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Alessia Mocci intervista Teresa Stringa: ecco la silloge poetica Pensieri

 


“Quel tempo furioso/ mi vide distratta./ Il futuro era solo un profumo,/ e fremeva la vita/ che il mio sguardo/ non poteva fermare./ Poi arrivò lei/ impetuosa avversaria,/ schiacciava il volere/ e ogni azione fermò./ Così, dall’anima nuda/ ogni cosa riappare:/ tutti i miei ieri ritornano veri:/ sono inerme e sorpresa/ dello sbadato vissuto./ […]” – dalla lirica “Risveglio”

“Pensieri” è una raccolta poetica edita nel 2021 dalla casa editrice Tomarchio Editore.

L’autrice, Teresa Stringa, è nata nel 1960 e fin da piccola, sia per dote innata sia per influsso degli amati genitori (il padre pittore e la madre amante della poesia e delle lettere), ha manifestato attitudini di estrema sensibilità nella scrittura in ogni sua forma. Apprezzare la bellezza divenne uno stile di vita che ha portato avanti nonostante gli studi tecnici.

“Pensieri” è frutto di riflessioni sul buono della vita ma anche su quelle situazioni difficili a cui siamo chiamati a rispondere: una malattia improvvisa che ostacola il futuro immaginato, la morte di una persona amata che trafigge di dolore le giornate.

Il ricordo interviene per sanare la perdita come ringraziamento di ciò che si è potuto vivere. Così la poesia, come la memoria di un pomeriggio d’estate, elude spazio e tempo e trasporta tutti i suoi amanti altrove.

“[…] Lo specchio di oggi/ ogni cosa rivela:/ i capelli di cenere/ e la bocca già triste./ Eppur mi stupisce/ l’improvviso risveglio/ sul finir della strada/ che a lungo/ m’ha visto sfilare” – dalla lirica “Risveglio”

 

A.M.: Cara Teresa sono lieta di poter presentare ai lettori di Oubliette Magazine la tua nuova pubblicazione intitolata “Pensieri”. Qual è il primo ricordo che hai della tua inclinazione verso la poesia?

Teresa Stringa: Alessia ti ringrazio e sono piacevolmente lusingata per questa intervista. Dunque, iniziamo. Fin da bambina ho respirato arte, mio padre Ugo è stato uno stimato pittore, un artista puro; mia madre Augusta amava la poesia, la leggeva e la scriveva, ma anche quando conversava esprimeva la sua dolce indole.

Già alla scuola elementare capirono che non avevo acquisito doti pittoriche ma, per non dispiacere papà, mi davano lo stesso la votazione minima! Avevo invece attitudine alla scrittura, la scoperta della poesia avvenne molto presto e la mamma mi abituò a “fermare” i versi, scrivendoli. Così, diceva, le emozioni diverranno immortali!

 

A.M.: Ci racconti come è nata l’idea di questa raccolta poetica?

Teresa Stringa: L’idea della raccolta poetica nasce dalla necessità di riassumere emozioni, appunto: “Pensieri, Subbugli, Coccole” in una unica pubblicazione che potesse rimanere nel tempo e nella memoria tangibile di chi mi vuole bene. Ho suddiviso la raccolta in tre settori poiché il Cielo ha voluto che, malgrado la malattia, io potessi cogliere consapevolmente sì le situazioni “ostiche” (Subbugli), ma anche il buono della vita (Pensieri e Coccole).

 

A.M.: Nella copertina del libro troviamo il dipinto “Sapore d’estate 1979” dell’artista Ugo Stringa. Vuoi condividere con noi un aneddoto riguardante il soggetto dell’opera?

Teresa Stringa: “Sapore d’estate” rappresenta per me l’emozione legata a un ricordo indelebile, che voglio condividere con voi.

Giugno era giunto alla fine, io mi ero inoltrata nel parco secolare nel quale era immersa la nostra grande e storica casa (nata nel 1200 come fortezza di difesa, e trasformata in villa dai conti Tadini nel 1500, per poi, dal 1800 passare di mano in mano a svariati proprietari, diventando, nel 1970, la dimora della nostra famiglia: papà pittore, mamma dolce e “titolista”, e noi figli, eccitati e curiosi), dopo aver raccolto succose e dolci ciliegie dall’albero dei duroni, ritornai verso lo scalone centrale posto a sud della casa. Mentre mi avvicinavo vidi papà e mamma chiacchierare serenamente, come erano soliti fare nei pomeriggi estivi. Li salutai, papà mi venne incontro e, con un sorriso che rapiva, prese dalle mie mani gelose tre ciliegie e poi, con una espressione di urgenza ispiratoria, sparì!

Noi eravamo abituate a queste sue “urgenze”, e a nessuno sarebbe mai venuto in mente di distoglierlo. Aspettammo un paio d’ore, quando tornò, appoggiò l’opera appena creata, su una sedia bianca, in ferro battuto, ce la mostrò (ero io con i duroni!) e disse: “Cosa ne dite eh, che sapore d’estate…!” Mamma annuì con un sorriso di approvazione e dolcemente gli disse che, secondo lei, dati i miei capelli-spaghetti, mancava qualcosa sulla testa. Papà capì subito, non disse nulla ma sparì di nuovo per raggiungere lo studio grande al piano superiore, che odorava di colori a olio e acquaragia. Non passò neanche mezz’ora che ricomparve: sulla mia testa, prima disadorna, aveva dipinto un adorabile cappellino rosso!

 

A.M.: La prima lirica che si incontra è intitolata “Meteora”: “L'Umanità?/ Una moltitudine di solitudini/ che brulicano nel mondo/ convulso e saturo./ Uno sciame fluente/ con un puntino/ luminoso, e un po’ ribelle,/ qua e là fuor di scia/ che talvolta lascia/ di sé/ una soave nota di gloria/ nell’immensità della Storia”. Perché hai deciso di iniziare con una domanda così rapida e complessa?

Teresa Stringa: Vedo l’intera Umanità, noi, come uno sciame caotico e velocissimo che non può e non vuole fermarsi. Ma talvolta, qualche talento artistico, scientifico… riesce a fermare l’incessante fluire, consegnando alla Storia, con la sua opera, un confortante sentore di eternità.

 

A.M.: La seconda parte “Subbugli” vede come incipit la lirica “Opulenta ingordigia” che recita: “C’è chi, in malafede/ carpisce la generosità/ dei buoni./ La grossa pancia piena/ non è mai sazia:/ arraffare, arraffare/ senza fine,/ parola d’ordine/ di occhi torvi e finti./ […]” Perché se i buoni sanno dell’esistenza di questa grossa pancia mai sazia continuano a compiere del bene?

Teresa Stringa: Il far del bene è una propensione individuale, essa si esprime “a prescindere”, a volte però chi lo riceve lo ingoia con ingordigia, pur sapendo di non meritarlo, ma non si sazia mai ed escogita strategie, a volte strategie balorde, per poter divorare il più possibile dalla sua vittima buona che, non per questo, perderà il vizio di far del bene, poiché lo ritiene un valore umano e morale, sempre e comunque arricchente.

 

A.M.: “Pensieri” termina con un “Discreto Commiato” grazie alla lirica “Viaggio Caduto” nella quale si legge: “Nella Farsa della vita/ ogni attore/ ricerca affannosamente,/ e un po' smarrito,/ il proprio ruolo./ Allorché lo trova:/ s'illude, si rode, s'allieta/ recita/ governato dall'incauta/ illusione di eternità./ […]” Perché il poeta è quell’attore che pur sapendo della farsa continua la ricerca verso l’eternità?

Teresa Stringa: Il Viaggio caduco è la vita stessa, essa ci racconta ogni tipo di emozione, e noi, soprattutto negli anni di massima energia, ci illudiamo che la farsa non avrà fine (l’eternità delle emozioni). Ma quando arriva l’imbrunire della vita, certe illusioni cambiano forma, la natura stessa ci indica quale sarà il percorso, trascinandoci verso un sipario che inevitabilmente si chiuderà.

 

A.M.: Recentemente “Pensieri” è stato inserito in alcuni contest letterari come premio ai vincitori ed alle vincitrici. Ti è piaciuta come esperienza?

Teresa Stringa: La recente esperienza del Contest letterario, ove ha trovato posto Pensieri, come premio ai/alle vincitori/vincitrici, mi ha consentito di condividere e assaporare molte emozioni e di entrare nell’intimo sensibile delle parole. Ritengo che ricevere in premio un volume di poesie, sia un buon omaggio alla poetica individuale, profonda e accurata.

 

A.M.: Come ti trovi con la casa editrice Tomarchio Editore? La consiglieresti?

Teresa Stringa: Nella casa editrice Tomarchio Editore ho trovato una accoglienza attenta e amichevole. L’attenzione alla persona, da parte tua e dell’editore Rosario Tomarchio, ha rafforzato la mia stima. Inoltre, competenza e serietà sono state presenza costante e ora irrinunciabili. La consiglio vivamente!

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Teresa Stringa: Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera” (Salvatore Quasimodo)

 

A.M.: Teresa, ogni nostra conversazione mi procura nuove riflessioni sulle tematiche che spesso mi attraversano la mente. Concordo pienamente con quanto hai espresso sull’ingordigia di alcune persone che non vogliono (o non riescono ad) entrare a far parte di una società che tende al bene. Ti saluto citando l’ultima quartina della lirica “Cantato a piè delle Alpi” del poeta tedesco Friedrich Hölderlin: “Ma ama restare nella casa, chi in fedele/ Petto serba il divino, e libero voglio, finché mi sarà/ Concesso, voi tutte, o lingue del cielo!/ Intendere e cantare.”

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

Acquista “Pensieri” di Teresa Stringa

https://www.tomarchioeditore.it/2021/08/04/pensieri-teresa-stringa/

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/01/29/intervista-di-alessia-mocci-a-teresa-stringa-vi-presentiamo-la-raccolta-poetica-pensieri/

 

Alessia Mocci intervista Antonietta Fragnito: eccovi la raccolta La rosa, la cosa, l’anarchia del verso

 


“Da sempre sento che le parole, e non solo in poesia, sono le mie stanze e le stanze, si sa, hanno angoli bui.” – Antonietta Fragnito

Parole come stanze i cui significati simboleggiano gli angoli bui. Con questa riflessione Antonietta Fragnito ci fa immergere nel suo stato mentale di “contenitore di significati” nel quale le parole vengono centellinate e selezionate accuratamente così come un pittore, nella sua tavolozza, cerca di giungere alla gradazione di colore di cui ha immagine solo nella mente.

“Fare il pane/ Impastare il pensiero/ Addomesticare le cose// La credenza mi rotola nel palmo/ Una capinera fugge da una canzone/ e mi salta in petto// Mia madre che ricama nel cimitero” – “Il pane”

“La rosa, la cosa, l’anarchia del verso” è stato pubblicato a gennaio 2022 dalla casa editrice Tomarchio Editore ed è ormai prossimo a seconda ristampa. È la seconda raccolta poetica dell’autrice, risultato di un premio assegnato dalla casa editrice siciliana per la migliore poesia nella Seconda edizione del Contest Free Poetry.

Antonietta Fragnito si è mostrata molto disponibile nel rispondere ad alcune domande non solo inerenti alla sua pubblicazione ma anche sulla sua vita e sulle sue esperienze. Buona lettura e buona poesia!

 

A.M.: Ciao Antonietta, sono lieta di poter dialogare con te per presentare ai lettori la raccolta poetica “La rosa, la cosa, l’anarchia del verso”, ma prima facciamo un passo indietro: quando hai sentito la necessità di scrivere in versi?

Antonietta Fragnito: Ciao Alessia, grazie, mi fa davvero piacere presentarmi e presentare i miei versi. La mia necessità di scrivere è venuta alla luce a seguito di un evento molto doloroso: la perdita del mio amato marito. È stato allora che la scrittura si è presentata a me, mi ha preso in braccio, mi ha offerto lenimento. Ora posso affermare che le mie ere esistenziali sono due: la prima senza poesia, la seconda assieme alla poesia. Quando ho iniziato a scrivere ho sentito che mi veniva offerta una possibilità, ed è vero perché in questi anni di immersione nella scrittura, ho potuto conoscere la fibra più nascosta della parola. Questa presa di coscienza ha generato un rivoluzionario cambiamento in me. Io sento che la parola ha il potere lenitivo del canto, specie quando si aggrega e genera poesia. L’essenza della poesia è in questo: la scrivi, la leggi, la rileggi e poi magari la consegni ad un libro. Il libro ingiallisce, il verso no! Il verso intriso di lirica rimane giovane per sempre. Tornando agli esordi del mio scrivere, essendo una persona riservata, mi risultava assai difficile espormi sulla pagina. Ma poi è successo! Ho preso coraggio e ho scavalcato il cancello. Da quel momento è iniziato il mio viaggio nell’abisso della bellezza, non tanto per la mia personale ispirazione, quanto per l'apertura ad un processo di nutrimento artistico che evolve anche tramite la rilettura dei poeti del passato e la conoscenza di attuali e validi artisti del Web.

 

A.M.: Nella prefazione del libro racconti del titolo che originariamente avresti voluto dare alla raccolta: “Lievito padre”. Che cosa rappresentava per te quel titolo e che cosa rappresenta invece quello che poi si è scelto?

Antonietta Fragnito: Il primo titolo “Lievito padre” esercita su di me ancora oggi molto fascino perché sono convinta che l'amore genitoriale abbia svolto nella mia infanzia la funzione che ha il lievito nell'impasto. Non a caso, alcune poesie del mio libro sono una sorta di pagine epiche celebrative di mia madre e mio padre, delle loro gesta contadine, tanto simili ai voli bassi delle api operaie! Aprendosi poi il libro a numerose altre mie note intime, ho capito che il titolo non era più quello a lungo agognato, che in me ne era germogliato un altro, con un nome nuovo, fascinoso, onirico, poeticamente delirante: “La rosa, la cosa, l'anarchia del verso”. Queste parole un giorno mi sono balzate in mente di colpo ed io mi sono precipitata ad appuntarle per non disperderle. Il titolo definitivo di un libro comunque ha sempre insito lo stesso accorato turbamento che accompagna la decisione del nome da dare al proprio figlio. Un figlio lo vuoi felice, aperto al bello, ma anche ancorato alla terra e soprattutto lo vuoi libero. Questo libro ha in sé questo stesso genere di manifesto: è votato all’estasi, alla filosofia tattile e ideale, al volo anarchico della poesia.

 

A.M.: In apertura troviamo una citazione di Pier Paolo Pasolini di cui si celebrano proprio quest’anno i cento anni dalla nascita; i versi che hai scelto sono: “Tu sei come una pietra preziosa che viene/ violentemente frantumata in mille schegge per poter/ essere ricostruita di un materiale più duraturo di/ quello della vita, cioè il materiale della poesia.” Come mai proprio questi versi?

Antonietta Fragnito: La citazione che ho scelto costituisce per me il quadro della naturale simbiosi tra poesia, vita e amore: tre elementi che impregnano fortemente anche la mia scrittura. Di forte impatto lirico, nella citazione, è il parallelo donna, poesia e pietra preziosa, come pure assai affascinante è la metafora della poesia che ricompone la frantumazione. Nel variegato insieme delle diverse produzioni artistiche di Pasolini bisogna convenire che un posto di rilievo ha la poesia. Mi piace qui riportare queste frasi che danno la misura del rapporto poeta poesia. Pasolini afferma: “… ho cercato lo scandalo che sempre dà la poesia, attraverso lo scandalo che può dare la sincerità…” E ancora: “… per essere poeti, bisogna avere molto tempo: ore e ore di solitudine sono il solo modo perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono, vizio, libertà, per dare stile al caos…” La scelta di allacciare la figura di Pasolini al mio libro credo stia nel sentire intensi alcuni palpiti del Poeta, specie quelli dolorosi a me un po' consanguinei! E certi moti di ribellione per certe incongruenze del reale che pure mi appartengono. Nel leggerlo, penso alla mia solitudine affollata nel rapportarmi a schemi vuoti e limitativi, a rituali sociali, a situazioni imposte che non condivido. Di Pasolini amo tutto: in primis la sua poetica, ma anche il suo ecclettismo. Sento di volerlo qui omaggiare, ricordando che egli fu scrittore, poeta, regista, pensatore, filosofo, profeta del degrado sociale e ambientale del suo tempo e di quello a venire. Denunciò con forza il consumismo imperante e pressante, l'alienazione di certi ambienti lavorativi, lo sfruttamento dei deboli e del sottoproletariato. In lui si fusero arte e realismo e, in quanto cineasta, rappresentò scenicamente la vita come se la pellicola nelle sue mani potesse divenire lo specchio della realtà. Nella scrittura, come pochi, attuò la rivoluzione del linguaggio, proteso sempre sul piano di una comunicazione diretta, scevra da maschere e dissimulazioni. Il suo viaggio nel mondo è stato troppo breve rispetto alla sua arte! E la tragedia che lo colpì, così efferata, lo rende tragicamente stanziale nel mio cuore e nel ricordo di tutti.

 

A.M.: Nella poesia “La stanza” si legge: “Non sto pensando alle parole/ Le parole sono stanze/ Penso invece ai miei fantasmi/ Sono una che frequenta il buio dell'anima/ Ogni poeta è un aldilà”. Che cos’è “il buio dell’anima”?

Antonietta Fragnito: Da sempre sento che le parole, e non solo in poesia, sono le mie stanze e le stanze, si sa, hanno angoli bui. È questa una lirica di segno esistenziale, dove metto in atto un tentativo di esplorazione dell'inconscio. In parole più esplicite, qui io immagino la mente come un grattacielo con infiniti piani, con la massima tensione verso l'alto, però giù in cantina rimane appostato il buio. Per buio intendo l'ombra, non solo quella che governa gli istinti e i bisogni primordiali umani, ma anche l'altra, quella proiettata dal grigio delle illusioni occultate, quella dei sogni leciti negati, censurati dalle convenzioni, dalle mistificazioni, dai divieti ideologici e sociali. Sono certa che l'uomo sarebbe un essere assai più felice se potesse estrinsecarsi liberamente, al di fuori di tanti muri innalzati. Credo che troppe volte siamo costretti a ricercare luoghi interiori più confortanti per sfuggire a una realtà avara, di dover riparare in dimensioni intime dove poter trovare qualche forma di conciliazione con i nostri fantasmi. Credo poi che alcune parole – stanze – possono essere pura geografia di luminosità o di nero, all'interno delle quali brancoliamo o ci confortiamo. Si sa che l'ingerenza dell'ombra in noi è una costante, data la nostra imperfezione. Il poeta cerca di sorvolare i luoghi soffocanti dell'anima e si fa costruttore di squarci di paradiso nella declinazione del verso. Tale presa di coscienza mi ha portato ad affermare che ogni poeta è un aldilà.

 

A.M.: “Succede spesso/ di tramutare qualcosa in qualcos'altro/ Come sostituire il gesto alla parola/ O il pensiero all'azione/ […]”: con questi versi principia “Spettinata”. La poesia prosegue con la traccia di una relazione d’amore tra un uomo ed una donna. Perché, secondo te, l’essere umano ha la facoltà di “tramutare”, può essere anche una sorta di dissimulazione?

Antonietta Fragnito: In questa poesia viene visitato il luogo del travestimento mentale, delle dissimulazioni che usiamo quando viviamo momenti emozionali forti che si possono manifestare tramite le illusioni, la personificazione di luoghi e oggetti, i desiderata, i sogni. Per descrivere, esprimere tali stati intimi, questa poesia si colora di folcloristiche immagini esemplificative di tali processi. Ne consegue che delle magie accadono nei suoi versi. E succede di telefonare senza apparecchio a tutte le ore, di compiere gesti sostitutivi di una qualche intenzione, come avviene quando i due amanti si danno appuntamento seduti in poltrona in due case differenti. E viene proiettata l'immagine di lui che si aggiusta la cravatta solo a pensarla la donna e quella di lei che si trucca di tutto punto per non farsi sorprendere discinta nell'incontro fantasma con l'uomo. Una poesia questa acrobatica, apparentemente scissa dall'oggetto esterno, ma ad esso fortemente allacciata oniricamente.

 

A.M.:  Com’è stata l’esperienza con la casa editrice Tomarchio Editore? La consiglieresti?

Antonietta Fragnito: Voglio parlare dell'esperienza con la casa editrice Tomarchio Editore partendo da un racconto. Era una sera un po' noiosa. Stavo sfogliando distrattamente Facebook, quando mi apparve l'annuncio della seconda edizione del contest “Free Poetry” promosso da Oubliette Magazine. Apro, vedo che è gratuito e mi dico: “Perché no? Ora mando qualcosa!” Cerco fra i miei scritti, poi di colpo mi ricordo di questa poesia che amo molto:

“Ho steso un fazzoletto di te sull'erba

Ti ho perduto in una tazza di terra

Ora le margherite ti allacciano le scarpe”

Faccio il copia e incolla e invio.

Dopo qualche mese, un'amica, tramite Messenger, mi dà notizia della mia vittoria al Contest! Avevo perfino scordato di aver partecipato! Da quel momento mi si è aperto davanti un mondo. In pochi mesi è nato questo mio secondo libro di poesie, frutto del premio, della meritocrazia perseguita dalla Casa Editrice. Elaborare la raccolta è stato semplice e perfetto perché un lait motiv emozionale mi ronzava in testa come un tam tam! Questa avventura di scrittura, questa acrobatica rincorsa ad afferrare la mia poesia interna più vera e ancestrale è stata supportata e rinforzata dalla umana presenza, dalla genialità e serietà mostrata da te Alessia, persona di grande competenza editoriale. Mi hai affiancato con partecipazione nella realizzazione dell'opera. A te va il merito dell'avermi indirizzata e della scelta della romantica copertina!

“La rosa, la cosa, l'anarchia del verso” sta riscuotendo tra i lettori un'attenzione viva e inaspettata che mi riempie di gioia! Ringrazio tutti coloro che hanno richiesto e chi ancora vorrà ricevere la mia raccolta di poesie. Mi è spontaneo aggiungere che la Tomarchio Editore è una Casa Editrice che assolutamente consiglio: per l'affidabilità, per la promozione fattiva delle opere, non ultima per la cura, la qualità della veste editoriale delle sue pubblicazioni.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Antonietta Fragnito: “Il sogno è una costruzione dell'intelligenza, cui il costruttore assiste senza sapere come andrà a finire.” – tratta daIl mestiere di vivere” di Cesare Pavese

 

A.M.: Antonietta ti ringrazio per la profondità che hai mostrato in queste risposte e ti saluto anche io con Cesare Pavese con una citazione tratta da “Dialoghi con Leucò” e precisamente dal dialogo “L’isola” che vede come protagonisti Calipso ed Odisseo: “Immortale è chi accetta l’istante.

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

Acquista “La rosa, la cosa, l’anarchia del verso”

https://www.tomarchioeditore.it/2021/12/01/la-rosa-la-cosa-lanarchia-del-verso-antonietta-fragnito/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/04/03/intervista-di-alessia-mocci-ad-antonietta-fragnito-vi-presentiamo-la-rosa-la-cosa-lanarchia-del-verso/

 

Fibre di possibilità di Sergio Messere: la sovranità del Singolo nella potenza libera della sua natura

“[…] Un celere vapore/ adombra il mio capo/ reclinato:/ son per caso/ Io – Straniero –/ un fiore spezzato/ che setaccia/ per declivi e piani/ il deserto,/ necessaria inferia/ nelle rudi e sprezzanti mani/ d’un fato incerto?// […]” – “Io, straniero di Dio”

L’Io si scruta, si adagia allo specchio, sente una fitta che dal petto si rivela come suono nell’orecchio: sono domande dello straniero, del viaggiatore, del poeta, del narratore. Perché la carne – il corpo – risiede in questo pianeta e la psiche – l’anima – setaccia il passato in cerca di appartenenza come se fosse “un fiore/ in esilio”?

L’essere umano è decadente, insaziabile, ingrato, contaminato, lacerato, è un infante, un martire, un sapiente, un “senza pace” che dalla valle acclama e combatte dalla notte dei Tempi.

La poetica di Sergio Messere partecipa della simbologia della vetta e della valle nella quale la prima è sede dello Spirito mentre la seconda dell’Anima che, con un frenetico turbinio, si affanna nel suo cercare significati del vivere. Una ricerca instancabile che scaturisce da una “certezza” di cui ancora oggi l’uomo non ha prova di esistenza, eppure resiste energico nel percorrere la valle provando le diverse vie che il Fato ha disposto.

“Fibre di possibilità” (LFA Publisher, 2021) si suddivide in sette capitoli impreziositi da sette tele dell’artista Pietro Tavani (Civitavecchia, 1948), il capitolo Tetralogia degl’Inquieti presenta lo schizzo “Staccati uomo!” del 1975, Vibrazioni principia con “Sfere evolutive” del 1984, Nero si manifesta con “La notte oscura” del 2003, Luce con “Meditazione” del 1974, Scorci con “Io e me” del 2013, Divertissement con “I fuochi” del 1981 e chiude Psicoalchimie e coni d’ombra con “Transfert” del 1977.

Un connubio tra parola e pittura che mostra il medesimo obiettivo: il dialogo interiore, la meditazione, la ricerca di armonia. Ed anche titolo della raccolta poetica che identifica il sé con il tutto fa parte di questo ragionamento secondo cui ciò che esiste è connesso con l’Uno, con il tutto, così inteso secondo la corrente filosofica neoplatonica.

Le frasi inutili, i momenti di apnea, i pomeriggi senza fine mi hanno reso una persona migliore.

Per diventare una “persona migliore” bisogna scorgere l’imperfezione, l’errore ma anche e principalmente possedere la volontà innata di superamento. Così la poesia – “le frasi inutili” – è capace di vagare oltre lo spazio ed il tempo, a cui il corpo del mortale è soggetto, per permettere all’Io di vivere quegli istanti di eterno che operando provocano alterazione.

Dall’inquietudine dei primi versi assistiamo alla vibrazione per poi cadere nel nero a cui segue la luce e la manifestazione del doppio – della scissione – e dell’ironia. Ogni eroe ed antieroe (per usare la terminologia dello psicoanalista James Hillman a cui si rimanda con la lettura di “Saggi sul Puer”) ha la sua meta – la sua psicoalchimia – la morte della persona formatasi con i pregiudizi predominanti della società e la rinascita come essere nuovo – “una persona migliore”, afferma Sergio Messere.

La “sovranità del Singolo/ nella potenza libera/ della sua natura in fieri” si legge nella lirica “Il manifesto dell’iconoclastia” nella quale si descrivono le istituzioni come serpisenza pudore/ e senza volto/ annidate nel tepore/ dei ministeri/ e degli altari,/ delle cattedre/ e dei focolari,/ il loro verbo edace/ han seminato a piene mani/ nel nostro ingegno ferace:/ Fede e aldilà,/ famiglia e tradizione, società e subordinazione/ nell’al-di-qua…/ Lor Signori «cravatte e croci d’oro» –/ i paladini del dovere/ e del «posticino sicuro»,/ i nemici del nostro piacere/ e dell’individuo –,/ delle loro verità di cicale / ci han lastricato la via/ inculcandoci la menzogna delle menzogne:/ la ridicola dottrina della morale.// […]” e si auspica la fondazione della città-giardino di Galama (parola che in serbo-croato significa “rumore, lamento”).

“Il punto igneo:/ la mia vera/ dimensione.// Il porto/ per tutte/ le direzioni.// […]” – “Espansione” 

Ne “Fibre di possibilità” compare anche la musica, compagna fedele di viaggio, ad esempio nella lirica “La scintilla” l’autore informa il lettore del sottofondo del primo brano “Da paesi e uomini stranieri” dell’opera del 1838 “Scene infantili” del compositore e pianista tedesco Robert Schumann; nella lirica “Vitae” sottofondo del singolo “Euphoria” del 2012 della cantante pop svedese Loreen; e nella lirica “Cattedrale” sottofondo di “Overture”, primo capitolo dell’opera “Antigone” dell’artista e pianista tedesco Felix Mendelssohn Bartholdy.

“[…] Eccoli lì,/ lasciate sospeso/ ogni giudizio/ e osservateli,/ mentre sfilano/ come testimoni/ senza un volto/ su quella passerella invisibile:/ i santi e i dannati,/ i saggi e i pazzi,/ i guerrieri e gl’infermi,/ i martiri e i tiranni.– “Uomini predestinati”

 

 

Written by Alessia Mocci

 

 

Info

Acquista “Fibre di possibilità”

https://www.mondadoristore.it/Fibre-di-possibilita-Sergio-Messere/eai978883343383/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/03/21/fibre-di-possibilita-di-sergio-messere-la-sovranita-del-singolo-nella-potenza-libera-della-sua-natura/

 

La mafia nello zaino di Alessandro Cortese: un omaggio a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

 


“«E come gli altri non ha visto niente?».

«Maresciallo, ma voi di dove siete?» chiese mia madre.

«Siciliano, signora… proprio come quelli ancora nei paraggi».

«E siciliano come me, non avete ancora capito che in Sicilia pigliamo tutti la pensione?».

«E questo cosa c’entra?».

«C’entra, c’entra, maresciallo. Perché in Sicilia siamo muti, ciechi e sordi. Avete capito? Menomati siamo, ma questa è solo mezza verità».

«E l’altra mezza?».

«L’altra mezza sta alle vostre spalle, sotto quel lenzuolo. Là c’è tutto quel che vi serve sapere… non vi basta?».”

La scena si svolge in strada, il paese è accorso dopo aver sentito “un boato, breve ma dall’eco persistente”, Melina parla con il maresciallo: è stanca di sentire le solite domande e, dopo poche battute, si allontana con passo spedito tenendo stretta la mano del figlio.

Fra tutti, l’unico ad essere stupito dal corpo steso a terra e dal lenzuolo è proprio lui, l’Io narrante, il figlio, un picciriddu di appena dieci anni che, durante quella torrida estate, dovrà forzatamente abbandonare le corse in bicicletta con gli amici e diventare adulto.

La mafia nello zaino – Il bimbo, il nano e l’assassino” è un romanzo di Alessandro Cortese (Messina, 1980), edito da Il ramo e la foglia edizioni (gennaio, 2022). La copertina è opera dell’artista palermitano Giulio Rincione. Sono trascorsi ben otto anni dalla pubblicazione di “Polimnia. Di 300 Spartani, una Grecia e dei Persiani di Serse” (Edizioni Saecula, 2014), un romanzo storico che racconta di avvenimenti umani che “non devono dissolversi nella dimenticanza[1]” ma, anche in “La mafia nello zaino”, Cortese ripropone l’importanza del tema della dimenticanza perché i mortali devono continuare a narrare per far in modo che le nuove generazioni comprendano il valore di una singola azione compiuta da un singolo essere umano.

La finzione letteraria diventa così occasione per ricordare due grandi uomini, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che, nella Sicilia raccontata da Cortese, diverranno il giudice Falco Di Giovanni ed il suo collega Paolo. I due personaggi, con la stessa tenacia che li ha resi celebri e che li ha anche condannati a morte, cercheranno di modificare quel viziato modus vivendi perché convinti oppositori di un sistema di corruzione che dall’isola arriva sino a Roma.

“«Sono cose grosse, Paolo, che partono da qua e arrivano su» disse il giudice Di Giovanni all’altro, prima che insieme si fermassero a un passo dagli scogli in cui mi nascondevo. «Mafia e politici hanno scavato questa galleria che, dalla Sicilia, attraversa sotterranea tutto il sud Italia e va dritta fino a Roma, dentro le stanze della VIII commissione, per infiltrarsi nelle grandi opere e nei lavori pubblici, facendo fare ai soldi avanti e indietro. Gli appalti, vinti a tavolino dai mafiosi, diventano mazzette che tornano nelle tasche della politica… e i nostri onorevoli che ci fanno dopo con quei soldi? Altre mazzette per altri mafiosi che, finanziando lo spaccio di droga per evitare il pizzo, danno al tessuto sociale la sensazione che nulla stia accadendo e infatti, in superficie, nulla accade: è tutto sotto, dove ci va soltanto chi sa e gli altri restano all’oscuro».”

Attraverso gli occhi di un picciriddu, lo scrittore messinese pone sul piatto il significato di innocenza per poi frantumarlo lasciando il lettore quasi incredulo per la crudezza della realtà, per la consuetudine degli eventi che si susseguono. Situazioni aberranti diventate una sorta di tradizione (e/o costrizione) per gli adulti ma non per il nostro piccolo eroe che, in emulazione di Nero Wolfe, protagonista degli sceneggiati Rai, si mette in testa di scoprire il colpevole dell’omicidio del ladro Giulio e dell’avvocato Cantarò.

“«Mafiusi! Tutti mafiusi semu! Tutti muti ma u sapemu! Lo sappiamo, chi è che l’ha ammazzato! Ma la lingua ci si ferma non appena pensiamo a quel nome! Picchì vigliacchi semu! E davanti a Diu ni facemu u cuntu!».”

Una società di maschere, una comunità che, nella vita reale, recita una parte così come fanno i burattini dell’Opera dei Pupi e, nel medesimo modo, i siciliani che Cortese descrive, per paura o per esigenza, si affidano ai fili del puparo senza poter uscire dal turbinìo che, a dire il vero, essi stessi creano.

“«Mafiusi! Tutti mafiusi semu! Tutti muti ma u sapemu!».”

“La mafia nello zaino” è narrazione che amalgama fantasia letteraria ed eventi reali come, ad esempio, la tragica morte di Giulio ritrovato con le mani mozzate perché aveva rubato, reminiscenza di un omicidio avvenuto nel 1999 di un ladro di 21 anni[2] il cui corpo è stato rinvenuto nel torrente Idria in contrada Lando (Barcellona Pozzo di Gotto) con la testa fracassata e gli arti superiori monchi.

Mentre scorrono le pagine il picciriddu affronta ciò che lo psicoanalista James Hillman ha individuato nel contrasto Puer-Senex nel quale “il Puer Aeternus è quella struttura di coscienza e quel modello di comportamento che rifiuta e combatte il Senex […] e che è spinto a ricercare, a domandare, a viaggiare, a inseguire, a trasgredire ogni limite[3]. Limiti che il “bimbo” trasgredisce quando nella sua mente emergono le prime domande sulla mafia che, con un’ingenuità che non si presenterà successivamente, estende ai suoi compaesani, limiti che insegue senza freno a causa della forte curiosità di “sollevare il velo”, di scoprire i segreti che nascondono i suoi genitori, il sindaco Vito Massimino, il barbiere Santo Freni, padre Pippo e Don Nino detto Ninu u nanu. Trascinato da un innato sentore di giustizia diverrà, infine, portavoce dell’eredità etica del giudice Falco Di Giovanni.

“Adesso ero sicuro che fossimo noi, io e quelli con me nel piazzale, a vivere nel mondo che Colapesce andava visitando quando si tuffava. Ero sicuro che fossimo rimasti intrappolati perché forse Colapesce non aveva mai voluto sostenere la Sicilia: aveva deciso d’affondarla, invece, e continuava a premere col piede sulle nostre teste, tenendoci qua sotto senza darci modo di riemergere.”

 

L’autore, Alessandro Cortese, oltre al già citato romanzo storico “Polimnia”, ha pubblicato la storia “Ore 1: Barcellona P.G.” (antologia “E tutti lavorammo a stento”, Arpanet, 2013), “Ad Lucem” (Arpanet, 2012), il racconto “A Mani Strette” (antologia “Fedeltà&Tradimento”, Arpanet, 2011), “Eden” (Arpanet, 2010), “Vita e ricordo di Mary Ann Nichols. Prostituta” (antologia “Concept – Storia”, Arpanet, 2007).

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

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Fonte

https://oubliettemagazine.com/2022/02/06/la-mafia-nello-zaino-di-alessandro-cortese-un-omaggio-a-giovanni-falcone-e-paolo-borsellino/

 

Booktrailer su Youtube, voce Alessandro Cortese

https://www.youtube.com/watch?v=ez002UEFais

 



[1] “Questa è la storia di avvenimenti umani che, col tempo, non devono dissolversi nella dimenticanza. È la storia di imprese grandi e meravigliose, compiute tanto dai Greci quanto dai Persiani, ed è la storia di come gli uni e gli altri vennero in guerra tra loro.” Tratto da “Polimnia. Di 300 Spartani, una Grecia e dei Persiani di Serse”, capitolo Clio, pagina 7.

[2] Fonte Repubblica: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/05/06/ruba-al-boss-mani-mozzate.html

[3] James Hillman, Saggi sul Puer, Raffaello Cortina editore, 2021, capitolo Pothos, pagina 17.

Abbigliamento per Bambini a Terni: Cavallucci Baby Junior

Fra le migliori aziende del territorio: Cavallucci Baby Junior è un riferimento per la scelta di abbigliamento accessori e calzature per bambini a Terni


Il negozio Cavallucci è nato nel 1987 nel centro della città di Terni, in Umbria, come un piccolo locale di pochi metri quadrati, nel quale era possibile trovare svariati capi di abbigliamento per bambini e per neonati. Gli obbiettivi perseguiti sono stati, fin dall'inizio, qualità e pregio ed  una volta raggiunti, hanno accompagnato lo sviluppo e l'evoluzione di questa azienda allargando i suoi orizzonti nel 2004 e nel 2006, grazie all'apertura di un negozio di calzature e di un punto outlet.
Con il passare degli anni, l'attività è riuscita ad accompagnare la crescita di moltissimi bambini, dai primi anni della loro vita, quelli dell'adolescenza e a volte anche oltre.

Ad oggi, l'aver messo insieme i tre punti vendita inizialmente separati, permette al cliente di muoversi all'interno di Cavallucci con maggiore spontaneità, garantendogli una libertà ed una familiarità che lo facciano sentire come a casa. I bambini sono il nostro futuro e Cavallucci ormai da più di trent'anni, accompagna con stile ed eleganza la loro crescita.

La brace dei ricordi di Giovanna Fracassi: il booktrailer diretto da Cristina Del Torchio




“[…] Aspetterò/ per ascoltare/ il respiro della notte/ fra i crepitii delle pozze di ghiaccio/ quando l’erba sarà di candida rugiada/ ed i miei pensieri saranno la polvere dorata/ che incipria il bosco spoglio.// Allora il buio non farà più paura/ e il dolore non sarà più così aspro/ e i ricordi avranno il fruscio/ delle onde sui ciottoli/ e la carezza della terra argentea/ non sarà più un cuneo perlaceo che trafigge l’anima// […]” – dalla lirica “Fanali”

Il booktrailer della raccolta poetica “La brace dei ricordi” di Giovanna Fracassi, edito da Rupe Mutevole Edizioni nel 2021, è stato diretto dall’editrice Cristina Del Torchio.

Fra tutte le poesie presenti nel libro è stata selezionata “Fiamma” per presentare nel booktrailer “La brace dei ricordi”. Con lo scorrere delle immagini di una danza di una ballerina classica in un’antica casa abbandonata lo spettatore potrà leggere i versi della poesia.

L’accompagnamento musicale proviene dalla produzione di Mark Drusco, pseudonimo di Mauro Salvi, conosciuto come compositore di musiche per film dal 1995 e fondatore della corrente musicale “Harmony Haiku”.

Ed è con la musica di Drusco e la lenta ed elegante danza che si schiudono i versi: “Note ritmano/ il mio respiro/ s’adagiano delicate/ sulla pelle dell’anima/ come carezze d’emozioni/ cullano i ricordi/ […]”.

Sino all’arrivo di un’altra immagine che cambia l’armonia raffinata del corpo della donna presentando degli scogli e la forza del mare ed il movimento dell’acqua sugli scogli così come i versi della poesia: “[…] e poi all’improvviso/ crescono come onde/ […]”.

Ed è con il seguito “[…] incendiano il cuore […]” che incontriamo le fiamme che ardono, inizialmente non si comprende la provenienza della fiamma, ed appare in dissolvenza la ballerina in tutù bianco della scena iniziale.

“[…] ed è fuoco selvaggio/ che tutto brucia/ ed io/ sono fiamma nella notte”

La dissolvenza incrociata continua sino a mostrare il tronco di un albero da cui prende avvio la fiamma, quella antica che l’essere umano ha conosciuto tramite il cielo, il fulmine, quell’ispirazione che arde incessantemente e da cui nasce la poetica del tutto. Ed è dunque legno, fiamma, acqua e danza in movimento circolare e raffinato a portare lo spettatore alla riflessione sulla brace di un fuoco sempre vivo: quello del ricordo.

Seguo/ con dita di nostalgia/ il ricamo/ che fece del tuo tempo/ il ricordo più caro.// Vivido/ ancor presente/ neppur scalfito/ dalla ruggine degli anni/ il tuo star quieta e composta/ china e sorridente/ su quella stoffa/ che s’infiorava/ magia/ ai miei occhi di bimba/ mentre lieta narravi/ la fiaba prediletta.// […]” – dalla lirica “Il ricamo” dedicata alla madre

Dopo aver visto in anteprima il booktrailer Giovanna Fracassi ha dichiarato: “Ho molto gradito la scelta della mia poesia “Fiamma” per creare questo bellissimo booktrailer. È infatti una delle liriche più rappresentative di questa mia silloge “La brace dei ricordi”, e che, non a caso, inizialmente volevo intitolare “La fiamma dei ricordi”. L’accostamento dei tre elementi: la danza, le onde del mare, le fiamme di un ceppo, è perfetto.

La danza di una ballerina classica, con le sue movenze armoniose e leggiadre, è una bella immagine, metafora di come ritengo siano i miei versi che limo nell’uso delle parole e nella loro musicalità al fine di renderne la lettura scorrevole, piacevole oltre che significativa.

Come nella poesia “Fiamma”, vi sono poi le onde del mare e le fiamme del ceppo. Anche qui nulla è casuale. Infatti le note musicali, che accompagnano lo scorrere delle immagini, nella loro essenzialità sono poche e ripetute in una composizione che, nella sua semplicità risulta fluida e orecchiabile. Esse fanno da sottofondo ai ricordi che, per me, sono dirompenti come le onde marine che s’infrangono sugli scogli, in una giornata di sole, perché non vi è nessuna angoscia o rammarico o malinconia nel loro affacciarsi alla mia mente. Infine vediamo le fiamme guizzanti di un ceppo. Immagine che ben rappresenta un’atmosfera di calde riflessioni e il ripiegamento vivificante, e per me, spesso liberatorio, del lasciarsi andare al flusso dei miei ricordi più intimi e cari. Quei ricordi che mi rammentano che tutto brucia, tutto finisce e si rigenera in nuove energie ed io pure quindi sarò fiamma nella notte.

Ritengo pertanto che gli autori di questo booktrailer, Cristina Del Torchio e Mark Drusco, a cui vanno i miei più sentiti ringraziamenti, siano riusciti davvero a rappresentare al meglio questa mia poesia e a creare un “invito” suggestivo e significativo alla lettura della mia silloge.”

 

L’autrice, Giovanna Fracassi, è laureata in Filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Padova, specializzata in Pedagogia e nel metodo di scrittura Braille, ha conseguito un Master in Counseling ed uno in Cinema, teatro, spettacolo. Ha frequentato svariati corsi per approfondire i suoi interessi quali la poesia, la narrazione, l’esplorazione del sé, l’etica applicata alla vita quotidiana ed alla difesa della donna. Docente di Lettere ha insegnato per molti anni in tutti gli ordini scolastici.

Ha esordito con la casa editrice Rupe Mutevole nel 2012 con la raccolta poetica “Arabesques”, segue nel 2013 “Opalescenze”, nel 2014 “La cenere del tempo”, nel 2015 “Emma alle porte della solitudine”, nel 2017 “Nella clessidra del cuore”, nel 2018 “L’albero delle filastrocche”, la sua prima raccolta di filastrocche per i più piccini. Nel 2016 ha pubblicato con Kimerik la raccolta “In esilio da me”, nel 2018 con Kubera Edizioni “Il respiro del tempo” e nel 2021 con Rupe Mutevole una raccolta di filastrocche e fiabe dal titolo “Nel magico mondo di nonna Amelia”.

 

L’autrice è disponibile per eventuali richieste di interviste riguardo la sua produzione letteraria, se interessati scrivere all’indirizzo e-mail giovanna.fracassi@libero.it (cellulare: 3405559794). Per acquistare una copia del libro ci si può recare in qualsiasi librerie fisica oppure online; per una copia del libro con dedica personalizzata è necessario scrivere direttamente all’autrice in e-mail oppure tramite WhatsApp.

 

Guarda il Booktrailer su Youtube:

https://www.youtube.com/watch?v=fhuXmasEMrI

 

Written by Alessia Mocci

 

 

Info

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Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/12/16/la-brace-dei-ricordi-di-giovanna-fracassi-il-booktrailer-diretto-da-cristina-del-torchio/

 

 

Dramazon di Giulio Marchetti: il Natale in un’opera di forte contestazione


 


Esistono due tipi di società, quelle che lavorano per provare a far pagare di più e quelle che lavorano per far pagare di meno. Siamo la seconda”. – Jeff Bezos

Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, è riuscito a fare di una idea geniale un vero e proprio impero finanziario e spesso è avvenuto, nel corso della civiltà umana, di osservare una particolare relazione tra l’incipit e la fine di qualsiasi fenomeno od invenzione. Dapprima è qualcosa che viene considerata positiva per poi rivelarsi un vero e proprio danno.

E se Bezos ha operato nel cercare di creare una società nella quale i consumatori fossero attirati ad acquistare presso Amazon per il costo minore e la celere consegna, di sicuro ciò a cui non si è pensato è che merci e lavoratori hanno ottenuto lo stesso trattamento e sono ormai di pari valore.

Ed è in questa forte diatriba che l’opera di Giulio Marchetti mostra tutta la sua efficacia. “Dramazon” è infatti il composto della parola inglese “Drama” e di “Amazon”. Sin dal titolo l’artista ha voluto marcare il disastro sociale nel quale stiamo vivendo, un vero e proprio dramma non solo per i piccoli commercianti ed artigiani costretti a chiudere bottega a causa delle grosse multinazionali e del mercato globale, ma ciò che ancora più sconvolge è il taglio netto con la tradizione del dono che Giulio Marchetti ha voluto rappresentare con il noto Babbo Natale.

“Dramazon” presenta l’istante prima di un possibile incidente stradale: un camion in consegna si muove veloce per la strada ghiacciata – i corrieri hanno tabelle di marcia controllate e gestite elettronicamente – sulle strisce pedonali Babbo Natale che istintivamente si libera del sacco dei regali da consegnare ai bambini per cercare di ripararsi dall’impatto. La scena è buia, notturna, mentre il camion è ben illuminato, i pacchetti sono quasi tutti ancora in volo.

Marchetti costringe l’osservatore alla domanda: il corriere riuscirà a fermare la sua corsa?

Ed è questo che devono fare le opere d’arte: far porre domande a chi osserva o legge perché come disse il poeta Rainer Maria Rilke: “Vivi le domande ora. Forse poi, in qualche giorno lontano nel futuro, inizierai gradualmente, senza neppure accorgertene, a vivere a tuo modo nella risposta.”.

L’opera è corredata da una didascalia dell’autore:

“Tutti i negozi hanno aggiunto .com alla propria insegna.

I supermercati hanno rottamato i carrelli, costruendo carrelli virtuali.

Valentino Rossi potrebbe essere il rider più veloce, conteso da Glovo e Just Eat.

I cinema sono pieni di Coca e popcorn, ma le sedie sono vuote.

Forse verranno smontate e vendute su Amazon.

È così bello l’amore, davanti ad un film di Netflix.

L’importante è restare a casa.

Tutti i giorni. Tutto il giorno.

Perché una volta all’anno, tra corrieri e fattorini, arriverà Babbo Natale.

E noi lo riconosceremo fra tanti.

Perché Babbo Natale è magia.

E la magia non può morire.

#DRAMAZON”

 

Ho sempre pensato al Natale come a un bel momento. Un momento gentile, caritatevole, piacevole e dedicato al perdono. L’unico momento che conosco, nel lungo anno, in cui gli uomini e le donne sembrano aprire consensualmente e liberamente i loro cuori, solitamente chiusi.” ‒ Charles Dickens

 

 

L’autore, Giulio Marchetti, nasce nel 1982 a Roma, ha esordito con “Il sogno della vita” nel 2008. Con Puntoacapo pubblica nel 2010 “Energia del vuoto” con prefazione di Paolo Ruffilli, nel 2012 “La notte oscura”, nel 2014 “Apologia del sublime”. Con Giuliano Ladolfi editore pubblica nel 2015 la raccolta “Ghiaccio nero”.

 

Con la poesia “A metà”, è stato inoltre selezionato per “Il fiore della poesia italiana” (tomo II – i contemporanei), un ambizioso progetto antologico che raccoglie il meglio della poesia italiana sotto la curatela di autorevoli esperti (Puntoacapo, 2016). Nel 2020 pubblica con la casa editrice Puntoacapo la raccolta “Specchi ciechi” con prefazione di Maria Grazia Calandone, postfazione di Vincenzo Guarracino ed una nota di Riccardo Sinigallia. Diverse sue poesie sono edite in antologie collettive. Della sua poesia si è occupato, fra gli altri, il Prof. Gabriele La Porta, storico conduttore e direttore Rai.

 

A Natale 2020, Giulio Marchetti pubblica su la Repubblica la prima opera della sua trilogia “Dramazon”, segue per San Valentino 2021 “Modern Heart” ed “Easteria” dedicata alla Pasqua. Il 26 novembre 2021 in occasione del Black Friday è stata pubblicata una nuova provocazione dal titolo "Brain Friday". 

 

 

Giulio Marchetti, in una intervista datata febbraio 2020, ha connesso il concetto di noia con la meccanizzazione e la creatività: “Già Lucrezio nel terzo libro del “De Rerum Natura” offriva una definizione paradigmatica della noia. “Spesso lascia il suo grande palazzo chi si annoia a restare a casa; ma subito vi torna perché non si trova affatto meglio fuori”. L’inquietudine e il senso di estraniazione tipici della noia trasudano da questo breve passo. Ci vuole un balzo secolare, ma si giunge inevitabilmente a Baudelaire. Lo spleen è una condizione interiore tanto angosciosa quanto suggestiva a livello artistico, nella pienezza dei suoi effetti devastanti, quasi allucinatori. “Le proprie inclinazioni” di cui oggi argutamente mi chiedi, risultano socialmente oppresse dal senso utilitaristico dominante, a partire dall’istruzione. “Le cose monotone” ben presto saranno delegate alle macchine (che ormai svolgono gran parte dei lavori ripetitivi un tempo affidati agli esseri umani). Non si tratterà più di cercare lavoro, ma di creare lavoro. Forse allora l’unica risposta sarà: creatività.”

 

 

Info

Profilo Instagram

https://www.instagram.com/giuliomarchetti_art/

Landing Page Giulio Marchetti

http://giulio-marchettiart.it

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/12/06/dramazon-di-giulio-marchetti-il-natale-in-unopera-di-forte-contestazione/

Uno strano Natale favola di Giovanna Fracassi tratta dal libro Nel magico mondo di nonna Amelia


“Nel mondo magico di Nonna Amelia” è un libro di favole e filastrocche edito da Rupe Mutevole Edizioni nel 2021. L’autrice, Giovanna Fracassi, ha pensato di augurare Buon Natale a tutti i suoi lettori (adulti e piccini) con la pubblicazione della favola “Uno strano Natale”.

 

“Uno strano Natale” di Giovanna Fracassi

Oggi bambini, visto che ormai non manca più molto a Natale, vi voglio raccontare la storia di un bambino triste che però riceve un regalo straordinario.

 

Marco sta spiando il cielo, con il mento appoggiato sulle mani intrecciate sul davanzale della finestra della sua cameretta. Spera di veder cadere qualche fiocco di neve, almeno oggi che è la Vigilia di Natale. Vorrebbe tanto sentirsi allegro e felice, invece è ancora più triste degli altri giorni.

Quest’anno non ha chiesto nulla a Babbo Natale, non gli ha scritto nessuna letterina. L’anno prima gli aveva chiesto con tutto il cuore, un solo grande regalo: che i suoi genitori la smettessero di chiudersi in cucina a discutere e che tornassero ad essere allegri e scherzosi con lui.

Invece, proprio il fatidico giorno di Natale, suo padre lo svegliò la mattina presto per dirgli semplicemente che per qualche tempo se ne doveva andare via. Marco gli aveva subito chiesto dove sarebbe andato a lavorare questa volta, dato che era abituato ai lunghi viaggi del padre, ma lui gli rispose che non doveva fare nessun viaggio di lavoro. Si trattava di altro: non voleva più litigare con la mamma e l’unico modo per non farlo era andare a vivere in un’altra casa.

Marco ricorda molto bene quel giorno. I regali rimasero intatti sotto l’albero spento: né lui né la mamma avevano avuto voglia di aprirli. Se ne rimasero abbracciati, avvolti in un grande plaid sul divano, quasi fino a sera. Mamma piangeva e lui non sapeva più cosa dirle per farla smettere.

Adesso è a casa di suo padre, ma vorrebbe essere con sua madre. Quando è con lei però, vorrebbe essere con lui. In realtà sa molto bene cosa vuole: che loro tre tornino ad essere una famiglia. Senza quella Marta che fa sempre la carina con il papà “amore qui, amore là” e senza Enzo che arriva sempre per cena, dal venerdì alla domenica, con un mazzo di fiori freschi, tanto che il lunedì la casa sembra una fioreria.

Eh sì! Marco guarda il cielo e pensa: «Oh se almeno nevicasse! Potrebbe essere un bel Natale, nonostante tutto».

Ad un tratto vede qualcosa muoversi, proprio in fondo al giardino, sotto la panchina dove d’estate si mette a disegnare. Osservando con più attenzione scopre che si tratta di un grosso gatto arancione che, quatto quatto, perlustra tutto intorno il laghetto ghiacciato.

La tentazione ora è troppo forte.

Marco corre in corridoio, acchiappa veloce berretto e giaccone ed esce in giardino. S’impone di procedere piano per non spaventarlo, lo cerca dappertutto ma non riesce a trovarlo: sparito nel nulla!

Sta già tornando sui suoi passi, quando si sente chiamare: «Marco, ehi, sono qui!».

Si gira, si guarda attorno, chi mai può averlo chiamato? Non c’è nessuno! Ed eccolo lì, il gatto rosso! È seduto, tutto impettito, al centro della panchina, le orecchie aguzze sull’attenti e due enormi occhi verdi che splendono come fossero di giada e che lo stanno fissando impertinenti.

È una pazzia, eppure Marco ha la sensazione che a chiamarlo sia stato proprio il gatto. Gli si avvicina cauto, temendo di farlo scappare, ma quello invece sembra aspettarlo e appena gli è abbastanza vicino, strofina il suo grosso muso sulla sua mano, invitandolo quasi ad accarezzarlo e facendo immediatamente le fusa a mo’ di saluto, così alte e sonore che un uccellino, che sta beccando qualche briciola sul davanzale, se ne vola via spaventato.

«Non è possibile che tu sia un gatto parlante, vero? Ho le traveggole oppure la febbre alta!»

«No, affatto, io parlo e capisco tutto quello che dici, anzi, so anche cosa pensi. Ho saputo che quest’anno non hai scritto la letterina a Babbo Natale perché non vuoi nulla».

«Sì, è proprio così! L’anno scorso quello che gli avevo chiesto non è arrivato, ed era l’unica cosa che desideravo!»

«Quello che tu hai chiesto Marco, non te lo può regalare né Babbo Natale né nessun altro. So tutto e sono venuto a dirti che devi accettare di avere ormai due mamme e due papà. E poi, in fondo, se ci pensi bene, non è poi troppo male».

«Sarà, ma io ora mi sento molto solo e nulla, nella mia vita, è come prima!»

«Ecco perché sono venuto a cercarti! Mi chiamo Mischa e, se vuoi, posso diventare il tuo compagno di giochi. Starò sempre con te, finché lo vorrai. Poi quando avrai altri amici, sarai cresciuto e non avrai più bisogno di me, me ne andrò. Che ne dici?»

Marco emozionatissimo, prende in braccio Mischa e per la commozione lo stringe così forte al petto che il micione sospira un debole ma compiaciuto Miaooo!

Inutile dire che da quel giorno, quei due diventarono inseparabili.

Posso confidarvi che Marco è cresciuto, si è sposato e ha un bellissimo bambino: Eddy, ma non si è mai voluto separare dal suo amico micio e nulla lascia supporre che mai lo vorrà fare.

Chi trova un micio trova un tesoro!

 

Questa è la letterina che Eddy ha scritto, insieme al suo papà Marco, a Babbo Natale.

Caro Babbo Natale,

so che hai tanto da fare

perciò di tempo non te ne voglio rubare.

Nulla voglio farmi regalare

perché non credo

d’esser stato buono come dovevo.

Ti chiedo però un dono speciale

per il mondo intero:

vola con la tua slitta tutto intorno

e spargi un po’ d’affetto

della bontà senza difetto

tanta allegria senza dispetto

così che ogni cuore

sia sazio d’amore.

Con affetto

Eddy

 

 

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Facebook Giovanna Fracassi

https://www.facebook.com/giovanna.fracassi

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/12/01/uno-strano-natale-favola-di-giovanna-fracassi-tratta-dal-libro-nel-magico-mondo-di-nonna-amelia/

 

La letteralità e altri saggi sull’arte di François Zourabichvili: la presentazione di Cristina Zaltieri


“[…] in molti di questi testi l’arte assume una centralità che si evidenzia in differenti modalità, sia divenendo oggetto di lettura filosofica in quanto considerata più capace della filosofia di essere all’altezza dell’evento reagendo ad esso in modo affettivo, immediato e non cognitivo; ma anche in quanto essa è una pratica di esperienza e di sperimentazione (le due stanno sempre intrecciate) a cui la filosofia deve ispirarsi per non decadere ad esangue astrazione.” – Cristina Zaltieri

“La letteralità e altri saggi sull’arte” è uscito in Francia nel 2011 curato dalla filosofa francese specializzata nelle opere di Gilles Deleuze, Anne Sauvagnargues e pubblicato cinque anni dopo la morte del filosofo francese di origini armene François Zourabichvili (28 agosto 1965 – 19 aprile 2006) che, a soli 41 anni, ha deciso di interrompere la sua vita proprio come aveva fatto dieci anni prima Gilles Deleuze.

È in uscita, nel 2022, per la casa editrice mantovana Negretto Editore, la traduzione di questa raccolta di saggi che raccoglie conferenze ed articoli selezionati da due amici di Zourabichvili, Philippe Simay e Kader Mokkaden. La quasi totalità dei saggi presenti nella pubblicazione sono inediti nei quali il tema centrale è l’arte.

François Zourabichvili ancor’oggi è poco conosciuto in Italia malgrado le traduzioni delle monografie su Gilles Deleuze e Baruch Spinoza: “Deleuze. Una filosofia dell'evento”, Ombre Corte 2002; “Il vocabolario di Deleuze”, “Spinoza. Una fisica del pensiero”; “Infanzia e regno. Il conservatorismo paradossale di Spinoza”, Negretto Editore, 2002 – 2017. A marzo del 2018 Negretto Editore ha pubblicato un testo collettivo che raccoglie gli interventi presentati il 2 febbraio 2017 all’Università Bicocca di Milano al Convegno omonimo dedicato al filosofo dal titolo: “Il divenire della filosofia di François Zourabichvili”.

“La letteralità ed altri saggi sull’arte” è curato e tradotto da Cristina Zaltieri, docente di filosofia ai licei e cultrice di filosofia all’Università di Bergamo. Dirige assieme alla stimata collega Rossella Frabbrichesi la collana “Il corpo della filosofia” per Negretto Editore. Precedentemente altri suoi lavori filosofici sono stati pubblicati per gli editori Guerini e Mimesis.

Si ringrazia la casa editrice per aver concesso la pubblicazione in anteprima di un estratto tratto dalla precisa ed interessante presentazione di Cristina Zaltieri.

Estratto dalla presentazione di Cristina Zaltieri

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Nel caso dei saggi qui raccolti l’interesse che rivestono, entro la produzione di Zourabichvili, è indubbiamente significativo. Sono tutti posteriori alle quattro monografie pubblicate tra il 1994 e il 2003, mostrano quindi la direzione che il pensiero di Zourabichvili andava prendendo nei suoi ultimi anni di ricerca, una direzione che si potrebbe definire, utilizzando un’espressione ricorrente nei saggi qui raccolti, una “svolta estetica”. In primo luogo, infatti, in molti di questi testi l’arte assume una centralità che si evidenzia in differenti modalità, sia divenendo oggetto di lettura filosofica in quanto considerata più capace della filosofia di essere all’altezza dell’evento reagendo ad esso in modo affettivo, immediato e non cognitivo; ma anche in quanto essa è una pratica di esperienza e di sperimentazione (le due stanno sempre intrecciate) a cui la filosofia deve ispirarsi per non decadere ad esangue astrazione. In secondo luogo, si può parlare di svolta estetica ponendo l’accento sulla accezione originaria del termine «estetica» e sottolineare che la materia peculiare dell’operare artistico è il sensibile confuso-oscuro che resiste al concetto ed insieme lo nutre ponendolo in contatto con il fluire caotico della vita. La filosofia che opera nella distinzione del concetto non ha presa immediata sul sensibile, ha bisogno della mediazione dell’arte per entrare in contatto con tale elemento caotico e denso di virtualità.  Dunque, questi primi scritti postumi, estrapolati dall’archivio Zourabichvili, fanno legittimamente pensare che l’autore avesse in cantiere il progetto di un’opera dalla fisionomia nuova rispetto alle sue precedenti, non più originata specificatamente dall’incontro con un filosofo (anche se Deleuze resta un interlocutore costante), bensì ispirata in buona parte a tre temi non separabili l’uno dall’altro, dato che si richiamano tra loro in una trama di rimandi necessari: l’evento, la letteralità, il gioco estetico. Per dirlo in sintesi, rinviando poi ad una più distesa esplicazione: l’evento rimanda alla letteralità in quanto questa è evento del pensiero, evento del senso nella scrittura; la letteralità rimanda al gioco estetico laddove Zourabichvili individua nel riconoscimento non mimetico, bensì ludico, il carattere imprescindibile dell’arte che ispira di sé anche la filosofia e che si pone al servizio di una lettura non metaforica delle «metafore». Ma, come si è detto, l’evento ha negli artisti dei testimoni capaci di registrare le variazioni affettive che l’evento produce in loro con una immediatezza che è preclusa ai filosofi.

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Nel primo saggio con cui il testo si apre, Evento e letteralità, conferenza tenuta dall’autore in occasione dell’inaugurazione dei Fonds Deleuze,  la letteralità e l’evento sono legati insieme in quanto indicati da Zourabichvili come due direzioni possibili per un lavoro su e attraverso Deleuze che sfugga all’esegesi e alla commemorazione per cercare piuttosto di far deflagrare quella potenza di perturbazione del pensiero ordinario e di corrosione dei clichés propria del pensiero deleuziano, ma rimasta, a parere dell’autore, ancora alquanto inespressa nel pensiero successivo.

La questione della letteralità, sorprendentemente poco considerata dagli interpreti di Deleuze, viene assunta da Zourabichvili come via maestra per praticare un pensiero dell’immanenza a partire dal discorso stesso.

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Occorre intendere, spiega Zourabichvili, questo reiterato appello di Deleuze alla lettura letterale dei suoi testi: «letterale» non vuol affatto dire «proprio», richiede invece di pensare oltre l’opposizione binaria proprio/figurato. Prendiamo ad esempio l’uso di grande rilievo che Zourabichvili fa del termine «chimera» nella sua ricerca su Spinoza. Chimera è un termine che Spinoza stesso assume dalla mitologia dove esso designa un mostro frutto dell’unione di corpi incompatibili tra di loro, leone, capra, serpente o altri. Spinoza, osserva Zourabichvili, ci conduce a pensare che la figura del Dio-Re è una chimera. Affermare che il Dio-Re è una chimera esige che si pensi letteralmente il Dio-Re come l’impossibile fusione di due entità inconciliabili quali la potenza dell’essere e il potere monarchico. Non si tratta di una traslazione da un uso proprio del termine chimera, nel mito, ad un uso figurato, in filosofia, né si tratta di un vedere come, ispirato alla somiglianza tra i due termini, come pensa Ricoeur: il Dio-Re è realmente una chimera, una entità mostruosa, perché la potenza infinita espressa negli infiniti modi è incompatibile, ci insegna Spinoza, con il potere assoluto di un solo modo – il monarca - sugli altri così come, di contro,  la lettura di Dio come colui che ha governo assoluto sul mondo fa a pugni con il Deus sive natura.

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Nel capitolo 3, I concetti filosofici sono metafore? Deleuze e il suo problema della letteralità si ritorna sulla letteralità come pratica che esige l’atto di «credere» a ciò che la relazione inedita dà a vedere. Se si prende ad esempio l’enunciato deleuziano-guattariano «il cervello è più erba che albero», la sua lettura letterale poggia sulla relazione inedita tra cervello ed erba tale da determinare un’esperienza diversa del cervello, non più visto come un organo centrale di un sistema ramificato (ad albero), bensì considerato come un «sistema acentrato, una molteplicità le cui connessioni sono in parte probabilistiche e non predeterminate» (LA, 27). L’affermazione di tale relazione inaugura così una nuova sensibilità sia neurologica che filosofica, in quanto va a strutturare nel profondo la nostra esperienza; essa consiste in un esercizio di «credenza», non intenzionale, non cosciente, per l’appunto una sintesi passiva di un atto involontario.

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Nel capitolo 6 Sul detto di Nietzsche, Zourabichvili ci offre un esercizio esemplare di ciò che egli intende con sperimentazione affettiva del testo, applicato ad uno dei più profondi e misteriosi aforismi di Nietzsche: «Bisogna congedarsi dalla vita come Odisseo da Nausicaa – piuttosto benedicendola che restando innamorati di essa». Zourabichvili si ripromette di stare alla frase, di attraversarla ripetutamente senza volerla né spiegare né interpretare, senza voler ricondurne le parole ad un significato nascosto […]

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Restare all’immanenza del testo, di quello dell’aforisma in questione ma insieme anche di tutto il testo nietzscheano, obbliga qui il lettore a non confondere il distacco espresso dalla frase con figure come quella dell’«ideale ascetico», perché non consone a Nietzsche che le ha sempre combattute; inoltre richiede di confrontarsi criticamente con una vulgata che vorrebbe l’amore per la vita come l’unico imperativo nietzscheano. È come se nel suo asserto enigmatico Nietzsche ci indicasse un nuovo pathos per la vita, oltre all’amore, che certo richiama al pathos della distanza attraverso l’esercizio di una regola («bisogna che…») Tale regola potrebbe di primo acchito riecheggiare l’esercizio stoico, ma in realtà se ne distanzia: infatti, per Nietzsche non bisogna smettere di amare la vita al fine di non soffrire troppo all’idea di separarsene, in modo così da prepararsi alla morte;  bisogna invece non continuare ad essere innamorati della vita per bene-dirla, ossia per renderle pienamente giustizia, per omaggiarne l’incanto e la bellezza che le sono propri, proprio come il saggio Odisseo ha riconosciuto l’incanto e la bellezza che promanavano dalla giovinetta Nausicaa, senza con ciò volerla possedere, ma sapendo lasciarla. D’altronde la vita, come Nausicaa, è l’inconsumabile che resiste ad ogni interpretazione, che resiste al concetto, ossia al possesso.

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Nel capitolo 8, Chateaubriand: la rivoluzione e il suo testimone, è il testo Memorie d’Oltretomba a rivelare la postura del suo autore nella sua funzione di lucido testimone dell’evento della rivoluzione del 1789 con cui si inabissava per sempre il mondo a cui Chateaubriand apparteneva profondamente, non per questo ai suoi occhi esente da difetti, lasciando intravedere il baluginare di un altro mondo alieno a sé, ma non per questo del tutto indesiderabile. Chateaubriand si sente costantemente interpellato dalla domanda sul divenire in cui egli è preso vivendo quel frammezzo fra il mondo che scompare e quello che avanza; si sente come colui che sta tra due rive – espressione ricorrente nel suo testo - gettato tra due secoli come tuffato alla confluenza di due fiumi dalle acque agitate senza sapere quale terra potrà accoglierlo. Ma l’analisi di Zourabichvili mira a mostrare il legame profondo che sussiste tra la scrittura stessa di Chateaubriand, la sua creazione artistica, dunque, e il suo destino di testimone della Rivoluzione. Si tratta di una scrittura che, pur nel divampare delle più laceranti passioni partigiane, esprime un’attitudine che Zourabichvili definisce di «ritiro sollecito», in primo luogo dagli schieramenti netti, riconoscendo di incarnare egli stesso il frammezzo perché scisso, contradditorio, definendosi «repubblicano per natura, monarchico per ragione». Chateaubriand mira a dare consistenza semiotica nella sua stessa scrittura alla sua esperienza di testimone dell’evento, ossia di colui che sta tra due rive, tra due mondi e lo fa attraverso un’arte scritturale della collisione melodiosa tra incomparabili dove in una stessa frase due mondi estranei vengono tenuti insieme senza per questo ridurre lo scarto tra i due. L’arte dimostra, anche in questo caso, la sua capacità di dar corpo alla potenza di mutamento affettivo dell’evento.

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Ricorrente in numerosi dei testi qui raccolti è l’osservazione che la svolta estetica è un evento tutt’altro che recente, occorso alla filosofia già da tempo poiché i primi segni di tale svolta risalgono a Baumgarten, a Schiller… a quel cambiamento di paradigma, sorta di vera e propria coupure epistemologique, che accade laddove al filosofo-scienziato, il quale misura il proprio operare su modello della pratica scientifica (Leibniz e Spinoza tra i tanti), subentra il filosofo-artista che assume il procedere artistico quale proprio interlocutore privilegiato. Nietzsche è a pieno titolo un filosofo-artista e anche Deleuze si pone, per Zourabichvili, in questa direzione in quanto l’intera sua ricerca testimonia un dialogo costante con l’arte tanto che «la sua opera impone di chiedere cosa significa che un filosofo, per fare filosofia, abbia bisogno di confrontarsi con l’arte» (LA, 123), come si legge nel capitolo 14 che chiude il testo, L’ancoraggio estetico del pensiero di Deleuze. La risposta che Zourabichvili offre a tale domanda è articolata. Vi è di certo una sorta di triangolazione tra filosofia, arte e resistenza, non solo nella modalità già riconosciuta da Adorno per cui entrambe le pratiche devono darsi come compito quello di resistere al presente e al corrente, di fare resistenza al banale e al cliché, esplicando così un ruolo politico critico,  ma anche perché una filosofia che vuole portare il pensiero alla sua massima radicalità deve affrontare ciò che più resiste al suo elemento, ossia il sensibile, l’ambito di ciò che già Baumgarten definiva come l’eminentemente confuso. Ma la filosofia – in quanto ambito del pensiero distinto – a diretto contatto con il sensibile non può che tendere a ridurne la confusione, riportandola entro l’alveo della distinzione concettuale, poiché questa è la sua vocazione. La soluzione per lasciare al sensibile la sua potenza, ossia la sua natura confusa, è quella di passare attraverso la mediazione dell’arte che proprio nella confusione sensibile ha la propria materia. Questo non è, comunque, il solo motivo dell’interesse filosofico per l’arte. La creazione artistica si presenta alla filosofia come un operare sulla materia del confuso, dell’oscuro, capace di smovere – di toccare – quegli elementi dolorosi, malati anche, che l’artista condivide con gli uomini del suo tempo.

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Il capitolo 7, L’occhio del montaggio (Dziga Vertov e il materialismo bergsoniano) offre nella lettura esemplare del film di Dziga Vertov, L’uomo con la macchina da presa del 1929, l’immagine viva di un gioco artistico la cui regola di differenza estetica comporta effetti potenti di riconoscimento non mimetico.

Zourabichvili parte da un asserto tratto dalla cinefilosofia di Deleuze per il quale, in L’immagine-movimento, il cinema di Vertov è la realizzazione dell’in-sé dell’immagine, attraverso un concatenamento macchinico delle immagini-movimento, tanto che Vertov giunge per questa via a realizzare il programma materialista presentato da Bergson nel primo capitolo di Materia e memoria. Nel film sperimentale del 1929 il gioco dell’opera d’arte di Vertov soggiace alla regola della percezione non umana delle immagini, ottenuta attraverso un montaggio che mette in relazioni immagini molto lontane tra loro, non concatenate secondo il procedere dell’occhio umano; qui la differenza estetica, non mimetica, sta proprio nel far interagire le immagini della città che si sveglia (un tema comune ad alcuni dei film del periodo) per giungere alle condizioni di una percezione non-umana: ecco che Vertov mostra una giovane donna che si sveglia insieme ad una locomotiva lanciata nella sua corsa, il fotogramma della sua schiena nuda e poi una macchina da presa che pur indirizzata a lei, è situata in un altro punto della città e così via. 

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A questo punto Zourabichvili si chiede quale sia il senso di questa operazione artistica:

E perché dovremmo «disfarci di noi stessi, e disfarci noi stessi»? 

Di certo la ricerca di Vertov è mossa da un desiderio politico: essa è da collocare entro quella lettura della rivoluzione d’ispirazione «bergsoniana», già evocata a proposito di Barnet, come apertura di possibilità, di certo poco consona alla politica dell’apparato sovietico. La risposta che Zourabichvili offre alla domanda posta a Vertov rivela come la creatività messa al servizio della visione di un mondo colto da un occhio non umano ha di mira un potenziamento della vita, che poi è la destinazione ultima della vocazione terapeutica dell’arte […].

Info

Sito Negretto Editore

http://www.negrettoeditore.it/

Facebook Negretto Editore

https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/11/29/la-letteralita-e-altri-saggi-sullarte-di-francois-zourabichvili-la-presentazione-di-cristina-zaltieri/

 

Brain Friday di Giulio Marchetti: una provocazione per il Black Friday

 


“Tu sei il consumista perfetto. Il sogno di ogni gerarca o funzionario della presente dittatura, che per tenere in piedi le sue mura deliranti ha bisogno che ognuno bruci più di quanto lo scalda, mangi più di quanto lo nutre, illumini più di quanto può vedere, fumi più di quanto può fumare, compri più di quanto lo soddisfa.” – Michele Serra

Lo scrittore e giornalista romano Michele Serra nel suo libro “Gli sdraiati” (Feltrinelli, 2013) ci racconta con l’ironia che lo contraddistingue una società nella quale il conflitto fra vecchi e giovani non esiste. La citazione tratta in apertura tratteggia il “consumista perfetto”: uno che compie più azioni rispetto a quelle necessarie.

Ed è con queste parole che si vuole presentare la nuova opera di digital art di Giulio Marchetti: “Brain Friday” dedicata alla ricorrenza di origine americana del Black Friday. Una sorta di celebrazione che seppur diventata celebre a livello mondiale negli ultimi anni ha le sue origini nel 1924 quando i grandi magazzini Macy’s, per dare avvio allo shopping di Natale, pensarono ad una giornata (l’ultimo venerdì di novembre) con sconti elevati che riuscì a convogliare l’interesse di migliaia di persone. Ci fu l’emulazione successivamente anche da parte di altri magazzini e negozi ma fu solo negli anni ’60 che il fenomeno ebbe un buon successo prima della completa affermazione come evento nazionale americano nel 1980.

Perché venerdì nero? Le ipotesi sono svariate, qualcuno lo associa alla tendenza dei dipendenti di fingere di essere malati per poter accedere agli sconti, oppure al traffico che si creava nelle strade, oppure alle file interminabili di persone davanti ai magazzini, od anche alle frequenti e violente liti per accaparrarsi i prodotti scontati.

“Brain Friday”, così come le altre opere di Marchetti, colpisce con ironia ma esilia il sorriso in uno stato di profonda inquietudine. Mentre la maggioranza della popolazione aspetta una giornata di sconti per acquistare prodotti che il più delle volte sono inutili – semplici accessori il cui scopo pare sia colmare il vuoto che si sente nel profondo – l’artista, nel suo angolo di mondo, rimugina e crea, guarda il presente con occhio lucido e traccia in modo preciso ciò che accade: il cervello che si acquista con i saldi nella giornata del venerdì nero.

Giulio Marchetti, oltre ad artista visivo, è anche poeta e questa sua passione per il verso si palesa nelle didascalie che accompagnano ogni sua opera. Ed anche “Brain Friday” non fa eccezione:

“Produci, consuma, crepa.

C’è una crepa in questo detto.

C’è una crepa in questo cielo.

È il venerdì nero.

Distingui il falso dal vero!”

Un’esortazione breve che vuole spostare l’attenzione dell’altro nella distinzione tra il falso ed il vero, tra ciò che ci rende realmente “felici” e ciò che invece ci illude di esserlo.

L’artista Giulio Marchetti descrive la sua opera:

“L’opera Brain Friday intende sottolineare la nostra tendenza a celebrare supinamente tutte le festività del calendario, in maniera quasi acefala, secondo un flusso consumistico e mediatico che ci impone di mangiare il panettone a Natale e l’uovo di cioccolata a Pasqua, svuotando di significato le feste religiose, o ci impone altresì di mascherarci ad Halloween imparando tali usanze direttamente ad Hollywood.

Nella fattispecie, il Black Friday ci costringe a rincorrere pedissequamente gli sconti, al di là della loro veridicità e al di là dei nostri reali bisogni.

L’opera quindi ci invita a riacquisire il proprio senso critico (cervello), per vivere più consapevolmente i nostri tempi.”

 

L’autore, Giulio Marchetti, nasce nel 1982 a Roma, ha esordito con “Il sogno della vita” nel 2008. Con Puntoacapo pubblica nel 2010 “Energia del vuoto” con prefazione di Paolo Ruffilli, nel 2012 “La notte oscura”, nel 2014 “Apologia del sublime”. Con Giuliano Ladolfi editore pubblica nel 2015 la raccolta “Ghiaccio nero”.

 

Con la poesia “A metà”, è stato inoltre selezionato per “Il fiore della poesia italiana” (tomo II – i contemporanei), un ambizioso progetto antologico che raccoglie il meglio della poesia italiana sotto la curatela di autorevoli esperti (Puntoacapo, 2016). Nel 2020 pubblica con la casa editrice Puntoacapo la raccolta “Specchi ciechi” con prefazione di Maria Grazia Calandone, postfazione di Vincenzo Guarracino ed una nota di Riccardo Sinigallia. Diverse sue poesie sono edite in antologie collettive. Della sua poesia si è occupato, fra gli altri, il Prof. Gabriele La Porta, storico conduttore e direttore Rai.

 

A Natale 2020, Giulio Marchetti pubblica su la Repubblica la prima opera della sua trilogia “Dramazon”, segue per San Valentino 2021 “Modern Heart” ed “Easteria” dedicata alla Pasqua.

 

 

Info

Profilo Instagram

https://www.instagram.com/giuliomarchetti_art/

Landing Page Giulio Marchetti

http://giulio-marchettiart.it

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/11/26/brain-friday-di-giulio-marchetti-una-provocazione-per-il-black-friday/