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Programmi una vacanza col la famiglia in Trentino? Scegli Hotel Europa a San Martino di Castrozza

Un hotel per famiglie a San Martino di Castrozza è l'ideale se vuoi trascorrere qualche giorno in serenità con la tua famiglia in uno dei luoghi più belli e caratteristici del Trentino. Rinomata località turistica in tutte le stagioni dell'anno, San Martino di Castrozza offre davvero molto a grandi e piccoli. Circondata da numerose vette dolomitiche e situata in una splendida vallata, è perfetta per lo sci in inverno e per favolose passeggiate in estate.

Un family hotel a San Martino di Castrozza ti consente di godere di una vacanza rilassante in una struttura accogliente e familiare. L'Hotel Europa in Via Passo Rolle 10, mette a tua disposizione competenza ed esperienza per offrire alla tua famiglia un luogo di relax circondato da ogni comfort. Vicinissimo agli impianti di risalita è ottimo per una settimana bianca in cui potrai anche, pattinare sul ghiaccio oppure fare passeggiate nella Foresta dei Violini del vicino Parco di Paneveggio, che circonda la vallata. L'Hotel Europa è in grado di soddisfare ogni tua esigenza per quanto riguarda le camere. Infatti, ti offre la possibilità di soggiornare in una Family Room, cioè in camere comunicanti con un unico bagno con 4 o 5 posti letto. Autonomia, privacy e relax per tutti con questa soluzione davvero pratica. Connessione wifi gratuita e Tv led, completano l'offerta.

Per renderti conto personalmente delle comodità e dei vantaggi dell'Hotel Europa, visita il sito internet e non esitare a scrivere o telefonare per maggiori informazioni!

Nuove detrazioni fiscali per la sostituzione dei serramenti


La legge di stabilità 2016, mantiene valide le detrazioni in materia di sostituzione infissi dell'anno precedente, aggiungendo novità e portando un grande risparmio a chi sostituisce gli infissi.

Approfondiamo gli aspetti più interessanti.

Le detrazioni fiscali, già in essere per la sostituzione dei vecchi ed antiecologici infissi con nuovi, si estendono anche al risparmio energetico estivo, ovvero rientra ora nei termini delle detrazioni anche l’installazione di tende oscuranti e/o tapparelle allo scopo di ottenere un risparmio energetico, dato dal fatto che evitando un eccessivo riscaldamento degli ambienti, l'uso dei condizionatori d’aria sarà limitato. Moltissimi utenti, purtroppo, non sono informati su questi utili vantaggi in termini di risparmio economico e tutela dell'ambiente.

Un'ulteriore, interessante, novità è costituita dl fatto che l’UNI 10818 stabilisce che per la scelta, l’installazione e la posa in opera del nuovo serramento, in assenza di un progettista, il ruolo può essere ricoperto da altro soggetto, quale, nella fattispecie, il serramentista: unico attore in grado di indirizzare l'utente verso una scelta corretta che gli consenta di rispondere nei requisiti necessari per la detrazione d’imposta. Gli esperti di serramenti o zanzariere Genova, sono disponibili per consulenze e per guidare il cliente nel mondo degli infissi, e condurlo ad una scelta personalizzata e corretta al fine di rientrare nei criteri richiesti dalla legge di stabilità ed accedere così ai benefici che essa riserva a chi rinnova gli infissi.

Dunque, sebbene lUNI 11173 sia stata semplificata al fine di agevolare la scelta del serramento corretto, è comunque bene rivolgersi a chi ha la giusta competenza e professionalità per valutare attentamente le condizioni climatiche dell'abitazione e della zona in cui si andrà ad effettuare l’installazione del serramento.
Sarà dunque di un ‘autunno caldo’ per il settore serramenti, è pertanto opportuno mantenersi informati ed aggiornati per non perdere eventuali nuove opportunità di risparmio economico.
Se il trend di crescita sarà confermato per i mesi a venire, significherà una maggiore sensibilità degli utenti a tematiche inerenti il risparmio economico, ma, soprattutto verso tematiche ambientali.

Intervista di Alessia Mocci a Stefania Meneghella: vi presentiamo il romanzo Silenzi Messaggeri

Nessuna parola, nessuno sguardo, nessun cenno. Solo silenzio. […] Silenzio che va al di là del tutto, al di là del niente, al di là di due occhi che guardano e sorridono. Nessuna parola. Solo foglie che carezzano volti, vento che scuote pensieri, luce che illumina occhi. […] Nessuna parola. Solo misteri. Misteri che albergano nei cieli, che toccano terre, che sfiorano amori. E venti che suonano musiche silenziose, musiche che attorniano corpi armonici e regalano immensità.” - Prologo - “Silenzi Messaggeri”

Ascoltarsi, insidiare il silenzio per esserne travolti. Svuotare la mente mettendo a fuoco l’intimo, una fotografia che attraversa i mondi lasciando scie, tracce del passaggio, fili che gli animi nobili percorrono per sentirsi a casa.

Silenzi Messaggeri” edito da Il Filo Gruppo Albatros è la seconda pubblicazione della giovanissima Stefania Meneghella, nata a Bari nel 1994.

L’autrice sin dai sette anni si lascia inebriare dalla scrittura e, precocemente, produce i primi racconti. La prima pubblicazione è del 2012, una raccolta di aforismi per la casa editrice Pensieri e Parole, “Dieci anni di Pensieri e Parole”.

Il romanzo “Silenzi Messaggeri” è un insieme di prosa ed utilizzo di figure retoriche della poesia nel quale, con criterio armonico, si diluiscono insieme silenzi e musica in un procedere di mondi paralleli, di parole che si ripetono, di immagini che ritornano alla mente e che riecheggiano stati d’animo.

Non c’è spazio, non c’è tempo: i due protagonisti, Jamie e Schlomo, si rincorrono attraverso l’assenza di tatto, di vista. È uno scriversi, è un pensarsi costante che lega i due corpi in una sola anima.

Stefania Meneghella nei suoi silenzi ha intercettato quest’anima - questa forte emozione - impedendo che la storia dei due si perdesse nella dimenticanza. “Silenzi Messaggeri” scaturisce dal bisogno di dar memoria a Jamie e Schlomo, e ci offre la possibilità di vivere per un istante l’essenza dell’amore per la vita.

Ed eccovi Stefania che si racconta a noi lettori con una significativa sincerità.

A.M.: Ciao Stefania, è sempre un immenso piacere poter parlare direttamente l’autrice del proprio libro perché mi permette di scoprire curiosità ed aneddoti sulla sua creazione. Mi incuriosisce, infatti, la genesi del titolo del tuo libro “Silenzi Messaggeri”.
Stefania Meneghella: Il piacere è tutto mio. Il titolo del mio romanzo è nato in maniera del tutto spontanea; dopo aver scritto l’ultima parola dell’ultima pagina, ho ripensato a come avrei potuto intitolare il tutto. Ma il nome era già lì, nella testa e nel cuore: “Silenzi Messaggeri”. Il significato risiede nel mio desiderio di comunicare l’importanza del silenzio, un non-luogo che non deve restare in unico posto, ma che deve viaggiare, deve essere appunto “messaggero”, come accade nella storia di Jamie e Schlomo, uniti da fili invisibili che si tramutano in silenzi e che viaggiano attraverso la natura. I silenzi sono così, li troviamo così: in tutto ciò che si muove e che ha la capacità di trasportarsi da un luogo all’altro, da un corpo all’altro, da un’anima all’altra.

A.M.: Il tuo romanzo presenta una dedica importante. Recita: “Alla mia famiglia/ che mi ha insegnato a credere nel silenzio”. Importante sia per l’affetto che mostri ai tuoi familiari sia per il “silenzio” ed il credere in esso, una dote a mio parere che, in questi tempi moderni, dimenticata. Dunque, Stefania, cos’è per te il silenzio e quanto ti ha aiutato nella stesura del romanzo?
Stefania Meneghella: Ho avvertito la necessità di dedicare l’intero libro alla mia famiglia, perché è vero: grazie a loro, ho capito, ho apprezzato il silenzio, che è stato per me fonte d’ispirazione per tutta la mia vita. Ricordo che, durante la mia infanzia, adoravo restare in disparte a pensare e a scrivere. Mia madre mi diceva e mi dice sempre che il modo migliore per migliorarsi nella vita è conoscersi. Dunque, all’epoca gli altri bambini giocavano tra loro, ma io a volte entravo in un mondo tutto mio, ed era grandioso. Non ero asociale, non lo sono mai stata; ma credo che ognuno di noi abbia bisogno di un momento della giornata per ritrovare sé stesso e per capirsi, apprezzarsi, conoscersi. Schlomo, in una delle sue lettere rivolte a Jamie, le dice: “solo in silenzio possiamo fare grandi cose”. È ciò che li accomuna: il silenzio. E, nella storia, loro due sembrano essere gli unici ad aver compreso l’importanza del silenzio, al contrario del resto del mondo che invece sembra averne paura. 

A.M.: Presenti la tua protagonista, Jamie, ad incipit di “Silenzi Messaggeri”. Jamie cammina in un paesaggio che si disperde nella neve, immersa nei sui pensieri, nel silenzio del candore che i suoi occhi percepiscono e pensa al significato della vita: “vivere significava qualcosa di molto più grande rispetto al semplice fatto di essere vivi”. Puoi esplicitarci questa differenza fra “vivere” ed “essere vivi”?
Stefania Meneghella: Jamie sembra averla capita prima degli altri questa frase ma, per quanto si sforzi, non riesce a vivere davvero, attanagliata da un passato che le provoca sofferenza. Il paesaggio che la attornia è infatti lo specchio del suo stato d’animo: freddo, ghiacciato. Lei è viva, ma non vive. “Essere vivi” significa per me avere gli occhi aperti, camminare, mangiare, dormire, essere una persona. Ma “vivere” è un’altra cosa: vivere vuol dire esserci pienamente nella vita, camminare con gli occhi rivolti al cielo, fantasticando su quante forme possano assumere le nuvole e cercando il proprio volto; oppure, aspettare la notte solo per addormentarsi e sognare cose che nella realtà non potremmo mai incontrare. Insomma, vivere significa per me riflettere su ogni cosa che la natura ci offre, rifletterci e cambiarci per poter cambiare ciò che ci circonda.

A.M.: Nel terzo capitolo appare Schlomo. Lo scenario è completamente diverso, dalla neve siamo stati catapultati in territori caldi e colorati. La Luna ed il mistero però restano una costante.  Schlomo vive nel mondo dei pensieri, è affascinato dalla possibile creazione di questi nella realtà. Che cosa significa esattamente estrapolare il pensiero per farlo divenire Luna?
Stefania Meneghella: Schlomo vive in un mondo costruito da sé stesso, un mondo completamente distante da ciò che lo circonda: è il mondo dei suoi pensieri. Nessuno lo capisce, nessuno lo conosce davvero. Tranne Jamie e la Luna. Quest’ultima è un elemento molto presente nel romanzo, che ci ricorda che siamo un tutt’uno con il cielo e con ciò che conta davvero. Schlomo la guarda in ogni momento, soprattutto quando si sente solo; per lui non è solo un satellite che compare nel cielo ogni notte; è molto di più. A volte, la Luna prende l’aspetto del volto di Jamie, a volte del volto del padre. Due persone, loro, che non sono fisicamente vicino a Schlomo e di cui lui sente una mancanza costante. La Luna rappresenta per lui quindi l’emblema di quel mondo che si è costruito solo attraverso i suoi pensieri, un punto di riferimento, quasi un amico che lo sostiene negli attimi di difficoltà, una guida che lo accompagna nel suo percorso un po’ tortuoso.

A.M.: Schlomo e Jamie si incontrano per la prima volta nel 1996. È un incontro “magico”, ci puoi raccontare perché avviene e quali particolarità ha?
Stefania Meneghella: Una particolarità è che – lo rivelo per la prima volta -  Jamie e Schlomo esistono davvero; dunque, la descrizione di quell’attimo non è stata pienamente dettata dalla fantasia, ma da un pizzico di realtà che spesso diventa molto più “magica” di ciò che crediamo. Ho voluto lasciare una sfumatura di mistero sul loro incontro, proprio perché il loro è stato un legame misterioso sin dall’inizio. I due vivono in due città diverse e completamente distanti ma, nonostante questo, i loro destini si uniscono una sera d’estate. Era una festa a cui Jamie non doveva andarci, non voleva. Nel libro, non descrivo dettagliatamente perché si trovasse lì quella sera, e come quelle due città così distanti si siano unite in un unico luogo. È stato un incontro di due anime separate, con vite separate, con passati separati, che per un secondo si sono incontrate e hanno deciso di sfiorarsi. Forse risiede proprio qui la magia di quel momento: nell’imprevedibilità del loro sguardo.  

A.M.:Fili invisibili nascere,/ silenzi crescere,/ anime incontrarsi.” È con questi tre versi che concludi diversi capitoli del tuo romanzo. Come nascono e che cosa rappresentano? Ed un’altra domanda mi sorge spontanea: ti diletti anche nella scrittura di poesie?
Stefania Meneghella: Sì, scrivo anche poesie, anche se non in modo continuativo come la stesura di storie in prosa. Ho sempre amato la poesia: per questo ho voluto creare uno stile che io chiamo “prosa in poesia”. Per me la poesia è ovunque, e non può, non deve essere isolata da altri generi letterari. Con i tre versi che utilizzo per concludere vari capitoli del libro, ho voluto dividere l’intera storia di Jamie e Schlomo in tre fasi che, per essere pienamente comprese, occorre chiudere gli occhi e catapultarsi pienamente nelle mie pagine. Ci sono due anime diverse che vivono storie che, apparentemente, non si incontreranno mai. Due luoghi, due corpi, due sogni, due vite. Tutto in due. Lentamente, pian piano, da uno sguardo, iniziano a nascere dei fili. Invisibili. Nessuno li vede, nessuno li conosce. Due fili che fanno crescere i silenzi che sono, appunto, “messaggeri”. E, proprio il loro vagare da un luogo all’altro, rende possibile l’incontro di quelle due anime, che non è un incontro di corpi, ma di spiriti, di sogni, di ciò che si ha dentro. Ha vita così un legame.

A.M.: La peculiarità più evidente che posso scorgere dalla lettura di “Silenzi Messaggeri” è l’uso costante della ripetizione, quasi come se questo tuo narrare fosse canto o una melodia che proviene dal passato, quasi come se fosse una storia che da millenni si sia tramandata di bocca in bocca, di pensiero e pensiero cercando uno scioglimento dall’oscurità della dimenticanza.
Stefania Meneghella: L’utilizzo di questo stile ripetitivo è in realtà ad interpretazione libera, ma tra i tanti significati che vorrei esprimere c’è anche questo. Il rendere tutta la storia una leggenda, una filastrocca, un inno alla vita e alla speranza. Inoltre, importante per me è il senso che ho voluto dare alle emozioni dell’anima, siano esse positive o negative. Tutto va per poi ritornare, come un circolo di sentimenti. Il dolore che prova Jamie non la abbandona mai; dunque ritorna sempre nel suo inconscio in modo non indifferente. Lo stesso accade per i pensieri, o per l’amore, qualcosa di non statico, ma che si muove in continuazione. Penso che noi possiamo imparare tanto dalle parole, e che nella nostra mente ci sia sempre questo fluire di pensieri che non ci abbandona mai.

A.M.: Qual è l’ultimo libro che hai letto? E quale leggerai stanotte? Oppure sei nuovamente in fase creativa per la prossima pubblicazione? Ci puoi anticipare qualcosa?
Stefania Meneghella: Al momento sto leggendo “Ogni mattina a Jenin” di Susan Abulhawa, un romanzo che tratta il continuo conflitto tra Israele e Palestina, e con esso le lotte e i sacrifici di chi ha perso e sta perdendo tutto ciò che aveva di più caro. Ho in mente tante storie da raccontare, tante idee che vorrei potessero concretizzarsi presto. Ma, per ora, non posso rivelare ancora nulla.

A.M.: Hai in programma qualche presentazione o fiera letteraria nella quale sarà possibile incontrarti e magari acquistare una copia autografata del tuo “Silenzi Messaggeri”?
Stefania Meneghella: Il mio libro sarà certamente presente, dal 7 all’11 dicembre, alla Fiera del libro di Roma. Dal 18 al 22 maggio 2017, sarò invece alla Fiera Internazionale del libro di Torino. Sono in cantiere una serie di presentazioni quindi seguitemi sul mio sito web per restare aggiornati!

A.M.: Di norma, mi piace terminare le mie interviste con una semplice richiesta: una citazione a te cara.
Stefania Meneghella: Mi piacerebbe concludere l’intervista con una poesia scritta da Virginia Woolf, mia musa letteraria e punto di riferimento in tutto ciò che faccio e che scrivo. È una poesia che, apparentemente, potrebbe incutere malinconia ma che, personalmente, mi induce a credere nell’eternità dei sentimenti.
Guardare la vita/ In faccia,/ sempre,/ guardare la vita,/ in faccia,/ e conoscerla,/ per quello che è;/ al fine,/ conoscerla,/ amarla,/ per quello che è,/ e poi,/ metterla da parte./ Per sempre, gli anni che abbiamo trascorso./ Per sempre, gli anni./ Per sempre, l’amore./ Per sempre, le ore”.  “Le ore” - Virginia Woolf

A.M.: Stefania ti ringrazio per la splendida poesia che mi hai fatto rammentare e per esserti aperta a me ed ai nostri lettori. E credo che la miglior “fine” di questo nostro dialogare sia un estratto di “Silenzi Messaggeri” che da qualche giorno mi riecheggia nella mente: “La fine del silenzio avviene nell’esatto momento in cui il mondo diviene caos, diviene lotta continua, battaglia tra chi si è e chi si deve essere; avviene quando pugni sostituiscono carezze, quando sguardi divengono armi per combattere, e tutto assume l’aspetto di un’illusione. Un’illusione che porta a non credere, non sognare, non sperare. Un’illusione che porta via quel silenzio insito nell’anima, la fine dell’eternità. Il per sempre esiste solo con il silenzio; il silenzio esiste solo con la natura. E chiudere occhi, attorniati dal vento che scuote capelli, dalla luce che illumina occhi, dalle foglie che carezzano volti; e sognare, sognare amori che non hanno ancora la forza di morire, sognare qualcuno che ci prenda per mano e ci porti in una vita di silenzi, in una vita di prati verdi e fiori che, nonostante tutto, sbocciano in primavera, come albe al mattino, come Soli che tramontano e risorgono ogni giorno. Nessuna parola, nessuno sguardo, nessun cenno. Solo silenzio.

Written by Alessia Mocci

Info

Fonte


Presentazione In esilio da me di Giovanna Fracassi presso Padova Expo Libri, dall’11 al 14 novembre 2016, Padova

Da tempo/ ti cerco/ nei lembi stracciati/ e indifferenti/ dell’Universo/ fra gli atomi freddi/ nelle algide e sterili pieghe/ della notte più lontana.// Ma non sento./ Ma non vedo./ Ma non tocco.// Nulla ho da offrirti/ seppure/ tu lo volessi.// Resto sorda./ Resto cieca./ Resto immobile.// Qui al centro del vuoto.// [...]” – “Relativo” da “In esilio da me

Dall’11 al 14 novembre 2016 a Padova si avrà la terza edizione della fiera interamente dedicata ai libri ed all’editoria della città: Padova Expo Libri. Iniziativa nata nel 2013 in concomitanza con ArtePadova e che vuole promuovere l’offerta editoriale del Nord Est dell’Italia.

Giunti alla 26esima edizione della manifestazione dell’arte moderna e contemporanea ArtePadova, l’affascinante città sarà dunque sede di arte e letteratura coniugate assieme per offrire alle case editrici non solo una vetrina espositiva delle novità editoriali ma soprattutto un’occasione di intrattenimento, conoscenza e cultura.

Un pubblico consolidato, colto, curioso ed aperto alle nuove proposte culturali che troverà un terreno fertile nel quale confrontarsi con lettori provenienti dal Triveneto e da tutta Italia grazie all’organizzazione di conferenze sua con editori che con gli autori invitati alla manifestazione.

Infatti, all’interno di Padova Expo Libri, sarà allestito uno spazio simile ad un vero salottino letterario, che darà la possibilità per gli editori di promuovere gli autori già presenti in catalogo, nuove uscite e scrittori emergenti, oltre all’opportunità di organizzare incontri su tematiche proposte dalle stesse case editrici.

Ed è proprio in questo salottino che si avrà il piacere di incontrare la poetessa Giovanna Fracassi con la sua ultima novità “In esilio da me” pubblicato nell’aprile 2016 dalla casa editrice Kimerik.

La quinta pubblicazione dell’autrice “In esilio da me” vede lo scorrere in oltre duecento pagine di battiti, zampilli, orme, ombre ed onde sino ai confini della malinconia più estrema per poi risalire ed addentrarsi nei territori del sogno estatico della coscienza.

I mutamenti del tempo, i traguardi della vita, ed il mondo fuori dal verso sono ricercati come necessità di equilibrio tra l’essere poeta e l’essere persona. Un’ambiguità che non ineluttabilmente deve ricercare il malessere, infatti, nelle liriche della raccolta si nota la discussione continua fra questi due modi di rappresentarsi all’esterno come se l’autrice fosse in continua ricerca di bilanciamento e collaborazione fra la normalità e la pazzia.

In una recente intervista Giovanna Fracassi sostiene:Molti anni fa ebbi modo di entrare, per ragioni di studio, in un reparto psichiatrico. Rimasi molto colpita dall’assoluta naturalezza con cui si comportavano i cosiddetti “pazzi”. Molti non avevano nessun freno inibitorio: restavano nudi, esposti, o ti si avvicinavano osservandoti senza alcun timore ma con genuina curiosità, attratti magari da una spilla, o volevano toccare i capelli, o all’improvviso si mettevano a cantare, a ballare. In quell’occasione ricordo che mi ritrovai a pensare che la pazzia era tale forse solo per noi, i cosiddetti sani e “normali”; che per loro, forse eravamo noi ad essere pazzi con i nostri vestiti, i nostri modi compassati ecc. Pensai che la pazzia poteva essere solo un altro modo, diverso di vedere la realtà. Ecco in questo senso, posso legare la pazzia alla poesia. Il poeta sceglie un altro punto di vista, un altro punto di osservazione e si lascia guidare da un suo pensiero “diverso” e lo esprime in un modo inusuale, magari anche trasgressivo, violento o viceversa delicato, in punta di piedi, ricorrendo alle espressioni più semplici o alle immagini che più sono in sintonia con ciò che vuole esprimere.

Precedenti pubblicazioni di Giovanna Fracassi: “Arabesques” (2012), “Opalescenze” (2013), “La cenere del tempo” (2014), “Emma, alle porte della solitudine” (2015), e tantissime antologie enciclopedie e riviste nelle quali sono state presentate altre sue liriche.

Padova Expo Libri è una nuova iniziativa che punta ad affermarsi come appuntamento irrinunciabile tra le fiere del settore oltre ad essere un evento imperdibile per tutti gli amanti dei libri e della letteratura partendo dalla convinzione che Letteratura e Arte debbano mantenere un forte legame perché un libro è una piccola opera d’arte ed i libri hanno sin dagli albori delle diverse culture solleticato le fantasie di tutti gli artisti.

Dunque l’invito è dall’11 al 14 novembre 2016 a Padova. Non mancate. Sarà possibile non solo assistere ai tanti eventi in programma ma conversare ed approfondire il rapporto tra scrittore e lettore che in quest’opera digitale è divenuto fin troppo disumanizzato e computerizzato.

Si consiglia di contattare l’autrice Giovanna Fracassi per ricevere una copia della silloge con autografo e dedica personalizzata.

“[…] Solo l’anima/ si lascia trapassare/ da questo desiderio/ mai sopito/ seppur taciuto/ seppur negato.// E le mie mani aperte/ sono ormai piagate/ e i miei piedi/ sono chiodi arrugginiti/ conficcati in questa realtà/ dove tutto è inutilmente relativo.” – “Relativo” da “In esilio da me

Written by Alessia Mocci

Info
giovanna.fracassi@libero.it

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Presentazione In esilio da me di Giovanna Fracassi presso Padova Expo Libri, dall’11 al 14 novembre 2016, Padova

Da tempo/ ti cerco/ nei lembi stracciati/ e indifferenti/ dell’Universo/ fra gli atomi freddi/ nelle algide e sterili pieghe/ della notte più lontana.// Ma non sento./ Ma non vedo./ Ma non tocco.// Nulla ho da offrirti/ seppure/ tu lo volessi.// Resto sorda./ Resto cieca./ Resto immobile.// Qui al centro del vuoto.// [...]” – “Relativo” da “In esilio da me

Dall’11 al 14 novembre 2016 a Padova si avrà la terza edizione della fiera interamente dedicata ai libri ed all’editoria della città: Padova Expo Libri. Iniziativa nata nel 2013 in concomitanza con ArtePadova e che vuole promuovere l’offerta editoriale del Nord Est dell’Italia.

Giunti alla 26esima edizione della manifestazione dell’arte moderna e contemporanea ArtePadova, l’affascinante città sarà dunque sede di arte e letteratura coniugate assieme per offrire alle case editrici non solo una vetrina espositiva delle novità editoriali ma soprattutto un’occasione di intrattenimento, conoscenza e cultura.

Un pubblico consolidato, colto, curioso ed aperto alle nuove proposte culturali che troverà un terreno fertile nel quale confrontarsi con lettori provenienti dal Triveneto e da tutta Italia grazie all’organizzazione di conferenze sua con editori che con gli autori invitati alla manifestazione.

Infatti, all’interno di Padova Expo Libri, sarà allestito uno spazio simile ad un vero salottino letterario, che darà la possibilità per gli editori di promuovere gli autori già presenti in catalogo, nuove uscite e scrittori emergenti, oltre all’opportunità di organizzare incontri su tematiche proposte dalle stesse case editrici.

Ed è proprio in questo salottino che si avrà il piacere di incontrare la poetessa Giovanna Fracassi con la sua ultima novità “In esilio da me” pubblicato nell’aprile 2016 dalla casa editrice Kimerik.

La quinta pubblicazione dell’autrice “In esilio da me” vede lo scorrere in oltre duecento pagine di battiti, zampilli, orme, ombre ed onde sino ai confini della malinconia più estrema per poi risalire ed addentrarsi nei territori del sogno estatico della coscienza.

I mutamenti del tempo, i traguardi della vita, ed il mondo fuori dal verso sono ricercati come necessità di equilibrio tra l’essere poeta e l’essere persona. Un’ambiguità che non ineluttabilmente deve ricercare il malessere, infatti, nelle liriche della raccolta si nota la discussione continua fra questi due modi di rappresentarsi all’esterno come se l’autrice fosse in continua ricerca di bilanciamento e collaborazione fra la normalità e la pazzia.

In una recente intervista Giovanna Fracassi sostiene:Molti anni fa ebbi modo di entrare, per ragioni di studio, in un reparto psichiatrico. Rimasi molto colpita dall’assoluta naturalezza con cui si comportavano i cosiddetti “pazzi”. Molti non avevano nessun freno inibitorio: restavano nudi, esposti, o ti si avvicinavano osservandoti senza alcun timore ma con genuina curiosità, attratti magari da una spilla, o volevano toccare i capelli, o all’improvviso si mettevano a cantare, a ballare. In quell’occasione ricordo che mi ritrovai a pensare che la pazzia era tale forse solo per noi, i cosiddetti sani e “normali”; che per loro, forse eravamo noi ad essere pazzi con i nostri vestiti, i nostri modi compassati ecc. Pensai che la pazzia poteva essere solo un altro modo, diverso di vedere la realtà. Ecco in questo senso, posso legare la pazzia alla poesia. Il poeta sceglie un altro punto di vista, un altro punto di osservazione e si lascia guidare da un suo pensiero “diverso” e lo esprime in un modo inusuale, magari anche trasgressivo, violento o viceversa delicato, in punta di piedi, ricorrendo alle espressioni più semplici o alle immagini che più sono in sintonia con ciò che vuole esprimere.

Precedenti pubblicazioni di Giovanna Fracassi: “Arabesques” (2012), “Opalescenze” (2013), “La cenere del tempo” (2014), “Emma, alle porte della solitudine” (2015), e tantissime antologie enciclopedie e riviste nelle quali sono state presentate altre sue liriche.

Padova Expo Libri è una nuova iniziativa che punta ad affermarsi come appuntamento irrinunciabile tra le fiere del settore oltre ad essere un evento imperdibile per tutti gli amanti dei libri e della letteratura partendo dalla convinzione che Letteratura e Arte debbano mantenere un forte legame perché un libro è una piccola opera d’arte ed i libri hanno sin dagli albori delle diverse culture solleticato le fantasie di tutti gli artisti.

Dunque l’invito è dall’11 al 14 novembre 2016 a Padova. Non mancate. Sarà possibile non solo assistere ai tanti eventi in programma ma conversare ed approfondire il rapporto tra scrittore e lettore che in quest’opera digitale è divenuto fin troppo disumanizzato e computerizzato.

Si consiglia di contattare l’autrice Giovanna Fracassi per ricevere una copia della silloge con autografo e dedica personalizzata.

“[…] Solo l’anima/ si lascia trapassare/ da questo desiderio/ mai sopito/ seppur taciuto/ seppur negato.// E le mie mani aperte/ sono ormai piagate/ e i miei piedi/ sono chiodi arrugginiti/ conficcati in questa realtà/ dove tutto è inutilmente relativo.” – “Relativo” da “In esilio da me

Written by Alessia Mocci

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giovanna.fracassi@libero.it

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Banksia

Su questo sito è possibile visionare ed acquistare degli esemplari di protea online, pianta esotica proveniente dall'Africa. Il sito contiene anche una guida alla cura di questo particolare fiore.

Faster than you! opera di Fabio Costantino Macis: vincitrice del Premio Internazionale d’Arte Contemporanea Lynx

Il 25 settembre 2016 presso il Teatro Piccola Fenice di Trieste si è svolta la premiazione della Seconda edizione del Premio Internazionale d’Arte Contemporanea Lynx, promosso dall’Associazione culturale Il Sestante.

Un concorso per artisti avente lo scopo di promuovere e valorizzare l’arte contemporanea, nonché di imporsi all’attenzione del pubblico per il livello qualitativo e le esperienze internazionali degli artisti partecipanti.

Fra i numerosi partecipanti sono stati selezionate ottanta opere suddivise in quattro sezioni: 30 opere per Pittura, 30 opere per Fotografia, 10 per Digital Art e 10 per Grafica, con uno special Premio Under 21, il Premio Giovani offerto direttamente dal Consiglio Regioni del Friuli Venezia Giulia, il Premio Fiera d’Arte Contemporanea ed i Premi Speciali “Be Art Builder”.

La Sezione Pittura ha visto un ex-aequo con le opere di Sara Arianpour (Iran) e Thomas Scalco (Italy). La sezione fotografia vede vincitrice l’opera di Gaetano de Faveri (Italy); mentre è la Serbia per Digital Art con Nina Sumarac. Per la sezione Grafica vince Sabrina Vivian Bello (Germany).

Ad aggiudicarsi il Premio Giovani è l’artista sardo Fabio Costantino Macis con l’opera “Faster than you!” (trad. “Più veloce di te!”) appartenente al progetto in sviluppo “Who cares?!” (trad. “Chi se ne frega?!”).

Who cares?!” nasce dall’esigenza di “trasformare quei limiti pesanti come il piombo in trampolini d’oro” in altre parole è un progetto fotografico nel quale il difetto fisico dell’essere umano è esaltato in modo ironico e con nessun velo di pietismo tanto da mettere in luce la bellezza della diversità anche se essa è “comunemente” vista come menomazione o mancanza.

In questo contesto la deformità di un arto, nel caso di “Faster than you!” l’estremità del piede sinistro, diventa la forza di propulsione del soggetto. Quest’ultimo è spoglio di ogni vestito o nascondimento, nudo con il suo essere uomo “imperfetto”, sdraiato su una strada che diventa il manto stellato dell’universo. Il suo piede sinistro è rappresentato come il razzo propulsore di un immaginifico astronauta che percorre il cosmo con piena consapevolezza di sé e del suo cammino.
La scintilla che ha portato l’artista a concepire questo incredibile progetto potrebbe riassumersi in una sola domanda: essere diversi è una debolezza od una forza?

Fabio Secci è il soggetto di “Faster than you!”, attualmente è promotore di un progetto denominato “F - You are your unique limit” in corso a Londra sugli sport estremi d'acqua per persone con disabilità.
“Who cares?!” è stato esposto e sviluppato durante la Residenza Artistica Internazionale BoCS Art, selezionato fra le scelte editoriali del prestigioso Celeste Prize, ed inserito fra le scelte editoriali del magazine olandese di fotografia Lens Culture. Inoltre, “Lighter than you!“, un’altra fotografia del medesimo progetto, è stata selezionata dalla galleria svizzera “The Artbox.Gallery” aggiudicandosi l’esposizione dell’opera durante l’Art Basel Weeks a Miami Beach.
Il Premio Internazionale d’Arte Contemporanea Lynx prevede quattro tappe principali in partnership con quattro gallerie, la Lux Art Gallery di Trieste, la Fortezza Nuova di Livorno, la Lokarjeva Galleria di Ajdovscina (Slovenia) e la Galerija Zvonimir in Zagabria (Croazia).
Inoltre è prevista per Fabio Costantino Macis un’esclusiva quinta tappa nella sede del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia con una Personale organizzata direttamente dai curatori del Premio, Enea Chersicola e Riccardo Tripodi, che vedrà la sua inaugurazione il 15 dicembre 2016.

Fabio Costantino Macis (Cagliari, 1986), residente a Villacidro, ha esposto in più di venti città differenti tra l’Italia e l’estero con performance, installazioni, fotografie e video. Negli anni non ha mai circoscritto al solo mezzo della fotografia il suo “creare” portando avanti la meta dell’idea in sé, sulla quale poter successivamente decidere il mezzo artistico con cui attuarla. Inizia il suo percorso espositivo a 23 anni con una collettiva a New York, segue a Las Vegas, Grecia e Londra. Nel 2009 si classifica come finalista al “Premio Fotografico 2009” indetto dalla TAU Visual (Associazione Nazionale Fotografi Professionisti). Nello stesso anno vince “Primavera in arte” indetto dall’ERSU, accedendo alla collettiva nazionale creata per il Primo Forum Europeo per il diritto allo studio tramite l’installazione “Matrimonio: Rito o Pagliacciata?”. Nel 2015 viene selezionato per la finale dello Skepto International Film Festival a Cagliari, unico italiano accettato nella sezione Music Video, a Londra al Crouch End Festival, negli U.S.A. in Texas, dal “San Antonio Laughs Comedy Film Slam” ed a Nairobi, Kenya, dal “Rock ‘n’ Roll Film Festival (ROFFEKE)”, ed in Portogallo per la realizzazione e direzione del video “The Slow One” dei Pussy Stomp. Ha collaborato in progetti nazionali ed internazionali di sensibilizzazione, in progetti di inclusione sociale, sia in campo organizzativo che progettuale ed ideativo, ad esempio per Emergency, per Stop OPG e per la ASL8 di Cagliari. I campi in cui continua a muoversi passano dall’arte al commercio. Vanno dalle arti performative al teatro, dalla fotografia al video-making, dalla grafica alla progettazione, dall’organizzazione di eventi sino alla pubblicità ed alla comunicazione visiva in generale.

Written by Alessia Mocci

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Intervista di Alessia Mocci a Giovanna Fracassi: vi presentiamo la nuova silloge In esilio da me

Ore ingiallite dalla nebbia/ quando la faccia lucida/ della luna è ormai sfumata/ e le stelle sono fiori bianchi// mulinelli di polvere di diamanti/ rotolano sui fianchi delle colline/ nel silenzio profondo/ prima del risveglio// quando gocce scintillanti/ disegnano nuovi impalpabili/ sogni sul vetro da scostare// […]” – “Frecce argentate

Edita nell’aprile 2016 per la casa editrice Kimerik, “In esilio da me” è la nuova silloge poetica di Giovanna Fracassi, conosciuta per pubblicazioni come “Arabesques” (2012), “Opalescenze” (2013), “La cenere del tempo” (2014), “Emma, alle porte della solitudine” (2015), e tantissime antologie enciclopedie e riviste nelle quali sono state presentate altre sue liriche.

La poetica di Giovanna Fracassi, sin dalle prime raccolte, si contraddistingue per l’uso raffinato della musicalità accordato agli immaginifici versi che dipingono luoghi tra sogno e realtà nei quali la solitudine regna sovrana.

Le liriche si mostrano come estremo bisogno di scrittura che proviene dalla psiche della donna poetessa che guarda il mondo con gli occhi rivolti al passato. Ed in questo modo le stagioni si tingono di straniamento, si incontrano forzieri nei quali le parole si trasmutano in gioielli, la mente è come assorta in un limbo dal quale attinge emozioni, espressioni e desideri.

Ed è in queste fantasie che ci si perde sereni perché l’esilio è circoscritto all’intento poetico e l’intelletto conosce la via verso casa, e seguendo questa stessa strada inquieta e solida che vi auguro di ritrovar nelle parole dell’autrice quella coscienza che, personalmente, ho sempre cercato nella poesia.

A.M.: Giovanna, ormai per noi è una costante incontrarci per ogni tua nuova pubblicazione. Ti seguo da anni, non solo con le interviste ma in passato anche come tua curatrice nella collana Trasfigurazioni, dunque posso affermare di conoscere bene ogni tuo passo nel mondo della poesia. Questa tua nuova silloge "In esilio da me" vede l'allontanamento dell'Io dal tuo corpo per una sorta di esplorazione dell'abituale e consueto della vita, per poi farvi ritorno ed affascinare grazie ai versi. Per iniziare ti vorrei chiedere: quali sono state le domande esistenziali a cui hai provato a dare risposta?

Giovanna Fracassi: Vero Alessia, mi stai seguendo da parecchi anni e credo tu possa interpretare e fare un’analisi critica delle mie varie sillogi. La prima, Arabesques, è stata il primo passo fuori dal “guscio” con il desiderio e il coraggio di rendere pubblico ciò che scrivevo. Poi è stato un crescendo, nell’ambito di un percorso intenzionale di esplorazione, sia dal punto di vista espressivo –stilistico che contenutistico. In questo senso le domande esistenziali che stanno alla base del mio poetare si sono ampliate e hanno trovato un altro fulcro. Non sono più o solamente le classiche questioni, sempre aperte, sul senso della vita, del dolore, della morte, dell’esistenza dell’Universo, ma vanno a specificarsi meglio all’interno della mia esperienza vissuta. Dove trovano posto i cambiamenti del mio esserci nel mondo, il sentirmi ancora in evoluzione ed il chiedermi: verso dove? Con quali nuovi obiettivi? Per fronteggiare quali altre incognite che il passare degli anni mi prospettano? Come collocarmi e collocare il mondo fuori di me, o meglio altro da me, in nuove dimensioni spazio –temporali, mutate e mutevoli anch’esse? Come adeguarmi o adeguare “il mondo là fuori” ai miei cambiamenti? Per me la vita è un continuo ricercare l’equilibrio interiore, pur, o forse grazie, alle continue e inesorabili variazioni del proprio essere, del proprio ambiente, della stessa comunità e società in cui si è inseriti. Vi sono sempre nuove sfide da accettare, nuove sicurezze che vengono rimesse in discussione e quindi nuovi punti fermi da trovare, ma ogni istante, ogni “traguardo” è estremamente “liquido” e come tale sempre “adattabile”, necessariamente adattabile.

A.M.: In incipit di "In esilio da me" proponi una citazione del grande Federico Garcìa Lorca: "La poesia serve per nutrire/ quel granello di pazzia che tutti portiamo dentro,/ e senza il quale è imprudente vivere.". La mia curiosità è obbligo in questo caso: che cos'è per te la "pazzia"?

Giovanna Fracassi: Molti anni fa ebbi modo di entrare, per ragioni di studio, in un reparto psichiatrico. Rimasi molto colpita dall’assoluta naturalezza con cui si comportavano i cosiddetti “pazzi”. Molti non avevano nessun freno inibitorio: restavano nudi, esposti, o ti si avvicinavano osservandoti senza alcun timore ma con genuina curiosità, attratti magari da una spilla, o volevano toccare i capelli, o all’improvviso si mettevano a cantare, a ballare. In quell’occasione ricordo che mi ritrovai a pensare che la pazzia era tale forse solo per noi, i cosiddetti sani e “normali”; che per loro, forse eravamo noi ad essere pazzi con i nostri vestiti, i nostri modi compassati ecc. Pensai che la pazzia poteva essere solo un altro modo, diverso di vedere la realtà. Ecco in questo senso, posso legare la pazzia alla poesia. Il poeta sceglie un altro punto di vista, un altro punto di osservazione e si lascia guidare da un suo pensiero “diverso” e lo esprime in un modo inusuale, magari anche trasgressivo, violento o viceversa delicato, in punta di piedi, ricorrendo alle espressioni più semplici o alle immagini che più sono in sintonia con ciò che vuole esprimere.


A.M.: Nella lirica "Melodia" scrivi: "Nelle scintille del passato/ nei frammenti del futuro/ è interminabile la vita/ è infinito il morire/ ad ogni istante/ ad ogni parola// quando la melodia riecheggia/ nelle cavità del cuore/ ondeggia sulle note/ come stelle sparse alla rinfusa/ come gocce di rugiada/ sull’aureo ordito/ del tempo mio migliore/ [...]". Qual è il tuo rapporto con la musicalità del verso e con la musica in generale?

Giovanna Fracassi: Scrivo sempre ascoltando la musica. Spesso mi lascio guidare dalla melodia che sento più in accordo con il mio stato d’animo: pare quasi che sia proprio essa a saper aprire certi pertugi, quelli più nascosti e profondi dentro il mio pensare e sentire. Mi consente di entrare in comunicazione con me stessa, forse anche con il mio stesso inconscio, cattura ricordi che credo sopiti o emozioni e sentimenti che si riaffacciano prepotenti per ottenere la parola. La musica mi suggerisce immagini e metafore e similitudini, ma soprattutto mi fa “viaggiare” assai lontano. Perché la forza e la potenza della musica sono in grado di “sconfiggere” la morte, allo stesso modo la poesia. Come tutte le arti, hanno in sé stesse il germe dell’immortalità, si rivolgono all’infinito, all’eterno e per questo sono così care e indispensabili all’uomo.

A.M.: Una viaggiatrice dell'anima ha anche bisogno di trasportare il proprio corpo in luoghi fisici. Qual è stato il tuo ultimo viaggio? E hai trovato ispirazione in quel nuovo "regno"?
Giovanna Fracassi: Amo molto viaggiare, non solo con la fantasia, ma anche nella realtà. Lo faccio restando “aperta” ad ogni sollecitazione. I miei sensi si acuiscono, pronti a cogliere profumi, colori, immagini, atmosfere o a percepire emozioni e entusiasmi delle persone che incontro e delle quali poi mi piace immaginare la storia. Molte mie poesie sono nate proprio così: quasi che mi trasponessi nell’esistenza di un altro e ne esprimessi poi nella poesia la condizione, la felicità o il dolore. La scorsa estate ho visitato la costa settentrionale della Germania, soffermandomi in alcune città affacciate sul Mar del Nord. Molte mie poesie della silloge In esilio da me, sono state scritte pensando proprio a quell’ambiente di mare, così diverso da quello a cui sono abituata, e così ricco di suggestione. Sono salita su un veliero per compiere un giro fuori dal porto, al tramonto. Il silenzio, il vento leggero ma già frizzante, lo sciabordio quieto dell’acqua lungo i fianchi dell’imbarcazione che scivolava fra le onde appena leggermente increspate, il volto abbronzato e gli occhi azzurri del capitano e la sua sicurezza al timone, tutto questo ha senz’altro arricchito la mia poesia.


A.M.: La poesia è l'amante più caparbia della Luna. Sono certa di non averti mai chiesto quale rapporto hai con gli astri e con la meravigliosa sfera luminosa che sovrasta la notte.

Giovanna Fracassi: Come non restare affascinati di fronte allo spettacolo di un cielo stellato e di una luna rossa d’estate? Ogni stagione ci offre un diverso “quadro” notturno. Anch’io ho scritto ispirandomi agli astri. Vi scorgo un viatico verso l’immenso, verso il mistero dell’Universo, dell’Uomo e della vita stessa. A volte ne sento tutta la fredda indifferenza alle vicende della Terra e dei suoi abitanti, altre invece vi attribuisco una sorta di pietà e di benevolenza con la loro capacità di suscitare emozioni, di consolare con la loro eterna e immutabile bellissima presenza.


A.M.: In una tua intervista rilasciata a maggio per il sito Parlamidite.com racconti di vedere te stessa seduta davanti ad un forziere che detiene al suo interno monete e pietre preziose, vedi inoltre dietro di altre pietre che giacciono per terra ed altre ancora le stringi fra le dita. L'immagine è meravigliosa, e ti vedo anche io estasiata davanti a tanto splendore. Credi che terminerai il tuo percorso da scrittrice quando avrai riempito quello scrigno? Oppure altri forzieri si paleseranno al tuo cospetto?
Giovanna Fracassi: Da quel forziere non ho ancora tratto tutte le pietre preziose e spero e credo che in realtà sia un recipiente magico e quindi inesauribile. Mi piace immaginare che riuscirò ancora a lungo a meravigliarmi di tutto ciò che mi circonda e della vita stessa, quella della natura, degli altri esseri umani e quella mia.


A.M.: Nei prossimi mesi hai intenzione di partecipare a qualche fiera del libro?

Giovanna Fracassi: In esilio da me è stata presentata a numerose fiere del libro, prossimamente parteciperà anche a quelle di Francoforte (19 – 23 ottobre 2016) Milano (la data è ancora da comunicare) e Padova (11 -14 novembre 2016).
Do pertanto appuntamento qui a tutti coloro che vorranno cimentarsi nella lettura delle mie poesie.


A.M.: E l'ultima domanda, come ormai saprai, è una chiusura con citazione, dunque a te la parola.

Giovanna Fracassi: Mi piace chiudere questa piacevole intervista con la seguente citazione: “L’orizzonte non ti ha mai turbato? - E il mare - non ti si è mai avvicinato tanto da costringerti a danzare?” - Emily Dickinson “Un vulcano silenzioso, la vita”

Un grazie di cuore a te Alessia per questa ennesima intervista e per tutta la pazienza e la grandissima competenza con cui mi ha sempre seguita, fin dal mio esordio nel mondo della carta stampata.


A.M.: Giovanna cara, ti ringrazio anche io di cuore per questa nostra nuova chiacchierata sulle emozioni e sulla sana follia madre dei versi. Ai nostri lettori lascio le restanti strofe della poesia “Frecce argentate” con la quale abbiam aperto l’intervista, e consiglio vivamente di contattarti per poter aver una copia autografa e con dedica di “In esilio da me”.

“[…] mentre il gorgoglio si raccoglie/ attorno ai rintocchi fiochi/ goffi richiami al presente//
frecce argentate/ è la pioggia nell’abbraccio/ di una nuova illusione// mentre il fumo è un velo/ steso sui tetti del paese/ nuove forme d’ombra// scivolano e poi svaniscono/ sui marciapiedi traslucidi/ gonfi di foglie spigolose// nelle increspature del mattino/ piccole onde scure/ pozze di luce fresca/ sono strisce di sereno// a passi lenti/ con gli occhi bramosi/ le narici erranti/ riprendo la mia strada.” – “Frecce argentate”


Written by Alessia Mocci


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https://www.facebook.com/giovanna.fracassi
http://giovannafracassi.altervista.org/
http://autori.poetipoesia.com/giovanna-fracassi/

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Online il nuovo sito della scuola Barman Flair Academy!



Flair Academy, ente formativo specializzato in corsi di formazione per barman e caffetteria, rinnova completamente il suo stile lanciando la sua nuova piattaforma web!


I corsi barman organizzati da Flair Academy sono tenuti da esperti del settore con anni di esperienza alle spalle. Grazie al riconoscimento dell’ente da parte dalla Regione Lombardia, la frequenza del corso dà diritto al rilascio di attestato di competenza riconosciuto a livello internazionale.
Flair Academy rilancia la sua presenza online rinnovando completamente il suo sito web!
La nuova piattaforma si semplifica rendendo più semplice la navigazione. Viene dato maggior risalto ai corsi di formazione della scuola offerti dall’ente che spaziano dal corso bartender basic fino ad arrivare ad altri più dinamici e di tendenza come flairbartender e Latte Art.

Con la sua ampia gamma di servizi correlati, tra i quali consulenza e bar catering, Flair Academy è in grado di rispondere anche ad esigenze diverse da quelle della pura formazione.

Grazie agli anni di presenza sul territorio, i certificati ottenuti ed il successo dei corsi per barman e bartender, Flair Academy si conferma un punto di riferimento per tutti coloro che volessero intraprendere, per lavoro o per interesse, un corso barman, uno dei mestieri che non conosce crisi.

Flair Academy s.r.l.
via Melchiorre Gioia, 63 - 20124 Milano (MI)
Tel. 02.67382649

Visitare la Liguria

Stretta tra il mare e i monti, la Liguria, sottile e lunga lingua di terra svelerà al visitatore paziente anche il suo volto segreto, nascosto.  Per chi ama il mare e ad esso non può rinunciare, le spiagge del ponente con il loro mare cristallino, premiata dalle Bandiere Blu di Legambiente, sono l'ideale per godersi una vacanza in famiglia. In particolare la spiaggia della Baia dei Saraceni, a Varigotti, di ghiaietta e sabbia fine, sarà l'ideale per concedersi una passeggiata al mattino presto o la sera, quando si può ammirare uno splendido tramonto sul mare. Per un'escursione a piedi o in barca, un luogo da non perdere è sicuramente San Fruttuoso di Camogli dove, affacciata su una splendida spiaggia di sassi, potrete ammirare l'antica Abbazia, risalente al VIII secolo. San Fruttuoso è una meta decisamente particolare perché la si può raggiungere soltanto a piedi, percorrendo il sentiero da Portofino Vetta o da Portofino Mare (90 minuti in tutto) oppure via mare grazie ad un'ampia scelta di battelli che partono da Recco, Camogli, Portofino, Santa Margherita Ligure, Rapallo, Sestri Levante, Lavagna, Chiavari e Genova porto Antico. Se invece oltre al mare volete apprezzare le bellezze dell'interno della regione, sarà sufficiente lasciare la costa ed addentrarsi per qualche decina di chilometri, per ritrovarsi improvvisamente immersi in un paesaggio fortemente montano. Alle spalle di Arenzano, ad esempio, con un trekking della durata di circa 4 ore, si potrà raggiungere la cima del Monte Argentea, che, con i suoi 1083 metri proporrà agli occhi dei 'suoi ospiti', un panorama mozzafiato che spazia dal mare alle montagne circostanti.
Sul versante di levante, per unire la bellezza del mare e quella delle aspre montagne liguri, è possibile alloggiare in un vero agriturismo Cinque Terre, situato sulle immediate alture alle spalle di Monterosso, l'Agriturismo deli Olivi, dove assaporare un soggiorno genuino che sa di natura e tradizione.


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Intervista di Alessia Mocci a Giovanni Nebuloni per l’uscita di “Inferno a Milano – La nota nella nota”

Lo scrittore milanese Giovanni Nebuloni è proofreader di traduzioni da russo, tedesco ed inglese nella sua società. Nel 2010 fonda la Fact-Finding Writing (scrittura conoscitiva o scrivere per conoscere), una sorta di conoscenza pari o forse superiore rispetto ai paradigmi del saggismo filosofico, storiografico o scientifico.
La sua prima pubblicazione risale al 2007 con “La polvere eterna” (Edizioni di LucidaMente), segue nel 2008 “Il disco di Nebra” (inEdition Editrice) e “Fiume di luce” (Il Filo), nel 2011 pubblica “Dio a perdere” (Prospettiva Editrice), e nel 2012 pubblica il suo quinto romanzo “Il Signore della pioggia” (I libri di Emil). Del 2013 “Viaggi inattesi” edito da Amande, segue nel 2014 “L’umile forma dell’immortalità” edito da I libri di Emil, del 2015 “Nel nome dell’Universo” per 13Lab, e per la stessa casa editrice troviamo nel maggio 2016 il suo nono ed ultimo romanzo “Inferno a Milano. La nota nella nota” di cui oggi parleremo in modo approfondito con lo stesso autore.
Un gruppo di sicari appartenenti ad una congrega russa, la protagonista femminile ormai costante nei romanzi dell’autore, la musica che interagisce con i metalli alterandoli, la velata citazione ad Isaac Asimov, l’uso caparbio del Fact-Finding Writing, ed altro ancora nell’action-thriller “Inferno a Milano. La nota nella nota”.
Ma sarà Giovanni Nebuloni a raccontarci qualcosa di più, e spero che le sue parole possano incuriosirvi abbastanza portandovi non solo a leggere il suo nono romanzo ma anche i precedenti che consiglio vivamente.

A.M.: Ciao Giovanni, è un piacere rincontrarti dopo quattro anni dall’uscita de “Il Signore della Pioggia”, ed in tutto questo tempo sei stato uno scrittore prolifico ed attento. Oggi parleremo della tua ultima fatica “Inferno a Milano – La nota nella nota” edito da 13Lab Editore Milano, con il quale hai pubblicato anche “Nel nome dell’Universo” nel 2015. Questa tua conferma editoriale mi fa dedurre che tu ti sia trovato molto bene con la casa editrice e questo non può che farmi piacere. Ma iniziamo pure “l’interrogatorio”… Possiamo definire “Inferno a Milano – La nota nella nota” un action-thriller con una trama ad incastro che ricorda le matrioske. Il sottotitolo è esplicativo “La nota nella nota”. Ci puoi narrare la logica che ti ha portato alla stesura del romanzo e la scelta didascalica?
Giovanni Nebuloni: Ciao a te e a tutti i miei lettori e… grazie. Per rispondere a questa tua prima domanda, seguo i dettami della corrente letteraria da me fondata nel 2010, della quale si parla anche qui, in questa stessa intervista successivamente. Pertanto, le mie storie devono essere innanzitutto nuove, originali. Ho sempre molto da raccontare. Da parecchi anni, annoto in file qualsiasi idea di narrazione che ritengo possa essere degna di nota e in ogni momento posso andare a ripescarne una o più e svilupparle. Nella stesura di questo romanzo – il nono – ho voluto evidenziare come un corpo estraneo, un’entità straniera possa mettere a rischio, far traballare le fondamenta, seppur solide, d’una metropoli, e minare quindi il mondo. Di conseguenza il messaggio è: “Non abbassiamo mai la guardia, perché il male è una bestia insonne”.

A.M.: Massimo Ferlinghetti, nell’introduzione di “Inferno a Milano – La nota nella nota”, trattando la questione pubblicità e fortuna paragona l’artista ad un atleta che salta in alto, ma sono i giudici di gara a stabilire l’altezza del salto. Trovo molto seducente questo parallelismo e ritengo sia davvero appropriato. Che cosa hai provato leggendo le parole di Massimo?
Giovanni Nebuloni: Massimo Ferlinghetti è colui che ha eseguito anche l’editing del romanzo di cui stiamo parlando. È un giornalista free-lance e conosce l’ambiente.

A.M.: Una peculiarità che vorrei mettere in luce è che il romanzo presenta 290 pagine ma, la sottile e raffinata trama si svolge in sole 80 ore. Restando sulla numerologia: in quanto tempo hai scritto “Inferno a Milano – La nota nella nota” e quanto è durata la revisione prima della stampa definitiva?
Giovanni Nebuloni: Il tempo circoscritto in pochi giorni è una caratteristica di tutti i miei romanzi, affinché la narrazione sia incalzante e perché il lettore, una volta che mi abbia preso con sé, non mi abbandoni tanto presto, non prima dell’ultima pagina. La realizzazione di questo romanzo ha richiesto due anni circa e non prevedo mai una fase specifica, a sé stante di revisione, ma un’attività continua di limatura e avanti e indietro, che avviene contemporaneamente alla scrittura. Per esempio, arrivato a pagina duecento, è facile che mi senta di riprendere i due capitoli da pagina dieci, rivederli e passare alla pagina cento prima di tornare alla pagina duecento. Il mio è un lavoro che implica un andirivieni ininterrotto, fino alla stesura definitiva.

A.M.: Un particolare inquietante di “Inferno a Milano – La nota nella nota” è la scena del night nel centro di Milano, nel quale l’assolo di un sassofono attiva la sconvolgente auto-chiamata dello smartphone di uno dei personaggi. Quale rapporto hai con la musica e quanto il sassofono, oltre ad esser incastonato nella copertina, è per te simbolico?
Giovanni Nebuloni: Mio padre suonava sax contralto (marca Grassi), sax tenore (Selmer) e clarino in si bemolle (Buffet Crampon). Non ho dedicato questo romanzo in sua memoria perché l’ho già fatto con il mio settimo romanzo, “L’umile forma dell’immortalità” (anche in questo la musica è fondamentale). Faceva anche jazz, non con la tecnica di Parker o Coltrane, ma con lo stesso trasporto, con lo stesso cuore dei più grandi jazzisti e io conosco il sax, si può asserire, da prima di nascere, quando ancora nel grembo di mia madre e la musica jazz, classica e rock è parte imprescindibile della mia vita. Ora, in realtà, il sax del romanzo fa sì che uno smartphone chiami se stesso con “la nota nella nota” del sottotitolo del romanzo, cioè un particolare modo di suonare assolo jazz del quale, per ovvie ragioni, non posso dire altro e lo scoprirà il lettore. Qui posso dire invece che un tale evento non è scientificamente e tecnicamente impossibile. Infatti, un suono – un fenomeno fisico paragonabile al moto ondoso dell’acqua – con determinate altezza, intensità e timbro può far vibrare per risonanza certi materiali, anche i micro componenti dei circuiti hardware, cioè del microprocessore, di un cellulare, e far sì che i componenti cambino di stato. I computer ragionano in binario: 0 e 1 e se le note del sassofono fanno cambiare di stato a più componenti – da 0 a 1 o viceversa – è possibile che le note del sax causino la formazione della sequenza di 0 e 1 che costituisce la chiamata del cellulare a se stesso. En passant, qualcosa di simile accade nel film Eagle Eye del 2008, con i noti attori hollywoodiani Shia LaBeouf e Michelle Monaghan, ispirato al racconto di Isaac Asimov “Tutti i guai del mondo” e dove le note di una tromba innescano un ordigno esplosivo.

A.M.: Ed ora la domanda nasce spontanea: gli eventi narrati sono in toto partoriti dalla tua immaginazione oppure attingono dalla realtà milanese?
Giovanni Nebuloni: C’è una parte di realtà: quante società russe (e orientali) hanno acquistato e stanno trattando l’acquisto di immobili e altre società milanesi? Si pensi alla partecipazione russa alla Pirelli, anche ai proprietari russi delle squadre di calcio del Chelsea, del Monaco, del Bari, e ai cinesi di Milan e Inter. Questo mio ultimo romanzo si potrebbe condensare come: “In bilico tra realtà e fantasia, l’acquisizione economica di Milano da parte di un’organizzazione russa è il preludio alla conquista del mondo” e più nello specifico, la narrazione di “Inferno a Milano – La nota nella nota” s’avvia in una prima serata di settembre. Siamo a Milano, in viale Regina Margherita. Una zona residenziale, in un palazzo d’epoca dove i due figli del più grande possidente italiano stabiliscono il parricidio, poco dopo vengono invece assassinati, assieme al padre e a cinque guardie del corpo. I sicari del commando appartengono a una confraternita russa e dileguandosi dal luogo dell’efferata strage – l’edificio a cui hanno appiccato un devastante incendio per distruggere qualsiasi traccia del loro intervento –, s’imbattono in una volante della polizia, sopraggiunta per constatare gli effetti del rogo. Ne colpiscono a morte l’agente alla guida e per circostanze a lei favorevoli, risparmiano la vita a Livia Ferrari, la collega sul sedile a fianco. Un ispettore non ancora trentenne che sta svolgendo indagini inerenti a misteriose e molto consistenti compravendite immobiliari e di società, in Lombardia e a Milano in particolare e la protagonista del romanzo. Segue immediatamente quella che sarà una chiave della trama (si veda il sottotitolo “La nota nella nota”). Cioè la strana, inquietante e, almeno per la confraternita, intrigante funzione dello smartphone d’un monsignore cattolico – un membro della confraternita – che, in un night in centro a Milano, senza intervento alcuno da parte dell’utente, ma alle note di un assolo di sassofono, chiama se stesso (“la nota nella nota”). Il monsignore abbandona precipitosamente il night. Si reca da una suora ortodossa amica, nella vicina chiesa ortodossa di San Vito in Pasquirolo, a pochi metri da San Babila, dove, per un litigio con uno dei sicari di cui sopra, il monsignore viene ucciso. La confraternita inquina la scena del delitto e l’ambientazione si sposta a Tula, una città a cento chilometri da Mosca. Nell’enorme caverna sotterranea ricavata alla sua periferia, e abitata da un migliaio di devoti fedeli, il capo della potentissima confraternita conferma subito che un cellulare che chiama se stesso può essere di fondamentale importanza per la confraternita. In quanto per la stessa – o per l’associazione religiosa anche criminale derivata da antiche sette russe –, per i lori riti, una certa musica è imprescindibile. Con il compito di stabilire l’esatta situazione attuale milanese, e di fare piena luce sulle caratteristiche della “nota nella nota”, il capo delle sette risorte destina a Milano, in incognito, uno degli adepti, il ministro per l’economia della Federazione Russa. Siamo tornati dunque a Milano, da qui non ci si sposterà più fino alla scena finale e… ma stiamo parlando di un thriller e andare oltre non sarebbe opportuno…

A.M.: “Inferno a Milano – La nota nella nota” e Fëdor Michajlovič Dostoevskij: che cosa accomuna il tuo romanzo al grandissimo scrittore e pensatore russo?
Giovanni Nebuloni: Il caro Dostoevskij scrive delle sette russe di cui parlo in questo mio ultimo romanzo nei suoi romanzi “I demoni” e “L’idiota”.

A.M.: Ripercorrendo il tuo passato penso sia doveroso citare la corrente letteraria che hai fondato nel 2010, la Fact-Finding Writing, che si occupa di scrittura conoscitiva o per dirla in altre parole “scrivere per conoscere”. Anche quest’ultimo tuo romanzo è un esempio concreto di commistione tra linguaggio cinematografico e linguaggio letterario in una sorta di visione continua dei personaggi che vengono esposti al lettore come se fossero ripresi da una telecamera nascosta. Quanto è grande la tua passione per il cinema?
Giovanni Nebuloni: Devo prima dire in breve cos’è la Fact-Finding Writing, o FFW, e cioè, con l’umile spirito dell’artista artigiano – d’una persona che ama il proprio lavoro e che opera per realizzare se stesso e offrire qualcosa agli altri –, l’obiettivo della FFW – scrittura conoscitiva o scrivere per conoscere, mediante la narrazione – è di conoscere e non smettere di conoscere. Non conosco altre correnti letterarie attualmente vive non solo in Italia e scopo della FFW è, fondamentalmente, la trasposizione e la trasformazione dell’impulso naturale, congenito nell’uomo, che tende alla conoscenza, mediante la parola scritta, di solito più ponderata dell’espressione soltanto. Ciò che ci differenzia da qualsiasi altra forma di vita su questa terra è la parola scritta. Siamo diventati ciò che siamo, ci siamo evoluti grazie alla scrittura e non vedo perché grazie alla scrittura non si debba conoscere ulteriormente. La letteratura può comprendere qualsiasi altra attività mentale, dalla scienza alle religioni. Il contrario non è vero e perché, tramite la letteratura, non cercare di avvicinarsi al segreto dell’universo? C’è forse qualche disciplina o credo che possa asserire, che sia in grado di provare la determinata verità di una teoria scientifica o l’esistenza, reale e razionalmente dimostrabile, di un Dio? A proposito del nome, mi domandai come chiamare questo indirizzo culturale e ricordai che “Fact-Finding Writing” è un’espressione utilizzata nel linguaggio forense americano, per indicare l’indagine sui fatti durante un procedimento giudiziario, mentre nella comunicazione è la scernita per importanza delle notizie. Decisi di prendere tale espressione e rivolgerla all’indagine generale e universale che solo la letteratura può svolgere. E poi l’inglese sta diventando sempre più la lingua universale e non c’è un italiano che non mastichi, almeno un poco, la lingua di Shakespeare. Il logo della FFW non poteva essere che la fotografia della Via Lattea, la nostra galassia… perché una fotografia dell’intero universo non esiste ancora. Il cinema? Per un romanziere del XXI secolo tenerne conto è imprescindibile. Siamo nell’era delle immagini e il mio stile tiene d’occhio il terzo occhio, il cinema, più che il teatro. “Nell’ottica” stilistica, obiettivo della FFW è avvicinare il linguaggio cinematografico al linguaggio letterario. Vorrei che per il lettore la pagina diventasse “una videata da leggere” – non solo mediante dispositivi digitali –, uno “schermo di carta” che però si possa piegare fisicamente. I personaggi vengono “ripresi” come da una telecamera, con la quale ci si addentra però anche nell’interiorità, dentro la psiche. Nei miei personaggi, tendenzialmente m’immedesimo come può fare un attore alla Strasberg o Stanislavskij. Come in un film, i personaggi si descrivono anche attraverso le loro parole. I dialoghi, anche privi di didascalie, vorrebbero far sì che la pagina su carta o a video venga percepita come “una visione continua,” cioè sempre come in un film.

A.M.: Ci sono in programma presentazioni di “Inferno a Milano – La nota nella nota”? Puoi anticiparci qualcosa?
Giovanni Nebuloni: Sono previste alcune presentazioni a Milano, per esempio in una libreria prossima all’Università della Bicocca milanese, in uno o più circoli culturali, ma si devono stabilire ancora le date. Con la casa editrice, 23Lab Editore Milano, parteciperò alla manifestazione “BookCity” che si terrà a Milano a novembre, e alla prossima Fiera del Libro di Milano nell’aprile 2017.

A.M.: E come mio solito, a fine intervista, mi piace chiedere di salutare con una citazione…
Giovanni Nebuloni: Una citazione che rispecchia lo spirito di tutti i miei romanzi, che si concludono sempre con un moto deciso e inarrestabile verso la speranza, una citazione da Pene d’amor perdute del caro William Shakespeare: “Nei momenti estremi, il tempo conforma tutte le cose alla sua estrema urgenza e spesso, proprio al culmine della parabola, risolve in un punto quello che in lunghe stagioni non era riuscito a risolvere.”

Written by Alessia Mocci

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La scelta di un nuovo materasso comodo, che garantisca il corretto sostegno e di alta qualità è importante per aiutare le persone che soffrono di mal di schiena a raggiungere una notte di sonno ristoratore, ma dormire bene è importante per la salute di tutti.
Importante per una buon scelta, è comprendere la composizione fisica del materasso e porre quante più domande possibili al venditore. Gli esperti di Letti&Materassi sapranno consigliarvi ed accompagnarvi in una scelta oculata.
Ad esempio per un materasso a molle, il filo metallico che le compone è disponibile in diversi spessori, diametro minore denota minore spessore, un filo più rigido caratterizza un materasso più rigido. Una maggiore concentrazione molle può indicare un materasso di qualità superiore, ma questo non significa sia il migliore per voi: ognuno deve effettuare una scelta personale al fine di trovare il materasso più indicato per il sostegno della colonna vertebrale o per alleviare il mal di schiena. Anche l'imbottitura, disponibile in diversi materiali, concorre a determinare il livello di qualità del materasso.
Lo strato esterno di un materasso di solito è in poliestere o misto cotone-poliestere, almeno in un materasso di buona qualità. La trapuntatura deve essere ben continua, compost da punti ininterrotti.
I materassi di lattice o di memory, sono una innovativa e valida alternativa ai materassi tradizionali, e sono costituiti interamente o prevalentemente da memory o schiuma di lattice. Esistono però diverse densità della schiuma e, in base ai differenti gradi di rigidezza, sarà possibile trovare quella più adatta alla nostra conformazione fisica ed alle nostre esigenze. Scegliere tra un materasso di gommapiuma e un materasso tradizionale sarà determinato dalle nostre preferenze personali. Insomma per effettuare una buona scelta, soddisfacente e i cui benefici siano duraturi nel tempo, occorre fare domande, chiedendo informazioni sui vari prodotti ed esaminare a fondo ogni materasso: questo ci aiuterà a diventare consumatori più istruiti e, dunque, più soddisfatti. Seguendo questi consigli pratici per la scelta di un nuovo materasso, saremo ben attrezzati per trovare il miglior materasso per il comfort del sonno, per il supporto per la schiena e per alleviare il dolore lombare.

La sistemazione giusta tra gli hotel a Rimini Marina Centro? Hotel Soleblu

Stai cercando un hotel a Rimini Marina Centro ma non riesci a trovare la sistemazione giusta? Scegliere un albergo moderno ed elegante ti consentirà di trascorrere momenti di piacere e relax in una delle zone più esclusive della città romagnola. Famosa per essere stata una della prime località a dotarsi di stabilimenti balneari, la marina di Rimini è collegata con il centro storico del borgo attraverso Viale Tripoli.

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Intervista di Alessia Mocci a Paolo Maria Rocco: I Canti e Virginia, o: Que puis-je faire?

Sul senso di una vita, e sulla natura/ scanzonata degli dei, venivi inconsapevolmente/ occupata da interroganti pensieri, e di viventi/ da una moltitudine, dal mondo/ fuggitivi. Per cui anche tu poi sei partita/ dalla strada diversamente assorta/ e come rinsavita. La tua resipiscenza// [...]” - "I Canti"
Paolo Maria Rocco è nato a Napoli, e risiede a Fano. Laureato in Lettere moderne esercita ben presto la professione del giornalista (“Il Giorno di Milano”, “L’Eco di Bergamo”, “Il Resto del Carlino”, ecc.). Nella sua carriera si citano collaborazioni con Università, pubblicazioni di libri di poesie e saggi di critica italiana, curatore di mostre con nota critica in catalogo, insegnate di Letteratura italiana.
Nel dettaglio, oggi prenderò in considerazione due pubblicazioni edite da Bastogi Libri “Virginia, o: Que puis-je faire?” (2014) e “I Canti” (2015). Sperando che l’incipit abbia instradato il lettore nella curiosità di conoscere le complessità poetiche di Paolo Maria Rocco, vi lascio alle sue parole.


A.M.: Ciao Paolo, ti ringrazio per avermi concesso questa intervista e non ti nascondo che ho sbirciato sul tuo curriculum scoprendo che sei nativo di Napoli, ma che hai frequentato l’Università di Lettere ad Urbino con successivo perfezionamento a Firenze. Ora sei insegnante di Letteratura e Storia nelle scuole superiori e, alle spalle, hai una carriera da giornalista e scrittore. Come mai il giornalismo?
Paolo Maria Rocco: Anch’io ringrazio te, Alessia, e Oubliette, per questa opportunità. In verità le due attività di cui parli le ho cominciate abbastanza presto e le ho continuate. ‘Alle spalle’, quindi, ho un po’ di esperienza, diciamo. Attualmente, riguardo al giornalismo, collaboro con il quotidiano online Altrogiornalemarche diretto da Elpidio Stortini. Il giornalismo è, ed è stato, per me, uno strumento importante che ho sviluppato insieme alla scrittura letteraria: ho cominciato come cronista da quando facevo l’Università, a Urbino, attraverso una emittente radiofonica, Controradio93, che ho fondato insieme a mio fratello Claudio e ad un gruppo di cari amici urbinati e non. Controradio mi ha condotto al giornalismo ‘parlato’ e alle inchieste: il giornalismo è mettere in grado il lettore di conoscere attraverso l’informazione non compiacente e non alterata, è incidere sulla realtà quotidiana porgendo notizie e informazioni utili a discernere sui fatti della vita per decidere, deliberare. Per un certo periodo è diventata la mia occupazione lavorativa principale, mentre contemporaneamente percorrevo le tappe obbligate per lasciare aperta la strada dell’insegnamento, qualche supplenza, concorsi, poi l’insegnamento come docente a contratto per l’Università, partecipazioni da relatore a qualche convegno… e nel frattempo scrivevo e pubblicavo su rivista e libri, poesie, traduzioni… Successivamente il giornalismo scritto -per La Gazzetta di Pesaro e di Ancona, inizialmente, e poi per Il Giorno di Milano, L’Eco di Bergamo, Il Resto del Carlino e altri organi di stampa- mi ha concesso di diventare giornalista professionista nell’Ordine delle Marche… E poi sono entrato stabilmente nella Scuola superiore. Comunque, l’essere diventato professionista avendo superato un difficile Esame di Stato mi dà qualche opportunità.


A.M.: Un anno e mezzo fa hai pubblicato "Virginia, o: Que puis-je faire?" edito da Bastogi Libri. Ho notato che viene definito spesso un romanzo musicale, ci puoi spiegare il perché?
Paolo Maria Rocco: Prima del romanzo“Virginia: o: Que puis-je faire?” vorrei dire che ho pubblicato poesie in alcune riviste specialistiche, tra le quali “Hortus” diretta dal poeta Eugenio De Signoribus, e “Marka” diretta dallo scrittore Clio Pizzingrilli. “Virginia...” è il mio primo romanzo e la definizione di romanzo musicale lo devo ad Anna De Concilio, critica letteraria che ha fatto risaltare, nell’intreccio tra struttura della narrazione e concetti trattati, una costruzione da spartito, appunto. La Musica è uno dei temi centrali del romanzo, il pattern, a partire dalla protagonista Virginia e da alcuni episodi che ritengo esemplari della vita straordinaria di Guido d’Arezzo (l’inventore, come si sa, della notazione musicale) la cui esperienza, nel romanzo ambientato nella nostra epoca, gioca un ruolo fondamentale.


A.M.: Come mai questo interesse verso la Musica?
Paolo Maria Rocco: Perché è un leitmotiv nella mia vita: mio nonno Gaetano era pianista e compositore, apprezzato anche da Toscanini che gli aveva chiesto di far parte della sua Orchestra, negli Usa, ma lui ha rinunciato per stare vicino alla famiglia; a Urbino è stato Direttore della Cappella Musicale del S.S. Sacramento e della sua Orchestra, e ha lasciato molte belle composizioni, sinfonie, musica da camera che sono conservate ancora lì. Altri parenti suonavano, le zie Giovanna (violino) e Lea (pianoforte), lo zio Italo, detto Bebé (pianoforte) che con il suo gruppo di musicisti ha girato il mondo con successo tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento, e poi altri miei famigliari hanno preso questa strada, come mia sorella Alberta, flautista e pianista, diplomata al Conservatorio “G.Rossini” di Pesaro. Io, ho preso e continuerò a prendere lezioni di pianoforte, anche se è molto difficile conciliare tutto… Questo per dire che non è casuale il mio interesse verso la musica. Credo che una delle chiavi di lettura per capire la storia di Virginia, giovane musicista e compositrice del Nord America (luogo in cui è ambientata parte del romanzo), si rilevi nelle parole di Elisabeth, musicologa, personaggio importante nella narrazione, proprio quando parla del rapporto nuovo di Virginia con il suo pubblico: “Virginia ha rinunciato a esercitare il suo potere seduttivo, anzi, gliene ha rivelato un altro ma… se privi qualcuno dell’incantamento al quale vuole asservirsi, essendosi preparato esattamente per questo e, per di più, avendo pagato anche il costo di un biglietto d’ingresso…”. In questo modo Elisabeth rimarca il gesto di verità di Virginia nel quale sta una parte del significato della storia: una giovane donna che ribalta un ordine precostituito nella consapevolezza che opporsi ai conformismi, alle convenzioni sociali (privare qualcuno dell’incantamento) significa anche attirarsi mugugni -nel migliore dei casi, altrimenti proteste e contestazioni, come accade alla protagonista-, squarciare un velo di ipocrisia, mettersi di fronte a se stessi senza alibi, e conquistarsi, attraverso un percorso non semplice, uno spazio di libertà come ha ben compreso Flavia Liotti nella Postfazione. È una allegoria, insomma, della Vita, di un certo tipo di Vita (ma questo sarà il lettore a scoprirlo), la storia di una scelta dettata da un certo sentimento dell’esistenza che impone un discrimine. E anche in ciò vi è un rapporto non solo con Guido d’Arezzo -che, monaco nell’anno Mille, ha sconvolto un ordine pagandone per molto tempo le conseguenze- ma anche con altre personalità della Cultura di ogni tempo (alle quali ho dedicato spazio e ruolo significativi nel romanzo) che hanno condotto una esistenza sopra le righe e, ognuno di essi, lasciando l’impronta, indelebile, del proprio genio nonostante tante e anche gravi avversità. Il romanzo è costruito come una storia nella storia, in una struttura ad incastro e dall’andamento circolare nella quale sono presenti flash-back, accelerazioni, pause di riflessione, ritmato dagli episodi della ricerca della parte mancante di un antico breviarium musicale (un impegno condotto da Virginia nella consapevolezza che ciò la disporrà ad un percorso di conoscenza interiore, ma che non costituisce la vera impresa che lei affronterà e della quale lascio la scoperta al lettore), e dai luoghi in cui si svolge la narrazione, tra i quali il Monastero marchigiano di Fonte Avellana (nel quale ha soggiornato Guido d’Arezzo) e il Maine. Anche la ‘storia’ del breviarium è una storia di conflitti e armonie… ma non voglio dire di più su questo Codice così conteso perché credo nel piacere della lettura che porta anche a scoprire episodi dei quali si è perduta del tutto la memoria purtroppo… E poi ho curato –anche attraverso il rilievo che ho voluto dare alla funzione dialogica- che fossero ben rilevate le corrispondenze tra gli stessi luoghi e gli stati d’animo dei personaggi… non meno importante la storia d’amore di Virginia e lo scarto narrativo che interviene alla conclusione della narrazione, che si può definire anche ‘colpo di scena’… per questo anche Salvatore Ritrovato, poeta, critico letterario e docente universitario, ha parlato di “Virginia” come di una narrazione tra le più interessanti nel panorama della narrativa contemporanea, e gliene sono grato.


A.M.: Confermando Bastogi Libri, qualche mese fa vede la luce un’opera intitolata “I Canti”. Quando nasce la tua passione per la poesia e a quale tipologia di scrittore pensi di appartenere? Sei maggiormente poeta o scrittore?
Paolo Maria Rocco: Scrivo poesie da quando ero al Liceo. E non ho mai smesso di farlo. Non dico nulla di nuovo se affermo che scrivere poesie dispone ad un lavoro intenso, disciplinato e severo, ma non potrebbe essere altrimenti. Deve essere così. E questo suggerisce a quale ‘tipologia di scrittore’ –come mi chiedi- io appartenga insieme a non pochi altri che concepiscono la scrittura in versi non come una vocazione, una missione, ma come un’arte che ha delle regole, come tutte le arti che, se si vuole coltivare, si deve innanzitutto rispettare dotandosi, preliminarmente, degli strumenti idonei a capirla, a cominciare dal dato, per esempio, costituito dal valore polisemico della parola poetica, del suo potere evocativo, del simbolismo... In questo senso, ma non solo, la cosiddetta ‘semplicità’ (concetto che, mi sembra oggi mal compreso guadagni molti adepti) non è il metro di giudizio di una buona o di una cattiva poesia: la ‘semplicità’ in Poesia non vuol dire, come spesso accade, faciloneria, sciatteria della lingua e dello stile con inevitabile depressione e mortificazione del significato. Al contrario, la poesia è complessità, tant’è che la comprensione di una poesia non può mai fermarsi ad una lettura di superficie (che può far piacere perché magari si orecchia una certa cadenza o si è colpiti da una particolare immagine), si deve cercare di capire perché l’autore abbia messo una parola proprio in quel punto del verso e non in un altro, perché proprio quella parola e non un’altra, quali rapporti quella parola intrattiene con la parola che la segue o con quella che la precede, e un verso con l’altro, e con l’insieme del componimento, e le figure retoriche, e il ritmo e la musicalità del verso, e tante altre cose che si imparano, col tempo e con la dedizione e lo studio… sto parlando dello stile, anche, e della ricerca dello stile, importantissimo in poesia come in prosa. Quella cosa, lo stile, che faceva dire a Luois-Ferdinande Celine: “Quel che conta è lo stile, e allo stile nessuno vuole piegarvisi. Richiede un enorme lavoro, e alla gente non piace il lavoro (…) Senza del lavoro non puoi fare molto… c’è l’eloquenza naturale, beh è davvero nociva, l’eloquenza naturale, veramente nociva. Bisogna che la cosa tenga sulla pagina. Per tenere su una pagina serve uno sforzo grandissimo. (…) Questo stile è un certo modo di forzare le frasi, a farle uscire leggermente dal loro significato abituale e poi di scardinarle, per così dire, di spostarle e forzare così il lettore stesso a spostare il suo senso (…) Questo richiede enormemente del distacco, della sensibilità; difficilissimo da farsi perché bisogna girarci attorno… Attorno a cosa? Attorno all’emozione (…)”.


A.M.: Lo stile come organizzazione formale dell’emozione?
Paolo Maria Rocco: In un certo senso, come sua elaborazione nella scrittura letteraria. Questo dovrebbe convincere anche dell’importanza, non sempre riconosciuta, dello strumento linguistico che utilizziamo. Quando Georges Bataille dice che la poesia non serve a fare rivoluzioni poiché può solo ribaltare l’ordine delle parole, non dice una battuta ma qualcosa che riguarda lo statuto stesso della poesia, la rivoluzione non è quella comunemente intesa dai ‘rivoluzionari di professione’ ma, per esempio, la consapevolezza dell’autonomia del linguaggio utilizzato a fini estetici, della baudelariana magia evocatrice della lingua poetica, della compresenza di più livelli di significato, della assunzione di una realtà altra che ci porta poi al rilievo del ‘non-detto’, dell’implicito, del presupposto che impone, da parte del lettore, la capacità di integrazione del senso… ciò che troviamo anche, variamente trattato, nelle teorie dei formalisti russi, degli strutturalisti, di Jakobson, di Umberto Eco, o di Agamben che sostiene “Non c'è poesia senza pensiero, così come non c'è pensiero senza un momento poetico” poiché “filosofia e poesia non sono due sostanze separate, ma due intensità che tendono l'unico campo del linguaggio in due direzioni opposte: il puro senso e il puro suono”, o ancora Agosti, Saussure e tanti altri non meno importanti… Per chi scrive con la consapevolezza di ciò che si sta facendo, quindi, non credo possa avere asilo la distinzione tra scrittore di poesie e scrittore di narrazioni (quando non ci si riferisca esclusivamente alla struttura della forma), o, men che meno, l’avere la cognizione di sè come poeta o come narratore. Si può essere l’uno o l’altro, o entrambi nello stesso tempo, per molti validi motivi (quando di essi si accerta la presenza).


A.M.: È pratica di taluni dedicare il proprio libro a qualcuno per svariati motivi, quali per esempio una forte emozione che lega i due, od un aiuto importante, o solamente una citazione. “I Canti” è dedicato ad Alfredo e Vera, ci racconti chi sono?
Paolo Maria Rocco: Io lo considero un omaggio. Alfredo e Vera sono i miei genitori. Ai quali devo l’amore per le cose belle, vere, quindi, grazie alla cura che hanno avuto nel crescere ed educare noi figli in un ambiente sano e nel metterci a disposizione, fin da piccoli, insieme ai giocattoli e ai tanti momenti di divertimento puro, anche molti libri la cui lettura abbiamo vissuto come un divertimento e un piacere… diverso. Siamo stati fortunati come credo lo siano molti per ragioni analoghe. E, in seguito, la biblioteca si è arricchita sempre di più. Ti sono grato per questa domanda perché mi dà l’opportunità di dire qualcosa dei miei genitori, e di ringraziarli. Mio padre, che ha sempre coltivato un interesse costante e anche specialistico per la Cultura, negli ultimi tre anni della sua vita ha occupato il suo tempo dedicandosi, da autodidatta, alla traduzione dallo spagnolo di quattro romanzi di Benito Pérez Galdόs (La de Bringas, Tristana, Tormento, Fortunata e Jacinta): poi Carlo Bo, con l’acume di studioso e l’intelligenza che gli erano propri, ne ha scritto molto lusinghevolmente, dedicandogli una pagina intera nel settimanale Gente sul quale teneva una rubrica sulla Letteratura. Prima ancora scrisse un bel saggio sulla medicina omeopatica (uno dei suoi interessi) in “Agorà – Trimestrale su Natura e Società, Linguaggio e Cultura”. Mia madre è stata una valente e apprezzata ceramista d’arte, a Urbino, una delle capitali della ceramica d’arte e poi a Napoli, per un certo periodo. Oggi, è un’accanita lettrice di romanzi, di biografie e una instancabile compilatrice di cruciverba! Insomma, un ambiente propizio per favorire certi piaceri, corroborati dai racconti dell’infanzia dei miei genitori: di quando mio padre visse in Eritrea (mio nonno paterno, Alberto, era un ufficiale dell’Esercito italiano durante la Seconda Guerra) in un ambiente per molti versi ostile, selvaggio ma anche esotico, affascinante nei suoi ricordi, o quando mia madre e la sua famiglia nascosero un ufficiale inglese in casa, a Gallese (cittadina laziale ove abitarono per diversi anni), mentre c’erano i tedeschi che si erano impossessati di tutti i locali del pianoterra per insediarvi una postazione radio che manteneva i collegamenti con le truppe comandate da Kesserling e acquartierate sul vicino monte Soratte… o ancora quando, sempre tra il 1943/44, furono ‘visitati’ nella loro abitazione da alcuni soldati Polacchi in ritirata perché stavano arrivando gli Alleati; ci racconta di come chiedessero, nonostante fino a poco prima occupanti, che mio nonno suonasse per loro musica classica insieme alle mie zie, e che mentre ascoltavano piangevano e applaudivano e si asciugavano le lacrime chiedendo di suonare ancora… E di tanti altri episodi vissuti nell’immediato Dopoguerra… E poi devo sottolineare la presenza dei carissimi nipoti, dalla più piccola al più grande d’età: Aurora, Caterina, Ettore, Guglielmo.


A.M.: Cinque Tempi, un intermezzo ed i sonetti. Come nasce la struttura de “I Canti”?
Paolo Maria Rocco: In realtà credo che la cosa più difficile per chi scrive poesie sia parlare delle proprie, così come leggerle in pubblico. Per questo anche rimando alla lettura della Prefazione ai “Canti” curata dallo studioso Al J. Moran che ha evidenziato con una bella lettura critica gli aspetti più significativi della mia raccolta di poesie. “I Canti” sono una selezione di poesie scritte in un sensibile arco di tempo, fino ad oggi. Non ho assegnato, però, un ordine esattamente cronologico alle poesie perché il ‘discorso’ si alimenta di rimandi, di connessioni, di approfondimenti di temi, e di sperimentazioni formali come accade quando è in gioco una visione del mondo per le quali l’autore ingaggia un vero ‘corpo a corpo’ con la lingua, innanzitutto, e con il significante e il significato quindi, con il dispiegarsi dell’esistenza ‘qui e ora’, con quanto di universale essa può testimoniare anche nel patrimonio acquisito di storia, sentimenti, informazioni, pensieri, concetti... Da qui anche la decisione di distribuirle in sezioni che costituiscono i Tempi, appunto, dell’elaborazione più che dello sviluppo diacronico, quindi, dei temi che affronto.


A.M.: La poesia ne “I Canti” diventa l’atroce verità dell’Io. Il mondo immaginario si interfaccia così con i desideri o pulsioni più celate. Cosa nasconde questa tua opera?
Paolo Maria Rocco: Perché ‘atroce’? A ben vedere credo non sia atroce alcuna verità… Mi permetti una citazione? William Blake diceva che “la verità risiede nel cuore umano, perché nel cuore dell’uomo sono bene e male, innocenza ed esperienza, purezza e corruzione, cielo e inferno”. Tutti siamo fatti di tutte queste cose. È certo che ci colpiscono i fatti della vita quotidiana o del ‘vissuto’, fatti atroci anche, ma non è di questo che stiamo parlando, vero? L’Io, poi, non mi sembra possa essere accompagnato da sostantivi (o aggettivi) che lo qualifichino: non può esserci una verità dell’Io come non può esserci una falsità dell’Io. E poi la Poesia non è portatrice di verità, la Poesia interroga, pone questioni e si interroga, e può farsi anche assertiva, e se ambisce alla verità lo fa dal luogo di un dialogo ininterrotto dell’uomo con se stesso, con gli altri, con la natura, con la storia, con il mito, con la creatività. Riguardo alle pulsioni e ai desideri, la questione è davvero importante, ed è filosofica, bisognerebbe interpellare Platone, per esempio… Il professor Gianni Scalia (tra i fondatori di Officina con Roversi e Pasolini), che voglio citare perché è uno studioso tra i più importanti sulla scena contemporanea –e che ho avuto l’opportunità di conoscere personalmente- ci ricorda che il demone platonico del Simposio è mancante e desideroso del bello e del bene, “Desiderio, insomma, di ciò di cui manca e a cui aspira; la tensione e l’ascesa lo guidano a un compimento, se nel Fedro la reminiscenza come conoscenza di una “vita anteriore” prima di una caduta e di un oblio, una memoria originaria accende l’anima, ad essa mette le ali”. Ecco, io ‘pulsioni’ e ‘desideri’ li intendo in questo senso e sono proprio di questo… nodo… e di questa ascesa che dicono le mie poesie. Per questo Al J. Moran nell’Introduzione esordisce sottolineando che «Non eravamo in pochi a essere convinti che non ci fosse più un tempo per il pensiero poetante –forma poetica del pensiero forte- certi quanto meno dell’eterogenesi dei fini poetici. Ora una poesia nuova induce a ricrederci e ad ammettere che invece c’è un tempo ancora per la poesia della opposizione aperta e dichiarata al mondo». Quando si parla di ‘verità’, quindi, è nell’accezione di ricomposizione mitica tra finito e infinito, riconciliazione degli opposti che contempli il cuore degli uomini, perché è nella contraddizione costituita da quella tensione che acquistano senso libertà e creatività: «Alla verità la poesia resta invece fedele –continua Al J. Moran nell’Introduzione- alla possibilità di attingerla nell’intermondo di cui scriveva Hölderlin, tra le dimensioni del divino e dell’umanità, dove si trova il poeta. La chiama in causa la verità, depositata nelle informazioni e nella storia che l’anima raccoglie in forma inconscia restando in attesa di restituirla. Soltanto la reminiscenza dei fatti che l’esperienza vissuta trasforma in esistenza psichica, può cogliere in quelli la verità formatasi al contatto tra ciò che percepiamo in noi durevole oltre noi stessi, e la sostanza individuale, per ridestarla e portarla in superficie. Avviene nei momenti della reminiscenza che le idee eterne che esistono in ogni uomo si disvelino tornando a vivere in forma intuitiva, per immagini rivelate, le sole in grado di aprire lo spazio del significato dentro la realtà presente immemore di sé. È questione di fede. Nei Canti le cose accadono su un piano verticale, tra cielo e terra. Il poeta non prova l’ipocrita vergogna di riconoscere che il patrimonio di verità dormienti in ciascuno è quel che rende all’uomo la sua sacralità». Una tensione verso l’ “uno”, verso l’armonia, che non può essere allora se non azione della bellezza e dell’amore. Da tutto ciò l’orfismo dei miei componimenti sottolineato da Moran (nel suo rilevare anche la mia operazione sul linguaggio e i luoghi della mia ricerca), e che –in estrema sintesi- non è soltanto il riconoscere noi stessi nati dalla cenere dei Titani, di una materia che imprime in noi il bene e il male, ma nella tensione, che è ideale etico, a ridestare e a far vivere quella parte di divinità, di sacro, che è in ciascuno.


A.M.: Che tipo di letture ti affascinano?
Paolo Maria Rocco: Tutte, Alessia, a cominciare da tutte le letterature ‘classiche’ (italiana, russa, inglese, spagnola, dell’Est…), e poi, riguardo alla letteratura contemporanea, dando per scontata la selezione che si deve fare tra un Autore e l’altro, leggendo quelli, e sono tanti, che ritengo di valore. Poesia, narrativa, saggistica, filosofia, teatro. Insomma, leggo molto, mi piace. In questo periodo sto leggendo due libri di tutta evasione, diciamo: racconti dei Narratori meridionali dell’Ottocento e poi Il venditore di storie di Jostein Gaarder, norvegese, un libro datato ma che non avevo ancora letto. Ma poi mi fermo e prendo Rilke o Leopardi, oppure Campana, Saba, Sereni, D’Annunzio, Pascoli, Hölderlin, Heine, Baudelaire … e poi continuo… e includerò Gozzano che voglio leggere con più attenzione…


A.M.: Questa estate sarà ricca di presentazioni ed eventi oppure di relax e riposo, magari un po’ distanti dal pc? E poi: ci sono novità editoriali che ti riguardano?
Paolo Maria Rocco: Farò una presentazione dei “Canti”, qui nelle Marche (sarà la seconda) e poi a Settembre a Firenze, per “I Canti” e per “Virginia”. Ma soprattutto scrittura. E poi sto preparando, con altri due amici professori, un Convegno che si terrà a Settembre o Ottobre per la scuola nella quale insegno. Riguardo alle novità editoriali, non posso parlarne per il momento.


A.M.: Non ti chiedo ora di salutarci con una citazione, come faccio, a volte… ma… se, invece, tu ci regalassi una tua poesia?
Paolo Maria Rocco: Lo faccio con piacere! Per ringraziare te e quanti leggeranno vi saluto con una poesia tratteada “I Canti”, a presto…!
Tu lo percepisci il repentino mutamento/ dello sguardo che acquista una garanzia/ sulla realtà evocata. Qualcosa di noi/ in fondo rimane isolata nella stanza (una misura/ dislocata, una discordanza tra noi/ già investigata, impervia, di quota/ non elevata). Dove non passa ti dico/ inosservata la dilatazione nel buio/ della pupilla e una deambulazione/ soffocata rimette in allarme/ i sensi. Ti sei ancora una volta impegnata// A ricostruire connotati nel solaio (si comprenda/ la condizione del cuore inviolato, e il profilo/ plausibile del tempo, com’è al tatto/ angusto) com’è sempre sottoposto, al soldo/ dell’ignoranza dei giorni. Sopravanza lo stupore/ di un sentimento ammaestrato un riflettore/che abbaglia: ci sorprende/stagliati dall’alto come vorremmo essere/ritratti, in ansia sull’impiantito/e sopraffatti destinati a fare/di queste masserizie un solo fuoco


A.M.: Paolo grazie per questi tuoi profondi versi! Ti saluto e consiglio ai nostri lettori di acquistare “Virginia, o: Que puis-je faire?” e “I Canti” direttamente dalla Bastogi Libri, in alternativa è possibile acquistarli in libreria oppure online su Amazon, Ibs, Mondadoristore (etc). Riporto la parte conclusiva dell’incipit del Primo Tempo “I Canti”:
Era già stata umana, del mondo che rimase/ noncurante di te l’intuizione - prevalse nelle sue mani/ operose un’inquietudine premonitrice, un particolare/ esorbitante, e certo al cielo irrilevante. Del resto/ come dalla postazione cieca tu elevata al mondo divinassi,/ oh anelanti parole l’immensa azzurrità/ per le dolenti figure il magistero tuo mi viene in mente.


Written by Alessia Mocci


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e.mail: paolomariarocco@yahoo.it


Fonte
http://oubliettemagazine.com/2016/07/15/intervista-di-alessia-mocci-a-paolo-maria-rocco-i-canti-e-virginia-o-que-puis-je-faire/