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Intervista di Alessia Mocci a Rosario Tomarchio: vi presentiamo l’antologia Memorie
“[…] Terra amata, mi fai riposar/ sotto lo sguardo
benigno dell’Etna/ e dal mare rinasco a nuova vita,/ da quel mare fatto di
storia d’uomini,/ di pescatori e focosi amori./ Cara Sicilia, qui fui greco,
arabo, spagnolo/ cittadino del mondo e con/ il profumo della mia amata/ mi
riscaldi l’anima.” ‒ “Profumo di Sicilia”
Il libro “Memorie – Antologia poetica” dell’autore
siciliano Rosario Tomarchio è una raccolta in colloquio con il passato
grazie ad una selezione di poesie di tre pubblicazioni precedenti, per un
periodo di tempo che va dal 2013 al 2017.
“Memorie” è la somma di nove anni nei quali Rosario
si è cimentato con la riflessione e la comparazione. Ha toccando temi come la
tradizione, l’amore per la Signora, l’Etna, per la sua terra e per il suo mare,
per la famiglia e per quei piccoli gesti antichi che oggi, nell’era
capitalista, quasi si frantumano prima ancora di realizzarsi.
E se la grande metropoli costringe l’essere umano ad una
velocità che penalizza il rapporto tra emozione e pensiero, l’autore ci
trasporta a Piedimonte Etneo, un piccolo borgo ai piedi del grande vulcano, nel
quale gli abitanti conseguono il rito arcaico del connettere cuore ed
intelletto.
“Undici numero unico,/ che ripete due volte l’uno,/ il
numero della luce,/ il numero del sole/ e dell’acqua che dà vita./ Caro, per te
è stato destinato l’undici/ per essere due volte luce,/ luce che brilla negli
occhi tuoi,/ per essere due volte sole che riscalda,/ quel sole che nasce dal
tuo cuore/ e riscalda le persone a te vicino;/ per essere con maggior forza/
l’acqua che dà vita.// […]” ‒ “Undici”
A.M.: Ciao Rosario, oggi, parleremo della tua nuova
pubblicazione. “Memorie” è propriamente una selezione di poesie presenti in
alcune tue precedenti raccolte. Come nasce l’idea di un’antologia e perché hai
scelto questo preciso titolo?
Rosario Tomarchio: Ciao Alessia grazie di questa
interessante intervista. “Memorie” riassume tre importanti pubblicazioni che
mettono in luce il mio percorso poetico e, precisamente, questa antologia
poetica contiene alcune poesie provenienti da “Ricordi di poesie” pubblicato
nel 2013, “Cielo” pubblicato nel 2014 e “Briciole di vita” pubblicato nel 2017.
Ho scelto questo titolo pensando al mio passato e alla necessità dell’uomo − e
quindi mia − di fare memoria. Nello stesso tempo in cui pensavo alle mie
pubblicazioni passate facevo memoria ed ero proiettato al futuro e alle idee a
cui sto lavorando.
A.M.: Quanto è difficile per il creatore preferire
una poesia ad un’altra?
Rosario Tomarchio: Mi capita spesso di scrivere più
poesie di quelle che ho intenzione di pubblicare in una raccolta e quindi devo
fare ogni volta una selezione. Quando compio letteralmente una selezione ho
bene in mente il ritmo da imprimere alla silloge poetica. Le emozioni che
voglio trasmettere devono avere secondo il mio immaginario un salire e
scendere. Dove per salire intendo da una emozione più lieve a una più forte. È
come quando una persona si innamora e ascolta il suo cuore crescere nei battiti
fino ad arrivare quasi a galoppare al primo bacio e poi lentamente tornare
calmo in attesa del prossimo bacio. Così succede con la selezione che compio
quando vado a comporre una raccolta poetica. Quindi nello scegliere le poesie
ho usato questo metodo selezionando anche le poesie che avevano ricevuto una
maggiore visibilità. Scegliere una poesia o un'altra non è semplice perché ogni
poesia nasconde dentro di sé un momento di vita vissuta del poeta o delle
persone che gli stanno accanto.
A.M.: Della raccolta “Ricordi di poesie” vorrei
parlare di “Etna”: “Nobile donna di bianco vestita,/ sempre cara fosti ai
gentil poeti,/ da greci ai latini innamorare facesti./ Alle mani di uomo doni i
tuoi frutti,/ con il profumo dei tuoi fiori/ li seduci// […].”. Oltre a
raccontarci in quale momento della tua vita sono nati questi versi, ci potresti
anche fare un esempio di un poeta a te caro che ha narrato la bellezza della Signora?
Rosario Tomarchio: Questi versi sono nati in due
particolari momenti. Un giorno mi sono ritrovato con alcuni conoscenti a
parlare dell’Etna e del lavoro che offriva e io ho raccontato di mio nonno
materno che, con il mulo, andava tutti i giorni sull’Etna per trasportare
legna, carbone, mele dell’Etna (una qualità oggi difficile da trovare), e neve.
Successivamente mi sono ritrovato a discutere di poeti latini e greci
dell’antica Catania che hanno dedicato alla “Montagna” (Mongibello) alcune
meravigliose liriche. Probabilmente il più famoso poeta latino che ha dedicato
liriche all’Etna è Pindaro. Senza alcun dubbio il poeta greco più vicino alla
cultura etnea e che ha poetato versi per la nobile Signora è Stesicoro.
A.M.: Della raccolta “Cielo” vorrei parlare di
“Freddo”: “Sento freddo come un giunco sbattuto dal vento,/ come una lacrima
solitaria,/ come una parola non detta,/ come un fiore di campo in un giardino
di rose,/ come quella bianca pietra/ che un giorno mi accoglierà.” Perché
l’essere umano scrive della morte?
Rosario Tomarchio: Grazie Alessia, per aver citato la
poesia “Freddo”. Questa breve lirica è tra le più fortunate e più citate della
critica letteraria. L’essere umano scrive della morte perché è qualcosa che non
riesce a comprendere fino in fondo nonostante il proprio credo lo aiuta a
prepararsi con fiducia alla morte. L’essere umano si prepara con fiducia perché
la vita va oltre a quell’attimo temporaneo. Ovviamente credo questo fermamente grazie
alla fede. Sciogliendo la parola morte dalla fede ci resta il ricordo e il
ricordo è destinato a sopravvivere alla persona cara. Chi ama non muore.
A.M.: Della raccolta “Briciole di vita” vorrei
parlare di “Sicilia è”: “Sicilia è una lacrima/ sul volto dei pescatori,/ di
un mare che bagna una/ terra che offre/ un bicchiere di vino agli amici.// […]”.
Non possiamo negare che la globalizzazione ha modificato le dinamiche di vita
dei pescatori, degli agricoltori, allevatori e dunque della regione abitata, in
questo caso la Sicilia. In che modo hai percepito queste modifiche?
Rosario Tomarchio: Ho percepito queste modifiche, nel
momento in cui mi sono reso cosciente che per far conoscere i prodotti della
propria terra, e in questo caso della Sicilia, si deve far parte della
globalizzazione e in questo ci viene incontro il web che ci permette di far
conoscere la nostra storia ma soprattutto i nostri prodotti in tutto il mondo.
Un altro strumento valido sono le fiere internazionali che permettono di
entrare in contatto con nuove idee e di proporre le nostre visioni e i nostri
eccellenti prodotti. Dalla terra, dal mare e quindi dall’agricoltura,
pastorizia, allevamento ecc, possiamo portare anche il discorso editoria, nel
quale un ottimo strumento per la vendita dei libri è il web sempre più in
sostituzione delle tradizionali librerie. Un altro buono strumento è l’ormai
tipica fiera del libro se la casa editrice si prende il disturbo di
partecipare!
A.M.: Il 26 agosto presso il Museo della musica di
Piedimonte Etneo, la raccolta è stata presentata ufficialmente. Com’è andata la
serata?
Rosario Tomarchio: La serata è andata benissimo con un
pubblico veramente di qualità e con una parte dell’amministrazione presente. La
presentazione, come detto, si è svolta al Museo della musica alternando la lettura
delle mie poesie con meravigliosi passaggi musicali. Con l’occasione, ci tengo
a ringraziare la signora Enrichetta Pollicina (vicesindaco di Piedimonte Etneo)
e la signora Ivana Pollicina (consigliere comunale) per la gentile
collaborazione e la disponibilità per la realizzazione della serata.
A.M.: So che hai in programma qualche novità… vuoi
svelare qualcosa anche ai lettori?
Rosario Tomarchio: Sì, cara Alessia, ci sono tre grandi
novità che voglio anticipare ai lettori. Prima fra tutte: la nascita della mia
casa editrice, una scelta che ho fatto dopo molte riflessioni e valutazioni
sulla possibilità di mercato. In secondo luogo, e legato alla mia prima novità:
la realizzazione di un concorso nazionale di cui però non voglio svelare i
particolari. E dulcis in fundo la terza novità è l’uscita in tutte le librerie
fisiche e online della mia nuova raccolta di poesie con un tema molto
particolare che farà da filo conduttore.
A.M.: Salutaci con una citazione…
Rosario Tomarchio: In questa bella e interessante
intervista, abbiamo parlato dell’Etna e così mi è venuto in mente un poeta che
ogni giorno guardava un monte. “Sempre caro mi fu quest’ermo colle” Giacomo
Leopardi.
A.M.: Rosario ti ringrazio per il tempo che hai
dedicato a questa breve esplorazione di “Memorie”, ai lettori invito
all’acquisto della tua antologia, disponibile anche in formato digitale, e
saluto con una citazione dello scrittore francese Marcel Proust: “Troviamo
di tutto nella nostra memoria: è una specie di farmacia, di laboratorio
chimico, dove si mettono le mani a caso, ora su una droga calmante, ora su un
veleno pericoloso.”
Written by Alessia Mocci
Info
Photo Rosario Tomarchio by Gianluca Leonardi
Sito Rosario Tomarchio - https://artnotizie.blogspot.com/
Facebook Rosario Tomarchio - https://www.facebook.com/profile.php?id=100017034757004
Acquista Memorie
https://www.amazon.it/Memorie-Antologia-poetica-Rosario-Tomarchio/dp/1092332057
Fonte
http://oubliettemagazine.com/2020/02/07/intervista-di-alessia-mocci-a-rosario-tomarchio-vi-presentiamo-lantologia-memorie/
Intervista di Alessia Mocci a Gianfranco Cambosu: vi presentiamo Il paese delle croci
“Nuoro è una città strana. Silenziosa e priva di stimoli
in apparenza, eppure capace di catalizzare ingegni e forti personalità. Oltre a
Grazia Deledda, una donna che ha saputo ritagliarsi uno spazio importante in
Italia e nel Mondo, è inevitabile citare Sebastiano e Salvatore Satta, oppure
Antonio Ballero e Francesco Ciusa. Scrittori e artisti insomma, accomunati da
una ineluttabile appartenenza al territorio, ma in grado di proiettarsi in un
panorama nazionale e internazionale.” – Gianfranco Cambosu
“Il paese delle croci” è stato pubblicato nel 2019
dalla casa editrice romana Emersioni diretta da Michele Caccamo, forte
di tre premi letterari conferiti quando il romanzo era ancora inedito. L’autore,
Gianfranco Cambosu è nato a Nuoro nel 1966 e con “Il paese delle croci”
firma la sua quinta pubblicazione.
Di professione insegnante di lettere presso il liceo di
Dorgali, Gianfranco non colloca i suoi romanzi nel genere giallo e noir benché
ci siano omicidi ed indagini ma, piuttosto, ritiene che nei suoi scritti ci
sia una storia su cui riflettere, ed è per questo che il lettore incontra
un percorso irto di ombre che conducono alla luce.
Ambientato nel paesino di Sas Ruches, “Il paese delle
croci” è un romanzo dedito al dettaglio sia per le minuziose descrizioni dei
personaggi e paesaggi sia per le dettagliate conversazioni che rendono la
lettura agevole e tutto sommato veloce.
Per conoscere maggiormente l’opera narrativa si è
pensato di porre qualche domanda al suo creatore Gianfranco Cambosu.
A.M.: Salve Gianfranco, “Il paese delle croci” è il
suo quinto romanzo di genere giallo e noir. Dal primo a quest’ultimo libro ha
notato una crescita di carattere stilistico e/o narrativo?
Gianfranco Cambosu: Ciao, Alessia! “Il paese delle croci”
è stato pubblicato a distanza di cinque anni da quello precedente. È un giallo
“indisciplinato”, nel senso che non si piega rigidamente alle regole del
genere. Si parla dell’omicidio di un ufficiale dei Carabinieri, ma a indagare
non è un carabiniere o un poliziotto. Le indagini infatti vengono condotte in
modo personale da Ercole Cassandra, figlio della vittima, ma insegnante di
Lettere di professione. Credo, in tutta onestà, di aver raggiunto una
maturazione stilistica che mi ha permesso di affrontare temi che in passato ho
solo accennato o comunque trattato in modo marginale. Una componente che ho
curato attentamente, senza però eccedere, è l’introspezione. Ho dedicato molto
tempo alla stesura di questa storia e ancor di più al labor limae. Ho anche voluto suggerire una possibile componente
autobiografica, mentendo. Pure io sono un prof. di Lettere, ma non è di me che
si parla.
A.M.: “Il paese delle croci” segna un’importante
connessione a triangolo che ha come base il racconto pubblicato nel 2016 “Sas
Ruches” ed il romanzo del 2008 “Pentamerone barbaricino”. La congiunzione è il
paesino del nuorese “Sas Ruches” segnato da faide e da odio che dura da
generazioni. “Ruches” (traduciamo per chi non conosce il significato) significa
precisamente “croci” ed è il più usato dei giuramenti nuoresi: una sola croce
(pollice sovrapposto all’indice della destra), dieci croci (mano destra
traverso la sinistra), cento croci (incrociando le braccia sul petto). Un insegnante
di lettere di sicuro non ha sottovalutato il potere di questa parola scelta
come teatro di narrazione. L’abuso del giuramento ha portato alla “maledizione”
degli abitanti?
Gianfranco Cambosu: Confermo la complessa e articolata
simbologia nella quale si colloca il termine “ruches” per quanto concerne la
cultura barbaricina. Così come è fuor di dubbio che l’anello di congiunzione
fra le tre opere citate è il paesino di “Sas Ruches”, ovvero “Le croci”.
Nell’elaborare la trama de “Il paese delle croci”, tuttavia, ho riflettuto su
aspetti di più immediata comprensione. Le croci sono quelle del cimitero sempre
più esteso di un paesino che gradualmente sembra svuotarsi a causa dei morti
ammazzati. Certamente, senza svelare troppo dell’intreccio, il giuramento ha
una funzione determinante. Sin dai primi capitoli lascio intendere che dietro
all’omicidio di Francesco Ladu (personaggio che compare solo attraverso le parole
degli altri) c’è un mistero. Il mistero di un omicidio a Sas Ruches suggerisce
l’idea di una vendetta e questa, a sua volta, si collega a un possibile giuramento.
Ma questi passaggi sono più impliciti che scoperti, almeno fino a un certo
punto. Per non deviare troppo dalla tua domanda a proposito di una possibile
maledizione degli abitanti, devo aggiungere che tra le mie fonti di ispirazione
al momento del concepimento della storia c’era stata la riflessione sulle 39
lettere di papa Gregorio I in cui si parla di due Sardegne: una cristianizzata
e romana e una interna abitata da popolazioni idolatre e pagane. Solo nel 594
il dux Ospitone, che governava nella parte interna, aveva potuto convertire i
Barbaricini al cristianesimo. Però c’era voluto un patto tra quelli e i
Bizantini. Insomma ho lasciato al lettore altre eventuali interpretazioni. Una potrebbe
essere la violazione di quel patto alcuni secoli dopo (la vicenda è ambientata
all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso).
A.M.: Nel classico giuramento narrato la donna soleva
anche accompagnare con la formula: “In cussenzia de s’anima” (“in
coscienza d’anima”). Qual è il ruolo della donna in questo romanzo pregno di
omicidi, persone scomparse e commerci illeciti?
Gianfranco Cambosu: Se c’è una componente volutamente ambigua
all’interno della mia storia è il ruolo della donna. Placida, gioviale,
remissiva in apparenza, è in effetti risoluta e decisionista. Senza voler
scomodare il matriarcato in alcuni centri della Barbagia, che è qualcosa di più
complesso e profondo, ho voluto tratteggiare in senso introspettivo alcune donne
che hanno subìto ma hanno scelto di non piegare il capo.
A.M.: La citazione inserita in apertura “Se vostro
figlio vuole fare lo scrittore o il poeta, sconsigliatelo fermamente. Se
continua, minacciatelo di diseredarlo. Oltre queste prove, se resiste,
cominciate a ringraziare Dio di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli
altri” è, a mio parere, una delle più belle frasi di Grazia Deledda che, in
poche parole, è riuscita a sintetizzare le difficoltà e le gioie di un figlio
poeta. Quanto ha inciso nella sua scrittura il condividere Nuoro come città di
nascita?
Gianfranco Cambosu: Nuoro è una città strana. Silenziosa
e priva di stimoli in apparenza, eppure capace di catalizzare ingegni e forti
personalità. Oltre a Grazia Deledda, una donna che ha saputo ritagliarsi uno
spazio importante in Italia e nel Mondo, è inevitabile citare Sebastiano e
Salvatore Satta, oppure Antonio Ballero e Francesco Ciusa. Scrittori e artisti
insomma, accomunati da una ineluttabile appartenenza al territorio, ma in grado
di proiettarsi in un panorama nazionale e internazionale. Per rendere completa
la mia premessa, devo ricordare un fatto che mi ha sempre incuriosito e
inorgoglito: la madre di Grazia Deledda portava il mio cognome, Cambosu, lo
stesso ramo da cui discende la mia famiglia. Perciò la risposta più immediata alla
tua domanda potrebbe essere che a un certo punto ho avvertito il peso di
un’eredità che non può prescindere dal luogo di appartenenza. Ma sarebbe troppo
semplicistico e forse una risposta definitiva non sono ancora in grado di
fornirla.
A.M.: Nel ventesimo capitolo si legge: “«Dai,
professore… si scherzava, ecco tutto» prova a recuperare il direttore. «E poi,
guardi, appropriarsi di bronzetti o di altri oggetti provenienti da un nuraghe
o da altri edifici storici o preistorici è un reato. Ti schiaffano dentro con
la chiave di cioccolata». Ride ancora e la sua risata si fa sguaiata, inconcludente.”
È innegabile che negli ultimi quindici anni in Sardegna si sia verificato un
crescente interesse verso l’archeologia, soprattutto perché i sardi si sentono
carenti di storia riguardo i millenni trascorsi. Ed anche i più giovani
conoscono, anche e solo per sentito dire, dei casi di trafugamenti di reperti
per vendite illegali oppure i celebri falsi che, ancora, per taluni sono dei
ritrovamenti incompresi. Personalmente, come interpreta questa ricerca di
verità storica prendendo in considerazione la rabbia degli “appassionati” nei
confronti degli “archeologi” indicati talvolta come disonesti perché non si
racconta di uno straordinario popolo sardo che ha solcato i mari e le terre
emerse di tutta Europa?
Gianfranco Cambosu: Premesso che non ritengo affatto che
i Sardi si sentano “carenti di storia”, ma che anzi si considerino al centro di
una lunghissima avventura che parte almeno dal Neolitico Antico, interpreto la
ricerca di verità storica come un’esigenza di inversione di rotta rispetto a
quella voluta da una certa cultura italiana. C’è stato un periodo in cui ogni
espressione culturale isolana veniva sminuita o relegata all’ombra di civiltà
predominanti. Si pensi, per fare un esempio, che anni fa i nuraghi erano stati
catalogati come una sorta di imitazione delle torri micenee e altrettanto si
era fatto per le domus de janas
rispetto agli ipogei etruschi. Insomma la nostra storia è costellata di
condivisibili forme di ribellione verso il pressapochismo e la sottovalutazione.
Sembrava quasi che il nanismo delle specie faunistiche tipico delle isole si
dovesse estendere in qualche modo al grado di civiltà di un popolo, il nostro
per l’appunto. Oggi mi pare che siano di meno i detrattori dei Sardi o comunque
coloro che intendano metterne sotto silenzio la straordinarietà del passato.
Essa non si è certo estinta nel presente.
A.M.: La scelta dell’uso del linguaggio sardo per
alcuni dialoghi tra i personaggi è un eccesso di realismo oppure la volontà di
far conoscere anche al di fuori dell’isola la musicalità del sardo barbaricino?
Gianfranco Cambosu: Il romanzo è stato concepito per un
pubblico nazionale. L’uso del Sardo barbaricino in alcune parti della storia
(piuttosto limitato nel complesso) risponde alla necessità di dare credibilità
a personaggi che, se proposti in modo differente, avrebbero perso di
concretezza. Di questa deve essere convinto prima di tutto l’autore. C’è
naturalmente anche un discorso di musicalità o di ritmo che cerco di imprimere
sia nelle descrizioni che nei dialoghi. Mi pare che l’uso del Sardo, in tal
senso, contribuisca bene.
A.M.: “Il paese delle croci” è risultato finalista
alla 38esima edizione del prestigioso Premio Alberto Tedeschi, dedicato alla
memoria dello storico direttore de Il Giallo Mondadori. Ci sono stati altri
riconoscimenti?
Gianfranco Cambosu: In effetti dopo il Premio Tedeschi ce
ne sono stati altri due: il Premio Giallo Luna Nero Notte e il Premio Licanias. Nonostante il primo resti il
più importante, non posso che essere soddisfatto pure per gli altri due. Devo
informare che in tutti e tre i casi il romanzo era ancora inedito.
A.M.: Sono in programma presentazioni del romanzo nei
prossimi mesi?
Gianfranco Cambosu: Dopo aver già effettuato quattro
presentazioni nei mesi di novembre e dicembre, ho in programma una serie di
appuntamenti, alcuni definiti, altri da definire bene. Comincio perciò dai
primi: il 26 gennaio sarò ad Abbasanta (a cura dell’Associazione Culturale
CartaBianca) alle ore 16,45, presso l'aula magna di Piazza della
Vittoria; il 9 febbraio sarò ospite ad Arbatax presso il Caffè Letterario da
Lollo ed il 13 a Macomer. Per entrambi gli appuntamenti l’orario di inizio è
previsto intorno alle 18,30. Riguardo alle date da definire, ma con accordi già
presi, le tappe previste sono le seguenti: Libreria Emmepi Ubik (febbraio);
Dorgali, Sala Consiliare (febbraio); Cagliari, presso l’Associazione Culturale
CartaBianca (marzo), Siniscola, Biblioteca Comunale (marzo-aprile), Olbia,
Libreria Mondadori (aprile). Ulteriori date in questo momento è difficile
indicarle, nonostante siano già previste. Voglio informare inoltre che potrete
ascoltare un estratto del mio romanzo “Il paese delle croci” sulla web radio
Quarta Radio, a cura dell’attore e regista Gaetano Marino.
A.M.: Salutiamoci con una citazione…
Gianfranco Cambosu: Me ne viene in mente una abbastanza
nota di Marco Tullio Cicerone: “Sine libris cella, sine anima corpus est”.
A.M.: Gianfranco la ringrazio per il tempo dedicato
all’intervista. Chiudo con una curiosità che unisce noi sardi alla Puglia, e
più precisamente al Salento, riguardo le nostre janas e le loro jànare. Ci sono
due ipotesi riguardo l’etimologia jànara, una che prende in considerazione il
latino ianua (porta della casa privata, così da indicare la jànara come
colei che insidia le porte) e l’altra derivante da dianara, seguace di
Diana. Saluto, infine, con Lucio Anneo Seneca: “Fa una scelta di buoni
autori e contentati di essi per nutrirti del loro genio se vuoi ricavarne
insegnamenti che ti rimangano. Voler essere dappertutto e come essere in nessun
luogo. Non potendo quindi leggere tutti i libri che puoi avere, contentati di
avere quelli che puoi leggere.”
Written by Alessia Mocci
Info
Facebook Gianfranco Cambosu
https://www.facebook.com/gianfranco.cambosu
Ascolta estratto – Quarta Radio – Gaetano Marino
https://quartaradio.it/podcast/tre-o-quasi-tre-cronaca-di-un-racconto-dal-paese-delle-croci/
Acquista “Il paese delle croci”
http://www.emersioni.it/prodotto/il-paese-delle-croci/
Fonte
http://oubliettemagazine.com/2020/01/17/intervista-di-alessia-mocci-a-gianfranco-cambosu-vi-presentiamo-il-paese-delle-croci/
Benedetta Raina col singolo "Davvero" in radio
BENEDETTA RAINA
DA VENERDÌ 13 DICEMBRE IN RADIO E IN DIGITALE
“DAVVERO”
…ma non troppo sul serio
Esce venerdì 13 dicembre in radio e sulle piattaforme digitali “DAVVERO” (Noize Hills Records), il nuovo singolo di BENEDETTA RAINA.
Un invito semplice ma non banale, un invito a capirsi e ad accettarsi, a prendere la vita alla giornata e a dimenticarsi un po’ di tutto. “Davvero” parla di questo e per questo. Con un ascolto più attento si coglie l’intenzione da parte dell’artista di comunicare una realtà che nasconde molte insidie: la realtà di quei problemi apparentemente lievi che fatichiamo ad ignorare e ci ostacolano. Piccolo e grande, leggero e pesante, reale e irreale: questi contrasti caratterizzano “Davvero” sia per sonorità, che per tematiche cantate.
Con sprezzante ironia, Benedetta Raina commenta così il suo nuovo singolo: «Nemmeno io so quale sia la vera realtà della canzone. Prendere la vita alla giornata mi è sempre sembrato molto ironico viste tutte le sfide che essa ci pone quotidianamente. Nel dubbio ho deciso di sbattermene!».
Biografia
Benedetta Raina è una cantautrice classe 2001 di Alessandria, collocabile nel panorama musicale dell’indie-pop italiano. Fin da piccola coltiva una grande passione per la musica e nei primi anni delle superiori inizia a scrivere i primi testi e a comporre le prime vere canzoni, prima in inglese e poi, più tardi, in italiano affrontando le tematiche di un’adolescente della generazione z, in bilico tra speranza e sconforto e alla continua ricerca di conferme negli altri. Alla fine del 2018 inizia a collaborare con l’etichetta Noize Hills Records e nel 2019 pubblica “Basta”, il suo singolo di debutto. La canzone nasce proprio come il primo esperimento in italiano, come una pronta denuncia di sé, finalmente senza lo schermo di una lingua straniera. Il nuovo singolo “Davvero” (Noize Hills Records) esce in radio e in digitale il 13 dicembre.
"Annabelle" di TAVO, ultimo inedito in radio da dicembre
TAVO
DA VENERDÌ 13 DICEMBRE ESCE IN RADIO
“ANNABELLE”
Un’eterna canzone d’amore
Dal 13 dicembre sarà in rotazione radiofonica “Annabelle” (Noize Hills Records), nuovo inedito di TAVO già disponibile sulle piattaforme digitali dallo scorso 6 dicembre.
Un amore difficile, una storia “d’altri tempi”, nella quale i protagonisti prendono coscienza della loro vita ormai consumata; rimane solo l’amara consolazione di ripercorrere i bei momenti del passato. “Annabelle” rappresenta l’indecisione e le scelte sbagliate nell’amore. “Ora che non siamo qui, si può capire tutto. Quante volte ti ho detto di non avere paura”: così canta TAVO, citando quelle che sono le ultime parole scritte in una lettera del 1800 che il cantautore trova nella vecchia casa in cui abitava.
A tal proposito, il giovane cantante racconta: «Leggendo tutta la lettera sono venuto a conoscenza di una storia d’amore che poi ho romanzato. Seppure scritta quasi duecento anni fa, tra le righe ho trovato, sentimenti, paure e volontà molto attuali. Tutti vogliamo tornare indietro per cancellare un errore commesso nel passato convinti di avere sempre tempo. Ma il tempo non è mai generoso. Mi è sembrato bello poter ridare voce a due persone ormai dimenticate che come tutti noi hanno amato, sognato e sperato».
Biografia
Francesco Taverna, in arte TAVO, è un cantautore alessandrino classe ‘93 che figura tra gli artisti emergenti del panorama indie pop italiano. Dopo il suo primo concerto, al Circolo Ohibò di Milano, TAVO trova presto spazio su palchi come Rocket club (Linoleum), Spaghetti Unplugged, Le Mura, Tendenze Festival, Radical Sheep Festival, Arezzo Wave e molti altri ottenendo riconoscimenti come Miglior performance live e Roster artista rappresentante Soundreef. Viene definito su riviste di settore (Stormi, RUMORE, ExitWell) come “Uno dei profili più interessanti del panorama indie italiano” con il suo album d’esordio “Funambolo” (Noize Hills Records, 2018), una raccolta di melodie leggere e testi falsamente ironici che dipingono situazioni di vita dall’equilibrio instabile. Il suo ultimo singolo “Annabelle” (Noize Hills Records), già disponibile in digitale dallo scorso 6 dicembre, sarà in rotazione radiofonica a partire dal prossimo 13 dicembre.
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Intervista di Alessia Mocci a Claudio Alvigini: vi presentiamo il saggio L’inconcepibile esercizio
“L’attaccamento alla legge del padre Platone o del padre
Aristotele o del padre Tolomeo degli intellettuali di allora divenne sempre più
forte. Essi, infatti, temevano che, perdendo ciò in cui loro, la chiesa e
tutti, credevano, avrebbero perso il loro potere e quindi… anche la loro
privilegiata posizione di assistiti e beneficiati dal signore di turno. Forse
un pensiero sul perché ci sia voluto tanto tempo per scardinare il mondo di
Tolomeo, può condurci a qualche considerazione su Colombo e sulla scoperta
delle Americhe.” – Claudio Alvigini
Nel mese di luglio 2019 la casa editrice Macabor Editore
ha pubblicato, per la collana Noisette, il saggio “L’inconcepibile
esercizio” di Claudio Alvigini.
L’autore è nato in Svizzera ma ha vissuto a Palermo,
Pozzuoli e Roma. Giovanissimo ha iniziato la sua carriera aeronautica come
pilota civile dell’Alitalia e per svariati anni è stato comandante di Boeing
747.
L’adolescenza in Sicilia ha fortemente segnato le
prime prove letterarie di Claudio e si può constatare l’ininterrotta attività
che ha visto i primi frutti nel 1997 proprio con il saggio “L’inconcepibile
esercizio” edito nella rivista di psicoterapia e psichiatria “Il sogno della
farfalla”.
Successiva di un anno, nel 1998, è uscita la sua prima
silloge poetica “Visita in città” con Nuove Edizioni Romane, nel 2002 per
Edizioni La camera verde è uscita “La casa sol terrazzo”, nel 2005 “Ulàn
Batòr” per Edizioni Helicon, nel 2007 “Trafficante di colori” per
Edizioni LietoColle, nel 2012 “Il principio di non contraddizione” per
Manni Editore, e nel 2018 con Macabor Editore il romanzo “Il Capitano di
Bastur”.
A.M.: Salve Claudio, sono lieta di questo nuovo
incontro. Nel 2018, in una nostra intervista, hai parlato di un possibile
ritorno alla poesia ed invece ti ritrovo con una pubblicazione di un saggio
filosofico. “L’inconcepibile esercizio” è stato, infatti, pubblicato per la
prima volta nel 1997, perché hai deciso di riprendere in mano il lavoro?
Claudio Alvigini: Cara Alessia, intanto permettimi di
ricambiare, anch’io sono lieto di questo nuovo incontro, il ricordo delle tue
belle domande su “Il capitano di Bastur” edito da Macabor, è ancora vivissimo.
Mi chiedi perché ho deciso di riprendere in mano un lavoro di più di 20 anni
fa. Era uscito, infatti, nel 1997, nobilitato dall’accoglienza nelle belle
pagine della raffinata rivista di psicoterapia e psichiatria “Il sogno della
farfalla” che si avvaleva allora come oggi dell’elaborazione teorica di Massimo
Fagioli. Mi chiedi come venne quel titolo che, anche a distanza di anni,
continua a piacermi assai. Fu un giorno lontano, un decollo assai mattutino da
Addis Abeba; ricordo uno strato compatto e uniforme di nubi che si stendeva a
perdita d’occhio. Una smisurata coperta immobile e sospesa a poche decine di
metri da terra, pronta a posarvisi da un momento all’altro, non so se per
difenderla così dal freddo del mattino o per… soffocarla. C’era quel tanto di
visibilità orizzontale che consentiva il decollo. Iniziammo così la nostra
corsa sulla pista, con, sulla testa quel tappeto volante e senza fine di nubi
che schiacciava la terra… a terra. Ed ecco, un attimo dopo la rotazione, giusto
quel mezzo secondo necessario ad attraversare in accelerazione quello strato e
ci trovammo proiettati, sbucammo, irrompemmo in un delirio di luce e di sole. E
il nostro giorno (il nostro destino?) cambiò. Sulla terra sotto di noi e su
coloro che su di essa si aggiravano, rimase quella buia incombente coperta, la
loro giornata non cambiò, non so del loro destino… Pensai all’assurdità
dell’esercizio del volo e forse fu proprio allora che il termine
“inconcepibile” cominciò a farsi strada in me. All’Inconcepibile esercizio ero
e sono legatissimo; con esso, infatti, tentai di penetrare il centro nascosto,
il cuore segreto di quello che per anni e anni è stato il mio mestiere e che,
pensavo, “sentivo” non essere stato ancora sufficientemente e correttamente
“indagato”. Tieni presente poi che “L’inconcepibile” è stato anche il mio primo
lavoro pubblicato. Dunque amore grande. L’idea di scrivere sul volo l’avevo in
mente da tempo; la spinta definitiva mi venne da un fortuito colloquio con
Massimo Fagioli. Si parlò del volo mi chiese qualcosa. Poi buttò lì una di
quelle sue apparentemente semplici quanto geniali e definitive frasi… “Vedi”,
mi disse, “il problema del volo è che è disumano…” Testuale. Rimasi allo
stesso tempo fulminato e illuminato. Mi aveva suggerito la strada, avevo finalmente
in mano il bandolo della matassa.
Come dicevo, a mo’ di bella addormentata nel bosco,
l’Inconcepibile dormiva un sonno profondo e apparentemente definitivo; nessun
principe nei dintorni che potesse risvegliarlo. Accadde che, in occasione della
prima presentazione in Calabria de “Il Capitano di Bastur”, m’incontrai con
Bonifacio Vincenzi e gli consegnai una copia dei miei lavori precedenti,
poesie, racconti e questo lavoro su cui mi intervisti. Gli editori, si sa, sono
molto occupati e Bonifacio non fa eccezione alla regola, anzi! Poi un giorno,
per chissà quale fortunata combinazione astrale, ha avuto il tempo e la
curiosità di leggere il lavoro in questione (anche se, te lo posso confessare,
aspetto ancora che legga il resto…). Come lui stesso mi ha confessato, ne restò
molto colpito e mi disse subito che lo avrebbe pubblicato con entusiasmo nella
preziosa collana di saggi “Noisette” della Macabor. Dunque, cara Alessia io non
ho deciso nulla, ho solo risposto all’entusiasmo di Bonifacio. E, permettimi di
dirlo, è stato il modo migliore di rimettere mano a quel lavoro, il modo più
auspicabile, rispondere all’interesse sincero di qualcuno, all’entusiasmo…
giovanile di Bonifacio. (Dovendo lui, nello specifico del mio esempio,
rappresentare il principe che sveglia la bella addormentata dal suo invincibile
sonno, il termine “giovanile” mi sembra più che mai adatto… Lui mi perdonerà −
spero −). Sapevo che quel vecchio lavoro aveva una sua originalità, sapevo
quanto mi era costato e che anche in esso, come ne “Il Capitano di Bastur”
c’era una spremuta di vita ma, sinceramente, pensavo che nulla avrebbe potuto
interromper il suo sonno. Puoi dunque immaginare con che gioia abbia accettato
la proposta di Bonifacio; una conferma del mio rapporto con lui, un rapporto
che, fino ad ora e facendo i debiti scongiuri, confermo essere quello ideale
che ciascun autore sogna di avere con il proprio editore. Ho naturalmente
apportato diversi cambiamenti al testo, non tanto nella sua sostanza, che
rimane la stessa, quanto nella forma utilizzata: le note, che erano tantissime
e avevano la stessa dignità del testo e che, nella versione originale e grazie
alle dimensioni della rivista stavano a fondo pagina, sono entrate a far parte,
con piccoli accorgimenti, del testo. E qui, un grazie di cuore va all’amico
Pietro de Simoni per avermelo suggerito. Come un grazie sincero va all’amico
Carmelo D’Angelo per le infinite riletture cui lo ho sottoposto. È stata
un’emozione anche per me rileggerlo, ricordare le fatiche e le ricerche, le
varie biblioteche visitate e i miei stati d’animo di allora, in primis la
grande emozione che la scoperta della straordinaria storia del sarto di Ulm mi
procurò e che divenne lo snodo centrale di tutta la narrazione. La storia del
sarto impone all’Inconcepibile una decisa accelerazione, uno slancio
immaginifico e bello come immaginifico e bello fu il sogno di Albrecth Ludwig
Berblinger (questo era il nome del sarto), la sua “follia”: il volo umano!
A.M.: La dedica del saggio recita: “Vi sono stati
in tutti i tempi dei grandi ingegni/ che hanno avuto questa pazzia in capo”.
Di chi è la citazione?
Claudio Alvigini: La citazione è di Carlo Moretti, abate
e bibliotecario all’Ambrosiana di Milano cui era affidato il delicato incarico
di custodire e preservare i libri Sul volo di Leonardo da Vinci. Quelle sue
parole mi sembrarono il modo migliore di iniziare il lavoro. Siamo negli anni ‘80
del 1700. È stata una delle tante felici scoperte dei due e più anni di lavoro
per preparare L’inconcepibile e che mi hanno visto peregrinare tra le
biblioteche di mezza Italia e anche all’estero. Profittavo degli scali dei miei
voli e, se avevo un giorno libero o anche mezza giornata, spendevo quel tempo
nelle locali biblioteche cercando materiali per l’Inconcepibile. All’Ambrosiana
di Milano, fondata dal Borromeo nel 1607 e che è stata la prima biblioteca
pubblica italiana, ho fatto questa scoperta (sono passati molti anni e spero di
non sbagliarmi e di ricordare bene), è lì che si trova anche il Codice
Atlantico di Leonardo, meraviglia difficilissima da consultare e da me
utilizzata nell’Inconcepibile. Molte ricerche le ho fatte (e molte cose le ho
trovate) nella biblioteca nazionale di Roma, ma stranamente un libretto
Feltrinelli del 1991, Leonardo l’uomo e la natura, a cura di M. De Micheli, si
è rivelato preziosissimo, direi fondamentale.
Libretto che − intuizione non cosciente? − mi regalò allora mia figlia
Elda, del tutto ignara di ciò cui stavo lavorando.
A.M.: Come ben scrivi nel saggio, i tentativi umani
di volare sono documentati dal Medioevo ma scorrendo nella mitologia greca si
deve forzatamente passare da Dedalo e da suo figlio Icaro. Perché l’uomo, ribellandosi
al peso del corpo, guarda in alto e si ingegna per alzarsi in volo?
Claudio Alvigini: Forse perché l’uomo, come dice Fagioli,
appartiene a “… una specie animale che ha per sorte una fantasia, ha per
sorte un’intuizione e una conoscenza della propria soggettività precaria, della
propria corsa verso la morte…” Perché c’è sempre un oltre, Alessia, c’è
sempre un nuovo viaggio, nuovi rapporti, nuove conoscenze; si può sempre fare
di più e fare meglio, correggere gli errori di navigazione della vita e dirigersi
verso terre, o cieli, che mai avremmo creduto di poter raggiungere. Il volo è
libertà totale e forse eccessiva, esercizio… inconcepibile e misterioso, atto
empio, acquisizione superba di una dimensione che non attiene all’uomo, alla
sua antropologia, furto agli dei. È “disumano”, appunto. Ed è stato solo l’uomo
a ribellarsi al peso del corpo, non gli animali (sì, sì, è vero, gli uccelli
volano ma è la loro condizione naturale…). Perché, se è vero che l’uomo ha
mille limiti − a partire dal peso del corpo per arrivare alla finitezza della
vita − la sua curiosità, la sua ansia di sapere, la sua fantasia non ne hanno.
Naturalmente qui ci riferiamo a quei pochi che, con il loro coraggio, hanno di
volta in volta rifiutato il sapere attuale, hanno infranto le regole,
rivoluzionato il pensiero, Copernico, Giordano Bruno, Leonardo, Einstein cioè,
Fagioli in epoca più recente. Certo, come quest’ultimo dice, schierarsi contro
la cultura dominante, rifiutare i maestri del pensiero… richiede indubbiamente
coraggio…
A.M.: Impeccabile il passaggio da Claudio Tolomeo a
Niccolò Copernico passando per il “De Rerum Natura” di Lucrezio: “L’animo
infatti richiede di conoscere a pieno, essendo infinito lo spazio oltre i muri
del mondo, cosa esista lassù, dove intenda scrutare la mente, dove il libero
balzo dell’animo voli spontaneo”. Perché per più di tredici secoli non si è
riusciti a riesumare le teorie del filosofo Aristarco di Samo?
Claudio Alvigini: La domanda è molto interessante, c’è
proprio da chiedersi perché è passato così tanto tempo e, contemporaneamente,
come fu che Aristarco, che tu opportunamente citi, in un tempo così remoto
seppe spingersi così lontano, essere così moderno. Forse mi sbaglio, forse, per
quel che riguarda il pensiero dell’uomo, attribuisco troppa influenza
(negativa) alla religione, ma un pensierino su politeismo e monoteismo lo
farei. Aristarco fiorisce nel terzo secolo a. C. C’erano gli dei burloni e
vendicativi, Eolo cacciava fuori i venti dai suoi otri, Giove scagliava saette
e seduceva giovani donne, Giunone ce l’aveva a morte con Enea e aiutava Ulisse.
Ma, nell’ingenuità della rappresentazione antropomorfa, tutti quei dei
lasciavano l’uomo un po’ più libero, ognuno adorava quello che voleva o gli era
più simpatico; nella Roma imperiale convivevano culti diversissimi, orientali,
dell’Egitto, portati da terre lontane dai soldati che tornavano. Una grande
tolleranza tra questa miriade di rappresentazioni e, credo, un’aria più
leggera. Tanto leggera che permise ai presocratici, con l’acqua, il fuoco,
l’aria, la terra di cercare oltre quegli stessi dei… Poi ci fu Costantino (mi
si perdoni la brutale sintesi), la religione cristiana fu prima accettata poi
nel 380, con Teodosio, divenne religione di stato. Nacque il dio unico, il
monoteismo. E qui non c’è lo spazio per discuterne, ma un dio unico, al di là
della benevola − almeno a parole − comprensione e pacifica convivenza, porta
con sé l’idea, tanto nascosta quanto profonda, che solo esso, essendo l’unico,
è quello giusto e vero; gli altri no. Con tutte le tragiche conseguenze cui
nella Storia e, purtroppo, anche nella nostra epoca assistiamo… Poi, certo,
mettiamoci anche il buio della caduta dell’Impero, le invasioni dei “Barbari”,
i saccheggi e le distruzioni e poi l’anno mille, l’attesa della fine del mondo.
Le eclissi che sconvolgevano e generavano angosce profonde, le malattie, la
peste e la sifilide… L’attaccamento alla legge del padre Platone o del padre
Aristotele o del padre Tolomeo degli intellettuali di allora divenne sempre più
forte. Essi, infatti, temevano che, perdendo ciò in cui loro, la chiesa e
tutti, credevano, avrebbero perso il loro potere e quindi… anche la loro
privilegiata posizione di assistiti e beneficiati dal signore di turno. Forse
un pensiero sul perché ci sia voluto tanto tempo per scardinare il mondo di
Tolomeo, può condurci a qualche considerazione su Colombo e sulla scoperta
delle Americhe. Fagioli osservava che una dilatazione così clamorosa e
lacerante dello spazio fisico, dello spazio esterno, costrinse l’uomo a
dilatare il proprio spazio interiore, ad avere un animo più ampio che potesse
contenere la nuova immagine del mondo che le scoperte della navigazione
marittima imponevano. I tempi grossomodo coincidono, Leonardo fa i suoi studi sul
volo intorno al 1505, Copernico elabora le sue teorie nei primi del 500 e
comincia ad esporle nel 1515, l’America era stata scoperta, l’immagine del
mondo aveva già, come dire, rotto gli argini…
A.M.: “La luna densa e grave, come sta la luna?”
Claudio Alvigini: La luna pesante e compatta come fa a
reggersi? Come mai, assieme agli astri e alle stelle non precipita sul capo
dell’uomo annientando ogni cosa? È la bellissima domanda che si poneva Leonardo
ed è, secondo una geniale interpretazione di cui nell’Inconcepibile dò conto,
il riecheggiamento, nella maturità, delle immagini del bambino Leonardo
sdraiato sulla culla in quelle calme, dense e limpide notti d’estate, col viso
rivolto al cielo, ad osservare... (Leonardo passò in campagna il primo lustro di
vita). Poi c’è il fascino e lo sgomento che la luna, piazzata lassù,
apparentemente a portata di mano, bianca e fredda ha sempre esercitato ed
esercita sull’uomo, c’è Leopardi e… c’è Armstrong, il comandante Armstrong che,
primo uomo nella Storia, calca il suolo lunare.
A.M.: Il 20 luglio 1969 è la fatidica data
dell’allunaggio ad opera di Neil Armstrong. Ma già dal 1976 si è iniziato a
parlare di un finto atterraggio sulla Luna da parte degli americani. Il primo
che ne parlò fu Bill Kaysing nell’opuscolo autopubblicato “We Never Went to the
Moon”. Perché, secondo te, la teoria del complotto ha avuto così tanto successo
sino ad arrivare ai nostri giorni?
Claudio Alvigini: Ed eccoci al 20 luglio del 1969, l’uomo
mette piede sulla luna. Domando che sembra spezzata in due questa, dalla data
fatidica si passa subito alla contestazione dell’evento, al finto allunaggio,
al complotto. Non credo che la teoria del complotto abbia avuto poi tanto
successo in questo caso, non credo cioè che sia così diffusa; alcuni la
sostengono, ne parlano, ci fu anche un film mi pare. Io ho letto molto sul
programma di conquista dello spazio, sull’addestramento degli astronauti, sulla
conquista della luna, sul “dopo” delle loro imprese. Conosco molti aneddoti. Potrebbe
essere interessante, dopo aver parlato del sarto di Ulm, parlare del… barbiere
di Armstrong. Il comandante si accorse che quando gli tagliava i capelli, il
suo barbiere li raccoglieva da una parte con una cura eccessiva che lo
insospettì. Scoprì poi che li metteva in certi vasetti che vendeva a qualche
centinaio di dollari l’uno; erano pur sempre i capelli del primo uomo che era
stato sulla luna!... Dovette cambiare barbiere. La moglie racconta che dopo
l’allunaggio si sia chiuso in un silenzio lungo tre anni… Un suo sospiro,
diceva, era una parola e un suo cenno o una delle rarissime parole che comunque
pronunciava, un intero discorso. A proposito, quanti sanno che Armstrong è
morto qualche anno fa per una banale operazione di bypass mal condotta? Il
primo uomo ad essere stato sulla luna muore per un caso di mala-sanità e
nessuno, o pochissimi, ne sanno qualcosa…
Domandi perché si creda al complotto. Non so rispondere
con esattezza, ma un’idea ce l’ho e nell’Inconcepibile, tra le righe, è
contenuta. Qui potrei accennare brevemente ad un’impresa “eccessiva” per i
tempi in cui avvenne, “inconcepibile”, per restare in tema. Dalla quale ci si
difende cercando di farla sparire (anche qui la teoria fagioliana mi è di
fondamentale aiuto). E quale maniera migliore per ottenere questo scopo di
quella rappresentata dal complotto? Quell’impresa era eccessiva? Bene, diciamo
allora che fu solo mimata e mai realmente avvenuta, parliamo, scriviamo di un
complotto, facciamola sparire. Poi, sai, alcuni credono alle scie cosmiche o
come diavolo si chiamano, altri agli extraterrestri che sono già tra noi o che
li hanno anche rapiti e con i quali hanno fatto persino dei figli. Infine ci
sono quelli che credono che la terra sia piatta, i terrapiattisti, ultimamente
alla ribalta. Perché meravigliarsi allora se qualcuno dice che sulla luna non
ci siamo mai andati? Io faccio parte di coloro che non credono al complotto, ma
una piccola considerazione sul complotto può essere comunque fatta. Da una
parte un atteggiamento critico serve, la cosiddetta controinformazione
necessaria ed essenziale per non farsi abbindolare da false notizie – argomento
questo, grazie ai social e a internet, più attuale che mai – dall’altro la
tendenza a vedere complotti d’ogni parte, potrebbe nascondere, sotto
insospettabili spoglie, una voglia di conservazione, una forma di opposizione a
quanto di nuovo può scardinare il vecchio mondo e il vecchio modo di pensare.
Ogni caso comunque, va valutato a parte, non si può generalizzare. Era un
complotto dire che la strage di Piazza Fontana era stata causata dagli
anarchici, fu allora importantissimo dirlo che era un complotto, rifiutare la
falsa verità sparata a nove colonne sui quotidiani. La contro informazione fu,
nell’occasione, sacrosanta. Non credo che si possa sostenere lo stesso per quel
che riguarda l’allunaggio del ‘69. Del resto si sta programmando un ritorno a
breve sulla luna da parte degli americani e forse dei cinesi, ricordo che ci
sono un paio di jeep con cui, nelle missioni che seguirono all’Apollo 11, gli
astronauti scorrazzavano lassù. False anche quelle? Se saranno ritrovate, assieme alla bandiera
che lasciò Armstrong, cosa diranno gli scettici? Senza parlare poi di quelle
centinaia di chili di roccia lunare che sono osservabili tutt’oggi e gli
infiniti filmati. Ne è stato presentato
uno che dicono formidabile e mai visto prima sull’intera impresa, il mese
scorso a Zurigo (era presente il quasi novantenne Aldrin, pare più in forma che
mai, secondo uomo a calcare il suolo lunare); uscirà a settembre in Italia. C’è
poi da considerare l’attenzione spasmodica con cui le reti radar e
l’intelligence russa hanno seguito ogni passo della vicenda, se ci fosse stato
imbroglio ed inganno vi sarebbero balzati sopra come un sol uomo. Ripensiamo a
quegli anni: si era in piena guerra fredda, la Russia, dopo lo Sputnik del 1957
che, volteggiando ben visibile nel cielo americano, si prendeva gioco di
un’intera nazione con i suoi beep-beep ad ogni passaggio (circa ogni ora e
mezza), dominava la competizione spaziale. Sembrò averla definitivamente vinta
con l’impresa del 1961 del ventisettenne Yuri Gagarin, primo uomo in orbita
attorno alla terra. L’America doveva rispondere in qualche modo, va tenuto
infatti presente che la supremazia nella corsa allo spazio era sinonimo, in
quegli anni, di dominio mondiale. Nel 1962, in un celebre discorso, Kennedy,
per recuperare il terreno perduto, lanciò il decennio della luna e promise che
nei prossimi dieci anni l’America avrebbe portato un uomo sulla luna e lo
avrebbe riportato a terra. Partì la più colossale cooperazione tecnico
industriale che la storia abbia mai visto. Milioni di contratti, di moduli, di
simulatori, costruzione di Hangar giganteschi, selezione tra i migliori piloti
americani per scegliere gli astronauti, lo straordinario addestramento cui
furono sottoposti, il diario che molti di loro hanno tenuto. Tutti d’accordo
nella grande recita? Tutto un bluff?
A.M.: Questa nuova fiducia posta su Macabor Editore è
prova di affidabilità della casa editrice?
Claudio Alvigini: O.K., torniamo… sulla Terra. Credo che,
in quanto detto nei punti precedenti, sia già contenuta una risposta. Posso
aggiungere che siamo di fronte, in questo caso, al rovesciamento delle parti, è
l’editore a spingere l’autore, a proporgli la pubblicazione… Altro che
affidabilità Alessia! Auguro alla Macabor ogni successo, perché lo merita come
nessun altro, perché è una casa editrice che ama ancora il bello, lo cerca e lo
stimola. La mia stima e amicizia con Bonifacio, consolidata da interminabili
telefonate tra Lisbona e Francavilla Marittima (in genere lo colgo mentre sta
cucinando e gli faccio bruciare tutto...) è oramai consolidata, la passione con
cui fa il suo lavoro, il suo disinteresse, mi fanno pensare che anche oggi,
nonostante si cerchi solo il danaro ed il successo a poco prezzo e con poca
fatica, sia possibile fare bene le cose in cui si crede, seguire la propria
strada infischiandosene di dove vanno gli altri, perseguire la propria idea, il
proprio sogno, proprio come fece il sarto di Ulm. E, a proposito del sarto,
l’entusiasmo di Bonifacio per questa dimenticata eppur storica figura è stato
tale che ha deciso di dare alla rivista di poesia che si appresta a pubblicare
(e questa è una vera anticipazione!) proprio questo nome: Il sarto di Ulm.
A.M.: Hai già il programma delle presentazioni estive
de “L’inconcepibile esercizio”?
Claudio Alvigini: La pubblicazione dell’Inconcepibile, mi
ha come sorpreso, tutto, da un certo momento in poi si è svolto molto
rapidamente e dunque le presentazioni le stiamo organizzando solo ora. Penso
quindi di fartele sapere e renderle pubbliche quanto prima.
A.M.: Mi è rimasta la curiosità sul tuo ritorno alla
poesia: in quest’ultimo anno sei stato visitato dalle Muse?
Claudio Alvigini: Sì, cara Alessia, e ancora una volta
grazie della tua attenzione e sensibilità; qualcosa è accaduto, qualche musa si
deve essere smarrita finendo così sulle soglie dell’Atlantico; lì ci siamo
incontrati.
A.M.: Salutaci con una citazione…
Claudio Alvigini: Ripensavo al sarto di Ulm, a Bonifacio,
a come intende il mestiere e la vita, a come la intendo io la vita, ripensavo
alle tue domande e continuava a venirmi in mente una citazione apparentemente
semplice ma, a guardar bene, profondissima e tale da segnare un discrimine tra
gli uomini: “Bisogna spendere i soldi per la vita, non la vita per i soldi.”
Indovina un po’ di chi è?
A.M.: Ora ho finalmente compreso perché Mnemosýne ha
lasciato i monti della Pieria: sta cercando una delle sue adorate figliuole! Ti
ringrazio, Claudio, per la tua gentilezza nell’accogliere le mie domande e per
il tempo che hai dedicato. Questo caro amico sarto che spese ogni suo denaro
per un prototipo di deltaplano e che morì di malnutrizione nel 1829 − dopo aver
donato il suo grande ingegno ad Ulm − è stato celebrato dal drammaturgo e poeta
tedesco Bertolt Brecht. Saluto, dunque, con due strofe della favola allegorica “Il
sarto di Ulm”: "Vescovo, so volare",/ il sarto disse al vescovo./
"Guarda come si fa!"/ E salì, con arnesi/ che parevano ali,/ sopra la
grande, grande cattedrale.// Il vescovo andò innanzi./ "Non sono che
bugie,/ non è un uccello, l'uomo:/ mai l'uomo volerà",/ disse del sarto il
vescovo.”
Written by Alessia Mocci
Photo Claudio Alvigini by Barbara Ledda
In copertina foto di Claudio Alvigini ventenne
Info
Sito Macabor Editore
http://www.macaboreditore.it/home/
Acquista “L’inconcepibile esercizio”
https://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-products-listing/product/84-l%E2%80%99inconcepibile-esercizio
Facebook Macabor Editore
https://www.facebook.com/Macabor-Editore-232652587202894/
Articolo The Guardian Bill Kaysing
https://www.theguardian.com/science/2019/jul/10/one-giant-lie-why-so-many-people-still-think-the-moon-landings-were-faked
Fonte
http://oubliettemagazine.com/2019/07/17/intervista-di-alessia-mocci-a-claudio-alvigini-vi-presentiamo-il-saggio-linconcepibile-esercizio/
Intervista di Alessia Mocci a Francesco S. Mangone: vi presentiamo La spazzola dell’ingegnere
“Furore prende il
titolo dal grande romanzo di John Steinbeck, uscito nel 1939; leggendolo si
capisce come la crisi umana, sociale e politica di quegli anni assomiglia alla
disperazione dell’oggi. Il romanzo sociale è tale perché rimette al centro la
vita delle donne e degli uomini in carne e ossa, in questo tempo dello
spettacolo e della finzione.”
– Francesco S. Mangone
Francesco Siciliano
Mangone è nato e vive a Trebisacce sul golfo di Sibari. È stato docente nelle Medie e presso il
Liceo della sua cittadina. Ha collaborato con la redazione della rivista
letteraria “La colpa di scrivere” e successivamente nel “Fiacre n° 9”.
Per anni, come
volontario nell’associazione Passaggi, ha insegnato ai migranti ed ancora conduce un laboratorio teatrale di
giovani e anziani.
Le sue passioni sono i libri, la barca a vela, le api, ed ultimamente
l’orto e le sue coltivazioni. Ha pubblicato romanzi, raccolte di poesie e
saggi. Ricordiamo “Schnellboot s-57” (Aljon, 2009), “Jonion” (Robin Edizioni,
2011), “1961, Le vacche di Fanfani” (Robin Edizioni 2012), “Misura minore” (Pungitopo
Editrice, 2016), “Il maestro illecito” (Robin Edizioni, 2018).
Con l’associazione
culturale il Musagete di Bonifacio Vincenzi ha partecipato alle tante iniziative svolte sul territorio e
recentemente ha preso l’incarico di condurre la neo collana della casa editrice
Macabor Editore “Furore
– il romanzo sociale”. La collana è
inaugurata proprio con un romanzo di Francesco S. Mangone: “La spazzola dell’ingegnere”.
A.M.: Salve Francesco è un piacere poter dialogare
con lei per presentare ai lettori due novità della casa editrice Macabor
Editore. Partendo dalla prima: com’è nata la collaborazione con l’editore
Bonifacio Vincenzi per la creazione della collana di narrativa “Furore – il
romanzo sociale”?
Francesco S. Mangone: Grazie Alessia, con Bonifacio
Vincenzi ci conosciamo da anni, dapprima che diventasse editore. Con lui,
fondatore dell’associazione il Musagete, per anni abbiamo fatto tantissime
cose, dalla promozione del libro, serate dedicate all’arte, alla cultura, in
giro per i paesi calabro-lucani intorno al Pollino. Successivamente a gestire
la rivista letteraria “La colpa di scrivere” e in seguito con “Il fiacre n° 9”.
Anni di passione e formazione. Qualche mese fa ci siamo rivisti e gli ho
proposto di pubblicare “La spazzola dell’ingegnere”, ma di farlo in una collana
apposita, che avesse il profilo del romanzo sociale. E lui subito mi propose di
occuparmene. Così venne fuori l’idea di Furore. Prende il titolo dal grande
romanzo di John Steinbeck, uscito nel 1939; leggendolo si capisce come la crisi
umana, sociale e politica di quegli anni assomiglia alla disperazione
dell’oggi. Il romanzo sociale è tale perché rimette al centro la vita delle
donne e degli uomini in carne e ossa, in questo tempo dello spettacolo e della
finzione. All’inizio del terzo millennio, furono dati per finiti la storia e i
conflitti sociali che lacerarono il Novecento. In questa visione, anche l’opera
d’arte doveva ridursi a una questione di linguaggio, di stile. Ridurre i
contenuti a un semplice gioco letterario. Non è così. Vedi, ritornano i drammi,
gli orrori, la necessità della Storia, per capire.
A.M.: La seconda novità di cui mi piacerebbe parlare
è l’uscita del primo romanzo della collana “La spazzola dell’ingegnere”.
Francesco S. Mangone: Il titolo trova soluzione
nell’esergo di W. Benjamin. Laddove la visione storicistica vede una linearità
crescente del progresso in un determinismo teleologico, l’ingegnere Carlo
Sarracini, seguendo il filosofo tedesco, racconta (spazzola) la storia non dal
lato dei vincitori ma da quello dei perdenti, degli ultimi (di contropelo,
cioè). Nel romanzo si parla dell’inganno della fabbrica negli anni ’50 al Sud,
del suo lato oscuro, e della sottomissione dell’uomo alla “macchina” fordista,
mentre si pone la questione della nascita della dualità italiana. (L’attualità
anche in questo caso è evidente. In questi giorni, il governo sta per varare la
cosiddetta autonomia fiscale delle tre regioni più ricche d’Italia.) Si
continuano a ribadire le politiche che separano l’Italia. Nel tempo si è fatto
del Nord una macroregione ricca, sviluppata ed europea, e dell’Italia di giù
una terra di mafie, di servitù militari, mercato del lavoro; di briganti ed
emigranti. I buoni al Nord e i cattivi al Sud. Il romanzo raccoglie e struttura
questa complessità, per ricordarla. Quando lavoro a un romanzo so che è solo
una tessera di un più complesso metaromanzo. In questo modo scrivo
contemporaneamente più cose, mentre leggo e prendo appunti su altre storie e
personaggi. Impiego anni per scrivere. Da questa massa di scrittura viene fuori
il romanzo e io con loro. Vivo e cresco leggendo e scrivendo. Spesso sono i
personaggi o le maschere che mi indicano direzioni, dove andare. La scrittura è
spostare la dicibilità e la visibilità del mondo, del mio tempo.
A.M.: Il romanzo è ambientato in Calabria ma possiamo
ben affermare che racconta una realtà che si è verificata in varie regioni
d’Italia. Quel “Fare il Sud come il Nord”
è la promessa di benessere che non è stata mantenuta e “l’utopia di strada” è la soluzione comunicativa dell’ingegnere Carlo
Sarracini. “Procedere a piedi. Sentire il
corpo abitare gli spazi. Deambulare. […] Vedere d’intorno il lavoro e la cura
che ebbero gli avi.”
Francesco S. Mangone: “Fare il Sud come il Nord” è un
inganno. Una frase a effetto usata dai politici d’accatto. Non vale forzare,
imitare. Bisogna partire dalla cultura e dalle radici d’un popolo, di là si
parte per migliorare. Sapere del genius loci che accompagna le eccellenze
intime e speciali dei luoghi. Assecondare le vocazioni, mai più la speculazione
e lo sfruttamento, ma la Cura. In molti pensano che vale invece vendersi
l’anima. Sarracini viene deluso dalla fabbrica e dal consumismo che porta, così
opera quella inversione che sarebbe necessaria a noi singolarmente e
collettivamente. È un passaggio dall’io individualistico e nichilista al noi
della comunità solidale e inclusiva. Dal basso dice Sarracini, dai “giovani
innamorati dell’ambiente”. L’utopia di strada viene da sé, significa porsi
sullo stesso piano dell’altro da noi. S’incontra l’altro non solo per aiutarlo,
ma anche per imparare da lui.
A.M.: Carlo Sarracini è solito dire: “La morte, quando Nostro Signore vorrà, non
mi troverà di certo indifferente e in ozio… ma nel pieno del mio essere
cristiano”. Quando l’esser cristiano di Carlo è divenuto “un soggetto storico pronto ad accogliere il
messia, la rivoluzione”?
Francesco S. Mangone: Non mi sento un credente, ma
leggendo i Vangeli ho compreso la carica rivoluzionaria che c’è ancora in
quegli Annunci. Mi hanno colpito i riferimenti al corpo degli ultimi. Corpi
ammalati, folli, impazziti e piagati dalla miseria, e così via. Da quella
prassi, credo, Cristo abbia imparato ad amare la fragilità dell’uomo. Ne è
caduto follemente in amore. “Il maestro illecito” (Robin Edizioni), il romanzo
precedente uscito la scorsa estate, parla del maestro Rolando dell’A, lui,
laico reduce dal Maggio ’68, che insegna italiano ai migranti tra la miseria e
la violenza nella Piana di Sibari. In quel caso le premesse sono differenti, ma
l’umanità messa in campo identica. Per Sarracini, di cultura e formazione
cattolica, è essenziale la concordanza tra lettura dei vangeli e la propria
vita. Ma attenzione, non è un mero formalismo il suo: apre qualità nuove di
resistenza. Sarracini ha imparato che solo quando il tempo diventa storia e
l’anima si concilia con il corpo si apre la possibilità d’una inversione. Lui
l’ha sperimentato. Curiosamente Sarracini “incontra”, senza saperlo, Walter
Benjamin ed Ernest Bloch.
A.M.: “La spazzola dell’ingegnere” porta avanti una
tematica calda anche se inizia il suo racconto nel 1990 quando la motonave
Jolly Rosso si è insabbiata in zona Formiciche. Infatti, anche se il processo
che indaga sull’avvelenamento della vallata del fiume Oliva è stato formalmente
chiuso nel 2017, recentemente è stato riesumato in Corte d’Appello d’Assise a
Catanzaro. Forse quella sentenza di due anni fa che proclamava l’assoluzione di
tutti gli indagati è stato un ulteriore maltrattamento dei calabresi? C’è
possibilità che la giustizia corra il suo corso? E com’è la situazione odierna
visto il meteo incerto di questa primavera?
Francesco S. Mangone: Le cosiddette “navi a perdere”,
“carrette del mare” o “navi dei veleni” sono l’argomento d’un altro mio romanzo
“Jonion” del 2008. Dentro questa storia c’è l’alleanza tra malavita del Sud e
industriali del Nord. Sono temi scandalosi, difficili da accettare. Oggi questa
storia sembra finita. Ma si sa che le nuove discariche sono diventate zone del
mondo a bassa capacità di controllo democratico. Sono vicende che nei nostri
media vecchi e nuovi, restano sfrangiate, sempre nuove. Occasione di
chiacchiericcio, con noi a stupirci e impotenti. Ecco il limite del giornalismo
o dei talk show televisivi. Restano frammenti e mai che si riesce a mostrare la
razionalità che presente in noi li fa accadere (Sì, perché noi non siamo
innocenti). È diffusa invece da qualche tempo una sorta d’irrazionalità che fa
sembrare l’accadere come colpa d’un destino cinico e baro. In cui forse la magia
o le affezioni salvifiche sono demandate all’uomo solo al comando, che ci salva
e libera. A complicare le cose le sentenze della magistratura, che anch’esse
arrivano in ritardo oppure si contraddicono a secondo dei livelli di giudizio.
Intercorre una crisi più generale che è quella della verità. Sembrerebbe che la
stessa Magistratura resti nel guado d’un mutamento del diritto e che non riesca
a produrre chiarezza sui ciò che bisogna intendere per “giustizia”. Sarebbe
necessario perciò ricostruire, affidarsi a un nuovo pensiero critico,
restituendo alla ragione e alla cultura il primato che ora sembrano aver perso.
Ma si sa che poco può fare la magistratura se deve supplire la politica e la
coscienza della gente.
A.M.: Ma oltre al Cesio 137, nel romanzo si racconta
della diossina TCDD che, il 10 luglio 1976, fuoriuscì dall’azienda ICMESA di
Meda ed investì una vasta area dei comuni adiacenti toccando particolarmente
Seveso e delle 40 tonnellate di MIC (isocianato di metile) della multinazionale
statunitense Union Carbide (oggi proprietà di Dow Chemical) che, il 3 dicembre
1984 nella città indiana di Bhopal, provocarono la morte di un numero ancora
non chiaro di vittime (alcune agenzie governative parlano di 15.000). Quando si
avrà modo di punire i colpevoli?
Francesco S. Mangone: Di questi disastri parla il
romanzo. Le cose dal mio punto di vista non sono cambiate. Il Cesio 137, la
diossina e i tanti veleni che a profusione immettiamo nei nostri circuiti
alimentari e di vita restano conosciuti e chi avrebbe il compito di intervenire
non lo fa. Sarracini con il giovane Greg Malari sono protagonisti
nell’informazione e controinformazione su queste sciagure. Ma ad entrambi tocca
fare un lavoro oscuro nell’indifferenza. Come il romanzo, Sarracini non si
piega all’ignavia. Col tempo diventa una sorta di megafono della verità, dal
basso. Andando per le strade a realizzare l’utopia vera, non quella minestra
cucinata dall’alto. Così si ispira al Cristo, ma anche allo stesso Mao della
lunga marcia. Ma la crisi attuale è qualcosa di molto più grave e decisiva. Le
multinazionali della chimica hanno potere immenso e producono qualsiasi cosa
pur di ottenere il profitto del capitale investito. Non ci resta che insistere.
Sapendo che oltre c’è l’indifferenza. La cosa folle del pensiero corrente è che
nelle crisi ci si rimanda sempre al futuro, alla tecnica. E con la tecnologia e
gli algoritmi si sostituiscono le scelte umane e si indeboliscono le sue
capacità di giudizio. L’impotenza di punire i colpevoli corrisponde all’impossibilità
di risalire e giungere al dominus d’una tale razionalità. Non si tratta di
singole persone, dunque, ma d’un sistema logico astratto che tutto tiene:
potenti e deboli, vittime e carnefici. S’intreccia il dominio ferreo delle
élite finanziarie ai poteri vasti delle multinazionali: il pericolo è per la
stessa democrazia e come l’abbiamo conosciuta e realizzata dal dopoguerra a
oggi.
A.M.: Quanto la gravosa questione ambientale è
sentita dalle persone? Oppure si è ancora in uno stato di alienazione tale da
non preoccuparsi perché si demanda questo problema foriero di morte alle genti
future non riflettendo sul semplice fatto che le “genti future” sono già qui e
siamo “noi del presente”?
Francesco S. Mangone: Si continua a dare segnali
contraddittori. Ci si dice che la colpa della crisi è il livello alto di vita
che abbiamo condotto, e dall’altro ci si invita a consumare, con i Governi a
promettere sviluppo. Si parla di Green Economy e si continua usare le energie
fossili e dare licenze alle multinazionali del petrolio di perforare coste,
mari e fragili territori. È un miserabile spettacolo, mentre si invoca l’uomo
forte per colpire i più poveri, i migranti, le famiglie quali responsabile del
disordine generale. A fare da grancassa i media che puntano sulle emozioni,
l’irrazionale e lo svuotamento del reale, senza andare alle radici del male.
Sarebbe necessario una visione antropologica intelligente e positiva per
tentare una presa di coscienza. L’illegalità, le mafie, la corruzione, il
disprezzo e la solitudine sembrano essere le truppe cammellate del sistema. La
cancrena che si attacca e lentamente vince. Carlo Sarracini, in un discorso a
Cetraro, la bella città sul Tirreno calabrese, parlando della nave Kunskj
affondata dalla ‘ndrangheta locale, per sollevare i cittadini, giunge ad usare
toni apocalittici sulla fine del pianeta, ma serve a poco.
A.M.: Ci sono in programma presentazioni del romanzo
“La spazzola dell’ingegnere”?
Francesco S. Mangone: Ci saranno certamente delle
presentazioni nei mesi a seguire, ma avremo modo di precisarlo meglio quanto
prima. Presso il sito della casa editrice informeremo chi sarà interessato.
A.M.: È presto per chiedere un’anticipazione sul
secondo romanzo che sarà pubblicato nella nuova collana?
Francesco S. Mangone: Bè, Sì. Abbiamo delle idee, ma è
ancora presto per decidere. La nostra intenzione è farla diventare un punto di
riferimento per scrittori che hanno in mente la storia e la lettura del
presente come storia. Mostrare lo scarto tra ideologia e vita naturale. Usando
lingua e forma non in se stesse, ma per tentare una diversa rappresentazione
della realtà. Approfittiamo perciò dell’occasione che ci concede la rivista per
invitare quanti vorranno di inviare i loro manoscritti.
A.M.: Salutiamoci con una citazione…
Francesco S. Mangone: Essendo il romanzo in un certo
senso sotto l’egida di Benjamin, ho pensato di salutarla citando da un pensiero
comune Sarracini-Benjamin: “Ogni nostra singola azione ha il ritmo della
natura messianica, perché partecipa e anticipa il regno di Dio, perciò bisogna
operare come se il Messia ci fosse da presso.”
A.M.: Francesco ringrazio per la sincerità delle sue
parole, è complesso trattare alcune tematiche, perché è complesso interessarsi
di ciò che accade – che noi uomini facciamo accadere −. Per questo motivo ho il
piacere ed il dovere di sottolineare in chiusura una sua bellissima asserzione
che sale come grido disperato pregno di coscienza: “noi non siamo innocenti”.
Saluto con il versetto 17 del Vangelo di Tommaso: “Gesù disse: − Gli uomini
certamente credono che io sia venuto a portare la pace nel mondo, ed essi non
sanno che io sono venuto a portare sulla terra le discordie, il fuoco, la
spada, la guerra. Infatti saranno cinque in casa e si schiereranno tre contro
due e due contro tre, padre contro figlio e figlio contro padre, e si leveranno
come solitari.”
Written by Alessia Mocci
Info
Sito Macabor Editore
http://www.macaboreditore.it/home/
Acquista La spazzola dell’ingegnere
http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-products-listing/product/81-la-spazzola-dell%E2%80%99ingegnere
Fonte
http://oubliettemagazine.com/2019/07/01/intervista-di-alessia-mocci-a-francesco-s-mangone-vi-presentiamo-la-spazzola-dellingegnere/
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