempre con me. Il tuo attento silenzio ha guidato il mio cammino…”

Teresa Stringa, poetessa, è figlia d’arte. La madre, infatti, è stata un’amante dell’arte poetica; mentre il padre, Ugo Stringa, è stato un valente pittore. Entrambi hanno trasferito alla figlia l’idea del contenuto valoriale proprio dell’arte, a completezza dell’esistenza; non solo perché rifugio sicuro e motivo di sollievo di fronte alle difficoltà della vita, ma quale mezzo espressivo della propria interiorità.

“Regna lo sconcerto/ per quella ressa che in un istante/ ha ceduto il buonumore/ al cieco terrore…”

Sviluppata in tre sezioni, la raccolta poetica di Teresa Stringa si sofferma su questioni esistenziali importanti, espressione del suo sentire. Che dà vita a versi dettati da un universo interiore volto a cogliere sfumature dei diversi stati d’animo.

La prima sezione titolata Pensieri, la più corposa della raccolta, in un’alternanza di riflessioni e virtuosismi, anticipa il suo modo di intendere gli eventi esistenziali: frutto di una sensibilità non comune.

Una lirica toccante di questa sezione, estremamente toccante, è Meteora. Da cui si evince il presupposto che l’umanità è spesso in affanno a causa anche della solitudine; umanità descritta dalla poetessa come uno “sciame fluente con un puntino luminoso”, che lascia un’impronta nell’immensità della Storia.

In Pensieri, ancora, sono presenti alcune considerazioni sulla sofferenza fisica, sulla morte e su eventi dolorosi che entrano inevitabilmente nella quotidianità di ciascuno. Nonostante siano per l’individuo di difficile accettazione.

Ed è proprio la malattia un argomento su cui si sofferma la Stringa, che si annida fra i “turbinosi pensieri”; da lei raccontata come un momento sì dolente, intriso di afflizione per una circostanza crudele quanto inaspettata, ma anche quale momento di riflessione. Che, seppur l’onnipresente ombra della sofferenza inviti alla resa, è un grido d’aiuto, al contempo, rivolto a una figura suprema che infonde speranza.

Inevitabilmente la sofferenza fisica si lega strettamente al dolore dell’autrice per la scomparsa della propria madre, la cui memoria è viva anche attraverso la preghiera che le ha dedicato.

A legare la Stringa alla madre è stato un amore filiale manifesto, reso vivo da un ricordo incisivo, anche se gravido di un vuoto difficile da colmare.

“Veglia questo amore che la notte muore. Vivi il primo albore col cuore gonfio di stupore…”

La Provvidenza è altro elemento importante attraverso cui si ammette la presenza di un Dio che lenisce le ferite e che, affidandosi a un domani dà speranza. Speranza raccontata con toccanti parole metaforiche.

“Il chiarore dell’alba che si apre con un tiepido sole…”

La poetessa riflette inoltre sull’inesorabile scorrere del tempo, un tempo legato a un passato che si apre a ricordi della giovinezza. Di cui, il tempo dell’innamoramento ritrovato, attraverso l’enfasi del ricordo, è fra questi. Come pure la memoria di antichi sapori e odori, vissuti con nostalgia grazie alla piacevolezza di un’estate difficile da dimenticare. Testimonianze, dove il profumo del passato, grazie ad una versatilità linguistica di indiscutibile valore, sembra farsi presente.

La natura è altro tema presente nella raccolta; una natura benigna pronta a dare conforto a coloro che si rifugiano negli elementi naturali.

Trasposta in versi, è l’allegoria di una quercia secolare a rappresentare il luogo dove trovare conforto, con un accenno alla recente emergenza pandemica.

La scrittura, e nello specifico la poesia, sono per la Stringa momenti essenziali dell’esistenza. Considerate un’ancora di salvataggio a cui aggrapparsi per affrontare le avversità della vita.

Da considerarsi anche come momento per alienarsi da uno stato d’animo pervaso dalla mestizia, o quale mezzo di estraniamento che porta l’individuo in un altrove.

“Esplode nella mia primavera/ aria di mughetto/ in acerbe distese tinte di rosso, di blu…”

In Subbugli, seconda sezione della raccolta, più esigua della prima, la Stringa contempla riflessioni dettate da concetti di ordine morale. Durante la quale dà ampio spazio alla propria creatività soffermandosi sulla caducità dell’esistenza e l’inutilità di “una opulenta ingordigia”, come lei definisce la brama di potere e l’esagerato desiderio di possedere beni materiali.

“C’è chi, in malafede/ carpisce la generosità/ dei buoni…”

In Coccole, terza e ultima sezione, con parole ordinate e calibrate la Stringa manifesta il proprio talento attraverso liriche dedicate all’universo infantile.

“Anche quando la vita/ ti par bella,/ sempre folta è la strada/ d’ostacoli fermi,/ pronti a intralciare/ il tuo preciso passo…”

La raccolta poetica di Teresa Stringa ha una caratteristica preponderante su altre: tocca nel profondo dipanandosi in un insieme di speculazioni che sfiorano l’esistenza umana.

Da interpretarsi anche, con il vivace e imprescindibile desiderio da percepirsi attraverso le parole, di dare voce ad un universo emozionale di spessore. Che alloggia nel cuore di un’artista volta alla ricerca non solo del proprio sé, ma che vuole farsi strumento di espressività umana.

“Volgi lo sguardo/ ai tuoi pensieri più lieti,/ al viso illuminato di allora/ con labbra fresche/ e una bocca di riso…”

Written by Carolina Colombi

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/03/30/pensieri-di-teresa-stringa-poesia-come-rifugio-sicuro-e-motivo-di-sollievo/

 

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Alessia Mocci intervista Emanuele Martinuzzi: ecco la raccolta L’idioma del sale

 


“Ogni piccola poesia che si scrive, anche poche parole distrattamente lasciate su un foglio, sono un’alleanza e una ricerca col senso nascosto delle cose. La storia di ognuno di noi diventa tangibile ogni volta che viene scritta, niente è veramente vissuto senza che il segno della scrittura porti l’esistenza ad una doppia esistenza.” – Emanuele Martinuzzi

La poesia è alleanza e ricerca, il poeta vive il mistero delle cose, della creazione, non solo della vita e del suo continuo tramutarsi ma anche della realizzazione dei pensieri. Le parole vengono pensate con coscienza oppure vengono udite? Che cos’è che spinge – talvolta con costrizione – a scrivere? Ad imbrattare la carta con segni a cui è stato dato significato?

Emanuele Martinuzzi si interroga sul bisogno di poesia percependolo come un’urgenza. “L’idioma del sale”, edito dalla casa editrice Nulla Die, è un amalgama di parole, coesione di piccole poesie tracciate su qualsiasi supporto, cartaceo o digitale, in momenti diversi della giornata. Frasi dell’immediato, sentite riecheggiare nella mente e trascritte senza alcuno scopo letterario che, invece, a distanza di anni, sono diventate pagine di una silloge poetica.

L’autore, classe 1981, ha conseguito una laurea in Filosofia a Firenze ma già in tenera età si è occupato, tramite la poesia, di indagine sull’essere umano percorrendo una strada solitaria di dialogo continuo.

Nella pienezza del Non” (Ilmiolibro, 2010), “L’oltre quotidiano – liriche d’amore” (Carmignani editrice, 2015) “Di grazia cronica – elegie sul tempo” (Carmignani editrice, 2016) “Spiragli” (Ensemble, 2018) “Storie incompiute” (Porto Seguro editore, 2019) “Notturna gloria” (Robin edizioni, 2021) sono alcune delle sue precedenti pubblicazioni.

“Mi sono intromesso nell’ombra/ di una quercia trapassata/ in gergo popolare/ con il soffio missionario/ delle mie ipotesi di dolore,/ aspettando scrollasse/ dai suoi rami di realtà/ tutta la mia invisibile/ resina o paura della vita.”

 

 

A.M.: Salve Emanuele, l’anno scorso abbiamo presentato ai lettori “Notturna gloria” (Robin Edizioni), una raccolta di ventuno poesie associate ad altrettante illustrazioni del Maestro Gianni Calamassi. È stata una pubblicazione che ha avuto maggior “fortuna” nel pubblico dei lettori oppure in quello dei critici letterari?

Emanuele Martinuzzi: Ciao a tutti. Sembra passato molto più tempo. Sarà il periodo della pandemia che dilata e deforma il trascorrere dei mesi in modo innaturale. Comunque proprio in questi giorni ho ricevuto comunicazione che “Notturna gloria” ha ottenuto un ulteriore riconoscimento, la Menzione d’Onore al Premio Letterario Internazionale “Molteplici visioni d’amore – Cortona Città del Mondo”. Questo dopo aver già ottenuto il Premio Speciale della Giuria al Concorso San Domenichino dell’anno scorso. Sinceramente non mi aspettavo questi piacevoli e prestigiosi riscontri di apprezzamento. Mi è capitato poi di parlare con alcune persone che avevano letto la raccolta e che mi esprimevano le loro impressioni ed emozioni intense rispetto a quello che avevano fruito in questo lavoro illustrato. Quindi alla luce di questi esempi non saprei cosa rispondere esattamente. Direi che in modo imprevisto ha avuto buoni effetti sia sul pubblico dei lettori che su quello dei critici o degli addetti ai lavori. Sinceramente non me l’aspettavo, perché questa raccolta dal mio punto di vista rimane di non facile accesso e fruizione, sia per la natura criptica dei suoi contenuti, sia per le atmosfere che evoca nel loro lontano simbolismo. Infatti mi viene da pensare ancora, nonostante questi apprezzamenti, che non sia stata assimilata completamente nei suoi messaggi e nelle sue inattuali prospettive. Il fatto che sia un viaggio di discesa verso gli inferi di ciò che è in stato di abbandono, o distrutto dalla storia e dal tempo, nel suo essere violentemente innocente e inesorabile, oppure in ciò che è immaginario e abitante della sola fantasia, mi fa pensare che non possa e debba essere una lettura priva di ostacoli o barriere comunicative. La sofferta riflessione sul tempo cronico, distruttivo delle cose, delle civiltà e dei suoi valori, considerati come dati, scontati, spesso privi di una prospettiva storicistica che li renda relativi e non assoluti, credo sia in contraddizione rispetto a una moderna cultura, che invece tende a considerare e cristallizzare opinioni, giudizi e valori, privi di uno spessore storico, protesa più a cancellare l’evoluzione dei fenomeni nella storia, piuttosto che a farsi carico del loro essere mutevole, cioè legati a un determinato contesto socio culturale di riferimento. Questa raccolta è un viaggio che mostra come le rovine de tempo cancellano ogni cosa e emozione, rendono tutto ombra, però allo stesso tempo non cancellano la storia e la sua tormentata epopea, piuttosto ricercano attraverso la poesia, di riesumare ciò che c’è di eterno in questo continuo passaggio di costruzione e distruzione. Poesia e storicismo, simboli e rovine, fortuna e destino, vita e morte, spiritualità e silenzio.

 

A.M.: “L’idioma del sale” è il titolo della tua recente pubblicazione, “sale” compare nella silloge: nella citazione di apertura nella quale riporti i versi della lirica “Noi non sappiamo quale sortiremo” del poeta Eugenio Montale ed in due tue liriche, la prima cita “Naufrago in questa/ spiaggia senza vanità,/ nomade pausa, crampo/ nell’idioma del sale.” e la seconda più lunga di cui cito tre versi: “[…] In questa paralisi di ardore/ nessun racconto di sale/ più ci accompagna tra le zolle,/ […]”. Dal “sale greco” di Montale si passa all’“idioma del sale” ed al “nessun racconto di sale”. Quale concetto hai voluto indicare con il sale?

Emanuele Martinuzzi: “L’idioma del sale” è una raccolta che mette insieme le poesie, le frasi e le parole scritte, prima della pandemia, su fogli sparsi, quaderni, smartphone, pc, etc., ovunque insomma avessi modo di gettare nero su bianco la mia ispirazione del momento, i miei dubbi, la mia voglia di esprimermi in libertà. Una specie di diario poetico delle mie emozioni e pensieri, gioie e tormenti, alti e bassi, a dimostrazione che la poesia sa accompagnare tutti i momenti della vita, in qualsiasi frangente, e sa tradurre i suoi sentimenti, profondamente. Un grande poeta del passato Archibald MacLeish scriveva che “la poesia non deve significare ma essere”, infatti ogni volta che la poesia è, le cose si arricchiscono di nuovi significati, la realtà viene manifestata e liberata da convenzionali interpretazioni. La poesia è il sale della terra e dell’umanità, parafrasando il Vangelo, perché sa dare sapore e spessore ai vissuti, sa trasformare aridi momenti in nuove rinascite, sa trasfigurare le cose per mostrarne i volti e significati nascosti. Le poesie sono piccoli grandi granelli di sale, messaggi dall’abisso di amore, pace e speranza, che si librano sopra le contraddizioni, le oscurità e le assurdità del mondo. Questo lavoro altro non è che un omaggio allo scrivere poesie, a farle entrare nella propria vita di tutti i giorni, comunque e ovunque, a fare questa cosa così apparentemente inattuale, ingenua, sublime, di affidare alle parole scritte il nostro sentire più inascoltato, fragile o misterioso. In questo caso, differentemente dal precedente lavoro di cui si parlava, questa raccolta diventa una testimonianza della mia storia personale, queste poesie o queste parole sono la testimonianza della mia relazione con l’atto dello scrivere e della mia scrittura con l’esistenza. Come il sale nell’Antico Testamento, nel Levitico, è citato come un mezzo simbolico che garantisce l’alleanza tra il popolo e il divino, così la poesia sancisce quel misterioso legame tra un essere chiamato all’esistenza e l’incognita della vita. Ogni piccola poesia che si scrive, anche poche parole distrattamente lasciate su un foglio, sono un’alleanza e una ricerca col senso nascosto delle cose. La storia di ognuno di noi diventa tangibile ogni volta che viene scritta, niente è veramente vissuto senza che il segno della scrittura porti l’esistenza ad una doppia esistenza. Così le cose, le emozioni e i vissuti acquistano quel sapore che sa di significato, senso, miracolo, sale. Inoltre il sale nell’impero romano era usato anche come elemento distruttivo, dopo aver annientato Cartagine, i romani sparsero il sale sul suolo della città al fine di renderlo sterile per sempre, così come nella Bibbia si racconta che abbia fatto Abimelech dopo aver espugnato la città di Sichem. La poesia in questo senso gettata sull’esistenza trasforma ciò che nel vissuto trattiene il nuovo, ciò che arresta l’evolversi inevitabile della storia e trasfigura queste rovine lasciando il posto affinché giunga la rinascita, il rinnovamento, l’illuminazione inscritta nel linguaggio. Quindi mi piaceva l’idea del sale perché queste comunque sono poesie scritte già per essere scarti, lasciate a casaccio nei fogli, il puro piacere della scrittura, l’abbandonarsi al mistero della vita attraverso i segni della poesia. Ciò che apparentemente è solo una parola che rimanda a un tuo sentire di un momento, che può essere considerato come insignificante, assurdo o inascoltato, in realtà è il sale della terra e della vita, l’essenza che la poesia custodisce e pronuncia per essere compresa, per dare il giusto peso e sapore alle piccole immense cose.

 

A.M.: Ogni parola, partendo dall’etimo e risalendo nella storia del suo utilizzo, ha una variegata ramificazione. Dal sale possiamo passare all’illusione: “Quello che resta dei miei occhi,/ disciolti al patibolo dell’illusione,/ […]”. La radice della parola illusione proviene dal latino ludere con il significato di “giocare”. Ombre/a è un altro vocabolo che si nota ne “L’idioma del sale”. Per non estendere troppo questa domanda citerò solo il verso in cui compare: “ombre intrise di ali”. Gli esseri umani hanno un rapporto particolare con l’ombra, ma il poeta in particolare ne esalta la sua esistenza, quasi che la sagoma nera sia la prova più evidente della luce. Il poeta è fortemente connesso all’oscurità come momento di massima ispirazione ed è proprio in questa condizione che si possono ammirare le stelle. Troviamo la parola “stelle/a” in alcuni passi della raccolta tra cui: “nella traversata di una stella verso l’umano”. Dall’ombra proiettata verso il basso, verso l’interno, la stella è ciò a cui tendiamo, ciò che sta in alto e ciò che luccica.

Emanuele Martinuzzi: Non solo l’etimologia di ogni parola che entra nella fitta trama di una poesia si mostra come un viaggio speleologico nei meandri delle sue forme e nella storia della sua evoluzione, ma anche il significato stesso di ogni parola non è più dato come stabile o univoco, come viene considerato quotidianamente nello scambio e nel dialogo tra persone. Ogni senso entra in quell’avventura affascinante che permette di vedere le varie sfumature possibili, le varie strade che ogni parola può prendere nel labirinto dei contenuti che la compongono, apertamente o anche in modo sibillino. E poi non è solo questo, non è un mero gioco linguistico, semmai più un gioco di ombre e di luce come nella caverna di Platone. La scrittura ti permette di creare un tuo universo di spirito e materia, instabile e cangiante come le tue emozioni, plasmando le ombre e la luce che le attraversano e che provengono da un non ben imprecisato altrove, che a volte assomiglia al mondo esterno, a volte agli abissi del tuo cuore e altre volte a un qualcosa di assoluto che abita l’esistenza. Chi scrive poesie in qualche modo crea nel vero senso della parola, perché come il Fanciullino pascoliano dona per la prima volta un nome alle cose e in questo modo crea le cose stesse, le sue cose, uniche e irripetibili, in quell’armonia miracolosa che è un animo umano, in questo suo specchio, ingiudicabile e bellissimo, composto di versi e silenzi. Leggere una poesia è abbracciare una sensibilità del tutto sconosciuta, scoprire una civiltà sepolta sotto alla forma delle parole e al suo senso più comune, per lasciarsi trasportare in prospettive e orizzonti desueti, fuori dalle proprie caverne, fuori nella luce della bellezza, della libertà, dell’umanità e del mistero. Il fatto che tutto questo non sia solo un’illusione, o un mero artificio, lo si sa osservando come la poesia sappia costruire emozioni di pace, sappia faci avvicinare al mistero con gentilezza, sappia svuotare le nostre pulsioni più distruttive in una catarsi creativa. La poesia è una stella da seguire per realizzare i propri desideri più fondamentali, che riguardano l’interiorità.

 

A.M.: Il poeta è fortemente connesso agli elementi del cosmo e della natura come momento di massima ispirazione, ma non è solo dalla contemplazione dell’universo che riesce a trarre fervore, egli infatti è connesso a tutta la produzione precedente di poesia. Quali sono i poeti che, nel corso degli anni, ti hanno emozionato maggiormente?

Emanuele Martinuzzi: Mi viene da pensare alle mie prime letture di adolescente. La mia scoperta dei simbolisti francesi fu davvero una rivoluzione copernicana per me e per il mio modo di intendere, non solo la scrittura della poesia, ma anche il rapporto di chi la ama e la scrive nei confronti del resto della cultura e della società, non solo in termini di opposizione o differenziazione, ma una via unica e contraria di ricerca e sperimentazione, anche personale, dei propri vissuti, che diventano parte integrante del fare poesia. Come non pensare alla poesia “L’albatro” di Charles Baudelaire dai suoi “I fiori del male” dove appunto canta il suo essere “esule sulla terra, al centro degli scherni,/ per le ali di gigante non riesce a camminare”. Un altro amore è stato Arthur Rimbaud, tutta la sua opera e la sua vita sono state illuminazioni poetiche, battelli ebbri di bellezza e alterità. Ovviamente sempre nel simbolismo francese “I canti di Maldoror” del Conte di Lautreamont, pseudonimo o nome reale di Isidore Ducasse, mi hanno traghettato nella crudeltà sublime di una poesia, lasciata libera di essere se stessa e diversa da sé. Potrei continuare con Mallarmé, Verlaine, Corbiere. Ovviamente non posso tralasciare l’ispirazione senza fine avuta dalle letture dei grandi della letteratura italiana come il simbolismo di Pascoli, il suo fanciullino eterno e creativo, i “Canti orfici” di Dino Campana, il suo folle errare senza meta con la sola destinazione della chimera poetica, gli immensi Montale, Ungaretti, Quasimodo, Luzi, che mi hanno davvero fatto scoprire continenti di poesia, in cui confluiscono oriente e occidente, passato e futuro, ermetismo e canzone, secolari tradizioni di poesia e biblioteche di emozione. Poi essendo un lettore molto discontinuo e curioso, ho davvero letto di tutto e di più in questi anni, tra i grandissimi e i minori, contemporanei o antiche voci, dagli haiku giapponesi alla poesia africana, dal classicismo alle avanguardie, dall’imagismo americano alle poesie dei migranti, dai Novissimi del gruppo ’63 alla Beat generation e potrei continuare ancora. Non c’è mai fine alla possibilità di scoprire qualcosa di nuovo nel passato, il passato in un certo senso è il nostro futuro, sono state scritte tante di quelle pagine di arte, poesia e letteratura, che possiamo veramente trovarci di fronte a qualche novità che non conoscevamo, tesoro pronto per essere scoperto e rivitalizzato. Detto questo spesso non ho una grande memoria e quindi molte cose lette sono state non proprio dimenticate, bensì direi metabolizzate dentro di me, la loro atmosfera evocativa è entrata a far parte del mio animo e della mia sensibilità. Poi dopo tante letture quello che penso è che anche quello che si vive sia in qualche modo letteratura, il discrimine tra la forma letteraria e la vita vera è molto labile. Nel bagaglio di esperienze che si fanno e che arricchiscono, con la gioia o la sofferenza, c’è un legame invisibile e misterioso con i versi che possiamo leggere degli autori sopracitati o anche altri. Alla fine i nomi della letteratura, le definizioni, i movimenti, le classificazioni e le etichette svaniscono per lasciare il posto alla bellezza e alla passione della quintessenza della poesia, che travalica i linguaggi e i vari universi di significato. Ungaretti non è più Ungaretti, ma un’emozione del nulla, che si traduce nella vita tra un fiore colto e l’altro donato, nello sbocciare di un attimo che illumina d’immenso la tua vita. Così vale per qualunque autore, grande o piccolo che sia, siamo tutti interconnessi, letteratura e vita, filosofia e poesia, conoscenza e ignoranza, tutto è un miracolo che contribuisce all’enigma dell’esistenza. Più procedo in questa passione della poesia e della scrittura, più abbandono un atteggiamento critico o intellettuale, che già non mi appartiene spontaneamente, per abbandonarmi, forse in modo ingenuo e naïf, all’avventura primordiale e bellissima di lasciare segni misteriosi sul foglio bianco, di viverli attraverso le esperienze della vita, tutti i giorni, nelle piccole grandi cose ed emozioni. Si potrebbe anche dire che più si ama la scrittura e più anche i momenti della vita in cui non si scrive, per una qualche ragione, sono anch’essi una forma del poetare. Anche se non scrivessi neanche più un verso, la poesia continuerebbe ad accompagnarmi con la sua ombra, sempre in ascolto e in attesa delle sue epifanie, continuerei a sfogliare gli attimi della vita osservandone con occhi nuovi i segni impressi.

 

A.M.: Qual è il target di pubblico de “L’idioma del sale”?

Emanuele Martinuzzi: Ogni poesia inserita in questa raccolta è stata pensata, ideata e scritta a casaccio come ho detto, non c’è una struttura comune o una tematica prevalente, sono emozioni e pensieri che seguono il flusso discontinuo delle mie emozioni e dei miei pensieri, ovunque capitasse di provarne e di osare poi a trasfigurarli in forma di poesia, senza nessuna volontà di pensarle e ordinarle in una raccolta, prima almeno che avessi l’idea qualche mese fa, un po’ per omaggiare la scrittura della poesia, la sua importanza in generale, per il piacere di pubblicare un libro, ma anche più semplicemente per ricordo. Una testimonianza per me di questo ultimo periodo di scrittura, uno spaccato del mio passato tradotto in poesia, che credo e spero possa parlare a chiunque, a chi ama la poesia, a chi non la conosce o apprezza molto o anche a chi la evita. Certamente alcune poesie possono sembrare oscure per il simbolismo e le immagini che sembrano nascondere più che svelare, lo sono anche per me visto che quando si scrive non sempre si è del tutto coscienti di ciò che la cosiddetta ispirazione ci sta regalando. Mi auguro però che chi abbia modo di leggerle provi ad abbandonare le naturali resistenze razionali e si affidi con ingenuità al senso non-senso della parola, le guardi come un bambino che osserva per la prima volta le cose e si chiede cosa vogliono dire, il loro perché, emozionandosi per le risposte che vengono alla mente. Scrivendo principalmente per passione in piena libertà, sinceramente non mi sono mai soffermato sul tipo di persone che possono apprezzare quello che scrivo. E poi la parola target è usata in ambito commerciale, ammesso che questo libro abbia una diffusione tale da poter fare questo tipo di valutazioni, non sono interessato comunque a considerare la poesia come una merce, almeno non come tutte le altre merci. Spero invece che possa spronare qualcuno a scrivere, poesia o prosa non importa, ma a scoprire il valore immateriale non consumabile e profondamente umano, di esprimere le proprie emozioni, i propri sentimenti, le proprie idee, anche soltanto a sé stessi, in un diario. Spero che i miei amici, poeti o non, abbiano modo di leggere questa raccolta e di confrontarmi con loro su cosa ne pensano. Alcuni l’hanno già fatto e non nascondo il piacere di condividere le impressioni, confrontarsi, leggersi a vicenda, con simpatia e leggerezza.

 

A.M.: In una tua intervista hai espresso il senso che dai alla “meraviglia” con: “Credo che la meraviglia faccia parte dell’umanità, della sua parte più fragile, misteriosa e creativa, in cui la ragione si abbandona al sogno, in cui l’infanzia viene custodita in tutta la sua mitologia e la sua creatività. In ogni epoca e in ogni persona c’è sempre un dialogo, uno scontro se non proprio una lotta tra le intenzioni della meraviglia e quelle del cinismo, del disincanto e della perdita dell’incanto con cui guardare alle cose.” La troviamo, come parola all’interno della raccolta “l’idioma del sale” in questi versi: “sull’abisso filtra la meraviglia”, o “l’ossario delle ultime meraviglie”. Possiamo dedurre che, anche in questa silloge, la meraviglia è per te contrapposta al funereo, all’abisso?

Emanuele Martinuzzi: Scrivere poesie è sempre una scommessa sulla meraviglia, l’incanto, il miracoloso rispetto al cinismo, i nichilismi e la fredda materia. Una scommessa conveniente come direbbe Pascal a proposito dell’esistenza divina, cioè conviene sempre rischiare qualcosa di finito, come la mera vita materiale, quando la posta in gioco è l’infinito, la bellezza e la poesia. Si tratta di un lavoro intenso quello di custodire un afflato infantile, innocente e aperto a meravigliarsi anche delle piccole cose, in modo da distillare dall’esperienza quella che può essere considerata come la quintessenza della poesia. Un verso nasce casualmente, o per destino, ma ci sono credo tutta una serie di condizioni interiori che permettono all’animo di elaborare i sentimenti e vissuti per poter costruire una frase che in modo misterioso li rispecchi. Per la filosofia greca antica la meraviglia è all’origine della conoscenza filosofica e sappiamo quale tipo di relazione ci sia tra il Mythos poetico e la sua evoluzione in Logos filosofico. Nella narrazione mitologica e poetica della realtà c’è sempre una componente discorsiva e razionale come nella conoscenza filosofica, e viceversa. La meraviglia ha bisogno della ragione e la ragione ha bisogno della meraviglia, perché la ragione non è un calcolo elementare e la meraviglia non è un’insensatezza. Entrambe si confrontano con semplicità con l’immensità che appartiene alla vita, ai suoi ideali, alle emozioni autentiche, alla spiritualità in senso più ampio possibile. Ogni uomo è un abisso, in cui finito e infinito si incontrano e scontrano, in cui vivono le contraddizioni e da cui si creano tutte le potenzialità. Mi ricordo che la poesia di cui parlavi nella domanda e che recita “sull’abisso filtra la meraviglia” mi è venuta in mente mentre ero seduto sul divano a riposare in montagna come molte altre volte, verso sera. La finestra era aperta e si intravedevano i monti fitti di boscaglia. Un’atmosfera vissuta altre volte. In quel silenzio, tutto a un tratto, si alza il vento che proviene dai boschi e un’anta della finestra aperta incomincia a oscillare, mentre cala l’imbrunire. Ecco in quel momento, questa situazione, ai miei occhi è stata vissuta come unica, c’era uno strano equilibrio tra silenzio e movimento, e con meraviglia quei luoghi così familiari, mi sembravano apparire nuovi, osservati e vissuti come per la prima volta. Da lì le parole sono venute da sole, traducendo in poesia questo sentire profondo, che riguardava la scrittura, il paesaggio, le cose e il mio animo, e lo scrivere ha potuto magicamente dare voce a questa estasi, composta da piccole grandi cose.

 

A.M.: Per il mese di maggio e per i seguenti mesi estivi hai già in mente delle presentazioni in presentia del libro?

Emanuele Martinuzzi: Non ho ancora programmato niente di preciso. Credo che mi lascerò trasportare dalle possibilità che verranno fuori. Sicuramente mi farebbe piacere partecipare a letture collettive o presentazioni in presenza, più che altro per leggere le poesie de L’idioma del sale e anche di Notturna gloria, ritrovare quella dimensione libera di condivisione, ascolto e riflessione. Leggere in pubblico mi emoziona sempre tanto e da un lato mi manca, è un modo di sentire prendere vita quello che si è scritto, avvertire le reazioni viscerali o ragionate degli ascoltatori, superando le barriere della propria riservatezza. È anche una specie di introspezione, scendere dentro se stessi, leggendo le parole che sono state trovate nel proprio animo in precedenza. Al di là degli eventi spero comunque di aver modo di leggere le mie poesie ad altre persone, anche in contesti esterni alla logica della presentazione o del reading. Leggere casualmente a qualcuno una propria poesia e donargli anche solo una piccola emozione o un pensiero nuovo è sempre un grande evento.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Emanuele Martinuzzi: Vi saluto con la citazione che apre questa raccolta: “E un giorno queste parole senza rumore/ che teco educammo nutrite/ di stanchezze e di silenzi,/ parranno a un fraterno cuore/ sapide di sale greco.” (Eugenio Montale)

 

A.M.: Emanuele ti ringrazio per la spontaneità delle tue risposte, è stato un vero piacere colloquiare sul tuo nuovo libro a cui auguro di essere letto ed assorbito. Ti saluto con le parole di Blaise de Vigenère che nel suo “Trattato del fuoco e del sale” scrisse: “Cos’è il sale? Si chiese uno dei filosofi chimici. Una terra arsa e bruciata, e un’acqua congelata dal calore del fuoco potenziale racchiusovi. Il fuoco d’altro canto è l’operatore di quaggiù nelle opere d’arte, come il sole o fuoco celeste è in quelle della natura.”

 

Info

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FONTE

https://oubliettemagazine.com/2022/05/18/intervista-di-alessia-mocci-ad-emanuele-martinuzzi-vi-presentiamo-lidioma-del-sale/

Alessia Mocci intervista Sergio Messere: ecco la raccolta Fibre di possibilità


 

“Considero la poesia non propriamente una forma d’arte, quanto una “proto-arte”, in quanto è un qualcosa di profondamente viscerale che si origina nell’Uomo prima della nascita della scrittura e del linguaggio stesso. Cosa è scattato nel primo Uomo che ha sentito l’esigenza di commemorare i propri cari?” – Sergio Messere

Domandarsi sull’origine, sia del pianeta Terra che ci ospita sia della nascita dell’esigenza di commemorare i propri cari, è un atteggiamento nobile con il quale condurre la propria esistenza. Nobile ed inevitabile perché le domande avvengono, accadono e se si sceglie di non ascoltarle, queste riemergono come ostinati semi che, con il germoglio, tendono verso la luce.

“Fibre di possibilità”, edito da LFA Publisher nel 2021, è suddiviso in sette capitoli che principiano con una tela od uno schizzo dell’artista Pietro Tavani. L’autore, Sergio Messere, diplomato in elettronica industriale lavora dal 1991 come tecnico di settore in un centro di coordinamento e supervisione di reti Mediaset ed altre emittenti private. Appassionato lettore di romanzi classici, paranormale e fantascienza, pratica running e si diletta in cucina.

Ha esordito nel 2013 con il romanzo “Generazione oltre la linea” (Prospettiva Editrice), alcune poesie sono state pubblicate su antologie quali “Forme liquide” e “I glocalizzati” (deComporre Edizioni 2014); il racconto “Lo Scrigno di Santa Rosa” nell’antologia “Tardomoderno immaginario” (Limina Mentis 2015). Nel 2015 ha vinto la sezione di poesia della prima edizione del contest “Radici, impulso e rivoluzione” con l’opera “Il manifesto dell’iconoclastia”.

Sergio Messere si è mostrato molto disponibile nel rispondere a qualche domanda sulla sua silloge “Fibre di possibilità” così da sviscerare il suo mondo poetico. Si augura buona lettura!

 

A.M.: Ciao Sergio, ti ringrazio per il tempo che hai voluto dedicarmi, sono lieta di poter presentare ai lettori la tua nuova pubblicazione “Fibre di possibilità”. Il tuo esordio in editoria è stato nel 2013 con il romanzo distopico “Generazione oltre la linea” edito da Prospettiva Editrice, ci puoi brevemente racconta la trama?

Sergio Messere: Buongiorno a tutti. Nel romanzo che hai citato, narro l’esperienza a dir poco stravagante di un gruppo di diciotto ragazzi nell’anno 2040, nell’immaginaria metropoli di Sìagora, sui lidi dell’Alto Lazio. Qui, un misterioso uomo navigato di nome Gabriel, di origine armena, tiene una sorta di scuola di vita chiamata “Istituto del pieno sviluppo delle risorse di gioventù”. Saranno giorni molto intensi: amore, amicizie, ma anche alleanze e scontri duri; esperienze di tornei sportivi, dibattiti e altre esperienze borderline che non voglio svelare. Qual è il vero obiettivo di questo ambiguo maestro?

 

A.M.: Quando è nata in te la necessità di scrivere in versi? Romanzo e poesia sono andati all’unisono oppure ci sono stati momenti in cui hai scritto solo in versi?

Sergio Messere: Ho iniziato da piccolo scrivendo brevi storie. Successivamente, a partire dai vent’anni, ho iniziato a comporre istintivamente poesie. Dopo diversi lustri, sono riuscito a completare il romanzo “Generazione oltre la linea”: un lavoro, vi assicuro, che mi ha assorbito non poche energie, essendo maniacale e dovendo documentarmi sulle materie più disparate e approfondire svariati personaggi caratterizzati. Del resto, un romanzo corale nasconde sempre molte insidie, rischiando di seminare confusione nella testa del lettore.

Ritornando alla poesia, in “Fibre di Possibilità” sono confluiti tutti i versi di un trentennio; quelli che non ho inserito è perché sono stati stracciati nel tempo. Come hai già evidenziato nella tua analisi, sono contenute poesie eterogenee, le condizioni di fasi di vita così lontane si sono riflesse giocoforza nelle pagine assai diverse per l’ispirazione stessa, i contenuti e lo stile. Considero la poesia non propriamente una forma d’arte, quanto una “proto-arte”, in quanto è un qualcosa di profondamente viscerale che si origina nell’Uomo prima della nascita della scrittura e del linguaggio stesso. Cosa è scattato nel primo Uomo che ha sentito l’esigenza di commemorare i propri cari? E perché, a un certo punto, si è iniziato a rappresentare le scene di vita quotidiana – come la caccia e altro – sulle pareti di grotte? Per non parlare delle prime forme di religione, in cui si veneravano le potenze primordiali della Natura.

C’era già tutto in noi, doveva solamente – come ricorda Telmo Pievani – scattare l’innesto giusto per il decollo dell’intelligenza e della stessa civiltà umana. Mulina a intermittenza un pensiero che mi fa venire i brividi: “C’è stato un momento in cui eravamo grandi e noi non lo sapevamo.”

Riguardo al titolo, il passato, il presente e il futuro – come ci insegna la fisica quantistica con il concetto di entanglement; le correlazioni fra gli astri, le specie, i popoli e gli individui stessi, sino alle particelle subatomiche, orbene, per me ogni cosa è intimamente collegata al Tutto, a una ipotetica intricata e sterminata “rete di possibilità”…

 

A.M.: Nel capitolo Vibrazioni troviamo la lirica “A Laura”, nome che riporta alla memoria un personaggio di Generazione oltre la linea, una ragazza che il protagonista Dani incontrerà in un ottobre del 2040.

Sergio Messere: Parto da lontano e farò una sintesi. All’incirca quando avevo venti anni, durante il servizio militare, una figura di donna si impossessò a poco a poco della mia mente. Quando iniziai a “fantasticare” nel parlare con lei, già di fatto il volto e quelle sembianze mi erano dinnanzi in ogni dettaglio: viso tondo, occhi grandi e lineamenti regolari, capelli quasi neri raccolti a cipolla; idem per la corporatura rotonda ma non molliccia. In seguito, negli anni, si delineò il quadro che era una studentessa di medicina, molto preparata e scrupolosa, e, a un certo punto, ne erano sempre più chiari le movenze e i gesti peculiari. L’ho sempre considerata mia coetanea e profondamente intelligente e seria. Negli anni, in ogni momento di difficoltà/spaesamento (sono estremamente fragile, o meglio, per metà forte e per metà fragile), mi sono rivolto a Lei – o è apparsa spontaneamente Lei, fate vobis. Insomma, quando posso mi ci aggrappo moralmente in modo spudorato! Mi conforta senza se e senza ma: una presenza discreta, assolutamente non carnale, del tutto coerente.

E non a caso le ho trovato un posticino di assoluto primo piano nel mio romanzo, dove però si presenta in una veste differente: austera, a tratti acida con la voce narrante Dani, e distante dalla Laura spirituale della mia realtà, in cui è assurta a tutti gli effetti a una figura di spirito-guida. Nei miei viaggi mentali, non ho ancora capito che specializzazione di Medicina stia frequentando, né sono riuscito mai a incontrarla nei sogni notturni, nonostante i bizzarri propositi e desideri…

 

A.M.: Nel capitolo Scorci leggiamo nella poesia “1980”: “[…] … i tempi/ dell’adolescenza/ alla scuola media:/ i primi brividi soffusi/ alla vista/ di seni acerbi/ in espansione/ per una risata/ o per un saltello;/ e le battaglie/ a “pallaguerra”/ nel cortile grigio/ tra occhi obliqui/ e figure flessuose.// […]”. L’Io racconta della giovinezza ai tempi della scuola media descrivendo dei “giovani felici/ ma ignari”. Ci vuoi raccontare la genesi di questi versi?

Sergio Messere: Una poesia del ciclo luminoso, realismo puro. Un affresco e al tempo stesso è un omaggio agli anni Ottanta, che considero, al pari dei Sessanta e Settanta, un decennio meraviglioso e pullulante di fermenti, gioia di vivere, condivisione, spensieratezza, innovazioni continue. Una poesia che è lo scrigno dei ricordi della mia giovinezza, dai giochi di cortile alle escursioni con gli scout, dai primi sussulti delle Medie alle giornate sui banchi dell’istituto industriale. Ricordi indelebili che mi tormentano, che sprigionano una nostalgia all’ennesima potenza, perché custodi di un qualcosa che non potrà più tornare – anche se è giusto così. Tuttavia è troppo più forte di noi: abbiamo sempre bisogno di ritornare ai nostri anni verdi, di cui – curioso a dirlo – serbiamo un ricordo più nitido, in genere, delle esperienze positive. Riguardo questa nostalgia, quando rivedo in particolare una vecchia foto di una giornata in classe (l'ho già postata su Facebook) una certa commozione mi pervade: un po' come Odisseo quando sente narrare le sue (loro gesta) contro Ilio molti anni dopo.

Discorso a parte merita la dedica di 1980 al mio compagno dell’Industriale. Un amico speciale e sensibile che ha interrotto il proprio viaggio anzitempo.

 

A.M.: L’ultimo capitolo di “Fibre di possibilità” è intitolato Psicoalchimie e coni d’ombra, troviamo qui “Il ministro dell’Ordine” nella quale scrivi: “[…] Mi avvicino./ Una colonna azzurra/ mi aspira./ Rifulgono e mi chiamano/ magnetici/ i tuoi globi algidi,/ errante siderea;/ cedo alle tue lusinghe…/ le tue voluttuose tenaglie/ mi serrano…/ o NO!/ Necessito solo/ di Ordine.// […]”. Che significato dai alla parola “psicoalchimia”? Ed in che cosa consiste l’Ordine?

Sergio Messere: Per “psicoalchimie” mi riferisco alle “variazioni di stato” all’interno del teatro della nostra mente (prendendo spunto grossolanamente dagli alchimisti medioevali che sostenevano di trasmutare alcuni metalli in oro). Per le “variazioni di stato” mi sono ispirato agli insegnamenti del maestro Gurdjieff (si rimanda la lettura ammaliante di “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”, del discepolo Petr Uspenskij).

Secondo il suo pensiero, sussistono sette livelli di crescita dell’essere umano: dall’Uomo n° 1 che è quello più comune e vive prevalentemente nella materia, si passa poi al n°2 (tipo emozionale), al 3 (intellettuale), quindi il 4 (gli yogi e i mistici sufi), il 5 (l’Uomo della consapevolezza, seppure non costante), il 6 (Uomo che è riuscito a raggiungere il suo centro), sino ad arrivare al rarissimo Uomo n° 7 (Buddha). Occupandosi l’ultimo capitolo di esperienze al di fuori dell’ordinario, mi riferisco a “coni d’ombra” in quanto ci si viene proprio a trovare in una zona grigia della coscienza, protesi verso una dimensione separata dalla nostra, una dimensione altra.

Nella poesia in questione, il protagonista si viene a trovare in un bizzarro caso di abduction e, l’intimo contatto con l’“errante siderea”, indubbiamente traumatico, lo porta a essere manipolato in quegli istanti, da qui la sua dipendenza assoluta e necessità di Ordine, ovverosia la sottomissione a un nuovo codice etico e il raggiungimento di una condizione di coscienza alterata, non umana, presumibilmente superiore. 

 

A.M.: Sono svariate le liriche in cui tratti della molteplicità del tema amoroso, come se esistessero varie forme d’amore. Puoi farci qualche esempio?

Sergio Messere: L’amore è un qualcosa di potentemente complesso, molteplice, molto più di un sentimento come l’odio. Quando ci riferiamo all’amore che abbiamo provato o proviamo tuttora verso un altro essere, cosa s’intende precisamente? Siamo in grado con un semplice termine di racchiudere questo microuniverso?

Ecco quindi la genesi di versi variegati: si passa dall’amore spirituale verso Laura a quello sofferto e quotidiano di Nervi di nylon; dall’amore che ci sussurra i misteri d’Oriente di Zeila o sconfina nella dimensione subatomica di Colata, a quello leggero, inebriato dai vapori del “santo mosto” di Melodie di ottobre; dalla forma senza regole e senza un domani di Anarchia d’amore a quella consistente e rassicurante di A casa, Simbiosi, La tua voce, Ritorno e Amicizia.

E poi ancora, il tema amoroso ecumenico, universale, verso il mondo dei versi di Espansione, Scintilla e Vitae; il tema di stampo fiabesco del Mondo nuovo e, all’opposto, la forma animalesca e conflittuale di Amore barbaro; la forma caotica, collettiva, degenerata e sintetica di Hypnotica.

Infine, una menzione speciale a due poesie a cui sono particolarmente affezionato: Idea e Lo scivolo della mente. Nella prima, siamo al cospetto di un amore potente, siderale, oscuro – che slitta da una prospettiva all’altra – paragonato ora a una “schiera di angeli su destrieri”, ora a una costellazione poco visibile (Macchina pneumatica), ora a un viaggio da pendolare in metropolitana, ora al trionfante epilogo onnivoro di un buco nero. Nella seconda, impera la forma prettamente cerebrale, dove a poco a poco, scivolando “sulle pareti di un cono rovesciato”, si perviene all’utopia che vede due menti fondersi in una.

 

A.M.: Sabato 21 maggio sarai ospite presso lo stand di LFA Publisher al Salone del Libro di Torino dalle 16:00 alle 17:00. Che cosa ti aspetti da questa partecipazione?

Sergio Messere: Non penso al numero di copie vendute e firmate, nel senso che per me questo deve essere nient’altro che un “effetto collaterale”. Vorrei semplicemente godermi quelle giornate col massimo della vitalità, parlare con chiunque, dagli addetti ai lavori ai semplici passanti che si avvicinano curiosi ai libri sui tavoli, gustarmi un cappuccino con una brioche iperfarcita in compagnia, guardare negli occhi i malcapitati che mi chiedono una firma per la silloge. Insomma, il solito Sergio. Però posso anticiparvi che, qualche giorno prima, il 19 maggio alle 10:40 sarò ospite nel programma letterario di Radio Dora.

A distanza di otto anni dalla mia prima apparizione al Salone, vorrei ringraziare, per l’opportunità avuta, l’editore Lello Lucignano della LFA Publisher e tutto il nutrito staff che, giorno dopo giorno, ci mettono passione e qualità in questo lavoro-vocazione. Mi piace pensare all’editoria come una vera e propria “Officina del libro”.

 

A.M.: Oltre al Salone del Libro hai già organizzato altre presentazioni del libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Sergio Messere: A breve organizzerò, con l’ausilio di Serena Piergotti, un evento di letture della silloge presso la nuova biblioteca del comune dove vivo, Fonte Nuova. Questo reading poetico è stato inserito nel maggio dei libri 2022. Ne darò comunicazione su Facebook e sugli altri social, come anche per i futuri eventi letterari, compresa la partecipazione alla Fiera del Libro di Roma a dicembre.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Sergio Messere: Avendo già accennato all’inizio ad un maestro armeno, come non concludere con un pensiero di Georges Ivanovič Gurdjieff?

“L’illusione suprema dell’uomo è la sua convinzione di poter fare. Tutti pensano di poter fare, ma nessuno fa niente. Tutto accade.”

Grazie, Alessia, per la disponibilità e un salutone a tutti i divoratori di libri! Spero di vedervi numerosi e schizzati al Salone di Torino.

 

A.M.: Sergio, ti ringrazio per come hai affrontato questa intervista, sei riuscito a citare svariate tue liriche donandoti completamente al lettore che, penso, gradirà. In chiusura seguo la tua scia e cito Jeanne de Salzmann, allieva di Gurdjieff: “Cercate per un momento di accettare l’idea che non siete quello che credete di essere,/ che vi stimate troppo, dunque che mentite a voi stessi./ Che vi mentite sempre, ogni momento, tutto il giorno, tutta la vita./ Che la menzogna vi governa a tal punto da non poterla controllare./ Siete preda della menzogna./ […]”

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

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Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/05/11/intervista-di-alessia-mocci-a-sergio-messere-vi-presentiamo-fibre-di-possibilita/