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Dramazon di Giulio Marchetti: il Natale in un’opera di forte contestazione


 


Esistono due tipi di società, quelle che lavorano per provare a far pagare di più e quelle che lavorano per far pagare di meno. Siamo la seconda”. – Jeff Bezos

Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, è riuscito a fare di una idea geniale un vero e proprio impero finanziario e spesso è avvenuto, nel corso della civiltà umana, di osservare una particolare relazione tra l’incipit e la fine di qualsiasi fenomeno od invenzione. Dapprima è qualcosa che viene considerata positiva per poi rivelarsi un vero e proprio danno.

E se Bezos ha operato nel cercare di creare una società nella quale i consumatori fossero attirati ad acquistare presso Amazon per il costo minore e la celere consegna, di sicuro ciò a cui non si è pensato è che merci e lavoratori hanno ottenuto lo stesso trattamento e sono ormai di pari valore.

Ed è in questa forte diatriba che l’opera di Giulio Marchetti mostra tutta la sua efficacia. “Dramazon” è infatti il composto della parola inglese “Drama” e di “Amazon”. Sin dal titolo l’artista ha voluto marcare il disastro sociale nel quale stiamo vivendo, un vero e proprio dramma non solo per i piccoli commercianti ed artigiani costretti a chiudere bottega a causa delle grosse multinazionali e del mercato globale, ma ciò che ancora più sconvolge è il taglio netto con la tradizione del dono che Giulio Marchetti ha voluto rappresentare con il noto Babbo Natale.

“Dramazon” presenta l’istante prima di un possibile incidente stradale: un camion in consegna si muove veloce per la strada ghiacciata – i corrieri hanno tabelle di marcia controllate e gestite elettronicamente – sulle strisce pedonali Babbo Natale che istintivamente si libera del sacco dei regali da consegnare ai bambini per cercare di ripararsi dall’impatto. La scena è buia, notturna, mentre il camion è ben illuminato, i pacchetti sono quasi tutti ancora in volo.

Marchetti costringe l’osservatore alla domanda: il corriere riuscirà a fermare la sua corsa?

Ed è questo che devono fare le opere d’arte: far porre domande a chi osserva o legge perché come disse il poeta Rainer Maria Rilke: “Vivi le domande ora. Forse poi, in qualche giorno lontano nel futuro, inizierai gradualmente, senza neppure accorgertene, a vivere a tuo modo nella risposta.”.

L’opera è corredata da una didascalia dell’autore:

“Tutti i negozi hanno aggiunto .com alla propria insegna.

I supermercati hanno rottamato i carrelli, costruendo carrelli virtuali.

Valentino Rossi potrebbe essere il rider più veloce, conteso da Glovo e Just Eat.

I cinema sono pieni di Coca e popcorn, ma le sedie sono vuote.

Forse verranno smontate e vendute su Amazon.

È così bello l’amore, davanti ad un film di Netflix.

L’importante è restare a casa.

Tutti i giorni. Tutto il giorno.

Perché una volta all’anno, tra corrieri e fattorini, arriverà Babbo Natale.

E noi lo riconosceremo fra tanti.

Perché Babbo Natale è magia.

E la magia non può morire.

#DRAMAZON”

 

Ho sempre pensato al Natale come a un bel momento. Un momento gentile, caritatevole, piacevole e dedicato al perdono. L’unico momento che conosco, nel lungo anno, in cui gli uomini e le donne sembrano aprire consensualmente e liberamente i loro cuori, solitamente chiusi.” ‒ Charles Dickens

 

 

L’autore, Giulio Marchetti, nasce nel 1982 a Roma, ha esordito con “Il sogno della vita” nel 2008. Con Puntoacapo pubblica nel 2010 “Energia del vuoto” con prefazione di Paolo Ruffilli, nel 2012 “La notte oscura”, nel 2014 “Apologia del sublime”. Con Giuliano Ladolfi editore pubblica nel 2015 la raccolta “Ghiaccio nero”.

 

Con la poesia “A metà”, è stato inoltre selezionato per “Il fiore della poesia italiana” (tomo II – i contemporanei), un ambizioso progetto antologico che raccoglie il meglio della poesia italiana sotto la curatela di autorevoli esperti (Puntoacapo, 2016). Nel 2020 pubblica con la casa editrice Puntoacapo la raccolta “Specchi ciechi” con prefazione di Maria Grazia Calandone, postfazione di Vincenzo Guarracino ed una nota di Riccardo Sinigallia. Diverse sue poesie sono edite in antologie collettive. Della sua poesia si è occupato, fra gli altri, il Prof. Gabriele La Porta, storico conduttore e direttore Rai.

 

A Natale 2020, Giulio Marchetti pubblica su la Repubblica la prima opera della sua trilogia “Dramazon”, segue per San Valentino 2021 “Modern Heart” ed “Easteria” dedicata alla Pasqua. Il 26 novembre 2021 in occasione del Black Friday è stata pubblicata una nuova provocazione dal titolo "Brain Friday". 

 

 

Giulio Marchetti, in una intervista datata febbraio 2020, ha connesso il concetto di noia con la meccanizzazione e la creatività: “Già Lucrezio nel terzo libro del “De Rerum Natura” offriva una definizione paradigmatica della noia. “Spesso lascia il suo grande palazzo chi si annoia a restare a casa; ma subito vi torna perché non si trova affatto meglio fuori”. L’inquietudine e il senso di estraniazione tipici della noia trasudano da questo breve passo. Ci vuole un balzo secolare, ma si giunge inevitabilmente a Baudelaire. Lo spleen è una condizione interiore tanto angosciosa quanto suggestiva a livello artistico, nella pienezza dei suoi effetti devastanti, quasi allucinatori. “Le proprie inclinazioni” di cui oggi argutamente mi chiedi, risultano socialmente oppresse dal senso utilitaristico dominante, a partire dall’istruzione. “Le cose monotone” ben presto saranno delegate alle macchine (che ormai svolgono gran parte dei lavori ripetitivi un tempo affidati agli esseri umani). Non si tratterà più di cercare lavoro, ma di creare lavoro. Forse allora l’unica risposta sarà: creatività.”

 

 

Info

Profilo Instagram

https://www.instagram.com/giuliomarchetti_art/

Landing Page Giulio Marchetti

http://giulio-marchettiart.it

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/12/06/dramazon-di-giulio-marchetti-il-natale-in-unopera-di-forte-contestazione/

Uno strano Natale favola di Giovanna Fracassi tratta dal libro Nel magico mondo di nonna Amelia


“Nel mondo magico di Nonna Amelia” è un libro di favole e filastrocche edito da Rupe Mutevole Edizioni nel 2021. L’autrice, Giovanna Fracassi, ha pensato di augurare Buon Natale a tutti i suoi lettori (adulti e piccini) con la pubblicazione della favola “Uno strano Natale”.

 

“Uno strano Natale” di Giovanna Fracassi

Oggi bambini, visto che ormai non manca più molto a Natale, vi voglio raccontare la storia di un bambino triste che però riceve un regalo straordinario.

 

Marco sta spiando il cielo, con il mento appoggiato sulle mani intrecciate sul davanzale della finestra della sua cameretta. Spera di veder cadere qualche fiocco di neve, almeno oggi che è la Vigilia di Natale. Vorrebbe tanto sentirsi allegro e felice, invece è ancora più triste degli altri giorni.

Quest’anno non ha chiesto nulla a Babbo Natale, non gli ha scritto nessuna letterina. L’anno prima gli aveva chiesto con tutto il cuore, un solo grande regalo: che i suoi genitori la smettessero di chiudersi in cucina a discutere e che tornassero ad essere allegri e scherzosi con lui.

Invece, proprio il fatidico giorno di Natale, suo padre lo svegliò la mattina presto per dirgli semplicemente che per qualche tempo se ne doveva andare via. Marco gli aveva subito chiesto dove sarebbe andato a lavorare questa volta, dato che era abituato ai lunghi viaggi del padre, ma lui gli rispose che non doveva fare nessun viaggio di lavoro. Si trattava di altro: non voleva più litigare con la mamma e l’unico modo per non farlo era andare a vivere in un’altra casa.

Marco ricorda molto bene quel giorno. I regali rimasero intatti sotto l’albero spento: né lui né la mamma avevano avuto voglia di aprirli. Se ne rimasero abbracciati, avvolti in un grande plaid sul divano, quasi fino a sera. Mamma piangeva e lui non sapeva più cosa dirle per farla smettere.

Adesso è a casa di suo padre, ma vorrebbe essere con sua madre. Quando è con lei però, vorrebbe essere con lui. In realtà sa molto bene cosa vuole: che loro tre tornino ad essere una famiglia. Senza quella Marta che fa sempre la carina con il papà “amore qui, amore là” e senza Enzo che arriva sempre per cena, dal venerdì alla domenica, con un mazzo di fiori freschi, tanto che il lunedì la casa sembra una fioreria.

Eh sì! Marco guarda il cielo e pensa: «Oh se almeno nevicasse! Potrebbe essere un bel Natale, nonostante tutto».

Ad un tratto vede qualcosa muoversi, proprio in fondo al giardino, sotto la panchina dove d’estate si mette a disegnare. Osservando con più attenzione scopre che si tratta di un grosso gatto arancione che, quatto quatto, perlustra tutto intorno il laghetto ghiacciato.

La tentazione ora è troppo forte.

Marco corre in corridoio, acchiappa veloce berretto e giaccone ed esce in giardino. S’impone di procedere piano per non spaventarlo, lo cerca dappertutto ma non riesce a trovarlo: sparito nel nulla!

Sta già tornando sui suoi passi, quando si sente chiamare: «Marco, ehi, sono qui!».

Si gira, si guarda attorno, chi mai può averlo chiamato? Non c’è nessuno! Ed eccolo lì, il gatto rosso! È seduto, tutto impettito, al centro della panchina, le orecchie aguzze sull’attenti e due enormi occhi verdi che splendono come fossero di giada e che lo stanno fissando impertinenti.

È una pazzia, eppure Marco ha la sensazione che a chiamarlo sia stato proprio il gatto. Gli si avvicina cauto, temendo di farlo scappare, ma quello invece sembra aspettarlo e appena gli è abbastanza vicino, strofina il suo grosso muso sulla sua mano, invitandolo quasi ad accarezzarlo e facendo immediatamente le fusa a mo’ di saluto, così alte e sonore che un uccellino, che sta beccando qualche briciola sul davanzale, se ne vola via spaventato.

«Non è possibile che tu sia un gatto parlante, vero? Ho le traveggole oppure la febbre alta!»

«No, affatto, io parlo e capisco tutto quello che dici, anzi, so anche cosa pensi. Ho saputo che quest’anno non hai scritto la letterina a Babbo Natale perché non vuoi nulla».

«Sì, è proprio così! L’anno scorso quello che gli avevo chiesto non è arrivato, ed era l’unica cosa che desideravo!»

«Quello che tu hai chiesto Marco, non te lo può regalare né Babbo Natale né nessun altro. So tutto e sono venuto a dirti che devi accettare di avere ormai due mamme e due papà. E poi, in fondo, se ci pensi bene, non è poi troppo male».

«Sarà, ma io ora mi sento molto solo e nulla, nella mia vita, è come prima!»

«Ecco perché sono venuto a cercarti! Mi chiamo Mischa e, se vuoi, posso diventare il tuo compagno di giochi. Starò sempre con te, finché lo vorrai. Poi quando avrai altri amici, sarai cresciuto e non avrai più bisogno di me, me ne andrò. Che ne dici?»

Marco emozionatissimo, prende in braccio Mischa e per la commozione lo stringe così forte al petto che il micione sospira un debole ma compiaciuto Miaooo!

Inutile dire che da quel giorno, quei due diventarono inseparabili.

Posso confidarvi che Marco è cresciuto, si è sposato e ha un bellissimo bambino: Eddy, ma non si è mai voluto separare dal suo amico micio e nulla lascia supporre che mai lo vorrà fare.

Chi trova un micio trova un tesoro!

 

Questa è la letterina che Eddy ha scritto, insieme al suo papà Marco, a Babbo Natale.

Caro Babbo Natale,

so che hai tanto da fare

perciò di tempo non te ne voglio rubare.

Nulla voglio farmi regalare

perché non credo

d’esser stato buono come dovevo.

Ti chiedo però un dono speciale

per il mondo intero:

vola con la tua slitta tutto intorno

e spargi un po’ d’affetto

della bontà senza difetto

tanta allegria senza dispetto

così che ogni cuore

sia sazio d’amore.

Con affetto

Eddy

 

 

Info

Acquista su Amazon “Nel magico mondo di nonna Amelia”

https://www.amazon.it/magico-Amelia-Favole-filastrocche-CD-Audio/dp/8865916664/

Facebook Giovanna Fracassi

https://www.facebook.com/giovanna.fracassi

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/12/01/uno-strano-natale-favola-di-giovanna-fracassi-tratta-dal-libro-nel-magico-mondo-di-nonna-amelia/

 

La letteralità e altri saggi sull’arte di François Zourabichvili: la presentazione di Cristina Zaltieri


“[…] in molti di questi testi l’arte assume una centralità che si evidenzia in differenti modalità, sia divenendo oggetto di lettura filosofica in quanto considerata più capace della filosofia di essere all’altezza dell’evento reagendo ad esso in modo affettivo, immediato e non cognitivo; ma anche in quanto essa è una pratica di esperienza e di sperimentazione (le due stanno sempre intrecciate) a cui la filosofia deve ispirarsi per non decadere ad esangue astrazione.” – Cristina Zaltieri

“La letteralità e altri saggi sull’arte” è uscito in Francia nel 2011 curato dalla filosofa francese specializzata nelle opere di Gilles Deleuze, Anne Sauvagnargues e pubblicato cinque anni dopo la morte del filosofo francese di origini armene François Zourabichvili (28 agosto 1965 – 19 aprile 2006) che, a soli 41 anni, ha deciso di interrompere la sua vita proprio come aveva fatto dieci anni prima Gilles Deleuze.

È in uscita, nel 2022, per la casa editrice mantovana Negretto Editore, la traduzione di questa raccolta di saggi che raccoglie conferenze ed articoli selezionati da due amici di Zourabichvili, Philippe Simay e Kader Mokkaden. La quasi totalità dei saggi presenti nella pubblicazione sono inediti nei quali il tema centrale è l’arte.

François Zourabichvili ancor’oggi è poco conosciuto in Italia malgrado le traduzioni delle monografie su Gilles Deleuze e Baruch Spinoza: “Deleuze. Una filosofia dell'evento”, Ombre Corte 2002; “Il vocabolario di Deleuze”, “Spinoza. Una fisica del pensiero”; “Infanzia e regno. Il conservatorismo paradossale di Spinoza”, Negretto Editore, 2002 – 2017. A marzo del 2018 Negretto Editore ha pubblicato un testo collettivo che raccoglie gli interventi presentati il 2 febbraio 2017 all’Università Bicocca di Milano al Convegno omonimo dedicato al filosofo dal titolo: “Il divenire della filosofia di François Zourabichvili”.

“La letteralità ed altri saggi sull’arte” è curato e tradotto da Cristina Zaltieri, docente di filosofia ai licei e cultrice di filosofia all’Università di Bergamo. Dirige assieme alla stimata collega Rossella Frabbrichesi la collana “Il corpo della filosofia” per Negretto Editore. Precedentemente altri suoi lavori filosofici sono stati pubblicati per gli editori Guerini e Mimesis.

Si ringrazia la casa editrice per aver concesso la pubblicazione in anteprima di un estratto tratto dalla precisa ed interessante presentazione di Cristina Zaltieri.

Estratto dalla presentazione di Cristina Zaltieri

[…]

Nel caso dei saggi qui raccolti l’interesse che rivestono, entro la produzione di Zourabichvili, è indubbiamente significativo. Sono tutti posteriori alle quattro monografie pubblicate tra il 1994 e il 2003, mostrano quindi la direzione che il pensiero di Zourabichvili andava prendendo nei suoi ultimi anni di ricerca, una direzione che si potrebbe definire, utilizzando un’espressione ricorrente nei saggi qui raccolti, una “svolta estetica”. In primo luogo, infatti, in molti di questi testi l’arte assume una centralità che si evidenzia in differenti modalità, sia divenendo oggetto di lettura filosofica in quanto considerata più capace della filosofia di essere all’altezza dell’evento reagendo ad esso in modo affettivo, immediato e non cognitivo; ma anche in quanto essa è una pratica di esperienza e di sperimentazione (le due stanno sempre intrecciate) a cui la filosofia deve ispirarsi per non decadere ad esangue astrazione. In secondo luogo, si può parlare di svolta estetica ponendo l’accento sulla accezione originaria del termine «estetica» e sottolineare che la materia peculiare dell’operare artistico è il sensibile confuso-oscuro che resiste al concetto ed insieme lo nutre ponendolo in contatto con il fluire caotico della vita. La filosofia che opera nella distinzione del concetto non ha presa immediata sul sensibile, ha bisogno della mediazione dell’arte per entrare in contatto con tale elemento caotico e denso di virtualità.  Dunque, questi primi scritti postumi, estrapolati dall’archivio Zourabichvili, fanno legittimamente pensare che l’autore avesse in cantiere il progetto di un’opera dalla fisionomia nuova rispetto alle sue precedenti, non più originata specificatamente dall’incontro con un filosofo (anche se Deleuze resta un interlocutore costante), bensì ispirata in buona parte a tre temi non separabili l’uno dall’altro, dato che si richiamano tra loro in una trama di rimandi necessari: l’evento, la letteralità, il gioco estetico. Per dirlo in sintesi, rinviando poi ad una più distesa esplicazione: l’evento rimanda alla letteralità in quanto questa è evento del pensiero, evento del senso nella scrittura; la letteralità rimanda al gioco estetico laddove Zourabichvili individua nel riconoscimento non mimetico, bensì ludico, il carattere imprescindibile dell’arte che ispira di sé anche la filosofia e che si pone al servizio di una lettura non metaforica delle «metafore». Ma, come si è detto, l’evento ha negli artisti dei testimoni capaci di registrare le variazioni affettive che l’evento produce in loro con una immediatezza che è preclusa ai filosofi.

[…]

Nel primo saggio con cui il testo si apre, Evento e letteralità, conferenza tenuta dall’autore in occasione dell’inaugurazione dei Fonds Deleuze,  la letteralità e l’evento sono legati insieme in quanto indicati da Zourabichvili come due direzioni possibili per un lavoro su e attraverso Deleuze che sfugga all’esegesi e alla commemorazione per cercare piuttosto di far deflagrare quella potenza di perturbazione del pensiero ordinario e di corrosione dei clichés propria del pensiero deleuziano, ma rimasta, a parere dell’autore, ancora alquanto inespressa nel pensiero successivo.

La questione della letteralità, sorprendentemente poco considerata dagli interpreti di Deleuze, viene assunta da Zourabichvili come via maestra per praticare un pensiero dell’immanenza a partire dal discorso stesso.

[…]

Occorre intendere, spiega Zourabichvili, questo reiterato appello di Deleuze alla lettura letterale dei suoi testi: «letterale» non vuol affatto dire «proprio», richiede invece di pensare oltre l’opposizione binaria proprio/figurato. Prendiamo ad esempio l’uso di grande rilievo che Zourabichvili fa del termine «chimera» nella sua ricerca su Spinoza. Chimera è un termine che Spinoza stesso assume dalla mitologia dove esso designa un mostro frutto dell’unione di corpi incompatibili tra di loro, leone, capra, serpente o altri. Spinoza, osserva Zourabichvili, ci conduce a pensare che la figura del Dio-Re è una chimera. Affermare che il Dio-Re è una chimera esige che si pensi letteralmente il Dio-Re come l’impossibile fusione di due entità inconciliabili quali la potenza dell’essere e il potere monarchico. Non si tratta di una traslazione da un uso proprio del termine chimera, nel mito, ad un uso figurato, in filosofia, né si tratta di un vedere come, ispirato alla somiglianza tra i due termini, come pensa Ricoeur: il Dio-Re è realmente una chimera, una entità mostruosa, perché la potenza infinita espressa negli infiniti modi è incompatibile, ci insegna Spinoza, con il potere assoluto di un solo modo – il monarca - sugli altri così come, di contro,  la lettura di Dio come colui che ha governo assoluto sul mondo fa a pugni con il Deus sive natura.

[…]

Nel capitolo 3, I concetti filosofici sono metafore? Deleuze e il suo problema della letteralità si ritorna sulla letteralità come pratica che esige l’atto di «credere» a ciò che la relazione inedita dà a vedere. Se si prende ad esempio l’enunciato deleuziano-guattariano «il cervello è più erba che albero», la sua lettura letterale poggia sulla relazione inedita tra cervello ed erba tale da determinare un’esperienza diversa del cervello, non più visto come un organo centrale di un sistema ramificato (ad albero), bensì considerato come un «sistema acentrato, una molteplicità le cui connessioni sono in parte probabilistiche e non predeterminate» (LA, 27). L’affermazione di tale relazione inaugura così una nuova sensibilità sia neurologica che filosofica, in quanto va a strutturare nel profondo la nostra esperienza; essa consiste in un esercizio di «credenza», non intenzionale, non cosciente, per l’appunto una sintesi passiva di un atto involontario.

[…]

Nel capitolo 6 Sul detto di Nietzsche, Zourabichvili ci offre un esercizio esemplare di ciò che egli intende con sperimentazione affettiva del testo, applicato ad uno dei più profondi e misteriosi aforismi di Nietzsche: «Bisogna congedarsi dalla vita come Odisseo da Nausicaa – piuttosto benedicendola che restando innamorati di essa». Zourabichvili si ripromette di stare alla frase, di attraversarla ripetutamente senza volerla né spiegare né interpretare, senza voler ricondurne le parole ad un significato nascosto […]

[…]

Restare all’immanenza del testo, di quello dell’aforisma in questione ma insieme anche di tutto il testo nietzscheano, obbliga qui il lettore a non confondere il distacco espresso dalla frase con figure come quella dell’«ideale ascetico», perché non consone a Nietzsche che le ha sempre combattute; inoltre richiede di confrontarsi criticamente con una vulgata che vorrebbe l’amore per la vita come l’unico imperativo nietzscheano. È come se nel suo asserto enigmatico Nietzsche ci indicasse un nuovo pathos per la vita, oltre all’amore, che certo richiama al pathos della distanza attraverso l’esercizio di una regola («bisogna che…») Tale regola potrebbe di primo acchito riecheggiare l’esercizio stoico, ma in realtà se ne distanzia: infatti, per Nietzsche non bisogna smettere di amare la vita al fine di non soffrire troppo all’idea di separarsene, in modo così da prepararsi alla morte;  bisogna invece non continuare ad essere innamorati della vita per bene-dirla, ossia per renderle pienamente giustizia, per omaggiarne l’incanto e la bellezza che le sono propri, proprio come il saggio Odisseo ha riconosciuto l’incanto e la bellezza che promanavano dalla giovinetta Nausicaa, senza con ciò volerla possedere, ma sapendo lasciarla. D’altronde la vita, come Nausicaa, è l’inconsumabile che resiste ad ogni interpretazione, che resiste al concetto, ossia al possesso.

[…]

Nel capitolo 8, Chateaubriand: la rivoluzione e il suo testimone, è il testo Memorie d’Oltretomba a rivelare la postura del suo autore nella sua funzione di lucido testimone dell’evento della rivoluzione del 1789 con cui si inabissava per sempre il mondo a cui Chateaubriand apparteneva profondamente, non per questo ai suoi occhi esente da difetti, lasciando intravedere il baluginare di un altro mondo alieno a sé, ma non per questo del tutto indesiderabile. Chateaubriand si sente costantemente interpellato dalla domanda sul divenire in cui egli è preso vivendo quel frammezzo fra il mondo che scompare e quello che avanza; si sente come colui che sta tra due rive – espressione ricorrente nel suo testo - gettato tra due secoli come tuffato alla confluenza di due fiumi dalle acque agitate senza sapere quale terra potrà accoglierlo. Ma l’analisi di Zourabichvili mira a mostrare il legame profondo che sussiste tra la scrittura stessa di Chateaubriand, la sua creazione artistica, dunque, e il suo destino di testimone della Rivoluzione. Si tratta di una scrittura che, pur nel divampare delle più laceranti passioni partigiane, esprime un’attitudine che Zourabichvili definisce di «ritiro sollecito», in primo luogo dagli schieramenti netti, riconoscendo di incarnare egli stesso il frammezzo perché scisso, contradditorio, definendosi «repubblicano per natura, monarchico per ragione». Chateaubriand mira a dare consistenza semiotica nella sua stessa scrittura alla sua esperienza di testimone dell’evento, ossia di colui che sta tra due rive, tra due mondi e lo fa attraverso un’arte scritturale della collisione melodiosa tra incomparabili dove in una stessa frase due mondi estranei vengono tenuti insieme senza per questo ridurre lo scarto tra i due. L’arte dimostra, anche in questo caso, la sua capacità di dar corpo alla potenza di mutamento affettivo dell’evento.

[…]

Ricorrente in numerosi dei testi qui raccolti è l’osservazione che la svolta estetica è un evento tutt’altro che recente, occorso alla filosofia già da tempo poiché i primi segni di tale svolta risalgono a Baumgarten, a Schiller… a quel cambiamento di paradigma, sorta di vera e propria coupure epistemologique, che accade laddove al filosofo-scienziato, il quale misura il proprio operare su modello della pratica scientifica (Leibniz e Spinoza tra i tanti), subentra il filosofo-artista che assume il procedere artistico quale proprio interlocutore privilegiato. Nietzsche è a pieno titolo un filosofo-artista e anche Deleuze si pone, per Zourabichvili, in questa direzione in quanto l’intera sua ricerca testimonia un dialogo costante con l’arte tanto che «la sua opera impone di chiedere cosa significa che un filosofo, per fare filosofia, abbia bisogno di confrontarsi con l’arte» (LA, 123), come si legge nel capitolo 14 che chiude il testo, L’ancoraggio estetico del pensiero di Deleuze. La risposta che Zourabichvili offre a tale domanda è articolata. Vi è di certo una sorta di triangolazione tra filosofia, arte e resistenza, non solo nella modalità già riconosciuta da Adorno per cui entrambe le pratiche devono darsi come compito quello di resistere al presente e al corrente, di fare resistenza al banale e al cliché, esplicando così un ruolo politico critico,  ma anche perché una filosofia che vuole portare il pensiero alla sua massima radicalità deve affrontare ciò che più resiste al suo elemento, ossia il sensibile, l’ambito di ciò che già Baumgarten definiva come l’eminentemente confuso. Ma la filosofia – in quanto ambito del pensiero distinto – a diretto contatto con il sensibile non può che tendere a ridurne la confusione, riportandola entro l’alveo della distinzione concettuale, poiché questa è la sua vocazione. La soluzione per lasciare al sensibile la sua potenza, ossia la sua natura confusa, è quella di passare attraverso la mediazione dell’arte che proprio nella confusione sensibile ha la propria materia. Questo non è, comunque, il solo motivo dell’interesse filosofico per l’arte. La creazione artistica si presenta alla filosofia come un operare sulla materia del confuso, dell’oscuro, capace di smovere – di toccare – quegli elementi dolorosi, malati anche, che l’artista condivide con gli uomini del suo tempo.

[…]

Il capitolo 7, L’occhio del montaggio (Dziga Vertov e il materialismo bergsoniano) offre nella lettura esemplare del film di Dziga Vertov, L’uomo con la macchina da presa del 1929, l’immagine viva di un gioco artistico la cui regola di differenza estetica comporta effetti potenti di riconoscimento non mimetico.

Zourabichvili parte da un asserto tratto dalla cinefilosofia di Deleuze per il quale, in L’immagine-movimento, il cinema di Vertov è la realizzazione dell’in-sé dell’immagine, attraverso un concatenamento macchinico delle immagini-movimento, tanto che Vertov giunge per questa via a realizzare il programma materialista presentato da Bergson nel primo capitolo di Materia e memoria. Nel film sperimentale del 1929 il gioco dell’opera d’arte di Vertov soggiace alla regola della percezione non umana delle immagini, ottenuta attraverso un montaggio che mette in relazioni immagini molto lontane tra loro, non concatenate secondo il procedere dell’occhio umano; qui la differenza estetica, non mimetica, sta proprio nel far interagire le immagini della città che si sveglia (un tema comune ad alcuni dei film del periodo) per giungere alle condizioni di una percezione non-umana: ecco che Vertov mostra una giovane donna che si sveglia insieme ad una locomotiva lanciata nella sua corsa, il fotogramma della sua schiena nuda e poi una macchina da presa che pur indirizzata a lei, è situata in un altro punto della città e così via. 

[…]

A questo punto Zourabichvili si chiede quale sia il senso di questa operazione artistica:

E perché dovremmo «disfarci di noi stessi, e disfarci noi stessi»? 

Di certo la ricerca di Vertov è mossa da un desiderio politico: essa è da collocare entro quella lettura della rivoluzione d’ispirazione «bergsoniana», già evocata a proposito di Barnet, come apertura di possibilità, di certo poco consona alla politica dell’apparato sovietico. La risposta che Zourabichvili offre alla domanda posta a Vertov rivela come la creatività messa al servizio della visione di un mondo colto da un occhio non umano ha di mira un potenziamento della vita, che poi è la destinazione ultima della vocazione terapeutica dell’arte […].

Info

Sito Negretto Editore

http://www.negrettoeditore.it/

Facebook Negretto Editore

https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/11/29/la-letteralita-e-altri-saggi-sullarte-di-francois-zourabichvili-la-presentazione-di-cristina-zaltieri/

 

Brain Friday di Giulio Marchetti: una provocazione per il Black Friday

 


“Tu sei il consumista perfetto. Il sogno di ogni gerarca o funzionario della presente dittatura, che per tenere in piedi le sue mura deliranti ha bisogno che ognuno bruci più di quanto lo scalda, mangi più di quanto lo nutre, illumini più di quanto può vedere, fumi più di quanto può fumare, compri più di quanto lo soddisfa.” – Michele Serra

Lo scrittore e giornalista romano Michele Serra nel suo libro “Gli sdraiati” (Feltrinelli, 2013) ci racconta con l’ironia che lo contraddistingue una società nella quale il conflitto fra vecchi e giovani non esiste. La citazione tratta in apertura tratteggia il “consumista perfetto”: uno che compie più azioni rispetto a quelle necessarie.

Ed è con queste parole che si vuole presentare la nuova opera di digital art di Giulio Marchetti: “Brain Friday” dedicata alla ricorrenza di origine americana del Black Friday. Una sorta di celebrazione che seppur diventata celebre a livello mondiale negli ultimi anni ha le sue origini nel 1924 quando i grandi magazzini Macy’s, per dare avvio allo shopping di Natale, pensarono ad una giornata (l’ultimo venerdì di novembre) con sconti elevati che riuscì a convogliare l’interesse di migliaia di persone. Ci fu l’emulazione successivamente anche da parte di altri magazzini e negozi ma fu solo negli anni ’60 che il fenomeno ebbe un buon successo prima della completa affermazione come evento nazionale americano nel 1980.

Perché venerdì nero? Le ipotesi sono svariate, qualcuno lo associa alla tendenza dei dipendenti di fingere di essere malati per poter accedere agli sconti, oppure al traffico che si creava nelle strade, oppure alle file interminabili di persone davanti ai magazzini, od anche alle frequenti e violente liti per accaparrarsi i prodotti scontati.

“Brain Friday”, così come le altre opere di Marchetti, colpisce con ironia ma esilia il sorriso in uno stato di profonda inquietudine. Mentre la maggioranza della popolazione aspetta una giornata di sconti per acquistare prodotti che il più delle volte sono inutili – semplici accessori il cui scopo pare sia colmare il vuoto che si sente nel profondo – l’artista, nel suo angolo di mondo, rimugina e crea, guarda il presente con occhio lucido e traccia in modo preciso ciò che accade: il cervello che si acquista con i saldi nella giornata del venerdì nero.

Giulio Marchetti, oltre ad artista visivo, è anche poeta e questa sua passione per il verso si palesa nelle didascalie che accompagnano ogni sua opera. Ed anche “Brain Friday” non fa eccezione:

“Produci, consuma, crepa.

C’è una crepa in questo detto.

C’è una crepa in questo cielo.

È il venerdì nero.

Distingui il falso dal vero!”

Un’esortazione breve che vuole spostare l’attenzione dell’altro nella distinzione tra il falso ed il vero, tra ciò che ci rende realmente “felici” e ciò che invece ci illude di esserlo.

L’artista Giulio Marchetti descrive la sua opera:

“L’opera Brain Friday intende sottolineare la nostra tendenza a celebrare supinamente tutte le festività del calendario, in maniera quasi acefala, secondo un flusso consumistico e mediatico che ci impone di mangiare il panettone a Natale e l’uovo di cioccolata a Pasqua, svuotando di significato le feste religiose, o ci impone altresì di mascherarci ad Halloween imparando tali usanze direttamente ad Hollywood.

Nella fattispecie, il Black Friday ci costringe a rincorrere pedissequamente gli sconti, al di là della loro veridicità e al di là dei nostri reali bisogni.

L’opera quindi ci invita a riacquisire il proprio senso critico (cervello), per vivere più consapevolmente i nostri tempi.”

 

L’autore, Giulio Marchetti, nasce nel 1982 a Roma, ha esordito con “Il sogno della vita” nel 2008. Con Puntoacapo pubblica nel 2010 “Energia del vuoto” con prefazione di Paolo Ruffilli, nel 2012 “La notte oscura”, nel 2014 “Apologia del sublime”. Con Giuliano Ladolfi editore pubblica nel 2015 la raccolta “Ghiaccio nero”.

 

Con la poesia “A metà”, è stato inoltre selezionato per “Il fiore della poesia italiana” (tomo II – i contemporanei), un ambizioso progetto antologico che raccoglie il meglio della poesia italiana sotto la curatela di autorevoli esperti (Puntoacapo, 2016). Nel 2020 pubblica con la casa editrice Puntoacapo la raccolta “Specchi ciechi” con prefazione di Maria Grazia Calandone, postfazione di Vincenzo Guarracino ed una nota di Riccardo Sinigallia. Diverse sue poesie sono edite in antologie collettive. Della sua poesia si è occupato, fra gli altri, il Prof. Gabriele La Porta, storico conduttore e direttore Rai.

 

A Natale 2020, Giulio Marchetti pubblica su la Repubblica la prima opera della sua trilogia “Dramazon”, segue per San Valentino 2021 “Modern Heart” ed “Easteria” dedicata alla Pasqua.

 

 

Info

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https://www.instagram.com/giuliomarchetti_art/

Landing Page Giulio Marchetti

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Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/11/26/brain-friday-di-giulio-marchetti-una-provocazione-per-il-black-friday/

Nel magico mondo di nonna Amelia di Giovanna Fracassi: il booktrailer diretto da Cristina Del Torchio

 


La nonna, la sera, dopo cena, ci leggeva una delle sue filastrocche buffe, che lei chiamava “filastrocche sbarazzine”, per farci ridere e dimenticare gli screzi della giornata. Poi ci narrava una delle sue storie.” – dalla prefazione dell’autrice

Il booktrailer del libro di favole e filastrocche “Nel magico mondo di nonna Amelia” di Giovanna Fracassi, edito da Rupe Mutevole Edizioni nel 2021, porta la firma dell’editrice Cristina Del Torchio.

La colonna sonora è stata curata da Mark Drusco, pseudonimo di Mauro Salvi, conosciuto come compositore di musiche per film dal 1995 e fondatore della corrente musicale “Harmony Haiku”.

La voce narrate è di Eva Immediato, un’attrice lucana, si forma attraverso vari corsi e laboratori teatrali a Roma, dove si laurea anche in Storia e critica del Cinema presso La Sapienza. Lavora con diverse compagnie teatrali.

Un occhio che si espande mostra un antico tavolo in legno, una candela accesa e tre ampolle con all’interno del liquido blu, rosso e giallo arancio. In mezzo alla scena un quaderno rilegato a mano con l’immagine in intaglio di un sole. Con questa immagine d’altri tempi si presenta la voce di Eva Immediato che racconta di come nonna Amelia abbia trasformato il raccontare filastrocche sbarazzine in una tradizione necessaria per i nipoti.

Lei sapeva che non è sempre facile e divertente essere un bambino che sta crescendo; sapeva che anche noi piccoli potevamo provare dei dispiaceri, delle paure e delle ansie. Scrivere per noi e poi leggerci le sue storie era un modo dolcissimo per rasserenarci e aiutarci a capire tante cose della vita e del mondo.– dalla prefazione dell’autrice

Una leggera dissolvenza porta lo spettatore dal tavolo con il libro chiuso ad una stradina in campagna con l’umida nebbia che pian piano cede il posto ai colori dell’alba, ai raggi del sole che riscaldano l’ambiente. Una metafora che, subito dopo, si esplicita con l’inquadratura del tavolo con il libro aperto e la candela spenta. Ormai è giorno anche a casa di nonna Amelia e la notte, che ha portato ispirazione per le favole, è terminata.

Mark Drusco ed Eva Immediato, oltre al booktrailer, hanno curato l’edizione di un audiobook allegato al libro con una selezione di fiabe e filastrocche. L’artista Patricia Tessaro si è dedicata alla copertina ed ad impreziosire l’interno del libro con numerose illustrazioni.

Dopo aver visto in anteprima il booktrailer Giovanna Fracassi ha dichiarato: “Mi sono emozionata moltissimo per le atmosfere create dalla sinergia di immagini, parole e musica. È stata messa in rilievo la parte della mia prefazione con cui introduco la figura centrale di nonna Amelia che, con la sua semplice e chiara narrazione, suggeriva il ruolo importante che la fiaba, la favola, la filastrocca hanno nell’azione pedagogica di guida ad una crescita serena, equilibrata di ogni bambino. Messaggi che ritengo sempre validissimi e ancora di più necessari nel tempo in cui viviamo. I bambini, i ragazzi sono sottoposti ad innumerevoli pressioni, stimoli non sempre positivi, sono esposti a paure e insicurezze, non solo tipiche della loro crescita ma anche specifiche in relazione all’attuale pandemia che ha stravolto per un periodo le loro abitudini, il loro percorso formativo e la loro socializzazione. È stato presentato loro un “nemico” invisibile e pertanto ancora più subdolo e minaccioso, hanno avuto paura di perdere i loro affetti e i loro nonni. C’è dunque bisogno di ritornare ad un’infanzia più serena, normale in cui si possano riannodare i legami più rassicuranti e tradizionali: quelli appunto con i nonni che dedicano tempo ai loro nipotini, raccontando loro o leggendogli delle belle, semplici, pulite storie di amicizia, di solidarietà, di affetto e di spensieratezza e allegria.”      

 

L’autrice, Giovanna Fracassi, è laureata in Filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Padova, specializzata in Pedagogia e nel metodo di scrittura Braille, ha conseguito un Master in Counseling ed uno in Cinema, teatro, spettacolo. Ha frequentato svariati corsi per approfondire i suoi interessi quali la poesia, la narrazione, l’esplorazione del sé, l’etica applicata alla vita quotidiana ed alla difesa della donna. Docente di Lettere ha insegnato per molti anni in tutti gli ordini scolastici.

Ha esordito con la casa editrice Rupe Mutevole nel 2012 con la raccolta poetica “Arabesques”, segue nel 2013 “Opalescenze”, nel 2014 “La cenere del tempo”, nel 2015 “Emma alle porte della solitudine”, nel 2017 “Nella clessidra del cuore”, nel 2018 “L’albero delle filastrocche”, la sua prima raccolta di filastrocche per i più piccini. Nel 2016 ha pubblicato con Kimerik la raccolta “In esilio da me”, nel 2018 con Kubera Edizioni “Il respiro del tempo” e nel 2021 con Rupe Mutevole una raccolta poetica dal titolo “La brace dei ricordi”.

 

L’autrice è disponibile per eventuali richieste di interviste riguardo la sua produzione letteraria, se interessati scrivere all’indirizzo e-mail giovanna.fracassi@libero.it (cellulare: 3405559794). Per acquistare una copia del libro ci si può recare in qualsiasi librerie fisica oppure online; per una copia del libro con dedica personalizzata è necessario scrivere direttamente all’autrice in e-mail oppure tramite WhatsApp.

 

Written by Alessia Mocci

 

Clicca qui per vedere il booktrailer:

https://www.youtube.com/watch?v=Sylyly-RLkA

 

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Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/11/22/nel-magico-mondo-di-nonna-amelia-di-giovanna-fracassi-il-booktrailer-diretto-da-mark-drusco/

 

In libreria: Nel magico mondo di nonna Amelia di Giovanna Fracassi edito da Rupe Mutevole Edizioni

 



Qualcuno potrebbe pensare che in un giardino accadano ben poche cose, a parte il succedersi regolare delle stagioni, con lo sbocciare dei fiori, il rinverdire degli alberi, il cadere delle foglie e il lento trascolorare delle giornate nel grigiore dell’inverno. In realtà basta assumere il punto di vista di un cane o di un gatto per scoprire un mondo insospettato di vita e di avventure.– “L’immenso mondo del giardino”

Nonna Amelia ci racconta di un giardino che diventa un piccolo grande mondo per chi sa fermarsi ad osservare in modo diverso, in modo nuovo. Assumere il punto di vista di un cane o di un gatto per esempio rende ogni giardino differente e si possono ben presto “incontrare lucertole, lumache, vermiciattoli, formichine, topolini e ricci, talpe, ma anche merli, passerotti, fringuelli e pettirossi, libellule, farfalle, api e vespe, anatre e rondini. Nonna Amelia ci fa ricordare di quando eravamo bambini e di quando si dava importanza ad ogni essere vivente perché si provava curiosità per la diversità delle altre forme di vita.

“Nel mondo magico di Nonna Amelia” è un libro di favole e filastrocche edito da Rupe Mutevole Edizioni nel 2021. L’autrice, Giovanna Fracassi, per questa sua pubblicazione ha pensato ai più piccoli ma è riuscita in una importante impresa: destare meraviglia anche negli adulti. Forse perché l’aver deciso di restaurare quell’antico scrittorio in soffitta ed il successivo rinvenimento della piccola chiave in ottone che le ha permesso di ritrovare il vecchio taccuino di cuoio verde di nonna Amelia ha fatto meravigliare per prima lei stessa.

“Tempo fa decisi di restaurare un antico scrittoio di famiglia che troneggiava, piuttosto malconcio, nel bel mezzo della mia soffitta. […] mi misi a ripulirlo dalla polvere che lo ricopriva e ad ispezionare i numerosi cassetti e cassettini di cui è composto. In uno di questi trovai una piccola chiave in ottone che sembrava essere troppo piccola per tutte le serrature in cui la provai. Arrivata all’ultimo cassetto, lo aprii e dentro ne scoprii uno più piccolo: avevo trovato finalmente dove inserire quella chiave!

Fui sorpresa di trovarvi il vecchio taccuino di cuoio verde della nonna Amelia. Lo riconobbi subito: era quello che usava quando leggeva a me e ai miei cuginetti, le storie, le favole e le filastrocche che inventava per noi. Le ho rilette con tanto piacere, un pizzico di nostalgia e un bel po’ di emozione. Così ho pensato di rendere onore, non solo a lei, ma a tutte le nonne che da sempre raccontano le loro storie ai nipotini, pubblicandole per farle conoscere a tanti altri bambini.”

“Nel mondo magico di Nonna Amelia” consta di 160 pagine ed è impreziosito dalle incantevoli immagini dell’artista Patricia Tessaro, che ha curato anche la copertina, e da un Audiobook con una selezione di fiabe recitate dall’attrice Eva Immediato con le musiche originali di Mark Drusco.

Nato in un anfratto/ lassù sulla cima del Monte Scarlatto/ Ostrogotto l’aquilotto/ mentre pioveva a dirotto/ un bel dì decise in quattro e quattr’otto/ di spiccar il volo da quel suolo malridotto.// Mamma aquila Beccostorto/ aveva già detto che non era ancor pronto/ per provar a giocar senza un tronco.– dalla filastrocca sbarazzina “Ostrogotto l’aquilotto”

L’autrice, Giovanna Fracassi, è laureata in Filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Padova, specializzata in Pedagogia e nel metodo di scrittura Braille, ha conseguito un Master in Counseling ed uno in Cinema, teatro, spettacolo. Ha frequentato innumerevoli corsi per approfondire i suoi interessi quali la poesia, la narrazione, l’esplorazione del sé, l’etica applicata alla vita quotidiana ed alla difesa della donna.

I suoi libri di poesia e narrativa sono inseriti nelle biblioteche nazionali e sono stati presenti nelle fiere internazionali del libro di Torino, Milano, Roma, Pisa, Padova, Bergamo, Imperia, Bordighera, Francoforte (Germania); molti suoi componimenti sono stati pubblicati in antologie e sono stati premiati da giurie di concorsi in Lombardia, Umbria, Toscana, Calabria, Sicilia e Veneto.

Ha esordito con la casa editrice Rupe Mutevole nel 2012 con la raccolta poetica “Arabesques”, segue nel 2013 “Opalescenze”, nel 2014 “La cenere del tempo”, nel 2015 “Emma alle porte della solitudine”, nel 2017 “Nella clessidra del cuore”, nel 2018 “L’albero delle filastrocche”. Nel 2016 ha pubblicato con Kimerik la raccolta “In esilio da me”, nel 2018 con Kubera Edizioni “Il respiro del tempo” e nel 2021 con Rupe Mutevole una raccolta poetica dal titolo “La brace dei ricordi”.

 

L’autrice è disponibile per eventuali richieste di interviste riguardo la sua produzione letteraria, se interessati scrivere all’indirizzo e-mail giovanna.fracassi@libero.it (cellulare: 3405559794). Per acquistare una copia del libro con dedica personalizzata si consiglia di scrivere all’autrice in e-mail oppure sull’account Facebook.

 

Written by Alessia Mocci

 

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In libreria: La brace dei ricordi di Giovanna Fracassi edito da Rupe Mutevole Edizioni

 



“[…] Volute di fumo/ saliranno dai prati:/ il respiro dell’estate/ a confondersi con il mio/ e sarò acqua nella pioggia/ nuvola nel vento/ erba nella terra/ fuoco nelle viscere dell’universo.” – dalla lirica “Volute di fumo”

“La brace dei ricordi” è la nuova raccolta poetica di Giovanna Fracassi recentemente pubblicata per la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni. La copertina e le immagini dei quadri presenti all’interno del libro sono opere di Nico Daniele, in arte NicDan.

Il volume consta di circa 140 pagine ed è suddiviso in tre parti oltre alla prefazione iniziale curata dall’editrice. La prima parte vede una serie di poesie inedite dell’autrice che forgiano la raccolta “La brace dei ricordi”, nella seconda e terza parte invece possiamo ritrovare una selezione di poesie già edite nei libri “Il respiro del tempo” (Kubera Edizioni, 2018) ed “In esilio da me” (Kimerik, 2016) che ribadiscono il concetto del ricordo espresso nella prima parte.

“C’è stato un tempo/ in cui tu eri/ quell’indistinto desiderio/ per cui l’alba aveva una/ nuova dolcezza/ eri quel segreto motivo/ per cui l’anima stupita/ si dischiudeva al nuovo giorno.// Ho atteso i tuoi passi/ sotto la pioggia/ sul prato lacrimoso di rugiada/ nel bosco quando il freddo/ par si possa soffiare lontano.// […]” – dalla lirica “Il fuoco del ricordo”

L’autrice, Giovanna Fracassi, è laureata in Filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Padova, specializzata in Pedagogia e nel metodo di scrittura Braille, ha conseguito un Master in Counseling ed uno in Cinema, teatro, spettacolo. Ha frequentato innumerevoli corsi per approfondire i suoi interessi quali la poesia, la narrazione, l’esplorazione del sé, l’etica applicata alla vita quotidiana ed alla difesa della donna.

I suoi libri di poesia e narrativa sono inseriti nelle biblioteche nazionali e sono stati presenti nelle fiere internazionali del libro di Torino, Milano, Roma, Pisa, Padova, Bergamo, Imperia, Bordighera, Francoforte (Germania); molti suoi componimenti sono stati pubblicati in antologie e sono stati premiati da giurie di concorsi in Lombardia, Umbria, Toscana, Calabria, Sicilia e Veneto.

Ha esordito con la casa editrice Rupe Mutevole nel 2012 con la raccolta poetica “Arabesques”, segue nel 2013 “Opalescenze”, nel 2014 “La cenere del tempo”, nel 2015 “Emma alle porte della solitudine”, nel 2017 “Nella clessidra del cuore”, nel 2018 “L’albero delle filastrocche”. Nel 2016 ha pubblicato con Kimerik la già citata raccolta “In esilio da me” e nel 2018 con Kubera Edizioni “Il respiro del tempo”.

“La brace dei ricordi” è una spirale di fumo che nel presente, nell’adesso, cammina su crisalidi d’argento. È dualismo nel ricordo di un ottobre in cui la fiamma diventava il fuoco del ricordo come se fosse un messaggio, un nome, un ricamo o solo l’annuncio del prossimo sole d’inverno. “La brace dei ricordi” è una vacanza in cui noi siamo spilli in una notte senza fine del tempo.

“La brace dei ricordi” è un oceano rosso rimasto solo su tutto questo, è il tempo, è il sigillo, è la metamorfosi. Ovunque il lettore sia potrà cercare quei bottoni che aprono e chiudono il tempo delle rose, la storia che si incatena d’argento in un umbratile pensiero.

“Passo/ ombra stranita/ fra la gente ignara/ appartengo/ a questa luce/ che mi divora/ e le mie dita di tempesta/ danzano/ sulle voci sconosciute/ si posano/ appena lievi/ su questo oceano/ di papaveri:// rossa/ la luna/ in quella notte/ mentre l’auto correva veloce/ […]” – dalla lirica “Oceano rosso”

“La brace dei ricordi” è un rubino nei giorni intensi ed una goccia colorata nelle lame della tenebra, è la ricerca della danza dell’anima in un vuoto infinito.

Nella prefazione l’editrice Cristina Del Torchio scrive:

“È bello scoprire nella lettura di un libro di poesia che le assonanze d’emozione ripercorse dall’autrice fluiscono nella propria vita vissuta, nelle attese percorse, nelle malinconie risolte e nella bellezza del momento consapevole. Questo mi è capitato proprio con la Brace dei ricordi: dettagli, attimi e angoli di esistenza che viaggiano su linee simili, riconosciute mentre arricchivano il mio sguardo. La poesia non ruba nulla, regala, stabilisce dei collegamenti indissolubili che rimarranno nel tempo e nella nostra parte migliore, quella che ci viene in aiuto quando perdiamo il coraggio.”

 

L’autrice è disponibile per eventuali richieste di interviste riguardo la sua produzione letteraria, se interessati scrivere all’indirizzo e-mail giovanna.fracassi@libero.it.

 

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Acquistare online con Ferramenta Dedifratelli.it nel modo giusto

 

Il mondo moderno è fatto di pagamenti online, tecnologia e soprattutto velocità. Purtroppo, chi fa un mestiere antico come l’artigiano ha vita dura, non tanto perché non riesca a trovare ferramenta valide, bensì per il fatto che deve per forza perdere ore o addirittura una intera giornata di lavoro per reperire strumenti e materiali. L’idea che professionisti, artigiani, artisti in genere, ma anche semplici privati nonché le ditte potessero essere facilitate su questo punto, seppur mantenendo le caratteristiche che fanno apprezzare i negozi fisici, ha dato vita al progetto Ferramenta Dedifratelli.it.

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Ferramenta Dedifratelli.it è stata in grado di garantire l’impossibile anche al cliente più esigente: consegne celeri direttamente dal produttore al consumatore, per limitare le spese di imballo, promozioni attive e sconti incondizionati periodici per grandi marchi, fine serie o al superamento di una certa soglia di spesa.



Intervista di Alessia Mocci ad Emanuele Martinuzzi: vi presentiamo Notturna gloria

 


Le mie prime raccolte, che non ho quasi più riletto se non alcuni estratti, provenivano da tutt’altra considerazione personale della poesia, il senso che davo al poetare era molto nitido dentro di me, la ricerca della poesia si sposava perfettamente con la riflessione e la conoscenza di se stessi e del mondo, era un fatto che davo per scontato, quei lavori risentono di queste e altre illusioni che avevo sulla vita, la cultura letteraria, la poesia e me stesso.– Emanuele Martinuzzi

Sulla via che percorriamo e che denominiamo vita capita, talvolta, la possibilità di guardarsi allo specchio in modo diverso, con uno sguardo interiore che disprezza la menzogna. Se, in quell’occasione, l’essere umano – il poeta – è disponibile all’ascolto si può accedere alla porta con quella consegna di chiavi che permette l’ingresso in un mondo altro, grazie al quale si ha l’abbandono di ‘alcune’ illusioni che impugnavano le redini del cocchio. ‘Alcune’, già, perché oltre all’imprevedibilità della corsa dei due cavalli anche il paesaggio che incontriamo potrebbe imbastire una nuova tavola nella quale l’arrogante desiderio ci fa tramutare le vivande in oro.

Emanuele Martinuzzi (Prato, 1981) si è dedicato ai versi sin dalla tenera età ed, anche, dopo la laurea in Filosofia ha continuato una strada solitaria di dialogo incessante. Dalla prima pubblicazione con “Nella pienezza del Non” sino al canzoniere di cui si tratterà in questa intervista, Emanuele si è prodigato nell’indagine sul perché della scrittura come necessità “costruttiva affidata al verso”.

“Notturna gloria” edito da Robin Edizioni nel 2021, con prefazione di Adua Biagioli Spadi, è una raccolta di ventuno poesie associate ad altrettante illustrazioni del Maestro Gianni Calamassi. L’opera presenta un differente concetto di gloria che per l’appunto è notturna, è oscura, infernale. Il canzoniere è suddiviso in tre parti, nella prima trovano spazio le città in stato di abbandono, nella seconda città storicamente esistite e nella terza ed ultima parte luoghi immaginari.

“[…] Fuggo cavo di me stesso nelle caverne/ del sentire, spigoloso mi dicono i vocaboli/ di seta delle rocce, rime vaganti in questa/ eco arretrata alla morte// […] – “Aufugum”

 

A.M.: Benvenuto Emanuele, è un piacerti poter presentare ai lettori la tua novità editoriale. Anni fa ci siamo incontrati con tre tue sillogi: “Nella pienezza del Non”, “Anonimi frammenti” e “Dopo il diradarsi, la nude”. “Notturna gloria” è in comunicazione diretta con questi titoli citati oppure percorre un’altra via?

Emanuele Martinuzzi: Un vero piacere poter parlare con te ancora una volta del mio ultimo lavoro letterario. In effetti è trascorso tanto tempo dalla mia prima autopubblicazione “Nella pienezza del Non” che venne alla luce nel 2010, più di dieci anni fa, mi sembra passata una vita. Già allora fu un cambiamento non da poco, dopo che per tanto tempo, da quando avevo dodici anni, avevo vissuto la poesia in modo intimo, scrivendo solo per me stesso, mettendo in un cassetto le mie poesie, percorrendone i sentieri in solitaria e allo stesso tempo in liberissima ricerca, leggendo e dialogando solo con gli autori del passato e con le mie emozioni più profonde. Da un lato sento che tra i primi lavori pubblicati, tra cui appunto “Anonimi frammenti”, “Dopo il diradarsi, la nube”, “Polittico” e questo ultimo canzoniere c’è una sottile comunicazione, anche ideale, per ponti misteriosi, accomunati dalla mia sensibilità che nel tempo si rinnova certamente ma permane, dall’altro sinceramente parlare anche solo dei miei primi lavori e di conseguenza del me di allora mi pare addirittura di evocare le reminiscenze di un'altra vita, letteraria anche, e rispetto ad adesso è come ci fosse un burrone di differenze non più avvicinabili, né colmabili neanche dal ricordo, che non riesco a mettere a fuoco del tutto. Le mie prime raccolte, che non ho quasi più riletto se non alcuni estratti, provenivano da tutt’altra considerazione personale della poesia, il senso che davo al poetare era molto nitido dentro di me, la ricerca della poesia si sposava perfettamente con la riflessione e la conoscenza di se stessi e del mondo, era un fatto che davo per scontato, quei lavori risentono di queste e altre illusioni che avevo sulla vita, la cultura letteraria, la poesia e me stesso. Non li rinnego assolutamente fanno parte di quello che ho scritto, sono lì a testimonianza di qualcosa, anche se non so più bene cosa in realtà o meglio sono semi germogliati e lì accetto per come sono o non sono. Quella fiducia costruttiva affidata al verso, quel senso filosofico della poesia sono prospettive in cui non mi riconosco più così in modo entusiasta e privo di tentennamenti. Quel percorso si è evoluto fino alle mie due raccolte “L’oltre quotidiano – liriche d’amore” e “Di grazia cronica – elegie sul tempo”, edite da Carmignani editrice, che in un certo qual modo sono l’apice del mio intendere la poesia come forma interiore, una via primigenia del filosofare, strutturate per temi, portatrice di significati criptici ma netti, essenziali, cioè l’una l’amore come archetipo del femminile, l’altra il tempo come archetipo del maschile. Dopo per me c’è stata la diaspora dei saldi pensieri, la perdita di quel centro di gravità permanente che si rifletteva nelle mie poesie. La vita mette sempre in discussione tutto, porta ombra dove si crede ci sia solo luce, o fa apparire il chiaroscuro in ciò che si chiamava sole. In questo senso è più originale e fantasiosa di qualsiasi autore. Un lungo e confuso periodo contrassegnato dal cosiddetto blocco dello scrittore è stato capace di esiliare i miei punti di riferimento interiori, cambiarmi, vedere diversamente la poesia, anzi forse vedere per la prima volta come non la vedessi, che fosse qualcosa di sfuggente, incomprensibile, forse una passione che non capivo profondamente, che mi illudevo di controllare, pur traghettandomi in territori di estasi e tormento, senza neanche sapere come e perché. In questo periodo di ripensamento ho pubblicato altre due raccolte “Spiragli” edita da Ensemble e “Storie incompiute” edita da Porto Seguro editore, che apparentemente possono sembrare poesie ermetiche, di ispirazione orientale, con l’intenzione di tendere verso l’essenziale, ma che in realtà si compongono di scritti nati incompiuti, epigrammi manchevoli, frammenti e spiragli segnati da una voce interrotta, ossia sono ciò che ho saputo tirare fuori da un’ispirazione disorientata, senza largo respiro, che veniva fuori a tratti, gettata sul foglio bianco senza più il solito e passato labor limae, ma così come un gesto al di là del senso, un comunicare a prescindere, un bisogno di cuore e pancia, senza più troppa mente o riflessione. In questo contesto ho incominciato a fare viaggi alla ricerca di luoghi abbandonati, siti archeologici, monumenti d’arte, chiese antiche e altre architetture del passato, all’inizio per diletto e poi per seguire una strana esigenza ancora non ben compresa. Poi dai territori fisici mi sono spostato nei territori letterari, cosiddetti inattuali, remoti, lontani, a me sconosciuti o in quelli della fantasia, complice anche un periodo di problemi personali, che non mi permettevano di spostarmi agevolmente. Girovagando trovavo pace e meraviglia in questi spazi dalle molte dimensioni, incurvati nel silenzio, e venivo a volte asserragliato da parole e frasi che trascrivevo e componevo via via, formando così quelle che poi sarebbero diventate le 21 poesie del mio ultimo lavoro poetico. Così è nato piano piano, viaggio dopo viaggio, ombra dopo ombra, eco dopo eco, dubbio dopo dubbio, lettura dopo lettura, dal 2017 al 2019, questo canzoniere illustrato intitolato “Notturna gloria” edito da Robin edizioni. Ancora non so cosa e se ho trovato qualcosa, ma la sensazione del viaggiare mi ha fatto avvertire la possibilità di nuove radici ed elaborare il lutto in un certo senso, trasfigurando quelle perdute.

 

A.M.: Nella prefazione de “Notturna gloria”, Adua Biagioli Spadi scrive: “Il viaggio intrapreso dal poeta, quasi una sorta di ricordo dantesco, è un addentrarsi fisico e mentale nella fragilità delle cose e del suo stesso io: egli stesso coglie l’inizio dell’ombra per risalire a una luce fiduciosa che sa di avere un luogo, da qualche parte, una destinazione tutta da ritrovare.” Ombra e luce, viaggio e casa: perché il poeta trascorre la sua esistenza in viaggio?

Emanuele Martinuzzi: Tutta la prefazione della poetessa Adua Biagioli Spadi è riuscita davvero a farmi comprendere meglio che cosa avessi comunicato agli altri, che cosa potessi capire meglio del mio scrivere e nuove sfumature non preventivate né calcolate nella stesura, a cui abbandonarsi così senza riserve. Ha impreziosito sicuramente il tutto dando uno sguardo tagliente e profondo, dove si doveva e poteva, per osservare nell’invisibile. Comunque non solo i poeti, siamo tutti in viaggio in qualche modo, anche senza uscire dalla propria casa o dalle proprie emozioni. Siamo abitati da luoghi, o meglio non-luoghi, utopie che ci attraversano, desideri che ci lacerano e che spesso non vengono ascoltati, si passa una vita a viaggiare magari fisicamente senza fermarsi ad osservarsi, inseguendo il cambiamento, gustandone l’ebbrezza o irretiti dalla fretta, senza sentire più cosa rimane invece immutato e morto dentro di noi, o magari una vita trincerati nella propria casa, impauriti e protetti dall’esterno, illudendosi di rimanere sempre gli stessi, di poter controllare il cambiamento, il divenire delle cose e di ciò che siamo e non siamo o non sapremo mai. Nello spaesamento che vivevo, viaggiare, spesso nella mia amata Toscana alla scoperta di luoghi bellissimi e poco conosciuti, se non dimenticati, è stato un rispecchiamento continuo nei tormenti di ciò che non osavo più chiamare, né evocare attraverso le disperse parole della poesia. Nella mitologia antica è un classico che l’eroe, il poeta o il mistico debba attraversare il guado della vita più misteriosa, intraprendendo la sua catabasi, la sua discesa nell’oltretomba che fuor di metafora può essere la sua immersione nelle ombre della propria anima, per recuperare l’amore fuggito o disperso, la propria Euridice da salvare, o incontrare Beatrice, solo mezzo di salvezza per vedere faccia a faccia la scintilla di senso che ci abita, al di là del deserto in cui ci troviamo a peregrinare a volte. In questo caso discendere nelle ombre di ciò che è abbandonato o spopolato, nella voragine di ciò che è distrutto o scomparso o nella vertigine del sogno, è stata sia la catabasi che l’anabasi, sia un perdersi che ritrovarsi nella scrittura di queste poesie, in una straniante forma di rispecchiamento e perdizione. La poesia è salvezza e dannazione, una benedizione e un labirinto. Non si può prescindere dal vivere le contraddizioni se si vuole leggere, scrivere, vivere le proprie poesie, la poesia.

 

A.M.: Ogni poesia è compagna di una speculare illustrazione, opere del Maestro Gianni Calamassi. Com’è nata questa collaborazione?

Emanuele Martinuzzi: Man mano che buttavo giù le frasi e che le poesie si materializzavano sotto ai miei occhi continuavo ad avvertire quella sensazione di imperfezione e manchevolezza, che mi aveva accompagnato e che aveva contraddistinto le mie due raccolte precedenti, “Spiragli” e “Storie incompiute”, ciò che scrivevo nella sua vaghezza e nel suo personale simbolismo mi pareva non riuscire a dare corpo a quei luoghi interiori, a cui volevo dare nuova vita. Ho pensato che fosse una cosa che non avevo mai fatto, ma un esperimento interessante in cui imbarcarsi quello di associare ad ogni poesia un dipinto o disegno o illustrazione, in modo che le linee e le forme giungessero dove la mia voce mi sembrava arenarsi. Ho pensato subito di proporre questa cosa al Maestro Gianni Calamassi, che stimo molto umanamente e artisticamente. E lui con generosità e amicizia devo dire che non solo ha accettato subito, ma si è affidato alle mie decisioni e sensazioni, pur avendo più spessore e maturità artistica. Mi ha dato un insegnamento importante, dando fiducia alle mie scelte estetiche, instaurando un creativo connubio tra diverse generazioni e sensibilità, in cui si è ritrovato con lo spirito di sperimentarsi ancora una volta. Addirittura ha disegnato appositamente per questo lavoro tutta la serie delle città abbandonate o spopolate, prendendo spunto da mie fotografie fatte nelle mie peregrinazioni, in uno stile figurativo. Mentre per le città scomparse o distrutte ha donato le sue opere astratte e minimaliste e per le città immaginarie alcuni suoi lavori figurativi con ascendenze simboliste e surreali. Quello che mi onora è che chi avrà modo di leggere questa raccolta potrà fare un interessante excursus nella produzione artistica di questo Maestro fiorentino, con opere che vanno dal 1970 al 2019. Credo già questo esalti di per sé le mie poesie e davvero integrino le loro possibilità espressive con orizzonti insperati.

 

A.M.: Qual è la città a cui sei più legato?

Emanuele Martinuzzi: Non ho una città a cui sono più legato e non potrei averla per come è nato ed è stato costruito questo libro. Ogni città raccoglie e custodisce un flusso di pensieri, ricordi, emozioni e luoghi sia fisici che interiori, che le lega tra loro in un continuo indistinto. Ogni città evocata dalla poesia e dall’arte in realtà non è solamente quel luogo particolare. Questa raccolta è una sinfonia di linee e parole, silenzi e forme, è venuta fuori così spontaneamente. E poi ogni luogo è associato a una persona, a un gesto a me caro e non potrei scegliere tra questi istanti così importanti dentro di me. Sterlingo, città immaginaria, è per esempio il nome storpiato nei racconti mitologici di mio nonno della collina dove vivevano i suoi avi mezzadri e dove lui tornava spesso a visitare quei verdi paesaggi, in una dimensione per me bambino che ascoltavo queste favole, ancora adesso a metà tra il sogno e la realtà. Perla, città immaginaria citata nel libro “L’altra parte” di Alfred Kubin, è anche il nome della persona a me cara, che mi è stata vicino per diverso tempo e che mi ha raccontato di questo enigmatico scrittore austriaco. Aufugum è la città scomparsa e distrutta, su cui è sorta la città calabrese in cui è nato mio padre e in cui abita ancora una parte importante della mia famiglia e quindi della mia storia personale, legata alle passate generazioni. Luni, antica e importante città distrutta dell’antica Roma, citata da Dante nella Divina Commedia e da cui è sorta la bellissima Lunigiana in cui ho girovagato alla ricerca di bellezze naturali o borghi spettacolari come il borgo medievale di Bagnone. Per esempio le città abbandonate o spopolate che ho visitato personalmente, che hanno ispirato i versi di queste poesie, in realtà non tutte sono citate, mi viene da pensare a Villa Saletta dove è stato girato il film La notte di San Lorenzo dei Fratelli Taviani, o Castiglioncello a Firenzuola, oppure la Chiesa di San Michele Arcangelo che sorge all'interno dell'antico borgo fortificato di Castel di Nocco, sul valico della vecchia strada che ancora oggi unisce Buti e Vicopisano, e così tante altre. Ognuno di questi luoghi con la loro magia ha contribuito ed è presente in questa raccolta, pur nella loro assenza, attraverso l’ispirazione e le parole da essa nate. Anche la tripartizione che si è consolidata nell’evoluzione naturale di questo viaggio, tra città abbandonate o spopolate, città scomparse o distrutte, infine città immaginarie, ha un senso non assoluto, le une sconfinano metaforicamente nelle altre, l’ispirazione dei versi di una città può essere nata dall’incontro di più luoghi fisici o letterari. Il tutto crea un viaggio misterioso e sfumato tra concretezza e sogno, tra interno ed esterno, tra natura umana e storia personale.

 

A.M.: In “Alba longa” si legge: “[…] È come un filo sottile l’attesa che cuce tra loro/ passanti di nebbia in città future, guance/ di notturni che si coricano nell’altra metà della neve/ come un bisbiglio, un’eresia.// […]” Perché l’anima è una piazza deserta?

Emanuele Martinuzzi: Questo e altri versi non smettono di emozionarmi e tormentarmi ogni volta che mi ricapita di leggerli. C’è un’oscura simmetria in alcune frasi di questa raccolta, completata nel 2019, rispetto alla tragica vicenda della pandemia e delle sue conseguenze per tutti noi. Assolutamente non perché penso che vi sia un afflato profetico in questi versi, sono un semplice e umile amante della poesia, il dono della profezia non mi appartiene, è già tanto se so cosa mi accade nel presente, figuriamoci ben altro. Però credo che la poesia possa sempre parlarci sia del passato che del futuro, in quanto per sua natura, indipendentemente da chi la scrive, si staglia in un orizzonte di senso universale, in cui convergono il cuore, la pancia e la mente dell’umanità e così le sue dimensioni temporali e i suoi spazi interiori. Aver viaggiato in questi luoghi spopolati in tempi ancora immuni da questa assurda vicenda, rende più ancora interessante secondo me la lettura di “Notturna gloria”, perché permette un ripensamento ed elaborazione del presente alla luce del passato, con la speranza di un futuro di ricostruzione. C’è uno spopolamento dei luoghi e uno dell’anima, non-luogo delle utopie, dei sogni. In effetti queste poesie che cosa non cercano di fare se non ricostruire con la bellezza e l’arte luoghi destinati dalla natura e dalla storia all’oblio. La forza della cultura spesso è un opporsi alle forze incontrollate della natura o della violenza. L’anima è una piazza deserta, quando discende negli inferi delle proprie ombre, le figure che passano sono passanti senza volto destinati a una nebbia che non si dirada, in cui la città perde i suoi connotati per scomparire assieme all’individuo. Mi viene in mente anche la poesia Umbriano, su questa città abbandonata immersa nei boschi della bellissima Umbria, che così canta: “[…] gli steli stanno insieme e disuniti, / non per il vento che li urla”. Nel testo si ripete ossessivamente questa frase, stanno insieme e disuniti, e nel rileggerla non posso non immedesimare tutta la sottile e taciuta sofferenza per una necessaria distanza realmente vissuta da tutti noi, si spera più temporanea possibile, in cui solo il vento urla ciò che il cuore non osa dire, attanagliato dalla paura. C’è sicuramente una distanza che rende estranei perfino nella vicinanza, ed è l’indifferenza, la mancanza di empatia. Questo per dire come la poesia dia voce alle ombre del cuore, agli anfratti della mente sofferente o speranzosa, questo è il suo viaggio da sempre.

 

A.M.: In “Fedora” si legge: “[…] In ogni gesto sembra quasi vivano ancora/ i frammenti di una fragranza antica, la meraviglia/ della campagna che tace nei ricordi, un aroma amaro/ di dolcezza, l’infanzia dei perché.// […]” Perché, oggi, noi esseri umani siamo così distanti dalla meraviglia?

Emanuele Martinuzzi: Credo che la meraviglia faccia parte dell’umanità, della sua parte più fragile, misteriosa e creativa, in cui la ragione si abbandona al sogno, in cui l’infanzia viene custodita in tutta la sua mitologia e la sua creatività. In ogni epoca e in ogni persona c’è sempre un dialogo, uno scontro se non proprio una lotta tra le intenzioni della meraviglia e quelle del cinismo, del disincanto e della perdita dell’incanto con cui guardare alle cose. Viviamo in un’epoca storica, che per svariate ragioni e su molti aspetti è connotata da questa dialettica imperfetta, tra la follia del nichilismo e le ragioni del sogno, della speranza, dell’umanità. Dove il futuro e l’umanità sembrano venire meno la sfida è ancora più interessante e più grande per coloro che, affidandosi alla propria piccola sensibilità come a una fiammella nelle tenebre, decidono di procedere attraverso le tenebre o le incertezze o certe dinamiche anti-umane, affrontando prima di tutto dentro se stessi il nichilismo che pervade il proprio momento storico. Mi viene in mente la bellissima scena del film Nostalghia di Andrej Tarkovskij, girata nelle piscine di acque termali di Bagno Vignoni. Detto ciò questa raccolta con tutti i suoi limiti, che in realtà sono anche i suoi pregi, avverto sempre più nitidamente sia un esempio, non sempre di semplice accesso o immediata lettura, di ricostruzione della meraviglia nei sepolcri della storia. Ci vuole tempo per addentrarsi in queste ombre, è un libro che deve sostare sulla scrivania o sul comodino per molto tempo, riprenderlo, abbandonarlo, darsi tempo e farlo assorbire assieme al proprio vissuto, giorno dopo giorno.  Lo si può amare o detestare, a una prima impressione. Un libro del tempo che sedimenta dentro il proprio spirito con lentezza. Una lettura diversa, da donare agli altri. E appunto viene raccontata nei versi e nelle immagini di Notturna gloria la possibilità che l’arte, la poesia e la bellezza possano infondere vita e senso in ciò che apparentemente sembra non averne più, destinato ad essere cosa o maceria, in balia del tempo e delle contraddizioni della natura. E anche che se il tuo tempo storico non soddisfa i tuoi bisogni interiori o risponde alle tue domande più profonde, c’è sempre la possibilità di guardare al passato, riscoprire territori non più calpestati né letti da secoli per guardare le cose da inattuali prospettive. La verità non è data una volta per tutte solo dall’oggi, ma ci abita e accompagna con molti nomi, a volte misteriosi e sconosciuti come i nomi delle città remote di questo canzoniere, a cui va ridato nuovo spessore e nuove vie interpretative. Si può dialogare con ciò che sembra morto e nel dialogo miracolosamente si affaccia una nuova esistenza. 

 

A.M.: Devo confessarti che tra tutti questi borghi solo uno mi è familiare: Erto. Di sicuro avrai intuito il perché… Che cosa significa perdersi “ad ascoltare timbro paterno del vento”?

Emanuele Martinuzzi: La scelta di inserire Erto nelle città abbandonate o spopolate mi sembrava doverosa, non solo per ricordare il disastro del Vajont e di quella tragedia su cui sono stati fatti numerosi dibattiti, processi e opere di letteratura, su cui molti scrittori e uomini di cultura hanno speso le loro idee e il loro ricordo, come per esempio Mauro Corona nel libro Vajont: quelli del dopo, ma anche per fare un viaggio nel tempo, una sorta di flashback nella Erto abbandonata e spopolata di allora, appena dopo l’avvenuto disastro, ripercorrere quelle emozioni, ridare spessore a quel vuoto allagato di violenza. In quella atmosfera sospesa, in un tormento nuovo e assurdo, comunque spirava il timbro paterno del vento. Nella solitudine più tragica mi piace pensare si possa avvertire lo stesso vento come una voce vicina che ti rincuora, che nel lambirti ti dice sei ancora qua, sei vivo e puoi ricostruire, dare testimonianza. Comunque non solo Erto è uno dei borghi che ci può essere direttamente familiare, ma anche Craco, un bellissimo paese fantasma in provincia di Materna, conosciuto attraverso le immagini che i molti film che sono stati girati là hanno immortalato e reso presente al nostro sguardo, ne cito solamente alcuni “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini, “La Passione” di Mel Gibson, “Cristo si è fermato ad Eboli” di Francesco Rosi.

 

A.M.: Causa pandemia le presentazioni letterarie non sono state praticabili ma ho notato che in tanti hanno ben pensato di utilizzare i social network e la modalità video come alternativa.

Emanuele Martinuzzi: Personalmente ho continuato ad usare i social come ho sempre fatto per la diffusione e condivisione della mia passione per la poesia, la scrittura e la cultura in genere, anche quella più frivola o da intrattenimento, attraverso il mio blog e le mie pagine Facebook e Instagram. Per le presentazioni seguendo un po’ la mia indole e la mia timidezza ho preferito per adesso aspettare a osare facendo presentazioni video on line. Non escludo in futuro che possa sperimentarmi anche in questa cosa. Per adesso complice la bella stagione, il fatto che mi sia vaccinato per la mia e altrui sicurezza, e la situazione che va pian piano migliorando riguardo la triste situazione pandemica che stiamo vivendo, dovrei presentare in presentia per la prima volta “Notturna gloria”, durante una rassegna artistica e letteraria nelle colline della mia amata Toscana. Bello è sempre visitare i luoghi, portare la propria poesia e magari riuscire a toccare il cuore degli altri, di amici vecchi e nuovi. La poesia ci mette in contatto gli uni gli altri e con l’invisibile che ci abita.

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Emanuele Martinuzzi: Non mi viene in mente nessun’altra citazione se non il bellissimo verso di Montale che chiude la sua poesia Casa sul mare, inserita in Ossi di seppia, e che ho voluto porre all’inizio del viaggio di “Notturna gloria” prima della poesia che apre la raccolta Monte Kronio di Sciacca, come a voler significare che questo viaggio di ricostruzione e riconciliazione con le proprie ombre inizia da un approdo sulle sponde dell’antico mare di Sicilia, com’è stato per la colonizzazione greca d’Occidente nella Magna Grecia, per la spedizione dei Mille o lo sbarco in Sicilia degli Alleati.

“Il cammino finisce a queste prode/ che rode la marea col moto alterno./ Il tuo cuore vicino che non m'ode/ salpa già forse per l'eterno.”

 

A.M.: Emanuele ti ringrazio per le numerose riflessioni che hai espresso e ti saluto con le parole di Aristotele: “Se non esistesse nulla di eterno, neppure il divenire sarebbe possibile.”

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

Blog Emanuele Martinuzzi

https://andthepoetry.blogspot.com/

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Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/06/23/intervista-di-alessia-mocci-ad-emanuele-martinuzzi-vi-presentiamo-notturna-gloria/