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Al tuo cuore con la poesia di Rosario Tomarchio: alla famiglia ed alle persone care
“Vorrei essere una
fontana/ Che dona allegramente acqua/ A tutti gli anziani al riparo delle calde
ore,/ in circolo ricordano il loro passato/ e progettano sogni infiniti/ […]”
‒ “Vorrei
essere una fontana”
La figurazione
millenaria dell’anziano ‒
dell’essere umano che ha permesso agli anni di solcargli il viso e le mani ‒ che, in circolo davanti ad una fontana, si cimenta nella
narrazione di ciò che la sua mente
rammenta in quell’istante, al riparo dal sole.
Ancor più solcato è il Pensiero e, libero senza il tremolare delle ginocchia, affronta la scia di
immagini talvolta supportata da sogni a cui non si può decretar la fine.
La voce narrante
esprime la volontà di esser acqua ‒ la
trasformazione in una fontana ‒ forse per
poter sentire quei segreti che gli anziani si narrano o forse per rinfrescare i
loro respiri con nuova linfa.
“Al tuo cuore con la
poesia” è una breve raccolta poetica dell’autore siciliano Rosario Tomarchio. L’autore conta di
numerose pubblicazioni sia poetiche come “La musica del silenzio” (Statale 11,
2010), “Storia d’amore” (Aletti editore, 2012), “Ricordi di poesie” (Rupe
Mutevole Edizioni, 2013), “Cielo” (Rupe Mutevole Edizioni, 2014) sia brevissimi
saggi come “Il mito della semplicità”, “In cammino”, “Dalla grotta al tempio”,
“In viaggio per incontrare Gesù”.
La raccolta è
dedicata al cuore dello stesso autore, ogni verso nasce dal profondo amore
verso le persone care: ai genitori (al padre, l’uomo del silenzio; alla madre,
la donna della vita), ai pochi e veri amici che una persona conta sulle dita
della mano, ad una relazione con una donna del passato, alla nonna Vincenza
scomparsa molti anni fa, alla lettura
dei Vangeli che sin da giovane hanno popolato la sua mente, agli animali
che rendono la vita meno solitaria.
Il versificare è
semplice, le parole sono immediate. Percorrono immagini care a Rosario e
che si dipanano tra ricordi e presente in una continua esortazione all’amore.
“Quante volte mi
ritrovo con il cuore affranto,/ con le lacrime che disegnano curve sul viso./
Quante volte mi ritrovo in un angolo del mondo,/ a rileggere lo stesso libro/
che racconta la mia vita/ tra poche gioie e tanti dolori./ Quante volte mi
ritrovo sotto questo cielo,/ a guardare le stelle/ sperando ancora di poter
colorare i sogni./ […]” ‒ “Dedicata a tutti i cani che ci fanno compagnia”
Rosario rilegge il
suo libro chiamato vita, come tanti esseri umani vive una solitudine
portata da quello che stiamo chiamando “progresso” ma che sempre più si rivela
“regresso”.
La famiglia non ha
più quel potere di collante sociale, il figlio è chiamato all’imperante isolamento
nella quale tutti possiamo accedere al social network che ha avuto la pretesa
di avvicinare le persone ma che ci ha resi schiavi delle mura di una casa e di
un dispositivo che presenta una facciata, la misera ombra di noi stessi.
Rosario, con le
lacrime che curvano il viso, si ritrova a guardare il cielo e quelle stelle
che sin da bambino ascoltavano i suoi malumori e le sue gioie.
E se tutto intorno diventa estraneo, e se l’empatia verso l’altro dimostra di non trovar appiglio,
l’autore ritrova la fiducia nella vita in un animale, nel sguardo complice di
un cagnolino che si avvicina e che senza bisogno di parole, senza doni o
serenate rammenta la semplicità dell’emozione.
“Che vanto nei hai
fante/ A vincere tutte le battaglie/ Se non tocchi il cuore/ Della tua regina?/
[…]” ‒ “Fante innamorato”
Written by Alessia Mocci
Info
Facebook Rosario Tomarchio
https://www.facebook.com/profile.php?id=100017034757004
Acquista Al tuo cuore con la poesia
https://www.amazon.it/tuo-cuore-poesia-Rosario-Tomarchio/dp/1724089811/
Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/11/21/al-tuo-cuore-con-la-poesia-di-rosario-tomarchio-alla-famiglia-ed-alle-persone-care/
Intervista di Alessia Mocci a Claudio Alvigini: vi presentiamo Il Capitano di Bastur
“Una sfumata memoria
sembrava, infatti, smentire quella certezza. Ombra sottile essa accennava ad
una qualche familiarità con quel luogo che lui, fino ad un attimo prima,
avrebbe giurato non esistere.” ‒ “Il Capitano di Bastur”
“Il Capitano di
Bastur” edito nel 2018 dalla casa editrice Macabor Editore nella collana “Il mondo di Morel” è l’ultima
pubblicazione di Claudio Alvigini.
L’autore è nato in
Svizzera e ha vissuto a Palermo, Pozzuoli e Roma. Giovanissimo ha iniziato la
sua carriera aeronautica come pilota civile dell’Alitalia, per svariati anni è
stato comandante di Boeing 747. Sin
dalla sua adolescenza trascorsa in Sicilia si è cimentato con le prime prove letterarie,
attività ininterrotta che ha visto i suoi primi frutti nel 1997 con il saggio
“L’inconcepibile esercizio” edito nella rivista di psicoterapia e psichiatria
“Il sogno della farfalla”.
È datata 1998 la sua
prima silloge poetica con Nuove Edizioni Romane “Visita in città”, segue
nel 2002 “La casa sol terrazzo” per Edizioni La camera verde, nel 2005 “Ulàn
Batòr” per Edizioni Helicon, nel 2007 “Trafficante di colori” per Edizioni
LietoColle, nel 2012 “Il principio di non contraddizione” per Manni Editore. Ha vinto numerosi premi letterari.
A.M.: Salve
Claudio, ti ringrazio per aver accettato questa intervista che verterà sul tuo
romanzo “Il Capitano di Bastur” edito da Macabor Editore. Ma prima mi
piacerebbe che ti presentassi ai lettori raccontando qualcosa di te, una delle
domande che mi vengono in mente è: i romanzi e le poesie che hai pubblicato dal
1998 sono il frutto dell’esser stato per tanti anni sopra le nuvole?
Claudio Alvigini: Cara
Alessia, ho volato così tanto che sostenere che questa lunga frequentazione di
“uno spazio più alto” non abbia influenzato la mia scrittura sarebbe assurdo. Quelle
insolite visioni, quell’assenza di ostacoli allo sguardo, quegli spazi senza
fine, quelle “nuvole maestose e deliranti” come dico in una poesia, mi sono,
poco alla volta, entrati dentro, nel profondo. In altre parole abitano in me.
Poi, quando scrivo, a quel fondo cerco di attingere e può allora accadere che quelle
vaghe immagini affiorino in superfice e, se riesco ad afferrarne qualcuna prima
che svanisca, si fermino sul foglio. Mi chiedevi qualcosa di me, potrei dirti
che una delle mie grandi passioni è stato il calcio e che a Palermo, dove ho
frequentato la terza media all’Alberigo Gentili e il liceo scientifico
“Stanislao Cannizzaro” e dove ho scritto le mie prime cose, giocavo nella
mitica Bacigalupo, anzi, per la precisione, nell’Athletic club Bacigalupo.
Erano anni quelli in cui, per noi ragazzi e come diceva benissimo Luciano
Bianciardi, il calcio rappresentava un bene assoluto. Se allora tu mi avessi
chiesto quel’era la mia più grande aspirazione, il mio sogno, ti avrei risposto
senza esitazioni che era giocare un giorno nel Palermo, calpestare l’erba della
“Favorita”, come io continuo a chiamare quello stadio. Poi la vita andò
diversamente e mi trovai a… portare aeroplani. Appartengo a quella generazione
di piloti che erano anche un po’ artigiani, che “lavoravano” l’aereo, perché,
come dicevano certi vecchi comandanti, l’aereo si porta con il… culo. La frase
un po’ spiazzante va intesa letteralmente. Spiego subito: intendevano dire che
bisogna ascoltare le proprie sensazioni fisiche e se, stando seduti al posto di
pilotaggio si avverte anche un vago disagio fisico, bisogna fidarsi della
sensazione, qualcosa non va… Poi vinse il computer e il pilota perse il corpo…
ma questo è un altro discorso… Ed è stata una grande passione il volo. Contrariamente
all’immaginario e agli stereotipi e rischiando di deludere qualcuno, una
passione un po’ solitaria e a volte, un po’ dolorosa. Ma qui parlo per me, a
titolo personale. Perché vedi, penso che ciò che vivi, la contraddizione
assurda tra la tua normale vita d’uomo e la grandiosità dello scenario in cui
all’improvviso sei catapultato e dentro il quale il tuo lavoro si svolge è
talmente esagerata da rendere difficile il racconto, la condivisione. Dolorosa
perché poi si soffre un po’ per non saper raccontare e quel vissuto, allora, si
preferisce tenerlo per sé. Forse, appunto, soffrendo un po’… Ma io “volevo”
raccontare. E ci ho provato. Ci ho provato con alcune poesie ma, soprattutto,
con uno dei lavori cui sono più affezionato, “L’inconcepibile esercizio” che è
anche il mio esordio come lavoro pubblicato, tra l’altro su una raffinata
rivista di psichiatria e psicoterapia, “Il sogno della farfalla”. Un
saggio/racconto in cui indago il rapporto dell’uomo con il volo anche da un
punto di vista storico. Esso rappresentava e rappresenta, al di là degli anni passati
dalla pubblicazione, la summa delle riflessioni fatte in tanti anni di
attività. Ho volato su molti tipi di aeroplani e ho molto amato l’ultimo grande
aeroplano dell’era diciamo così analogica, il mitico Boeing 747, il “Jumbo”, nobile
quadrimotore e splendido aeroplano su cui ho trascorso indimenticabili anni in
giro per il mondo. Una mia poesia, “Titano” (tutti gli aeroplani, sai, hanno un
nome) inizia così: “Titano, gigante assai
paziente, aveva quattro cuori che battevano forte…”. Ma più del calcio e
della scrittura ho amato le donne della mia vita. Da esse ho preso tutto.
A.M.: “Il
Capitano di Bastur” è dedicato ad una grande personalità italiana: lo
psichiatra e psicoterapeuta Massimo Fagioli (Monte Giberto, 1931 ‒ Roma, 2017)
conosciuto per la sua teoria della nascita e gli studi sulle origini delle
patologie mentali nonché per l’essersi più volte distaccato dal metodo
freudiano. Hai personalmente conosciuto Fagioli o sei un suo lettore?
Claudio Alvigini: Il
Capitano di Bastur è dedicato a Massimo Fagioli, certo. Come dici tu, e come
adesso sempre da più parti si riconosce, grande personalità italiana. È ancora
poco, Alessia, molto poco per quello che quest’uomo geniale ha fatto e scritto,
troppo poco. Ma lui per primo ci ha insegnato che bisogna aspettare, saper
aspettare. Ho il privilegio grande di aver conosciuto e frequentato questo
moderno Giordano Bruno, questo rivoluzionario del pensiero. Ho partecipato,
infatti, assieme a tantissime altre persone, a quella che è conosciuta come
Analisi collettiva. L’esperienza fondamentale della mia vita e dunque del mio
pensiero, quella che di esso ha segnato il cammino e lo sviluppo. Il debito di
riconoscenza nei confronti di questa storica ed irripetibile esperienza, nei
confronti di quest’uomo formidabile che si è battuto tutta la vita perché
l’immagine femminile trovasse il suo riscatto, è tale che questa dedica e
questo mio piccolo libro sono davvero poca cosa, un granello di sabbia, una
goccia d’acqua in cambio dell’oceano di umanità, di cura, di ricerca e di
formazione ricevuto. La Teoria della nascita cui tu, con molta puntualità
accenni, mi ha spinto oltre me stesso, oltre i miei limiti, oltre quello che
sarei stato o diventato senza di essa, mi ha “costretto” alla fantasia di
inventarmi un me stesso “nuovo” per reggere la sfida e andare avanti. La
fantasia e il coraggio che ognuno può trovare se davvero vuole cambiare la
propria vita, superarsi. È stato un grande mare Alessia, un mare in cui è stato
assai dolce e bello naufragare. Sai, sognavo da una vita di scrivere un romanzo
così e se ti dico che mi è costato un’enorme fatica e sei e sette anni di
lavoro puoi capire quanto ad esso sia legato. Certo… mi sarebbe piaciuto che
lui lo leggesse… la dedica sarebbe stata la stessa… ma le cose sono andate
diversamente…
A.M.: Nel primo
capitolo troviamo il vecchio Maestro Cardelio furente con l’allievo Basin
perché non ha rispettato le regole del Lavoro d’Eleganza. Leggiamo infatti: “Devi essere specchio, specchio negli occhi,
certo, ma poi, e questo lo sai benissimo, devi essere specchio nella mano!”.
È molto interessante il concetto di specularità tra occhio e mano. Ti sei
ispirato ad un filosofo od un poeta nel formularlo?
Claudio Alvigini: Dopo
la risposta che ti ho appena dato, è assai facile capire a chi o a cosa mi sia
ispirato e da chi abbia tratto alcune frasi che trovi in questa stessa
intervista. E rispondo così alla tua terza domanda... Vedi, è che Cardelio, il
vecchio maestro, spinge Basin, e ogni suo allievo, ad essere come lui, spinge
all’identificazione. Un’identificazione talmente assoluta, totale e
paralizzante da essere “specchio” dell’altro, specchio negli occhi, dice
infatti Cardelio, ma poi, addirittura Specchio nella mano il cui movimento, è
consustanziale al segno da riprodurre affinché la ripetizione non si distingua
da ciò che ripete. E l’uno diventi specchio dell’altro, indistinguibile da lui…
E qui, insieme alle fonti teoriche c’è l’immaginazione di chi scrive;
immaginazione che, in letteratura, può e deve tendere la corda della fantasia
al suo limite estremo, con il rischio, sempre presente e di cui va tenuto conto,
che essa si spezzi e cada frantumata al suolo. Scrivere, scrivere in un certo
modo, dico, è un mestiere … pericoloso che… “richiede indubbiamente coraggio…” (tra virgolette una frase da “Istinto
di morte e conoscenza” di Fagioli). Spero che al “Capitano” il coraggio non sia
mancato e nemmeno la fantasia che nel suo torcersi e tendersi spasmodicamente, sia
arrivata al suo limite estremo e magari anche un po’ oltre, ma senza mai
spezzarsi. Spero che chi leggerà il libro si appassioni, si commuova, ami la
storia che legge o anche la odi e la disprezzi e butti via il libro, tutto
purché non gli risulti indifferente scivolando via sulla superficie della sua
attenzione come fa l’acqua sul dorso dell’oca. Il fatto è, Alessia, che se
vince Maestro Cardelio e quelli come lui, se vince il vuoto degli affetti, il
nulla, l’uomo si ammala e la sua azione si ferma, la sua vita stessa si ferma, si
ferma la sua curiosità o meglio ancora, la sua ansia di conoscenza. E se invece
l’uomo vuole vivere, se sperimenta la
tristezza infinita di amare così tanto la vita… deve tentare di sviluppare
le sue possibilità, tutte le sue possibilità, deve cercare se stesso, essere se
stesso. È questo il fiume sotterraneo che corre lungo tutto il romanzo, la
lotta silenziosa che si svolge tra i vari personaggi...
A.M.: Il Capitano
di Bastur appare sin dal secondo capitolo come nome proibito da pronunciare ma
che durante le notti attorno al fuoco si poteva udire da alcuni enigmatici
vecchi del paese. Ma la vera protagonista di questa prima parte del romanzo è
la curiosità di Basin. Ritieni che la curiosità sia una dote innata fornita ad
un essere umano piuttosto che ad un altro?
Claudio Alvigini: La
curiosità, dici, domina la parte iniziale del libro. È vero, anche se il
termine meriterebbe una riflessione e una distinzione. Esso può valere in senso
buono infatti e cioè esprimere amore di conoscenza oppure esprimere semplice
indiscrezione, ozioso interesse. La
curiosità è femmina si dice; e non certo per fare un complimento alle donne,
anzi… Dunque sì, quella di Basin e dei ragazzini suoi coetanei è curiosità
nella sua accezione migliore, accresciuta dalla paura per il luogo esecrabile e
proibitissimo, l’osteria in cui si riuniscono quei misteriosi e assai gagliardi
vecchi. Ma mi chiedi anche se ritengo che questo “atteggiamento” nei confronti
della vita sia caratteristica originaria umana o meno. Credo di sì, penso che
nasciamo con una naturale tendenza alla conoscenza. È un classico il “e perché?”
continuo dei bambini. Ci sarebbe da chiedersi semmai perché sembri un destino quasi
altrettanto universale e ineluttabile la fine di questa ansia di sapere. E perché
in alcuni, invece, permanga. È la storia antica, eterna della perdita dei sogni
quando si cresce, si diventa grandi. Bisogna affrontare la realtà! Altro che
sogni, altro che ideali! Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere? Penso in
fondo che tutto il romanzo sia un inno alla curiosità intesa nel suo
significato più nobile.
A.M.: Consideriamo
per un istante che sia possibile entrare nel romanzo e render vivo un
personaggio: a chi daresti respiro in “Il Capitano di Bastur?
Claudio Alvigini: Forse
a una figura che è solo appena accennata, la contadina-lavandaia dagli occhi
grandi e scuri che “traffica” un mattino di primavera con il grande, taciturno
e schivo Tagivaro. Traffico da cui nascerà Lasapo, attore non secondario del
nostro racconto. Sta in riva al fiume questa donna senza nome quando Tagivaro
l’incontra, inginocchiata, intenta al ritmato movimento di bagnare e ritirare i
panni dall’acqua limpida che salta tra i sassi; onda del mare che viene e che va,
malia sinuosa alla quale anche il pur serissimo e schivo Tagivaro soccomberà. È
donna donna, femmina vera, splendida nella sua spontaneità e sincerità; del
corpo ancor prima che del sentimento o del pensiero. È l’opposto,
l’assolutamente diverso da Tagivaro, per lui l’attrazione irresistibile di
un’origine perduta… Vive poco nella storia, anche se, ma qui lascio la ricerca
alla curiosità del lettore, forse riappare sotto mutate spoglie…
A.M.: Come ti
trovi con la casa editrice Macabor Editore? La consiglieresti?
Claudio Alvigini: Questa
tua domanda mi permette non solo una risposta sincera, ma anche l’esercizio di
un debito di riconoscenza maturato con la Macabor di Bonifacio Vincenzi. Nella
vita qualche volta, a forza di provare (sapessi quanti no ha ricevuto il
“Capitano”!) credendo con un pizzico di paranoia nel proprio lavoro, può
accadere di fare l’incontro giusto. E io ho fatto l’incontro giusto. O forse lo
abbiamo fatto entrambi. Pochi giorni fa, chiacchierando con Bonifacio dicevamo
che forse eravamo entrambi in attesa. Lui di un libro come il mio, io di un
editore come lui. Figura straordinaria e in via d’estinzione di quello che si
chiamava un tempo editore puro, con l’aggiunta (o l’aggravante) di essere anche
lui un valentissimo scrittore e poeta, Bonifacio Vincenzi mi ha del tutto
sorpreso, commosso, conquistato. Da sempre più attento al valore, alla qualità
dei rapporti umani (che antepongo a tutto) che ad altre cose, ho “sentito” che
il mio Capitano era nelle mani giuste, aveva trovato la sua casa. Credo che in Bonifacio,
mascherata da toni sinceri e diretti, semplici e umani, immersa in una
sterminata cultura letteraria, risieda un amore per la buonissima letteratura
così sincero e profondo da spingerlo a una generosità sorprendente. Generosità
che arriva al punto (del tutto inconcepibile per uno scrittore) di trascurare
il suo stesso libro appena uscito (un magnifico romanzo, “Il raduno” per le
edizioni della romana Ensemble) e battersi con tutte le sue forze per le sorti
del Capitano! Senza esagerazioni, Alessia, ho il privilegio di intrattenere con
lui il rapporto che ogni autore sogna di avere con il proprio editore. Dunque
certo che consiglio la Macabor cui auguro di intraprendere, magari proprio con
“Il Capitano di Bastur” quella strada di crescita e di successo che ampiamente
merita.
A.M.: Hai in
programma presentazioni del tuo libro?
Claudio Alvigini: Sì,
certo, alcune date sono stabilite per altre mancano i dettagli finali. Ho esordito
in Calabria, a Trebisacce, il 16 novembre alle 18.00 nella sede
dell’associazione Passaggi in via Manzoni, ospite della squisita Caterina De
Nardi di quell’associazione presidentessa. Ha presenziato, e lo ringrazio, il
sindaco Franco Mundo insieme all’editore Bonifacio Vincenzi. Uno scrittore e
critico come Gianni Mazzei mi ha onorato di un suo intervento critico sul
“Capitano”. Dal 14 al 16 dicembre avrò tre importanti appuntamenti a Palermo:
sotto l’egida e lo spassionato interessamento di un amante e finissimo
intenditore di letteratura come Massimiliano Manfredi sarò il 14 alla Libreria
Macaione Spazio Cultura con la prestigiosa presentazione dello scrittore e
storico Pasquale Hamel. Il 15 avrò l’onore di essere accolto, grazie alla generosità
di Domitilla Alessi, nella sua raffinata e prestigiosa “Novecento” che ha
ospitato grandissimi come Borges e Calvino, il quale definì Novecento “la più
bella libreria d’Italia”. Il tour palermitano si concluderà il 16 al famoso
circolo “Lauria”. Il 5 gennaio, finalmente, a Roma presso la libreria IBS di
via Nazionale, con una presentazione di prestigio del “Capitano” da parte del noto
psichiatra romano Martino Riggio, un appuntamento cui tengo moltissimo. Sarò
poi a Pisa in una data da stabilire che ti comunicherò appena possibile e penso
di chiudere a Padova, il 15 gennaio alle 18.30, presso la elegante ed
accogliente libreria “La forma del libro” con un’altra prestigiosa figura che
mi farà l’onore di parlare del “Capitano”, Lucia Gaddo Zanovello, splendida
poetessa e scrittrice. Anche se la conclusione di questa prima tornata di
presentazioni si dovrebbe concludere a Lisbona, con una presentazione presso
l’Istituto Italiano di Cultura assai ben diretto da Luisa Violo. Ecco, vedi
Alessia, una cosa che molto mi conforta e mi fa bene e mi commuove è l’adesione
pressoché immediata, sentita e spontanea di questi grandi intellettuali e
letterati, che non conoscevo se non di fama, una volta letto “Il Capitano”, a
dichiararsi non solo disponibili a presentarlo, ma anche felici di farlo.
A.M.: C’è sempre
un nuovo libro nel cassetto…
Claudio Alvigini: Il
Capitano mi è costato così tanto che adesso, arrivati finalmente alla
pubblicazione, mi sento come svuotato, capace solo di battermi con tutte le mie
possibilità e forze per promuoverlo e farlo conoscere. C’è una spremuta di vita
in questo libro, ho dato ad esso così tanto che ci vorrà un po’ di tempo per
riprendere le forze… Forse non così lontano vedo semmai un ritorno alla poesia;
più in là vedremo. Ma sai queste cose valgono fino a un certo punto perché io
non ho mai programmato niente, quindi anche quello che ho appena detto potrebbe
essere smentito domani. La scrittura, in fondo, mi ha sempre sorpreso, è sempre
venuta lei quando e come voleva, e quando io magari, non me lo aspettavo proprio.
Quindi, mai dire mai, e chissà che...
A.M.: Salutaci
con una citazione…
Claudio Alvigini: Prima
della citazione permettimi di congratularmi per il livello delle tue domande
che denotano sensibilità profonda, amore per la letteratura e grande e
attenzione, oltre, naturalmente, a grande professionalità. Ne sono rimasto assai
colpito. La citazione, a questo punto, non può che essere fagioliana. Mi piace
perché esprime una profonda verità attraverso un’apparente contraddizione,
quasi un ossimoro: “La libertà è
l’obbligo assoluto di essere esseri umani”. Grato della tua attenzione, ti
mando un abbraccio.
A.M.: Claudio sei
molto gentile e ti ringrazio per le tue sentite parole. La nostra intervista,
le mie “curiosità” sono nate grazie alla tua interessante opera “Il Capitano di
Bastur”, dunque è nella stessa che individuo il motore di questa piacevole chiacchierata.
Ti saluto con una piccola sorpresa… ho avuto la possibilità di dare uno sguardo
ad “Il principio di non contraddizione” (Manni editori, 2012 con prefazione di
Giorgio Bàrberi Squarotti) trovandolo intrigante e di riflessiva memoria: “Quando il sasso/ buttato dentro l’acqua/
planando placido sul fondo/ avrà spento/ i cerchi in superficie,/ tutto
ritornerà/ com’era prima.// Nessuno saprà mai/ di quel momento.// L’acqua sarà/
com’era sempre stata,/ la superficie del tempo/ scorre di nuovo liscia/ senza
nessun avvenimento/ ad incresparla.// […]” ‒
“Il tempo”
Written by Alessia Mocci
Info
Sito Macabor Editore
http://www.macaboreditore.it/home/
Facebook Il Capitano di Bastur
https://www.facebook.com/ilcapitanodibastur/
Acquista “Il Capitano di Bastur”
http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-categories-listing/product/57-il-capitano-di-bastur
Facebook Macabor Editore
https://www.facebook.com/Macabor-Editore-232652587202894/
Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/11/15/intervista-di-alessia-mocci-a-claudio-alvigini-vi-presentiamo-il-capitano-di-bastur/
Intervista di Alessia Mocci ad Angelo Lamberti: vi presentiamo Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze
“[…] E non ho tempo di guardare se fuori/ è
rimasta la comicità della luna/ o la crudeltà dell’alba.” ‒ “La casa dell’infanzia”
“Il pompiere salta cavallerescamente
il kamikaze” edito
nel 2010 dalla casa editrice Negretto
Editore è una silloge poetica di Angelo
Lamberti. L’autore nato nel 1942 a Castel d’Ario, in provincia di Mantova, vanta un ricco curriculum di pubblicazioni
tra poesia e teatro.
Ricordiamo
brevemente ‒ per non tediare il lettore in un elenco troppo vasto ‒ la prima raccolta poetica del 1994 con
la casa editrice Trito e Ritrito “Colpevoli d’innocenza” e l’ultima nel 2018 con Ace International “La morte non esiste”; in campo teatrale sono varie le collaborazioni
con registi quali Mattia Giorgetti, Nanni Fabbri, Buno Garilli, Maria
Grazia Bettini, Luigi Tani, Pino Manzari, Gherardo Coltri, Ruggero Jacobbi e le
rappresentazioni a New York, Lugano, Mantova, Milano, Roma, Verona.
“Il pompiere salta cavallerescamente
il kamikaze” è
suddiviso in quattro parti, la prima denominata “Scene di vita da un cimitero”
presenta le date 1942-1958; la seconda “Alfredo, non fu possibile diversamente”
vede come determinazione gli anni che vanno dal 1980 al 1988; la terza “Lea, il
malessere dell’attesa” va dal 1995 al 2007; infine la quarta “Parole di sesamo”
che chiude la raccolta con un pugno di versi che mettono in luce ciò che si è
seminato nelle precedenti parti.
La raccolta di cui parleremo in questa
intervista è risultata
vincitrice nel 2011 al Premio “Garcia
Lorca” di Torino.
A.M.: Angelo ti ringrazio per aver
accettato questa intervista. Vorrei partire da una domanda che forse ti avranno
già rivolto ma a cui non posso fare a meno: “Il
pompiere salta cavallerescamente il kamikaze”, perché un titolo così
particolare?
Angelo
Lamberti: Colgo l’occasione di questa
intervista per dire che il libro è uscito soprattutto per le insistenze di
Giorgio Bàrberi Squarotti, il quale, per convincermi alla pubblicazione, mi ha
sedotto con il dono della sua preziosa prefazione. Nella prefazione Bàrberi
Squarotti svela il mistero del
titolo, che mi è stato ispirato dalla didascalia di un’immagine calcistica, più
precisamente di un derby milanese disputato nei primi anni cinquanta. Infatti,
il “Pompiere” è l’ex centravanti del Milan Gunnar Nordhal; il “Kamikaze” è l’ex
portiere dell’Inter Giorgio Ghezzi. Il ricordo della succitata didascalia, lo
devo alle letture (quand’ero bambino) del quotidiano socialista “l’Avanti”, a
casa di mio nonno. Il cosiddetto mistero
è poeticamente svelato a pagina 40 del volume. Nelle sezioni che compongono la
silloge, può esserci per il lettore, il mistero di un altro titolo, aggravato perdipiù,
(per colpa mia), da un refuso. Si tratta del titolo assegnato a una sezione:
“unciduncitrinciquariquarinci”,
che altri non è che un conteggio giocoso e progressivo,
(uno-due-tre-quattro-cinque...), armoniosa-mente deformato a
scioglilingua-filastrocca, e adottato da noi bambini a mo’ di conta, per l’assegnazione
dei ruoli nei giochi di gruppo.
A.M.: La tua silloge presenta numerosi
cenni autobiografici di forte rilievo come la nascita durante la guerra in una
stanza del cimitero o come il ritorno di un padre lontano. Perché l’uomo
attraverso l’arte sente l’esigenza di raccontare la sua vita?
Angelo
Lamberti: Forse per la conferma e la
conseguente sublimazione di un tempo vissuto. Fors’anche per una romantica (e/o
poetica) forma di risarcimento spirituale.
A.M.: Nella lirica “La casa dell’infanzia”
scrivi: “[...] Mi aspetta un lavoro di raspa e di lima/ora che sciolgo il
nodo della memoria/e come al suo vizio il baro/mi corro incontro a ritroso//
[...]”. Ed ancora nella lirica “Asilo di Castel d’Ario”: “[...] e la memoria
non ha più pagine/per rintracciare intrecci/ormai privi di trama// [...]”.
Angelo
Lamberti: Quando accade che l’essere
umano – il poeta – incorre nella necessità di intraprendere un viaggio nel suo
passato? Non so se e quando l’uomo – il poeta - senta esattamente questa
necessità. Per quanto mi riguarda, penso di averla sempre avuta; in ragione
anche di un’infanzia (la mia) segnata da episodi ed eventi indelebilmente
impressionabili.
A.M.: Ne “Il pompiere salta
cavallerescamente il kamikaze”, la figura di tuo padre è quella che compare
maggiormente, dalla sua lontananza al suo ritorno, dalla sua attività di
barbiere alla sua morte, dal vestito della domenica che diviene l’abito
funerario, alle continue domande sulla vita di un uomo dipinto: “[...] come premeditato riflesso/
d’universo://ogni volta diverso.”
Angelo
Lamberti: Parlare di mio padre me lo
impone l’umana valutazione di un rapporto (il nostro) caratterizzato da scambi,
che hanno avuto momenti intensi quanto fortemente aspri e contradditori;
all’inizio certamente più bui che luminosi. Nella raccolta, già dall’inizio ho
cercato di dare una traccia del clima che si respirava nella realtà famigliare,
con il capitolo introduttivo dal titolo: “Risaie e rasoi” (pagina 17). È stato
un rapporto condizionato e difficile, a volte con esiti contrari ai nostri
reali sentimenti e alla nostra volontà
(“Non fu possibile diversamente” – pagina 25). Con mia madre il rapporto
è stato più dolce e comprensivo. Della raccolta mi limito qui a segnalare una
poesia: “L’acqua nell’acqua”, (pagina 67), che, senza dilungarmi in
pleonastiche spiegazioni, (esplicitarla negli anfratti delle sue ragioni, mi
occuperebbe diverse pagine), vuole essere la dichiarata speranza che ci sia un domani, in un altrove, (altrimenti il vivere sarebbe inutile), in cui io la possa
rivedere e riabbracciare, come quaggiù la nuvola di pioggia diventa un tutt’uno
con l’acqua del fiume...
A.M.: La Solitudine. Un dono e una
dannazione.
Angelo Lamberti: Più che un dono e/o una dannazione, la
solitudine è una condizione. Vedasi: Gesù Cristo: “Elì, Elì, lemà sabactani?”; Salvatore Quasimodo: “Ognuno sta solo sul cuor della terra...”; Leo Longanesi: “Sono talmente solo, che lo specchio non mi riflette più.” Il poeta:
laureato/e non/malinconico/solingo/depresso/, paradossalmente può finanche ringraziare la dannata Solitudine, per
avergli ispirato ed elargito, il dono di versi divini. Da parte mia, credo che
la solitudine, unita alla vecchiaia, sia la miglior preparazione per la
conoscenza della Morte. (Dico questo anche in ragione degli anni che ho
trascorso in un cimitero, (sedici, in un periodo, che va dalla nascita
all’adolescenza), che mi induce a ritenere d’essere, (seppur da teorico dilettante), un esperto in materia).
A.M.: Eugenio Montale in un’intervista del
1959 sostiene che i poeti sono i lettori dei poeti, e che non c’è un vero e
proprio mondo di lettori di poesia. Pensi che Montale avesse ragione?
Angelo
Lamberti: Montale aveva ragione. Del
resto lui stesso ha ammesso che quando doveva dichiarare verbalmente o apporlo
per iscritto sui dei documenti, qual era la sua effettiva professione,
preferiva adottare quella generica di Giornalista.
Quello della poesia è un mondo frequentato da soggetti che formano, loro
malgrado, un circolo chiuso di emarginati (vedi l’albatro dalla “Ballata di un marinaio” di Coleridge). Anche se
(umoristicamente quanto giustamente) Gesualdo Bufalino dice che: “Tutti al mondo
sono poeti, persino i poeti.” In concreto c’è da dire che viviamo in un’epoca
in cui le case editrici privilegiano, (prevalentemente), quegli scrittori che
assicurano loro un vantaggio economico. Ecco quindi spuntare e crescere come
funghi, cultori della remunerativa forma cosiddetta del: noir, giallo, suspense, thrilling... Fermo
restando che la forma di scrittura più difficile e poco redditizia, rimane per
me quella teatrale. Del resto il più grande scrittore di tutti i tempi
(Shakespeare) è diventato Shakespeare scrivendo per il teatro; forma oggigiorno
mal-considerata dagli Editori.
A.M.: Ogni poeta ha un fanciullesco
riferimento, mi piace denominarlo “un padre di poesia”. Quali sono i versi che
ti hanno amorevolmente seguito nel corso della tua giovinezza?
Angelo
Lamberti: “L’albero a cui tendevi/ la pargoletta mano...” Successivamente ho
amato un numero sterminato di poesie partorite,
tra gli altri, da: Leopardi, Baudelaire, Dickinson, Rimbaud, Kavafis,
Ungaretti, Montale, Corazzini, Borges, Landolfi, Caproni, Campana, Bufalino,
Neri Pontiggia, Cappi, Malagò, etc... Per la mia formazione poetica, un “grazie” cordiale, devoto e senza
confine lo devo riconoscere ed elargire a Franz Kafka e a Umberto Bellintani
(il quale mi considerava: “un figlio spirituale”). Umberto Bellintani lo vorrei
inoltre ricordare per una sua caustica affermazione: “Le poesie vanno lette nel silenzio più assoluto, e nella più completa
solitudine. Ecco perché ritengo che il luogo più congeniale sia il cesso.”
A.M.: Come ti sei trovato con la casa
editrice Negretto Editore? La consiglieresti?
Angelo
Lamberti: Con Silvano Negretto c’è da
sempre un rapporto di amicizia, di stima, e di affinità ideologiche, che si è
graniticamente confermato e consolidato nel corso degli anni. Consiglio a
trecentosessanta gradi la Casa Editrice Negretto, precisando però, (onde
evitare malintesi), che il titolare (Silvano Negretto) non ha mai pubblicato (non ne sarebbe capace) da Imprenditore
sensibile alle esigenze di un successo economico, ma soprattutto (sarebbe forse meglio dire unicamente) da Editore sensibile
alle ragioni intellettuali ed ideologiche che può rintracciare e cogliere tra
le parole scritte cui è sottoposto a valutare.
A.M.: Salutaci con una citazione...
Angelo
Lamberti: “Il coito quale punizione della felicità di stare
insieme.” ‒ Franz Kafka
“La morte non esiste.” ‒ Umberto
Bellintani
“C’è chi crede che la rettitudine sia
una disfunzione intestinale.” ‒ Giuliano Parenti
“Una testa può anche non servire,
quando c’è un cappello.” ‒ Angelo Lamberti
A.M.: Angelo ti ringrazio per il tempo che
hai concesso a questa intervista e ti saluto anche io con quattro autori
provando a continuare la conversazione. Cito Henri Frederic Amiel “Tutte le colpe producono da sé la propria
punizione.”; Arthur Schopenhauer “Non
v'è rimedio per la nascita e la morte, salvo godersi l'intervallo.”; Fedro
“Sopporta che ti siano pari nella dignità
quelli che sono inferiori a te per valore.”; ed infine Harold Pinter “È impressionante a quanta gente la propria
testa serva unicamente quale supporto per i capelli e i cappelli.”.
Written by Alessia Mocci
Ufficio
Stampa Negretto Editore
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Negretto Editore
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http://oubliettemagazine.com/2018/11/08/intervista-di-alessia-mocci-ad-angelo-lamberti-vi-presentiamo-il-pompiere-salta-cavallerescamente-il-kamikaze/
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Mi prende d’amore una forma di Nadia Alberici: la postfazione dell’editore Silvano Negretto
“Poesia/ mi avvolge
sottovoce mi parla/ Vibra/ fino a sfibrare le corde sottese/ Accende/ fuoco o
luce o caldo emisfero/ Parla/ con le mani e la bocca/ Trascende/ corpo in
primavera/ Rinasce/ di vita una stilla/ Riprende”
Le Domande sulla
Vita, sul Bene o sull’Amore?
Nadia indaga il senso delle proprie emozioni qui e ora, delle sensazioni di questa notte,
dell’amore in determinati momenti di attesa, di fuggevoli inquietudini o illusioni.
La sua poetica,
proprio per questi limiti posti a ogni speculazione metafisica, risponde
per altre vie, stimolanti quanto originali, a quei perenni quesiti, mai risolti
né risolubili sul piano concettuale.
In queste poesie, mai
troviamo il lamento, ma sempre una vitalità pensosa, inquieta, non
rammaricata del passato, e invece sorpresa del mistero, dell’ineffabile. Le parole non bastano mai, anche se
aiutano, per rispondere ai nostri dubbi; e il dubbio non è mai sofferenza, è presa d’atto cosciente della misteriosa
bellezza della Materia o Natura vivente di cui Nadia si sente parte.
L’anima, anche quando
appare sconvolta dalle emozioni, anche quando rischia di “perdere il
senso”, trova stabilità nella “terra inerte”, nella natura stabilmente viva,
nella quale con meraviglia siamo immersi.
Nelle poesie d’amore, prevale l’osservazione realistica dell’ambiguità del
vivere, positivamente vissuta nella cruda quanto “vellutata” memoria delle
piacevoli, inquietanti, “vibrazioni” della carne.
Il faticoso percorso
del soggetto pensante, quando si fa accettazione cosciente dell’altro da sé
(oggetti eventi passioni), trova un sicuro punto d’approdo nel permanere, forte
e sempre vigile, di memorie personali
depurate da ogni eccesso passionale, quasi fossero osservate dall’esterno.
Nadia evita in modo
deliberato ogni intima “confessione”, troppo spesso in molti altri autori
dilatata e compiaciuta, che può infastidire il lettore più esigente: il suo
percorso di studio e pratica letteraria è pluridecennale; e in questi ultimi
anni si è concentrata sul linguaggio,
che si presenta ora asciutto, scarno quanto intenso, a volte inquietante, quasi
sempre sorprendente nell’uso inedito di metafore metonimie e sinestesie…
L’uso di figure
retoriche non è didascalico né forzato: l’Autrice riesce a raggiungere
quella sintesi di esperienza vissuta e di controllo della razionalità
cosciente, che i filosofi dell’arte poetica – da Aristotele a Kant –
individuarono come condizione necessaria di una poesia che ambisca ad essere
“universale”.
Il poeta si imbatte,
più volte, nella scoperta del mistero, dell’ineffabile senso del vivere
quotidiano. Sebbene parli soprattutto delle cose, degli elementi immobili o
viventi della natura, non è su quelli che Nadia focalizza il suo sguardo
poetico.
Il suo è infatti uno
sguardo interiore, e la suggestione dei suoi versi sta nell’allusione a un
“altrove” che solo nel silenzio – fuori da quel mondo comunicativo
“commerciale” che Heidegger chiamava “la chiacchiera” – può cominciare a svelarsi come Verità.
Per certi pensatori,
Heidegger e Lévinas ad esempio, è l’indicibile che costituisce l’obiettivo
proprio della filosofia: mentre il silenzio è la condizione necessaria, per la
poesia, di parlare dell’indicibile. Se mancasse il silenzio, la poesia si
ridurrebbe a un semplice divertente inutile gioco.
Alcuni grandi
classici della letteratura, come Leopardi o Baudelaire, o un uomo del
Novecento come Pavese, hanno sottolineato questo lato originale quanto
essenziale del lavoro poetico: dagli oggetti ed eventi naturali o umani,
persino dai sentimenti o movimenti dell’anima, il poeta parte per guardare al di là di questi.
Le immagini suggestive, quasi sempre inedite, di cui Nadia felicemente si avvale,
nascono proprio da questo sguardo che cerca l’altrove, e che sperimenta il dolce naufragio – di leopardiana memoria – di
ogni parola comune, ovvero del banale ripetitivo ambito della comunicazione
intersoggettiva o sociale quotidiana.
La Verità dell’indicibile è così misteriosa e suggestiva perché si nasconde “dis-velandosi” solo nel
linguaggio creativo del poeta: molto più che nel discorso argomentativo
sillogizzante delle scienze e della filosofia.
Non pretendevo esaurire in queste mie scarne considerazioni l’intero percorso poetico di Nadia
Alberici.
Era soltanto mia intenzione evidenziare i motivi che mi
hanno indotto a pubblicare, come un dono
che l’editore fa ai suoi lettori, la recente produzione di questa Autrice:
una voce sincera e fuori dal coro, della quale sono convinto che sentiremo
parlare anche in futuro.
Concludo con un
recente inedito di Nadia Alberici, tratto dal suo blog Forse Poesia:
“Pochi passi stamane
in questo legame di cielo/ e strade/ Letture di poesie smuovono occhi e
grovigli/ Ho nuotato senza saper nuotare/ E prostrata sono rimasta in questo
lago/ Quasi senza vestiti/ Non importa, mi farei lisciare le ossa/ da questo
mondo che non serve a nulla/ Se bevo poesia.” ‒ “Se bevo Poesia”
Written by Silvano
Negretto
Info
Blog Nadia Alberici
https://sibillla5.wordpress.com/
Sito Negretto Editore
http://www.negrettoeditore.it/
Acquista “Mi prende d’amore una forma”
https://www.ibs.it/mi-prende-d-amore-una-forma-libro-nadia-alberici/e/9788895967318
Recensioni “Mi prende d’amore una forma”
http://oubliettemagazine.com/tag/nadia-alberici/
Facebook Negretto Editore
https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/
Sito Odori Suoni Colori
http://www.odorisuonicolori.it/
Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/10/23/mi-prende-damore-una-forma-di-nadia-alberici-la-postfazione-delleditore-silvano-negretto/
Intervista di Alessia Mocci a Cinzia Migani, autrice del saggio Memorie di Trasformazione. Storie da Manicomio
“[Erano gli anni dell’applicazione della
Legge Basaglia.] Ero decisamente
attratta dalle storie di superamento istituzionale che venivano trasmesse nella
tv di stato, rese pubbliche da psichiatri, sociologi e cittadini impegnati a
mettere in evidenza la decadenza di quella cultura che aveva tracciato la linea
di confine tra la società dei sani e quella dei folli, fra il normale e il
patologico.” ‒ Cinzia Migani
Il primo
settembre 2018 è stato pubblicato dalla casa editrice mantovana Negretto Editore un saggio frutto di
trent’anni di ricerca: “Memorie di
Trasformazione. Storie da Manicomio”.
La pubblicazione è suddivisa in tre
sezioni: “Storia del manicomio di Bologna nell’ultimo
trentennio dell’Ottocento” che presenta gli studi sopracitati dell’autrice
coadiuvata dal professor Ferruccio
Giacanelli; “Prime soluzioni al
sovraffollamento dei manicomi” che presenta la pazzia ai tempi del positivismo
con schede di approfondimento di Cesare
Moreno, Maria Augusta Nicoli ed Andrea Parma; “Storie da manicomio” che racconta le vite di tre persone che hanno
vissuto fin troppi anni in questi istituti.
L’autrice, Cinzia Migani, si occupa
dal 1990 di progett-azione sociale con particolare attenzione alle reti di volontariato contro
l’esclusione sociale.
È stata responsabile dell’Area Salute
Mentale dell’Istituzione G.F. Minguzzi della Provincia di Bologna dal 1998 al 2000, successivamente
e sino al 2009 ha ricoperto la posizione di Responsabile dell’Area Ricerca ed
Innovazione Sociale e Responsabile di “Aneka. Servizi per il benessere a
scuola”. Dal 2010 collabora con A.S.Vo che gestisce VolaBo, il centro di
servizio della città metropolitana di Bologna, in veste prima di coordinatrice e poi di direttora di VolaBo.
Ha curato la pubblicazione di libri
sul disagio scolastico e sulla salute mentale per la Carocci Editore e dal 2008 collabora con la
Negretto Editore per la quale ha portato a termine lavori come “Follia gentile. Dal manicomio alla salute
mentale”, “Il Teatro illimitato.
Progetti di Cultura e Salute mentale”, “Dire
Fare Donare” ed il progetto di cui
parleremo in questa intervista “Memorie
di Trasformazione. Storie da Manicomio”.
A.M.:
Buongiorno Cinzia, sono lieta di poter tracciare con te una linea guida di
questa nuova pubblicazione edita dalla casa editrice mantovana Negretto
Editore. “Memorie di Trasformazione. Storie da Manicomio” è disponibile nelle
librerie dal primo settembre. Ha ricevuto una buona accoglienza dai tuoi
colleghi?
Cinzia Migani: Contrariamente a quanto pensassi sin dal primo momento in cui è uscita
la notizia che stava per essere pubblicato il libro “Memorie di Trasformazione.
Storie da Manicomio” ho ricevuto richieste di informazioni: dichiarazione di
interesse alla lettura del libro. E dire che eravamo prossimi alle vacanze.
Alcune di queste persone fanno parte di gruppi fortemente interessate al tema
per motivi di lavoro, altre per motivi civici e per sostenere il diritto alla
cura delle persone con sofferenze mentali. Ma diverse sono state anche le
dichiarazioni di interesse da parte di persone appartenenti alla mia cerchia di
parenti, amici o persone prossime a me per le ragioni più diverse. Tre persone,
decisamente diverse una dall’altra, più di altre mi hanno sorpreso
positivamente per la passione usata nel dirmi che stavano leggendo con
interesse il testo. Sento ancora brividi di emozione ripensando a come mi hanno
detto che stavano leggendo il libro, perché i contenuti delle loro riflessioni
mi hanno permesso di comprendere che forse era una lettura adatta anche per
coloro che non sono esperti del settore. Si tratta di mia nipote che per la
prima volta ha dichiarato interesse verso un mio scritto; di un noto psichiatra
fortemente impegnato nel qui ed ora, attento a promuovere organizzazioni capaci
di agire percorsi di salute individuali e azioni per sviluppare comunità
competenti e in salute mentale. Dopo averlo letto, mi ha scritto: “Appena ricevuto, l'ho sorvolato come mi invitavi a
fare, ma non ho resistito a perdermi nelle pagine, dense di storia e di storie.
Cosa ancora più preziosa per chi come me crede non sia possibile alcuna
innovazione, alcun progresso, senza una profonda conoscenza delle traiettorie
individuali e collettive che ci hanno condotto al momento attuale.” Ed infine, di una esperta di sviluppo di reti
sociali così esperta da poter essere identificata, nonostante la giovane età, con
l’archetipo della rete. Con lei condivido alcuni percorsi di lavoro nel
volontariato. Mi ha scritto che aveva letto il libro in vacanza e che il libro
l’aveva emozionata e arricchita tantissimo.
A.M.:
Com’è nato il tuo interesse per il Manicomio di Bologna?
Cinzia Migani: Il mio interesse per le istituzioni totali nasce negli anni del liceo.
Gli anni successivi all’applicazione della legge 13
maggio 1978, n. 180, in tema di
"Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. La
cosiddetta Legge Basaglia. Ero decisamente attratta dalle storie di superamento
istituzionale che venivano trasmesse nella tv di stato, rese pubbliche da
psichiatri, sociologi e cittadini impegnati a mettere in evidenza la decadenza
di quella cultura che aveva tracciato la linea di confine tra la società dei
sani e quella dei folli, fra il normale e il patologico. Ma erano anche gli
anni in cui alcuni famigliari denunciavano che erano stati abbandonati con i
loro cari dimessi di forza dai manicomi o che non sapevano a chi chiedere aiuto
quando un proprio caro stava male. Troppe cose che stavano accadendo accanto a
me continuavano a risuonarmi. Diverse le domande senza risposta o gli interrogativi
alimentati sia da chi era a favore sia da chi metteva in discussione la
riforma. Chi aveva ragione? C’era una ragione più ragionevole delle altre?
Una tarda serata di un mese invernale del 1980
stavo guardando in televisione un servizio di
Sergio Zavoli. Ero incollata. Denunciava con vigore il confine assurdo che si
era instaurato fra la città dei cosiddetti sani e quella dei malati di mente. Ricordo
ancora mia madre che si alzò dal letto e mi intimò di andare a letto perché il
giorno dopo dovevo andare a scuola. Aggiunse
che quello che stavo vedendo in televisione avrebbe popolato di incubi il mio
sonno. Non l’ascoltai e a quel punto lei
scelse di rimanere vicino a me. Alcune esperienze di sofferenza raccontate
dalle persone intervistate le sembravano rimarcare la distanza fra chi sta bene
e chi sta male. Non sapeva o non voleva sapere che alcune testimonianze non
erano così lontane da alcune sue esperienze di vita: lei aveva provato sulla
pelle cosa significasse passare da espansioni vitali a fatica di vivere.
Non le dissi che non erano le
immagini a turbarmi, ma le ragioni per le quali le persone finivano lì. Compresi
in quel momento perché si evitava di approfondire l’argomento quando qualcuno
diceva che il proprio familiare “era stato ricoverato a Imola”. All’indomani
andai a scuola e iniziai a fare una serie di domande alla mia professoressa di
filosofia, la professoressa Isa Valbonesi. Mi consigliò di leggere un libro che
ancora conservo: “Crisi della ragione. Nuovi modelli nel rapporto tra sapere e
attività umane” a cura di Aldo Gargani del 1979. La mia ricerca è continuata anche
all’università. Diversi gli esami messi in programma per approfondire
le tematiche del rapporto esistente fra normale e patologico, fra gli scritti
più frequentati quelli di Husserl, Bergson, Minkowski e Merleau-Ponty. L’epilogo
di quella fase e l’inizio di un modo altro di affrontare la questione avvenne
qualche mese dopo l’ottenimento della laurea in filosofia. Grazie a un
suggerimento di un compagno di corso seppi che a Bologna esisteva il Centro di
studio e di documentazione della storia della psichiatria e della emarginazione
sociale, oggi Istituzione G. F. Minguzzi della Città metropolitana di Bologna.
Il Centro era locato all’interno delle mura manicomiali e in quegli anni aveva
posto fra i temi centrali da indagare la storia dell’istituto manicomiale di
Bologna. Ed è così che è nato il mio rapporto con Giacanelli, con gli archivi
manicomiali, con gli altri studiosi del Centro (in particolare Augusta Nicoli e
Santa Iachini), le persone che vivevano ancora dentro l’ospedale psichiatrico e
i loro amici e familiari. Ci capitava spesso di condividere con loro i luoghi
di ristoro: il bar e la mensa dell’ospedale psichiatrico. Luoghi la cui
convivenza era semplificata da persone come Adelfina, che facevano ponte fra
noi del Centro, gli infermieri e i pazienti. Passavo ore a leggere e schedare
documenti di archivio, o a discutere con Giacanelli e Iachini su come
articolare la ricostruzione storica del manicomio di Bologna e delle persone
che vivevano dentro, e alla cultura scientifica del tempo.
A.M.:
Il 13 maggio 2018 c’è stato il quarantennale della Legge Basaglia che ha
decretato la chiusura dei manicomi. Qual è, dunque, l’intento di “Memorie di
Trasformazione”? Oltre all‘aver pubblicato un eccellente saggio che documenta
la nascita dei manicomi sino alla loro chiusura, quale messaggio hai veicolato
nel libro?
Cinzia Migani: Grazie per la sua gradita valutazione, da tempo ho imparato ad
apprezzare i suoi interventi seguendo la pagina web di Oubliette Magazine. Il
messaggio principale che ho voluto veicolare ripartendo da ricerche del passato
sul passato della storia manicomiale ricostruito con Ferruccio Giacanelli è
stato quello di richiamare l’attenzione su un mondo in trasformazione che rischia
di intraprendere derive pericolose, quelle che portano a dividere le persone
creando barriere culturali e a costruire muri di separazione.
A.M.:
Nella prima sezione del libro, “Storia del manicomio di Bologna nell’ultimo
trentennio dell’Ottocento”, ed esattamente nel quinto capitolo “La cultura
psichiatrica all’interno del manicomio” tracci alcune citazioni d Francesco
Roncati. Troviamo tratto da “Ragioni e modi di costruzione ed ordinamento del
Manicomio di Bologna” del 1891: “[…] un
Manicomio bene costruito ed ordinato forma già per sé uno strumento massimo di
cura della pazzia.”.
Cinzia Migani: Era opinione diffusa nella seconda metà dell’800 che chi soffrisse di
disagio mentale potesse trovare riparo nel manicomio, un luogo caratterizzato
dallo svolgersi di una vita ordinata, da una alimentazione curata e separata
dal mondo, dalle persone e dalle loro contraddizioni. Roncati interpretava con
vigore quella credenza. Lui stesso scelse di rinchiudersi in manicomio, visto
che passò la vita fra quelle mura. Di robusta formazione igienista, attento
alle condizioni ambientali in cui viveva la maggior parte della popolazione era
fortemente convinto che il ricovero in manicomio rappresentasse la soluzione
più adeguata per chi perdeva la ragione. Credeva infatti che a causare molte
forme di pazzia fossero la malnutrizione e le pessime condizioni igieniche in
cui erano costretti a vivere le persone. Questa credenza, che trovava riscontro negli
ambienti accademici e amministrativi dedicati alla questione igienica in città,
lo portò ad investire tutte le sue risorse e competenze sulla tecnica
manicomiale e sulla gestione degli spazi e delle risorse umane che lo
popolavano, anticipando così l’odierna deriva aziendalistica. Passò ore a
studiare come garantire ordine e igiene, a ideare stratagemmi per occultare lo
sguardo delle persone cosiddette “sane” da quelle dei malati e viceversa, a
studiare diete alimentari, a imporre regole per impedire al malato di scappare
o di disturbare la quiete. Passò ore in buona sostanza a occuparsi del corpo
del malato, dimenticandosi di occuparsi della sua “testa”.
A.M.:
Vorrei riprendere una tua accattivante domanda per riuscire ad aver una
spiegazione sul pericolo che si correva in Italia ed in Europa in quel periodo.
“Quale virus contagiò la popolazione
italiana in quegli anni, visto che mano a mano che passavano i giorni le
persone sembravano essere sempre più insane di mente?”
Cinzia Migani: L’unico vero pericolo che corse in quegli anni la popolazione italiana
fu quello di soccombere alle disuguaglianze economiche, all’esigenza di mantenere
l’ordine sociale e alla volontà di potere degli specialisti.
A.M.:
Cesare Moreno, Maria Augusta Nicoli ed Andrea Parma partecipano nella seconda
sezione del saggio, “Prime soluzioni al sovraffollamento dei manicomi”, con
schede di approfondimento dei temi trattati. Quand’è nata la tua collaborazione
con loro?
Cinzia Migani: L’incontro è avvenuto in contesti diversi e per ragioni diverse. Cesare
Moreno è parte di una fase molto importante della mia vita professionale:
quella centrata in cui mi sono occupata con intensità di benessere a scuola con
Valentina Vivoli, che ha curato la postfazione del libro. Un periodo che trova
la sua origine a seguito di un episodio complesso registratosi in un famoso
liceo classico di Bologna, un episodio descritto nel libro Dal disagio
scolastico alla promozione del benessere pubblicato nel 2005. Cesare ci permise
di cogliere il valore dell’esperienza pedagogica che punta sul protagonismo dei
ragazzi valorizzando le risorse della comunità o costruendo le condizioni
perché gemmino possibilità di contesto là dove ci sono solo fatiche,
deprivazioni e risorse. Ci fece toccare con mano come molti ragazzi avevano
deviato il proprio percorso di vita destinato al fallimento, attraverso il
sostegno di “maestri di strada”, “volontari” e in senso lato tutti coloro che
volevano investire sull’attivazione di percorsi di resilienza ed empowerment
sociale.
Con Augusta ho condiviso anni intensissimi fra
il 1990 e il 2001. Insieme a Gino Pellegrini (scenografo e pittore) e la sua
compagna e preziosa collaboratrice Osvalda Clorari, a tecnici della salute
mentale, uomini e donne di cultura e istituzioni abbiamo ideato il Progetto
Vita da Pazzi. Mostre film e dibattiti sulla salute mentale per contrastare il
pregiudizio delle persone che ancora aleggiava su chi soffriva di disagio
mentale, per avvicinare le persone alle tematiche della salute mentale e ai
servizi, per avvicinare il mondo del volontariato e civile ai servizi e alle
associazioni di familiari o per favorire lo sviluppo dei gruppi di auto-aiuto. E
lei che mi ha portato a interessarmi di psicologia di comunità e che mi
consentito di arricchire la mia cassetta degli attrezzi per occuparmi di
sociale.
L’incontro con Andrea Parma è avvenuto
all’interno del progetto Teatro e Salute mentale promosso dall’Istituzione G. F.
Minguzzi della Città metropolitana di Bologna e la richiesta di un contributo è
stata casuale. Parlando del testo che stavo scrivendo mi ha detto che era
interessato alla storia dei luoghi manicomiali e che stava facendo una ricerca
su un manicomio delle Marche. Mi è sembrato un segno del destino per mantenere
viva la fiammella che anima la memoria attiva sulle ragioni per le quali si è lottato
a favore della chiusura dei manicomi e per non dimenticare che le derive sono
sempre possibili.
A.M.:
Nella terza sezione del saggio, “Storie da Manicomio”, hai scelto di parlare di
tre persone che hanno vissuto in manicomio: Filippo Manservisi, Gaetano
Emiliani ed il piccolo Umberto Rossi. Perché proprio loro tre? E quanti nomi
hai visto sparire dagli archivi?
Cinzia Migani: Le tre testimonianze le ho scelte per la specificità della loro storia
e per i sentimenti e le emozioni che mi avevano attivato quando le ho rinvenute
in archivio. La storia di Filippo l’avevo incrociata ai tempi della
realizzazione di una dell’edizione della mostra Vita da Pazzi e discusso con Gino
e Osvalda che hanno curato la scenografia e l’allestimento di tutte le mostre
Vita da Pazzi. Il materiale rinvenuto nell’archivio sanitario del Manicomio di
Imola non era adatto per una esposizione scenografica. Continuai a cercare materiale.
Ne ho rintracciato così tanto negli archivi storici di Bologna che oggi si
potrebbe pensare una sezione espositiva solo per la sua storia. Ho ripreso in
mano la sua storia alcuni anni fa in concomitanza con la denuncia degli
scandali bancari e la lettura del testo di Marco Revelli, “Non ti riconosco”.
Un viaggio eretico nell’Italia che cambia, che mette in evidenza gli scempi
ambientali e sociali compiuti in nome dello sviluppo. E ho capito che era ora
di raccontarla.
La storia di Gaetano mi ha accompagnato dal
primo momento che ho iniziato a occuparmi della storia del complesso manicomiale
di Imola. L’ho rinvenuta in archivio agli inizi degli anni ’90. In quegli anni
era vivacissimo il movimento di famigliari, volontari e cittadini a favore del
superamento manicomiale. Cittadini, come Marta Manuelli, avevano scelto di
rappresentare le istanze delle persone che erano state rinchiuse in manicomio
per decenni che cercavano di riappropriarsi della propria vita con il sostegno
del servizio ma non avevano nessun parente pronto a farsi carico di loro. Marta
si fece parte in causa nell’apertura dell’Associazione Cà del Vento, una casa che è stata aperta
per accogliere le persone dimesse dal Manicomi. Sono proprio loro, i residenti,
che decidevano ieri come oggi come gestire la casa, cosa mangiare, come gestire
il tempo. Differentemente dalle sorti dei residenti di Cà del Vento, Gaetano
era possidente e aveva famiglia. Ma né la sua famiglia né i medici né le
associazioni di famigliari o di volontariato coltivarono il sogno di ridargli
la libertà. Ed ha passato così più di 40 anni in manicomio. Fa male vedere che
prevalgono le annotazioni amministrative su quelle sanitarie nel suo fascicolo
sanitario.
Ed infine la storia di Umberto, il bambino
figlio della povertà. Questa storia è fortemente impressa nella mia mente e
guida ancora oggi il pensiero che anima alcune mie azioni a supporto di
progetti di contrasto contro l’esclusione sociale.
Ho scelto queste tre storie fra le tante
incontrate, esaminando a tappeto tutti i documenti di archivio presenti nel
titolo 7/4 dell’Archivio della provincia di Bologna e la corrispondenza della
Direzione e dei Pazienti del Manicomio di Bologna dal 1860 al 1907 nonché i
documenti sanitari dei due manicomi di Imola e le perizie cliniche. Alcune
storie le ho seguite negli anni, come quella di Luigi Veronesi. Il suo caso è
descritto in Storia da un manicomio. Vita e vicende di un birocciaio bolognese
del XIX secolo, saggio scritto con Di Diodoro, Ferrari, Giacanelli e Iachini
del 1997. La sua storia, caratterizzata
da 35 ricoveri in manicomio, susseguitasi tra il 1857 e il 1890, è
particolarmente interessante. Permette di seguire il periodo durante il quale
si susseguiranno importanti avvenimenti che porteranno alla nascita della
psichiatria bolognese ma anche il diverso comportamento degli amministratori
dell’epoca verso un “alcolista” con tendenze anarchiche. A seconda del periodo
gli effetti delle sue bevute saranno contenute in manicomio o in galera.
A.M.:
Hai in programma presentazioni per “Memorie di Trasformazione”?
Cinzia Migani: Recentemente, il 2 ottobre, ho presentato il libro presso la Biblioteca
comunale di Imola. Una scelta di cuore. Non poteva che iniziare a Imola il
ciclo della presentazione del libro. Il luogo dove ho fatto la mia prima
relazione pubblica sui temi di storia delle istituzioni manicomiali, nel 1992.
Ma anche il luogo che ha scelto di aprire con la presentazione del libro la
manifestazione di Oltre la siepe - La salute mentale è un diritto di tutti:
anche il tuo! Una manifestazione fatta e voluta da cittadini, volontari,
associazioni di familiari e utenti e operatori della salute e della cultura. Agli
inizi di novembre il libro sarà presentato a Bologna, e il 21 dicembre a
Taranto.
A.M.:
Come ti trovi con la casa editrice Negretto Editore? La consiglieresti?
Cinzia Migani: Sì, la mia opinione non è mutata da quanto dissi che consiglio questa
casa editrice in occasione dell’intervista che le ho rilasciato in occasione
della recente pubblicazione “Dire Fare Donare. La cultura del dono
nelle comunità in trasformazione”.
A.M.:
Salutiamoci con una citazione…
Cinzia Migani: “L'importante è che abbiamo dimostrato che l'impossibile può diventare
possibile. Dieci, quindici, venti anni addietro era impensabile che il
manicomio potesse essere distrutto. D'altronde, potrà accadere che i manicomi
torneranno ad essere chiusi e più chiusi ancora di prima, io non lo so! Ma, in
tutti i modi, abbiamo dimostrato che si può assistere il folle in altra
maniera, e questa testimonianza è fondamentale. Non credo che essere riusciti a
condurre una azione come la nostra sia una vittoria definitiva. L'importante è
un'altra cosa, è sapere ciò che si può fare. È quello che ho già detto mille
volte: noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo
vincere. È il potere che vince sempre; noi possiamo al massimo convincere. Nel
momento in cui convinciamo, noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di
trasformazione difficile da recuperare.” ‒ Franco Basaglia in Conferenze
brasiliane, 1979
A.M.: Cinzia ti ringrazio vivamente per il
tempo che hai dedicato a questa nostra intervista. In chiusura invito i lettori
a prendere in mano “Memorie di Trasformazione” perché ritengo sia non solo un
saggio utile agli addetti ai lavori ma anche a coloro che promuovono un’azione
sociale per il rispetto dei diritti dell’essere umano. Saluto con le parole del
filosofo francese Montesquieu (La Brède, 18 gennaio 1689 – Parigi, 10 febbraio
1755): “Si chiudono alcuni matti in una
casa di salute, per dare a credere che quelli che stanno fuori sono savi” e
con una possibile risposta dello psichiatra Franco Basaglia (Venezia, 11 marzo
1924 – Venezia, 29 agosto 1980): “Un
malato di mente entra nel manicomio come ‘persona’ per diventare una ‘cosa’. Il
malato, prima di tutto, è una ‘persona’ e come tale deve essere considerata e
curata […] Noi siamo qui per dimenticare di essere psichiatri e per ricordare
di essere persone”.
Written by
Alessia Mocci
Ufficio
Stampa Negretto Editore
Info
Sito
Negretto Editore
http://www.negrettoeditore.it/
Acquista
“Memorie di trasformazione”
https://www.libreriauniversitaria.it/memorie-trasformazione-storie-manicomio-migani/libro/9788895967349
Comunicato
Stampa “Memorie di Trasformazione”
http://oubliettemagazine.com/2018/09/10/in-libreria-memorie-di-trasformazione-storie-da-manicomio-di-cinzia-migani-edito-da-negretto-editore/
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Negretto Editore
https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/
Sito Odori
Suoni Colori
http://www.odorisuonicolori.it/
Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/10/16/intervista-di-alessia-mocci-a-cinzia-migani-autrice-del-saggio-memorie-di-trasformazione-storie-da-manicomio/
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