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Intervista di Alessia Mocci a Giovanni Nebuloni per l’uscita di “Inferno a Milano – La nota nella nota”

Lo scrittore milanese Giovanni Nebuloni è proofreader di traduzioni da russo, tedesco ed inglese nella sua società. Nel 2010 fonda la Fact-Finding Writing (scrittura conoscitiva o scrivere per conoscere), una sorta di conoscenza pari o forse superiore rispetto ai paradigmi del saggismo filosofico, storiografico o scientifico.
La sua prima pubblicazione risale al 2007 con “La polvere eterna” (Edizioni di LucidaMente), segue nel 2008 “Il disco di Nebra” (inEdition Editrice) e “Fiume di luce” (Il Filo), nel 2011 pubblica “Dio a perdere” (Prospettiva Editrice), e nel 2012 pubblica il suo quinto romanzo “Il Signore della pioggia” (I libri di Emil). Del 2013 “Viaggi inattesi” edito da Amande, segue nel 2014 “L’umile forma dell’immortalità” edito da I libri di Emil, del 2015 “Nel nome dell’Universo” per 13Lab, e per la stessa casa editrice troviamo nel maggio 2016 il suo nono ed ultimo romanzo “Inferno a Milano. La nota nella nota” di cui oggi parleremo in modo approfondito con lo stesso autore.
Un gruppo di sicari appartenenti ad una congrega russa, la protagonista femminile ormai costante nei romanzi dell’autore, la musica che interagisce con i metalli alterandoli, la velata citazione ad Isaac Asimov, l’uso caparbio del Fact-Finding Writing, ed altro ancora nell’action-thriller “Inferno a Milano. La nota nella nota”.
Ma sarà Giovanni Nebuloni a raccontarci qualcosa di più, e spero che le sue parole possano incuriosirvi abbastanza portandovi non solo a leggere il suo nono romanzo ma anche i precedenti che consiglio vivamente.

A.M.: Ciao Giovanni, è un piacere rincontrarti dopo quattro anni dall’uscita de “Il Signore della Pioggia”, ed in tutto questo tempo sei stato uno scrittore prolifico ed attento. Oggi parleremo della tua ultima fatica “Inferno a Milano – La nota nella nota” edito da 13Lab Editore Milano, con il quale hai pubblicato anche “Nel nome dell’Universo” nel 2015. Questa tua conferma editoriale mi fa dedurre che tu ti sia trovato molto bene con la casa editrice e questo non può che farmi piacere. Ma iniziamo pure “l’interrogatorio”… Possiamo definire “Inferno a Milano – La nota nella nota” un action-thriller con una trama ad incastro che ricorda le matrioske. Il sottotitolo è esplicativo “La nota nella nota”. Ci puoi narrare la logica che ti ha portato alla stesura del romanzo e la scelta didascalica?
Giovanni Nebuloni: Ciao a te e a tutti i miei lettori e… grazie. Per rispondere a questa tua prima domanda, seguo i dettami della corrente letteraria da me fondata nel 2010, della quale si parla anche qui, in questa stessa intervista successivamente. Pertanto, le mie storie devono essere innanzitutto nuove, originali. Ho sempre molto da raccontare. Da parecchi anni, annoto in file qualsiasi idea di narrazione che ritengo possa essere degna di nota e in ogni momento posso andare a ripescarne una o più e svilupparle. Nella stesura di questo romanzo – il nono – ho voluto evidenziare come un corpo estraneo, un’entità straniera possa mettere a rischio, far traballare le fondamenta, seppur solide, d’una metropoli, e minare quindi il mondo. Di conseguenza il messaggio è: “Non abbassiamo mai la guardia, perché il male è una bestia insonne”.

A.M.: Massimo Ferlinghetti, nell’introduzione di “Inferno a Milano – La nota nella nota”, trattando la questione pubblicità e fortuna paragona l’artista ad un atleta che salta in alto, ma sono i giudici di gara a stabilire l’altezza del salto. Trovo molto seducente questo parallelismo e ritengo sia davvero appropriato. Che cosa hai provato leggendo le parole di Massimo?
Giovanni Nebuloni: Massimo Ferlinghetti è colui che ha eseguito anche l’editing del romanzo di cui stiamo parlando. È un giornalista free-lance e conosce l’ambiente.

A.M.: Una peculiarità che vorrei mettere in luce è che il romanzo presenta 290 pagine ma, la sottile e raffinata trama si svolge in sole 80 ore. Restando sulla numerologia: in quanto tempo hai scritto “Inferno a Milano – La nota nella nota” e quanto è durata la revisione prima della stampa definitiva?
Giovanni Nebuloni: Il tempo circoscritto in pochi giorni è una caratteristica di tutti i miei romanzi, affinché la narrazione sia incalzante e perché il lettore, una volta che mi abbia preso con sé, non mi abbandoni tanto presto, non prima dell’ultima pagina. La realizzazione di questo romanzo ha richiesto due anni circa e non prevedo mai una fase specifica, a sé stante di revisione, ma un’attività continua di limatura e avanti e indietro, che avviene contemporaneamente alla scrittura. Per esempio, arrivato a pagina duecento, è facile che mi senta di riprendere i due capitoli da pagina dieci, rivederli e passare alla pagina cento prima di tornare alla pagina duecento. Il mio è un lavoro che implica un andirivieni ininterrotto, fino alla stesura definitiva.

A.M.: Un particolare inquietante di “Inferno a Milano – La nota nella nota” è la scena del night nel centro di Milano, nel quale l’assolo di un sassofono attiva la sconvolgente auto-chiamata dello smartphone di uno dei personaggi. Quale rapporto hai con la musica e quanto il sassofono, oltre ad esser incastonato nella copertina, è per te simbolico?
Giovanni Nebuloni: Mio padre suonava sax contralto (marca Grassi), sax tenore (Selmer) e clarino in si bemolle (Buffet Crampon). Non ho dedicato questo romanzo in sua memoria perché l’ho già fatto con il mio settimo romanzo, “L’umile forma dell’immortalità” (anche in questo la musica è fondamentale). Faceva anche jazz, non con la tecnica di Parker o Coltrane, ma con lo stesso trasporto, con lo stesso cuore dei più grandi jazzisti e io conosco il sax, si può asserire, da prima di nascere, quando ancora nel grembo di mia madre e la musica jazz, classica e rock è parte imprescindibile della mia vita. Ora, in realtà, il sax del romanzo fa sì che uno smartphone chiami se stesso con “la nota nella nota” del sottotitolo del romanzo, cioè un particolare modo di suonare assolo jazz del quale, per ovvie ragioni, non posso dire altro e lo scoprirà il lettore. Qui posso dire invece che un tale evento non è scientificamente e tecnicamente impossibile. Infatti, un suono – un fenomeno fisico paragonabile al moto ondoso dell’acqua – con determinate altezza, intensità e timbro può far vibrare per risonanza certi materiali, anche i micro componenti dei circuiti hardware, cioè del microprocessore, di un cellulare, e far sì che i componenti cambino di stato. I computer ragionano in binario: 0 e 1 e se le note del sassofono fanno cambiare di stato a più componenti – da 0 a 1 o viceversa – è possibile che le note del sax causino la formazione della sequenza di 0 e 1 che costituisce la chiamata del cellulare a se stesso. En passant, qualcosa di simile accade nel film Eagle Eye del 2008, con i noti attori hollywoodiani Shia LaBeouf e Michelle Monaghan, ispirato al racconto di Isaac Asimov “Tutti i guai del mondo” e dove le note di una tromba innescano un ordigno esplosivo.

A.M.: Ed ora la domanda nasce spontanea: gli eventi narrati sono in toto partoriti dalla tua immaginazione oppure attingono dalla realtà milanese?
Giovanni Nebuloni: C’è una parte di realtà: quante società russe (e orientali) hanno acquistato e stanno trattando l’acquisto di immobili e altre società milanesi? Si pensi alla partecipazione russa alla Pirelli, anche ai proprietari russi delle squadre di calcio del Chelsea, del Monaco, del Bari, e ai cinesi di Milan e Inter. Questo mio ultimo romanzo si potrebbe condensare come: “In bilico tra realtà e fantasia, l’acquisizione economica di Milano da parte di un’organizzazione russa è il preludio alla conquista del mondo” e più nello specifico, la narrazione di “Inferno a Milano – La nota nella nota” s’avvia in una prima serata di settembre. Siamo a Milano, in viale Regina Margherita. Una zona residenziale, in un palazzo d’epoca dove i due figli del più grande possidente italiano stabiliscono il parricidio, poco dopo vengono invece assassinati, assieme al padre e a cinque guardie del corpo. I sicari del commando appartengono a una confraternita russa e dileguandosi dal luogo dell’efferata strage – l’edificio a cui hanno appiccato un devastante incendio per distruggere qualsiasi traccia del loro intervento –, s’imbattono in una volante della polizia, sopraggiunta per constatare gli effetti del rogo. Ne colpiscono a morte l’agente alla guida e per circostanze a lei favorevoli, risparmiano la vita a Livia Ferrari, la collega sul sedile a fianco. Un ispettore non ancora trentenne che sta svolgendo indagini inerenti a misteriose e molto consistenti compravendite immobiliari e di società, in Lombardia e a Milano in particolare e la protagonista del romanzo. Segue immediatamente quella che sarà una chiave della trama (si veda il sottotitolo “La nota nella nota”). Cioè la strana, inquietante e, almeno per la confraternita, intrigante funzione dello smartphone d’un monsignore cattolico – un membro della confraternita – che, in un night in centro a Milano, senza intervento alcuno da parte dell’utente, ma alle note di un assolo di sassofono, chiama se stesso (“la nota nella nota”). Il monsignore abbandona precipitosamente il night. Si reca da una suora ortodossa amica, nella vicina chiesa ortodossa di San Vito in Pasquirolo, a pochi metri da San Babila, dove, per un litigio con uno dei sicari di cui sopra, il monsignore viene ucciso. La confraternita inquina la scena del delitto e l’ambientazione si sposta a Tula, una città a cento chilometri da Mosca. Nell’enorme caverna sotterranea ricavata alla sua periferia, e abitata da un migliaio di devoti fedeli, il capo della potentissima confraternita conferma subito che un cellulare che chiama se stesso può essere di fondamentale importanza per la confraternita. In quanto per la stessa – o per l’associazione religiosa anche criminale derivata da antiche sette russe –, per i lori riti, una certa musica è imprescindibile. Con il compito di stabilire l’esatta situazione attuale milanese, e di fare piena luce sulle caratteristiche della “nota nella nota”, il capo delle sette risorte destina a Milano, in incognito, uno degli adepti, il ministro per l’economia della Federazione Russa. Siamo tornati dunque a Milano, da qui non ci si sposterà più fino alla scena finale e… ma stiamo parlando di un thriller e andare oltre non sarebbe opportuno…

A.M.: “Inferno a Milano – La nota nella nota” e Fëdor Michajlovič Dostoevskij: che cosa accomuna il tuo romanzo al grandissimo scrittore e pensatore russo?
Giovanni Nebuloni: Il caro Dostoevskij scrive delle sette russe di cui parlo in questo mio ultimo romanzo nei suoi romanzi “I demoni” e “L’idiota”.

A.M.: Ripercorrendo il tuo passato penso sia doveroso citare la corrente letteraria che hai fondato nel 2010, la Fact-Finding Writing, che si occupa di scrittura conoscitiva o per dirla in altre parole “scrivere per conoscere”. Anche quest’ultimo tuo romanzo è un esempio concreto di commistione tra linguaggio cinematografico e linguaggio letterario in una sorta di visione continua dei personaggi che vengono esposti al lettore come se fossero ripresi da una telecamera nascosta. Quanto è grande la tua passione per il cinema?
Giovanni Nebuloni: Devo prima dire in breve cos’è la Fact-Finding Writing, o FFW, e cioè, con l’umile spirito dell’artista artigiano – d’una persona che ama il proprio lavoro e che opera per realizzare se stesso e offrire qualcosa agli altri –, l’obiettivo della FFW – scrittura conoscitiva o scrivere per conoscere, mediante la narrazione – è di conoscere e non smettere di conoscere. Non conosco altre correnti letterarie attualmente vive non solo in Italia e scopo della FFW è, fondamentalmente, la trasposizione e la trasformazione dell’impulso naturale, congenito nell’uomo, che tende alla conoscenza, mediante la parola scritta, di solito più ponderata dell’espressione soltanto. Ciò che ci differenzia da qualsiasi altra forma di vita su questa terra è la parola scritta. Siamo diventati ciò che siamo, ci siamo evoluti grazie alla scrittura e non vedo perché grazie alla scrittura non si debba conoscere ulteriormente. La letteratura può comprendere qualsiasi altra attività mentale, dalla scienza alle religioni. Il contrario non è vero e perché, tramite la letteratura, non cercare di avvicinarsi al segreto dell’universo? C’è forse qualche disciplina o credo che possa asserire, che sia in grado di provare la determinata verità di una teoria scientifica o l’esistenza, reale e razionalmente dimostrabile, di un Dio? A proposito del nome, mi domandai come chiamare questo indirizzo culturale e ricordai che “Fact-Finding Writing” è un’espressione utilizzata nel linguaggio forense americano, per indicare l’indagine sui fatti durante un procedimento giudiziario, mentre nella comunicazione è la scernita per importanza delle notizie. Decisi di prendere tale espressione e rivolgerla all’indagine generale e universale che solo la letteratura può svolgere. E poi l’inglese sta diventando sempre più la lingua universale e non c’è un italiano che non mastichi, almeno un poco, la lingua di Shakespeare. Il logo della FFW non poteva essere che la fotografia della Via Lattea, la nostra galassia… perché una fotografia dell’intero universo non esiste ancora. Il cinema? Per un romanziere del XXI secolo tenerne conto è imprescindibile. Siamo nell’era delle immagini e il mio stile tiene d’occhio il terzo occhio, il cinema, più che il teatro. “Nell’ottica” stilistica, obiettivo della FFW è avvicinare il linguaggio cinematografico al linguaggio letterario. Vorrei che per il lettore la pagina diventasse “una videata da leggere” – non solo mediante dispositivi digitali –, uno “schermo di carta” che però si possa piegare fisicamente. I personaggi vengono “ripresi” come da una telecamera, con la quale ci si addentra però anche nell’interiorità, dentro la psiche. Nei miei personaggi, tendenzialmente m’immedesimo come può fare un attore alla Strasberg o Stanislavskij. Come in un film, i personaggi si descrivono anche attraverso le loro parole. I dialoghi, anche privi di didascalie, vorrebbero far sì che la pagina su carta o a video venga percepita come “una visione continua,” cioè sempre come in un film.

A.M.: Ci sono in programma presentazioni di “Inferno a Milano – La nota nella nota”? Puoi anticiparci qualcosa?
Giovanni Nebuloni: Sono previste alcune presentazioni a Milano, per esempio in una libreria prossima all’Università della Bicocca milanese, in uno o più circoli culturali, ma si devono stabilire ancora le date. Con la casa editrice, 23Lab Editore Milano, parteciperò alla manifestazione “BookCity” che si terrà a Milano a novembre, e alla prossima Fiera del Libro di Milano nell’aprile 2017.

A.M.: E come mio solito, a fine intervista, mi piace chiedere di salutare con una citazione…
Giovanni Nebuloni: Una citazione che rispecchia lo spirito di tutti i miei romanzi, che si concludono sempre con un moto deciso e inarrestabile verso la speranza, una citazione da Pene d’amor perdute del caro William Shakespeare: “Nei momenti estremi, il tempo conforma tutte le cose alla sua estrema urgenza e spesso, proprio al culmine della parabola, risolve in un punto quello che in lunghe stagioni non era riuscito a risolvere.”

Written by Alessia Mocci

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Intervista di Alessia Mocci a Paolo Maria Rocco: I Canti e Virginia, o: Que puis-je faire?

Sul senso di una vita, e sulla natura/ scanzonata degli dei, venivi inconsapevolmente/ occupata da interroganti pensieri, e di viventi/ da una moltitudine, dal mondo/ fuggitivi. Per cui anche tu poi sei partita/ dalla strada diversamente assorta/ e come rinsavita. La tua resipiscenza// [...]” - "I Canti"
Paolo Maria Rocco è nato a Napoli, e risiede a Fano. Laureato in Lettere moderne esercita ben presto la professione del giornalista (“Il Giorno di Milano”, “L’Eco di Bergamo”, “Il Resto del Carlino”, ecc.). Nella sua carriera si citano collaborazioni con Università, pubblicazioni di libri di poesie e saggi di critica italiana, curatore di mostre con nota critica in catalogo, insegnate di Letteratura italiana.
Nel dettaglio, oggi prenderò in considerazione due pubblicazioni edite da Bastogi Libri “Virginia, o: Que puis-je faire?” (2014) e “I Canti” (2015). Sperando che l’incipit abbia instradato il lettore nella curiosità di conoscere le complessità poetiche di Paolo Maria Rocco, vi lascio alle sue parole.


A.M.: Ciao Paolo, ti ringrazio per avermi concesso questa intervista e non ti nascondo che ho sbirciato sul tuo curriculum scoprendo che sei nativo di Napoli, ma che hai frequentato l’Università di Lettere ad Urbino con successivo perfezionamento a Firenze. Ora sei insegnante di Letteratura e Storia nelle scuole superiori e, alle spalle, hai una carriera da giornalista e scrittore. Come mai il giornalismo?
Paolo Maria Rocco: Anch’io ringrazio te, Alessia, e Oubliette, per questa opportunità. In verità le due attività di cui parli le ho cominciate abbastanza presto e le ho continuate. ‘Alle spalle’, quindi, ho un po’ di esperienza, diciamo. Attualmente, riguardo al giornalismo, collaboro con il quotidiano online Altrogiornalemarche diretto da Elpidio Stortini. Il giornalismo è, ed è stato, per me, uno strumento importante che ho sviluppato insieme alla scrittura letteraria: ho cominciato come cronista da quando facevo l’Università, a Urbino, attraverso una emittente radiofonica, Controradio93, che ho fondato insieme a mio fratello Claudio e ad un gruppo di cari amici urbinati e non. Controradio mi ha condotto al giornalismo ‘parlato’ e alle inchieste: il giornalismo è mettere in grado il lettore di conoscere attraverso l’informazione non compiacente e non alterata, è incidere sulla realtà quotidiana porgendo notizie e informazioni utili a discernere sui fatti della vita per decidere, deliberare. Per un certo periodo è diventata la mia occupazione lavorativa principale, mentre contemporaneamente percorrevo le tappe obbligate per lasciare aperta la strada dell’insegnamento, qualche supplenza, concorsi, poi l’insegnamento come docente a contratto per l’Università, partecipazioni da relatore a qualche convegno… e nel frattempo scrivevo e pubblicavo su rivista e libri, poesie, traduzioni… Successivamente il giornalismo scritto -per La Gazzetta di Pesaro e di Ancona, inizialmente, e poi per Il Giorno di Milano, L’Eco di Bergamo, Il Resto del Carlino e altri organi di stampa- mi ha concesso di diventare giornalista professionista nell’Ordine delle Marche… E poi sono entrato stabilmente nella Scuola superiore. Comunque, l’essere diventato professionista avendo superato un difficile Esame di Stato mi dà qualche opportunità.


A.M.: Un anno e mezzo fa hai pubblicato "Virginia, o: Que puis-je faire?" edito da Bastogi Libri. Ho notato che viene definito spesso un romanzo musicale, ci puoi spiegare il perché?
Paolo Maria Rocco: Prima del romanzo“Virginia: o: Que puis-je faire?” vorrei dire che ho pubblicato poesie in alcune riviste specialistiche, tra le quali “Hortus” diretta dal poeta Eugenio De Signoribus, e “Marka” diretta dallo scrittore Clio Pizzingrilli. “Virginia...” è il mio primo romanzo e la definizione di romanzo musicale lo devo ad Anna De Concilio, critica letteraria che ha fatto risaltare, nell’intreccio tra struttura della narrazione e concetti trattati, una costruzione da spartito, appunto. La Musica è uno dei temi centrali del romanzo, il pattern, a partire dalla protagonista Virginia e da alcuni episodi che ritengo esemplari della vita straordinaria di Guido d’Arezzo (l’inventore, come si sa, della notazione musicale) la cui esperienza, nel romanzo ambientato nella nostra epoca, gioca un ruolo fondamentale.


A.M.: Come mai questo interesse verso la Musica?
Paolo Maria Rocco: Perché è un leitmotiv nella mia vita: mio nonno Gaetano era pianista e compositore, apprezzato anche da Toscanini che gli aveva chiesto di far parte della sua Orchestra, negli Usa, ma lui ha rinunciato per stare vicino alla famiglia; a Urbino è stato Direttore della Cappella Musicale del S.S. Sacramento e della sua Orchestra, e ha lasciato molte belle composizioni, sinfonie, musica da camera che sono conservate ancora lì. Altri parenti suonavano, le zie Giovanna (violino) e Lea (pianoforte), lo zio Italo, detto Bebé (pianoforte) che con il suo gruppo di musicisti ha girato il mondo con successo tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento, e poi altri miei famigliari hanno preso questa strada, come mia sorella Alberta, flautista e pianista, diplomata al Conservatorio “G.Rossini” di Pesaro. Io, ho preso e continuerò a prendere lezioni di pianoforte, anche se è molto difficile conciliare tutto… Questo per dire che non è casuale il mio interesse verso la musica. Credo che una delle chiavi di lettura per capire la storia di Virginia, giovane musicista e compositrice del Nord America (luogo in cui è ambientata parte del romanzo), si rilevi nelle parole di Elisabeth, musicologa, personaggio importante nella narrazione, proprio quando parla del rapporto nuovo di Virginia con il suo pubblico: “Virginia ha rinunciato a esercitare il suo potere seduttivo, anzi, gliene ha rivelato un altro ma… se privi qualcuno dell’incantamento al quale vuole asservirsi, essendosi preparato esattamente per questo e, per di più, avendo pagato anche il costo di un biglietto d’ingresso…”. In questo modo Elisabeth rimarca il gesto di verità di Virginia nel quale sta una parte del significato della storia: una giovane donna che ribalta un ordine precostituito nella consapevolezza che opporsi ai conformismi, alle convenzioni sociali (privare qualcuno dell’incantamento) significa anche attirarsi mugugni -nel migliore dei casi, altrimenti proteste e contestazioni, come accade alla protagonista-, squarciare un velo di ipocrisia, mettersi di fronte a se stessi senza alibi, e conquistarsi, attraverso un percorso non semplice, uno spazio di libertà come ha ben compreso Flavia Liotti nella Postfazione. È una allegoria, insomma, della Vita, di un certo tipo di Vita (ma questo sarà il lettore a scoprirlo), la storia di una scelta dettata da un certo sentimento dell’esistenza che impone un discrimine. E anche in ciò vi è un rapporto non solo con Guido d’Arezzo -che, monaco nell’anno Mille, ha sconvolto un ordine pagandone per molto tempo le conseguenze- ma anche con altre personalità della Cultura di ogni tempo (alle quali ho dedicato spazio e ruolo significativi nel romanzo) che hanno condotto una esistenza sopra le righe e, ognuno di essi, lasciando l’impronta, indelebile, del proprio genio nonostante tante e anche gravi avversità. Il romanzo è costruito come una storia nella storia, in una struttura ad incastro e dall’andamento circolare nella quale sono presenti flash-back, accelerazioni, pause di riflessione, ritmato dagli episodi della ricerca della parte mancante di un antico breviarium musicale (un impegno condotto da Virginia nella consapevolezza che ciò la disporrà ad un percorso di conoscenza interiore, ma che non costituisce la vera impresa che lei affronterà e della quale lascio la scoperta al lettore), e dai luoghi in cui si svolge la narrazione, tra i quali il Monastero marchigiano di Fonte Avellana (nel quale ha soggiornato Guido d’Arezzo) e il Maine. Anche la ‘storia’ del breviarium è una storia di conflitti e armonie… ma non voglio dire di più su questo Codice così conteso perché credo nel piacere della lettura che porta anche a scoprire episodi dei quali si è perduta del tutto la memoria purtroppo… E poi ho curato –anche attraverso il rilievo che ho voluto dare alla funzione dialogica- che fossero ben rilevate le corrispondenze tra gli stessi luoghi e gli stati d’animo dei personaggi… non meno importante la storia d’amore di Virginia e lo scarto narrativo che interviene alla conclusione della narrazione, che si può definire anche ‘colpo di scena’… per questo anche Salvatore Ritrovato, poeta, critico letterario e docente universitario, ha parlato di “Virginia” come di una narrazione tra le più interessanti nel panorama della narrativa contemporanea, e gliene sono grato.


A.M.: Confermando Bastogi Libri, qualche mese fa vede la luce un’opera intitolata “I Canti”. Quando nasce la tua passione per la poesia e a quale tipologia di scrittore pensi di appartenere? Sei maggiormente poeta o scrittore?
Paolo Maria Rocco: Scrivo poesie da quando ero al Liceo. E non ho mai smesso di farlo. Non dico nulla di nuovo se affermo che scrivere poesie dispone ad un lavoro intenso, disciplinato e severo, ma non potrebbe essere altrimenti. Deve essere così. E questo suggerisce a quale ‘tipologia di scrittore’ –come mi chiedi- io appartenga insieme a non pochi altri che concepiscono la scrittura in versi non come una vocazione, una missione, ma come un’arte che ha delle regole, come tutte le arti che, se si vuole coltivare, si deve innanzitutto rispettare dotandosi, preliminarmente, degli strumenti idonei a capirla, a cominciare dal dato, per esempio, costituito dal valore polisemico della parola poetica, del suo potere evocativo, del simbolismo... In questo senso, ma non solo, la cosiddetta ‘semplicità’ (concetto che, mi sembra oggi mal compreso guadagni molti adepti) non è il metro di giudizio di una buona o di una cattiva poesia: la ‘semplicità’ in Poesia non vuol dire, come spesso accade, faciloneria, sciatteria della lingua e dello stile con inevitabile depressione e mortificazione del significato. Al contrario, la poesia è complessità, tant’è che la comprensione di una poesia non può mai fermarsi ad una lettura di superficie (che può far piacere perché magari si orecchia una certa cadenza o si è colpiti da una particolare immagine), si deve cercare di capire perché l’autore abbia messo una parola proprio in quel punto del verso e non in un altro, perché proprio quella parola e non un’altra, quali rapporti quella parola intrattiene con la parola che la segue o con quella che la precede, e un verso con l’altro, e con l’insieme del componimento, e le figure retoriche, e il ritmo e la musicalità del verso, e tante altre cose che si imparano, col tempo e con la dedizione e lo studio… sto parlando dello stile, anche, e della ricerca dello stile, importantissimo in poesia come in prosa. Quella cosa, lo stile, che faceva dire a Luois-Ferdinande Celine: “Quel che conta è lo stile, e allo stile nessuno vuole piegarvisi. Richiede un enorme lavoro, e alla gente non piace il lavoro (…) Senza del lavoro non puoi fare molto… c’è l’eloquenza naturale, beh è davvero nociva, l’eloquenza naturale, veramente nociva. Bisogna che la cosa tenga sulla pagina. Per tenere su una pagina serve uno sforzo grandissimo. (…) Questo stile è un certo modo di forzare le frasi, a farle uscire leggermente dal loro significato abituale e poi di scardinarle, per così dire, di spostarle e forzare così il lettore stesso a spostare il suo senso (…) Questo richiede enormemente del distacco, della sensibilità; difficilissimo da farsi perché bisogna girarci attorno… Attorno a cosa? Attorno all’emozione (…)”.


A.M.: Lo stile come organizzazione formale dell’emozione?
Paolo Maria Rocco: In un certo senso, come sua elaborazione nella scrittura letteraria. Questo dovrebbe convincere anche dell’importanza, non sempre riconosciuta, dello strumento linguistico che utilizziamo. Quando Georges Bataille dice che la poesia non serve a fare rivoluzioni poiché può solo ribaltare l’ordine delle parole, non dice una battuta ma qualcosa che riguarda lo statuto stesso della poesia, la rivoluzione non è quella comunemente intesa dai ‘rivoluzionari di professione’ ma, per esempio, la consapevolezza dell’autonomia del linguaggio utilizzato a fini estetici, della baudelariana magia evocatrice della lingua poetica, della compresenza di più livelli di significato, della assunzione di una realtà altra che ci porta poi al rilievo del ‘non-detto’, dell’implicito, del presupposto che impone, da parte del lettore, la capacità di integrazione del senso… ciò che troviamo anche, variamente trattato, nelle teorie dei formalisti russi, degli strutturalisti, di Jakobson, di Umberto Eco, o di Agamben che sostiene “Non c'è poesia senza pensiero, così come non c'è pensiero senza un momento poetico” poiché “filosofia e poesia non sono due sostanze separate, ma due intensità che tendono l'unico campo del linguaggio in due direzioni opposte: il puro senso e il puro suono”, o ancora Agosti, Saussure e tanti altri non meno importanti… Per chi scrive con la consapevolezza di ciò che si sta facendo, quindi, non credo possa avere asilo la distinzione tra scrittore di poesie e scrittore di narrazioni (quando non ci si riferisca esclusivamente alla struttura della forma), o, men che meno, l’avere la cognizione di sè come poeta o come narratore. Si può essere l’uno o l’altro, o entrambi nello stesso tempo, per molti validi motivi (quando di essi si accerta la presenza).


A.M.: È pratica di taluni dedicare il proprio libro a qualcuno per svariati motivi, quali per esempio una forte emozione che lega i due, od un aiuto importante, o solamente una citazione. “I Canti” è dedicato ad Alfredo e Vera, ci racconti chi sono?
Paolo Maria Rocco: Io lo considero un omaggio. Alfredo e Vera sono i miei genitori. Ai quali devo l’amore per le cose belle, vere, quindi, grazie alla cura che hanno avuto nel crescere ed educare noi figli in un ambiente sano e nel metterci a disposizione, fin da piccoli, insieme ai giocattoli e ai tanti momenti di divertimento puro, anche molti libri la cui lettura abbiamo vissuto come un divertimento e un piacere… diverso. Siamo stati fortunati come credo lo siano molti per ragioni analoghe. E, in seguito, la biblioteca si è arricchita sempre di più. Ti sono grato per questa domanda perché mi dà l’opportunità di dire qualcosa dei miei genitori, e di ringraziarli. Mio padre, che ha sempre coltivato un interesse costante e anche specialistico per la Cultura, negli ultimi tre anni della sua vita ha occupato il suo tempo dedicandosi, da autodidatta, alla traduzione dallo spagnolo di quattro romanzi di Benito Pérez Galdόs (La de Bringas, Tristana, Tormento, Fortunata e Jacinta): poi Carlo Bo, con l’acume di studioso e l’intelligenza che gli erano propri, ne ha scritto molto lusinghevolmente, dedicandogli una pagina intera nel settimanale Gente sul quale teneva una rubrica sulla Letteratura. Prima ancora scrisse un bel saggio sulla medicina omeopatica (uno dei suoi interessi) in “Agorà – Trimestrale su Natura e Società, Linguaggio e Cultura”. Mia madre è stata una valente e apprezzata ceramista d’arte, a Urbino, una delle capitali della ceramica d’arte e poi a Napoli, per un certo periodo. Oggi, è un’accanita lettrice di romanzi, di biografie e una instancabile compilatrice di cruciverba! Insomma, un ambiente propizio per favorire certi piaceri, corroborati dai racconti dell’infanzia dei miei genitori: di quando mio padre visse in Eritrea (mio nonno paterno, Alberto, era un ufficiale dell’Esercito italiano durante la Seconda Guerra) in un ambiente per molti versi ostile, selvaggio ma anche esotico, affascinante nei suoi ricordi, o quando mia madre e la sua famiglia nascosero un ufficiale inglese in casa, a Gallese (cittadina laziale ove abitarono per diversi anni), mentre c’erano i tedeschi che si erano impossessati di tutti i locali del pianoterra per insediarvi una postazione radio che manteneva i collegamenti con le truppe comandate da Kesserling e acquartierate sul vicino monte Soratte… o ancora quando, sempre tra il 1943/44, furono ‘visitati’ nella loro abitazione da alcuni soldati Polacchi in ritirata perché stavano arrivando gli Alleati; ci racconta di come chiedessero, nonostante fino a poco prima occupanti, che mio nonno suonasse per loro musica classica insieme alle mie zie, e che mentre ascoltavano piangevano e applaudivano e si asciugavano le lacrime chiedendo di suonare ancora… E di tanti altri episodi vissuti nell’immediato Dopoguerra… E poi devo sottolineare la presenza dei carissimi nipoti, dalla più piccola al più grande d’età: Aurora, Caterina, Ettore, Guglielmo.


A.M.: Cinque Tempi, un intermezzo ed i sonetti. Come nasce la struttura de “I Canti”?
Paolo Maria Rocco: In realtà credo che la cosa più difficile per chi scrive poesie sia parlare delle proprie, così come leggerle in pubblico. Per questo anche rimando alla lettura della Prefazione ai “Canti” curata dallo studioso Al J. Moran che ha evidenziato con una bella lettura critica gli aspetti più significativi della mia raccolta di poesie. “I Canti” sono una selezione di poesie scritte in un sensibile arco di tempo, fino ad oggi. Non ho assegnato, però, un ordine esattamente cronologico alle poesie perché il ‘discorso’ si alimenta di rimandi, di connessioni, di approfondimenti di temi, e di sperimentazioni formali come accade quando è in gioco una visione del mondo per le quali l’autore ingaggia un vero ‘corpo a corpo’ con la lingua, innanzitutto, e con il significante e il significato quindi, con il dispiegarsi dell’esistenza ‘qui e ora’, con quanto di universale essa può testimoniare anche nel patrimonio acquisito di storia, sentimenti, informazioni, pensieri, concetti... Da qui anche la decisione di distribuirle in sezioni che costituiscono i Tempi, appunto, dell’elaborazione più che dello sviluppo diacronico, quindi, dei temi che affronto.


A.M.: La poesia ne “I Canti” diventa l’atroce verità dell’Io. Il mondo immaginario si interfaccia così con i desideri o pulsioni più celate. Cosa nasconde questa tua opera?
Paolo Maria Rocco: Perché ‘atroce’? A ben vedere credo non sia atroce alcuna verità… Mi permetti una citazione? William Blake diceva che “la verità risiede nel cuore umano, perché nel cuore dell’uomo sono bene e male, innocenza ed esperienza, purezza e corruzione, cielo e inferno”. Tutti siamo fatti di tutte queste cose. È certo che ci colpiscono i fatti della vita quotidiana o del ‘vissuto’, fatti atroci anche, ma non è di questo che stiamo parlando, vero? L’Io, poi, non mi sembra possa essere accompagnato da sostantivi (o aggettivi) che lo qualifichino: non può esserci una verità dell’Io come non può esserci una falsità dell’Io. E poi la Poesia non è portatrice di verità, la Poesia interroga, pone questioni e si interroga, e può farsi anche assertiva, e se ambisce alla verità lo fa dal luogo di un dialogo ininterrotto dell’uomo con se stesso, con gli altri, con la natura, con la storia, con il mito, con la creatività. Riguardo alle pulsioni e ai desideri, la questione è davvero importante, ed è filosofica, bisognerebbe interpellare Platone, per esempio… Il professor Gianni Scalia (tra i fondatori di Officina con Roversi e Pasolini), che voglio citare perché è uno studioso tra i più importanti sulla scena contemporanea –e che ho avuto l’opportunità di conoscere personalmente- ci ricorda che il demone platonico del Simposio è mancante e desideroso del bello e del bene, “Desiderio, insomma, di ciò di cui manca e a cui aspira; la tensione e l’ascesa lo guidano a un compimento, se nel Fedro la reminiscenza come conoscenza di una “vita anteriore” prima di una caduta e di un oblio, una memoria originaria accende l’anima, ad essa mette le ali”. Ecco, io ‘pulsioni’ e ‘desideri’ li intendo in questo senso e sono proprio di questo… nodo… e di questa ascesa che dicono le mie poesie. Per questo Al J. Moran nell’Introduzione esordisce sottolineando che «Non eravamo in pochi a essere convinti che non ci fosse più un tempo per il pensiero poetante –forma poetica del pensiero forte- certi quanto meno dell’eterogenesi dei fini poetici. Ora una poesia nuova induce a ricrederci e ad ammettere che invece c’è un tempo ancora per la poesia della opposizione aperta e dichiarata al mondo». Quando si parla di ‘verità’, quindi, è nell’accezione di ricomposizione mitica tra finito e infinito, riconciliazione degli opposti che contempli il cuore degli uomini, perché è nella contraddizione costituita da quella tensione che acquistano senso libertà e creatività: «Alla verità la poesia resta invece fedele –continua Al J. Moran nell’Introduzione- alla possibilità di attingerla nell’intermondo di cui scriveva Hölderlin, tra le dimensioni del divino e dell’umanità, dove si trova il poeta. La chiama in causa la verità, depositata nelle informazioni e nella storia che l’anima raccoglie in forma inconscia restando in attesa di restituirla. Soltanto la reminiscenza dei fatti che l’esperienza vissuta trasforma in esistenza psichica, può cogliere in quelli la verità formatasi al contatto tra ciò che percepiamo in noi durevole oltre noi stessi, e la sostanza individuale, per ridestarla e portarla in superficie. Avviene nei momenti della reminiscenza che le idee eterne che esistono in ogni uomo si disvelino tornando a vivere in forma intuitiva, per immagini rivelate, le sole in grado di aprire lo spazio del significato dentro la realtà presente immemore di sé. È questione di fede. Nei Canti le cose accadono su un piano verticale, tra cielo e terra. Il poeta non prova l’ipocrita vergogna di riconoscere che il patrimonio di verità dormienti in ciascuno è quel che rende all’uomo la sua sacralità». Una tensione verso l’ “uno”, verso l’armonia, che non può essere allora se non azione della bellezza e dell’amore. Da tutto ciò l’orfismo dei miei componimenti sottolineato da Moran (nel suo rilevare anche la mia operazione sul linguaggio e i luoghi della mia ricerca), e che –in estrema sintesi- non è soltanto il riconoscere noi stessi nati dalla cenere dei Titani, di una materia che imprime in noi il bene e il male, ma nella tensione, che è ideale etico, a ridestare e a far vivere quella parte di divinità, di sacro, che è in ciascuno.


A.M.: Che tipo di letture ti affascinano?
Paolo Maria Rocco: Tutte, Alessia, a cominciare da tutte le letterature ‘classiche’ (italiana, russa, inglese, spagnola, dell’Est…), e poi, riguardo alla letteratura contemporanea, dando per scontata la selezione che si deve fare tra un Autore e l’altro, leggendo quelli, e sono tanti, che ritengo di valore. Poesia, narrativa, saggistica, filosofia, teatro. Insomma, leggo molto, mi piace. In questo periodo sto leggendo due libri di tutta evasione, diciamo: racconti dei Narratori meridionali dell’Ottocento e poi Il venditore di storie di Jostein Gaarder, norvegese, un libro datato ma che non avevo ancora letto. Ma poi mi fermo e prendo Rilke o Leopardi, oppure Campana, Saba, Sereni, D’Annunzio, Pascoli, Hölderlin, Heine, Baudelaire … e poi continuo… e includerò Gozzano che voglio leggere con più attenzione…


A.M.: Questa estate sarà ricca di presentazioni ed eventi oppure di relax e riposo, magari un po’ distanti dal pc? E poi: ci sono novità editoriali che ti riguardano?
Paolo Maria Rocco: Farò una presentazione dei “Canti”, qui nelle Marche (sarà la seconda) e poi a Settembre a Firenze, per “I Canti” e per “Virginia”. Ma soprattutto scrittura. E poi sto preparando, con altri due amici professori, un Convegno che si terrà a Settembre o Ottobre per la scuola nella quale insegno. Riguardo alle novità editoriali, non posso parlarne per il momento.


A.M.: Non ti chiedo ora di salutarci con una citazione, come faccio, a volte… ma… se, invece, tu ci regalassi una tua poesia?
Paolo Maria Rocco: Lo faccio con piacere! Per ringraziare te e quanti leggeranno vi saluto con una poesia tratteada “I Canti”, a presto…!
Tu lo percepisci il repentino mutamento/ dello sguardo che acquista una garanzia/ sulla realtà evocata. Qualcosa di noi/ in fondo rimane isolata nella stanza (una misura/ dislocata, una discordanza tra noi/ già investigata, impervia, di quota/ non elevata). Dove non passa ti dico/ inosservata la dilatazione nel buio/ della pupilla e una deambulazione/ soffocata rimette in allarme/ i sensi. Ti sei ancora una volta impegnata// A ricostruire connotati nel solaio (si comprenda/ la condizione del cuore inviolato, e il profilo/ plausibile del tempo, com’è al tatto/ angusto) com’è sempre sottoposto, al soldo/ dell’ignoranza dei giorni. Sopravanza lo stupore/ di un sentimento ammaestrato un riflettore/che abbaglia: ci sorprende/stagliati dall’alto come vorremmo essere/ritratti, in ansia sull’impiantito/e sopraffatti destinati a fare/di queste masserizie un solo fuoco


A.M.: Paolo grazie per questi tuoi profondi versi! Ti saluto e consiglio ai nostri lettori di acquistare “Virginia, o: Que puis-je faire?” e “I Canti” direttamente dalla Bastogi Libri, in alternativa è possibile acquistarli in libreria oppure online su Amazon, Ibs, Mondadoristore (etc). Riporto la parte conclusiva dell’incipit del Primo Tempo “I Canti”:
Era già stata umana, del mondo che rimase/ noncurante di te l’intuizione - prevalse nelle sue mani/ operose un’inquietudine premonitrice, un particolare/ esorbitante, e certo al cielo irrilevante. Del resto/ come dalla postazione cieca tu elevata al mondo divinassi,/ oh anelanti parole l’immensa azzurrità/ per le dolenti figure il magistero tuo mi viene in mente.


Written by Alessia Mocci


Info


e.mail: paolomariarocco@yahoo.it


Fonte
http://oubliettemagazine.com/2016/07/15/intervista-di-alessia-mocci-a-paolo-maria-rocco-i-canti-e-virginia-o-que-puis-je-faire/



Come Smettere di Fumare: consigli utili

Nel 2016 ci sono ancora tante persone che non riescono ad abbandonare il vizio del fumo.

La nicotina è una sostanza che crea dipendenza, ci vuole forza di volontà e costanza per poter smettere definitivamente, spegnere l'ultima sigaretta, migliorare la propria salute e quelle delle persone vicine.

Come Smettere di Fumare: consigli utili

Nel 2016 ci sono ancora tante persone che non riescono ad abbandonare il vizio del fumo.

La nicotina è una sostanza che crea dipendenza, ci vuole forza di volontà e costanza per poter smettere definitivamente, spegnere l'ultima sigaretta, migliorare la propria salute e quelle delle persone vicine.

Il sito SmetterediFumare.net è una guida pratica e ricca di consigli utili da consultare quotidianamente per poter imparare i metodi giusti per allontanare la dipendenza da fumo.

Liguria, vacanza alternativa tra mare e monti

La Liguria è una stretta striscia di terra, contesa e abbracciata dal mare e dai monti, che sa
attratrre ogni tipo di viaggiatore, concedendo una parte di sé a chi saprà andare alla ricerca dei suoi aspetti più nascosti, offrendo una vacanza al di sopra di ogni aspettativa. 
Agriturismo in Liguria raccoglie molte strutture sparse sul variegato territorio ligure, che saranno capaci di soddisfare tutte le esigenze, mettendo il visitatore in contatto con l'essenza più vera di questa regione.

Per chi ama il mare sopra ogni cosa, si tratterà di scegliere tra il litorale sabbioso del ponente, lambito da un mare limpido e premiato ogni anno dalle Bandiere Blu di Legambiente, ideale per una vacanza in famiglia e con bambini e il litorale più vario e scoglioso del versante levantino.In particolare, a ponente, la spiaggia della Baia dei Saraceni, a Varigotti, con il suo manto di sabbia fine e ghiaietta offrirà la possibilità di fare bagni rilassanti in un'acqua cristallina o di passeggiare, all'alba ed al tramonto, ammirando il paesaggio.

Sul versante di levante, per chi ama alternare al mare delle semplici passeggiate o dei più impegnativi trekking, non si può assolutamente mancare la visita a San Fruttuoso di Camogli dove, a far da sfondo ad una splendida spiaggia di ciottoli, si potrà ammirare l'Abbazia dell'VIII secolo. San Fruttuoso è raggiungibile, via terra, solo a piedi, attraverso uno dei due sentieri che partono da Portofino Vetta o da Portofino Mare (90 minuti entrambi) oppure via mare con un'ampia possibilità di scelta, con uno dei battelli in partenza da Recco, Camogli, Portofino, Santa Margherita Ligure, Rapallo, Sestri Levante, Lavagna, Chiavari e Genova. Se invece ci si vuole rinfrescare, salendo rapidamente di quota, in Liguria è possibile: sarà sufficiente spostarsi verso l'interno di qualche decina di chilometri per trovarsi improvvisamente immersi in un paesaggio assolutamente montano.
Alle spalle di Arenzano, ad esempio, tornando sul versante di ponente, con un trekking di circa 4 ore, si potrà raggiungere la vetta del Monte Argentea, la cui vetta situata a 1083 metri di altitudine permetterà di
godere di un panorama senza eguali sul mare e sulle montagne circostanti.

Venite a trovarci su www.agriturismoinliguria.com per conoscere le nostre strutture sparse per la regione e trovare il vostro punto di partenza ideale per un vacanza indimenticabile in Liguria.

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Il blog  tratta dei vari modelli di stand fieristici modulari, espositori per negozi ed altre soluzioni per aumentare la visibilità di un'azienda, migliorandone la comunicazione e la promozione.

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Blog arredo per ufficio

Il blog contiene articoli sui tavoli per riunione, le scrivanie operative, le sedute direzionali e in generale tutti i mobili per ufficio. Puoi trovare anche articoli sul settore immobiliare e la formula contract.

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Lasciati conquistare da un all inclusive in hotel a Cervia, scegli gli Union Hotels

Per una vacanza perfetta conviene cercare un hotel a Cervia all inclusive. La possibilità di soggiornare con il servizio tutto compreso è ideale per chi vuole una vacanza tranquilla, soprattutto per chi è al mare con i bambini. Con le proposte all inclusive dei migliori alberghi di Cervia le vacanze sono più rilassanti, e non si vorrebbe più tornare a casa. Cervia è una bellissima località, lontana dal clamore dei paesi più affollati, perfetta per il soggiorno con la famiglia.

Se vuoi prenotare in un hotel a Cervia 3 stelle con piscina, scegli gli Union Hotels, a Pinarella. L'Hotel Zenith è in Via Valpadana 6, mentre l'Hotel Levante è in Via Piemonte 14; gli ospiti di entrambe le strutture possono approfittare della bellissima piscina dell'Hotel Zenith, che propone anche una comoda vasca idromassaggio coperta. I due alberghi ti offrono tutta la comodità di un gruppo che si occupa di accoglienza da molti anni, e la praticità del soggiorno a due passi dalla spiaggia di Pinarella di Cervia.


Se vuoi prenotare nei migliori alberghi di Cervia, scegli Union Hotels; trovi tutte le informazioni sulle peculiarità dei due alberghi e sui prezzi del soggiorno all inclusive sul sito ufficiale di Union Hotels, dove è anche possibile prenotare. Compreso nel prezzo del soggiorno avrai anche il servizio spiaggia del Bagno Anna 95, con animazione per grandi e piccini e tante attrezzature per lo sport e il divertimento. Gli Union Hotels ti propongono anche l'ottima cucina romagnola, con tanti piatti gustosi tra cui scegliere ogni giorno.