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Presentazione della silloge Cento Farfalle e… più di Massimo Pinto, 27 settembre 2018 a Roma


Questo lieve ticchettar del pendolo,/ di seta sospeso al tenue filino/ e dal trionfo di bronzo celato,/ tra dorate volute, l’argentino/ trillo sottille le ore a segnare,/ dei tempi parla in cui Napoléon,/ fiero, a cavallo nel Campo di Marte/ di Parigi diletta e conquistata,/ rapaci a tutto il mondo occhi volgeva./ […]‒ “Pendola parigina”

Sarà giovedì 27 settembre 2018 la presentazione dell’ultima pubblicazione di Massimo Pinto “Cento Farfalle e… più”, edito dalla casa editrice Bastogi Libri, alle ore 17:00 presso il Centro Culturale G. Gioachino Belli in via Casilina 5L, nei pressi di Porta Maggiore, a Roma.

Presenterà l’evento il Vice Presidente dell’Accademia G. Gioachino Belli, il Prof. Carlo Volponi. Interverranno l’autore della prefazione, il Dott. Massimiliano Grotti, e l’editrice della Bastogi Libri, la Dott.ssa Roberta Manuli. Sarà presente anche il Dott. Valerio Garbarino in veste di attore e doppiatore di una selezione di poesie tratte da “Cento Farfalle e… più”.

Dalla prefazione Massimiliano Grotti tratteggia la silloge come “[…] una cosmogonia onirica in una costante tensione al realismo dando voce alle emozioni, alle fantasie, ai rimpianti, alle riflessioni di una vita vissuta con sentimento e passione, nel bene e nel male, ma anche con esperienze attinte dalla storia, la sua e la nostra storia, e dai più remoti angoli del mondo.”

Eccolo il mio bellissimo bambino/ sgambettar col malfermo suo piedino/ a Trinità dei Monti sui gradini/ tra le azalee, nel sole, e travertini.// È giunto il tempo, che è pur sempre avaro,/ di presentarlo a tutto il mondo ignaro./ Felicità più grande che ci sia/ è questa mia privata Epifania.// […] “Epifania Privata”

“Cento Farfalle e… più” è suddiviso in tre parti: “I frutti acerbi sui rami”, “La messe matura” ed “ormai ingiallite, cadono le foglie”. Le liriche sono contraddistinte da una pluralità di metro che rievoca le pubblicazioni degli scorsi secoli, infatti si va dai versi liberi agli endecasillabi, ai decasillabi, ai novenari, ai settenari, ai senari, da strofe strutturate (eptastiche, cinquine, quartine, ecc.) a quelle libere, sino all’assenza di strofe, dall’assenza di rima alle rime baciate o alternate, dalla lirica compatta al poemetto, in un godibile, sapiente ed ispirato alternarsi, ove anche la forma diventa parte della sostanza.

In un’intervista di febbraio 2018 Massimo Pinto spiega la sua ricerca metrica: “[…] la poesia, subito dal momento della sua ispirazione, al primo fermare le parole sopra un supporto (anche una busta della spesa al momento), nasce immediatamente con una sua metrica, anzi sono io che, come se le stesse scrivendo un altro, conto le sillabe per capire di che verso si tratti e così vado avanti. E […] la metrica finale, la musicalità dettagliata e dell’insieme, sono sempre molto coerenti col contenuto. […] un’altra chiave, qui di seguito, quasi un segreto mio, che però non devi prendere in senso assolutamente rigoroso. Le mie poesie sono così: se la metrica è espressa in maniera esatta, il componimento è diviso in strofe, e c’è anche la rima, baciata o alternata, si tratta di una ispirazione compiuta, pacificata, che esprime tutto, senza quasi altre domande. Se, invece, si tratta di una struttura ben definita, come la precedente, ma non c’è rima, si è al cospetto di una composizione sì di ispirazione compiuta, con concetti altrettanto delineati, ma con molti interrogativi aperti per me e per il lettore. Se si tratta, infine, di un verso libero, i significati, il coinvolgimento, il pathos interiore non hanno confini, e così la drammaticità: è una poesia che io chiamo “aperta”. Ho voluto poi indicare, per ogni componimento, la metrica e la struttura semplicemente per preparare il lettore a leggere meglio. Lo sai che le poesie dovrebbero essere lette, sia con gli occhi che con la bocca, quasi cantando, come nell’antichità classica? Perché anche quelle a versi liberi hanno sempre una loro musicalità.

Massimo Pinto è nato e vive a Roma, laureato in Economia alla Sapienza ed in Teologia presso l’Ateneo Romano della Santa Croce. È Croce al Merito Melitense del Sovrano Militare Ordine di Malta. Nel 1998 ha pubblicato il saggio “Stato sociale e persona”. Nel 2016 pubblica con la Bastogi Libri “Il trono del padre ‒ L’innocenza” premiato il 17 giugno 2017 con una Segnalazione Particolare della Giuria presso la prestigiosa Abbazia di San Fedele a Poppi (Arezzo) per la 42° edizione del Premio Letterario Casentino, nella sezione narrativa/saggistica edita. Il romanzo è uno spaccato della relazione esistente tra padre e figlio attraverso due momenti storici diversi: il 1950 a Roma ed il 1820 a Vienna nella corte di Napoleone Bonaparte.

Al termine della presentazione sarà offerto un rinfresco agli intervenuti.
L’ingresso è gratuito.

Mentre in gioventù/ si vive,/ non si comprende/ l’intima portata/ che toglie il fiato,/ che annulla l’io/ per un tu sconfinato./ Il nostro stesso volto/ ne è acceso,/ la nostra mente/ totalmente ingombra./ […] “Innamorarsi”

Written by Alessia Mocci
Addetta Stampa

Info
Sito Bastogi Libri
http://www.bastogilibri.it/
Acquista “Cento Farfalle e… più”
https://www.lafeltrinelli.it/libri/pinto-massimo/cento-farfalle-e-piu/9788894894417
Intervista a Massimo Pinto
http://oubliettemagazine.com/2018/02/12/intervista-di-alessia-mocci-a-massimo-pinto-vi-presentiamo-la-silloge-poetica-cento-farfalle-e-piu/
massi.pinto@tiscali.it

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/09/20/presentazione-della-silloge-cento-farfalle-e-piu-di-massimo-pinto-27-settembre-2018-a-roma/


In libreria: Memorie di trasformazione. Storie da Manicomio di Cinzia Migani edito da Negretto Editore


Se uno si soffermasse ad osservare le statistiche manicomiali redatte nel corso dell’Ottocento non potrebbe fare a meno di porsi un interrogativo: la malattia mentale è contagiosa? Quale virus contagiò la popolazione italiana in quegli anni, visto che mano a mano che passavano i giorni le persone sembravano essere sempre più insane di mente? Che si trattasse di un virus altamente contagioso? O semplicemente di un effetto della scelta di considerare più marcato e definito il confine tra normale e patologico, tra ordine e disordine sociale negli anni in cui si consolidò il sistema manicomiale in Italia? Cinzia Migani

In tutte le librerie virtuali e fisiche dal primo settembre 2018 è disponibile “Memorie di trasformazione. Storie da Manicomio”, pubblicato nella collana “Cause e affetti” diretta dalla stessa autrice, Cinzia Migani, per la casa editrice mantovana Negretto Editore. 

Il saggio si apre con la premessa che, oltre a esporre le motivazioni che hanno portato alla stesura di un testo che consta più di 350 pagine, ricorda e ringrazia il professor Ferruccio Giacanelli deceduto nel 2012 a Bologna e con il quale l’autrice Cinzia Migani ha potuto collaborare nell’indagine sul Manicomio di Bologna tra la fine degli anni ’80 ed inizio anni ’90. Una ricerca perseguita con gran coraggio e dedizione tra il disagio del precariato e l’assenza di fondi sino ai primi anni del Duemila.

La scelta di pubblicare nel 2018 questo trentennio di studi non è casuale, infatti, siamo nel quarantennale della Legge Basaglia (13 maggio 1978, legge n°180) che ha decretato la chiusura dei manicomi.

Lo studio attento degli archivi ha riportato la storia di persone che, per la quasi totalità, era sprovvista di nome; l’autrice si è cimentata dunque nella mappatura di un ritratto della classe ghettizzata di cui non si ha memoria anche se è molto vicina a noi nel tempo, di uno spaccato sociale in cui la “malattia mentale” era l’unica risposta alla “problematica della diversità”.

“[…] un Manicomio bene costruito ed ordinato forma già per sé uno strumento massimo di cura della pazzia.” Francesco Roncati, Ragioni e modi di costruzione ed ordinamento del Manicomio di Bologna, 1891

L’internamento del malato di mente e il suo isolamento all’interno del manicomio sono efficaci prima di tutto perché allontanano l’individuo dalle circostanze che lo hanno fatto ammalare, poi perché all’interno dell’istituzione è possibile, almeno in teoria, strutturare lo spazio, organizzare il personale, separare le diverse forme di malattia mentale e scandire i tempi secondo quello che viene ritenuto lo strumento terapeutico fondamentale: l’«ordine». L’ordine così raggiunto entro le mura del manicomio deve essere protetto dal «contatto» con l’esterno, il peggiore dei danni.‒ Cinzia Migani

“Memorie di trasformazione. Storie da Manicomio” non conduce solo a questo straordinario lavoro di documentazione ma analizza le motivazioni che hanno portato ad occultare le persone scomode contrapponendole al presente ed all’uso smodato dei social network.

Il corposo saggio è suddiviso in tre sezioni. La prima “Storia del manicomio di Bologna nell’ultimo trentennio dell’Ottocento” presenta gli studi sopracitati dell’autrice coadiuvata dal professor Giacanelli passando dal reparto manicomiale nell’Ospedale di Sant’Orsola alla trasformazione ad uso manicomiale dell’ex convento di Sant’Isaia, dalla vita in manicomio alla legge n°36 del 1904 che portò ad un nuovo corso di sviluppo nel manicomio di Bologna.

La seconda sezione “Prime soluzioni al sovraffollamento dei manicomi” presenta la pazzia ai tempi del positivismo con un surplus di ingressi in queste strutture che portarono la ricerca di spazi alternativi al manicomio in Emilia-Romagna. La sezione è corredata di schede di approfondimento firmate da Cesare Moreno (“Dove sono finiti i piccoli pazzi?”), Maria Augusta Nicoli (“A quando il cambiamento?”), Andrea Parma (“Lombroso: un San Salvatore della bellezza”).

Un’intera società ha dimenticato che la follia e il disagio mentale fanno parte dell’esistenza umana, che la ragione viene continuamente tentata dalla follia quando il dolore diventa indicibile, quando la solitudine diventa insopportabile. Ha dimenticato quanta fatica (e, troppo spesso, sofferenza) costi entrare nel mondo civile; soprattutto ha dimenticato quanto costi alle giovani persone che trovano questo mondo già fatto, già regolato da leggi che non conoscono.  Avendo nascosto la follia abbiamo dimenticato ancora di più la parte in ombra della nostra psiche; io sostengo invece che abbiamo bisogno dei pazzi, perché ci aiutano a capire meglio noi stessi e a non «andare in panico» quando ci imbattiamo in qualcosa che proviene dal lato oscuro dell’esistenza. Cesare Moreno

La Terza sezione “Storie da manicomio” racconta le vite di tre persone che hanno vissuto fin troppi anni in questi istituti: Filippo Manservisi, l’imprenditore che non seppe adattarsi ai cambiamenti; Gaetano Emiliani, il trasgressivo da domare; Umberto Rossi, un bambino epilettico che trascorse la sua infanzia tra ospedale e manicomio per poi letteralmente sparire dagli archivi.

Certifico che il bambino Rossi Umberto di anni 9 è degente allo spedale del R. Ricovero fin dal 30 aprile p.p. per Idiotismo secondario ad epilessia. Dietro suggerimento dell’Illustre Prof. Roncati fin dai primi giorni di degenza in ospedale fu somministrato il bromuro di potassio alla dose di 2 gr. al giorno, come pure si fa tuttora, (…) giacché qui la cura non ha dato gli effetti che il Prof. Roncati aveva ottenuto nell’Istituto da lui diretto. Difatti il bambino se fermato a letto urla continuamente, se lasciato libero, corre senza sosta, oppure se resta in letto prende sempre posizioni pericolose. Quando al contrario si veste perché abbandona il letto, corre per sala urlando, rompe gli oggetti fragili, e cambia posto a tutto quanto gli capita per le mani, disturbando tutti, tanto che i malati si lamentano e si è costretti a tenere per il Rossi un apposito inserviente, giacché (…) era riuscito a fuggire dall’ospedale. Per tutte queste cose si impone la necessità di riporre Rossi in Manicomio, giacché li infermieri dello Spedale del Ricovero non sono adatti per simili malati. Dichiarazione del medico primario del Ricovero di Mendicità del 12 giugno 1892

Postfazione a cura di Valentina Vivoli
In copertina: fotografia artistica di Elisabetta Mandrioli
Le librerie, per eventuali richieste dei lettori, sono tenute a rivolgersi ai distributori regionali che sono indicate nel sito Negretto Editore.

Written by Alessia Mocci
Responsabile dell’Ufficio Stampa di Negretto Editore

Info
Sito Negretto Editore
http://www.negrettoeditore.it/
Acquista “Memorie di trasformazione”
https://www.libreriauniversitaria.it/memorie-trasformazione-storie-manicomio-migani/libro/9788895967349
Facebook Negretto Editore
https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/
Sito Odori Suoni Colori
http://www.odorisuonicolori.it/

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/09/10/in-libreria-memorie-di-trasformazione-storie-da-manicomio-di-cinzia-migani-edito-da-negretto-editore/

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Come funziona Amazon Business?

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Verso una visione olistica del mondo di Silvano Negretto: la postfazione de L’anima sinfonica di Claudio Borghi


“L’anima sinfonica” di Claudio Borghi (Mantova, 1960) è stato pubblicato nel maggio 2017 dalla casa editrice Negretto Editore nella collana “Versi di versi”. Di seguito la postfazione dell’editore Silvano Negretto intitolata “Verso una visione olistica del mondo”.

Nella concezione del tempo, uno dei concetti nodali nei testi di Claudio Borghi che, oltre ad essere poeta, è anche fisico e filosofo, trovo riferimenti a Bergson: la durata reale non è il cammino circolare e quantitativo dell’orologio, che scandisce solo il tempo strumentale, sempre identico a se stesso, ma la coscienza che nel suo farsi ed esprimersi si conserva e, conservandosi, si arricchisce di esperienze di pensiero, di sentimenti, emozioni, ripensamenti, revisioni, separazioni, riconciliazioni, nel perenne costitutivo carattere della vita, che fluisce riconoscendo sia l’innovazione che la conservazione.

La poesia, col suo linguaggio libero e spontaneamente legato al flusso globale di una coscienza incarnata vivente, è il luogo in cui i diversi livelli di esperienze culturali, pensieri e idee, razionali e consapevoli, diventano un tutt’uno con l’emozione, con l’aspirazione all’Unità, al dialogo con se stessa, interiore e materiale nel contempo, connessa con una universale, unica coscienza vitale. Coscienza intellettuale od emozionale, razionale o pulsionale, filosofica o poetica? Borghi pensa che i concetti determinati e divisivi, le rigide separazioni, a questi livelli, rischiano di diventare pure etichette strumentalmente comode, che non sanno però cogliere la complessità di un corpo-pensiero-linguaggio (quello umano) che vitalmente aspira all’Unità:

Sul prato verrà la notte/ e canterà l’uccello sospeso,/ canterà sul ramo oscillando/ e spiccherà il volo. Il cielo nero/ accoglierà la forma in alto/ rapidamente salita, l’Uno/ sarà la fine del ritmo,/ l’uccello si annullerà,/ rimarrà un respiro di luce,/ un brivido di luce,/ rimarrà la forma dell’Uno/ alto, inconcepibile,/ il verde scomparirà,/ rimarrà solo luce, un brivido di luce. Nell’Uno/ si fermerà il volo spiccato dai rami.

Oltre che a Bergson, i testi di Borghi fanno anche riferimento a Hegel: tutto si conserva nella coscienza e nell’universo mondo non c’è evoluzione, ma un percorso di innovazione connesso con la vita, che sempre si muove e fluisce. Come non ricordare il suggestivo passo sulla nottola di Minerva, che spicca il volo sul far della sera? Non è all’alba, o al pomeriggio, che il pensiero filosofico inizia il suo volo, ma “sul far del crepuscolo”. Quando le cose sono già bell’e fatte, il pensiero cerca di capire e trasformare il proprio volo in conoscenza. La notte non porta solo stupore, come in Hölderlin, ma la conoscenza razionale di tutto il reale. In un percorso a ritroso, da Hegel a Plotino il passo è breve: per Plotino l’Uno è luogo dell’origine e anche del ritorno di ogni cosa, oggetto o essere animato vitale, che si fa cosciente nella poesia del vivere. Il testo di Borghi rimanda, in definitiva, a tutta la tradizione platonica e neoplatonica, che confluisce nell’idealismo hegeliano attraverso Nicola Cusano e Giordano Bruno: sia nel ricorrente concetto o metafora della luce, sia nei suggestivi riferimenti ai simboli primordiali (miticoantropologici) dell’acqua, del fiume o della fiamma, che sempre, nel continuo mutamento, rimangono uguali.

Questi presupposti filosofici sono rielaborati ed espressi da Borghi con aforismi dal ritmo musicalmente trascinante, scandito con una serrata necessità concettuale che ricorda Spinoza e Wittgenstein. Con naturalezza Borghi passa all’esemplificazione della sua teoria (che potrei definire, provvisoriamente, neoromantica) della verità come poesia filosofica, in chiara sintonia, seppur forse involontaria, col pensiero dell’ultimo Heidegger:La verità palpita nell’io senza appagarlo”.

A questo proposito, ritengo illuminanti le considerazioni di Heidegger ne L’origine dell’opera d’arte. Qui il filosofo riprende il termine greco aletheia, ma non nel senso di semplice “svelamento”, bensì come dinamica di nascondimento e non-nascondimento, illuminazione (Lichtung) che si staglia sempre sullo sfondo di un orizzonte di oscurità. La verità delle cose non sta nell’essere “enti-semplicemente presenti”, ma nell’aprirsi alla verità del loro essere, che solo l’artista può intendere, in un’accensione spontanea, forse involontaria, di luce poetica: “La verità attraversa la mente come una colomba imbianca la notte”.

La filosofia è dunque, in Borghi, alla maniera in cui la intende Nietzsche, inscindibilmente unita alla vita. Materiale o spirituale non importa: questa è una distinzione, già dopo Hölderlin o Hegel e soprattutto dopo Nietzsche, troppo rigida e semplicistica, perlomeno problematica. Nel contempo, se accettiamo i presupposti di Heidegger, la filosofia diventa verità quando si apre al tutto, ovvero all’essere, che solo nel linguaggio della poesia si rivela, senza mai poter essere definita (come invece accade nel linguaggio della tradizione metafisica e scientifico-tecnologica). La prosa-poesia di Borghi si esprime pienamente, come dice Zena Roncada nella sua stimolante analisi, con la “maschera visionaria”, prevalente nella sua ricerca linguistica, vera suggestiva novità dei suoi testi:

La luce conquistata dalle idee è frutto solo di un’incandescenza del cuore.
Il pensiero si allontana dal problema della vita illudendosi di superarlo.
La filosofia trasforma il tempo pesante in una colomba che vola nell’irreale aria dell’essere. 
La filosofia si è persa nei meandri della perfezione logica e metafisica – impregnando ancora di più la spugna vivente: le verità del pensiero si accendono come nuove stelle nell’universo dell’io, senza sfiorare l’essenza del problema.”

La disperazione, che è al fondo del messaggio biblico (si veda il Qoelet) come in ogni umana coscienza che aspiri alla verità dell’essere, nel nostro poeta si rivela come il frutto di una lunga, sofferta quanto coerente elaborazione, profondamente vissuta. Questa negativa-positiva situazione esistenziale si fonde sorprendentemente, con estrema naturalezza e consequenzialità, con echi quanto mai contemporanei. Perché su questo punto di fondo nulla è cambiato da Socrate o Platone, o meglio dai presocratici fino ad Heidegger e Gadamer, nella storia e nei linguaggi plurali e pur diversificati nelle varie correnti della filosofia occidentale: l’aspirazione del soggetto pensante a cogliere l’Unità del tutto, nella consapevolezza della propria irrimediabile inadeguatezza. Per questo la più alta conquista della parola (concetto, pensiero) coincide col silenzio, e l’essere coincide col nulla:

L’uomo diventa silenzioso come un albero o un animale, guarda il mondo con gli occhi di chi dentro tace.
Nasce il nulla a cuore spento.
L’uomo ritorna al suo stato primitivo, come gli uccelli e le foglie, i cani e le piante.
L’essere non è più la luce essenziale del mondo.
La sostanza si svuota di senso – perde vita – esce dalla filosofia.
L’organismo Uno appassisce e si scolora.”

Singolare l’analisi del rapporto anima-corpo, o spirito-materia, concetti e temi da sempre dibattuti nella cultura occidentale:

Ho paura dello spirito.
Sento che il corpo deve essere portato a Cristo, non l’anima: l’anima è un veicolo, una luce di nascita istantanea, un’illusione di tempo e di cammino: il mondo non deve essere spiritualizzato, ma restituito al corpo – alla materia. Cristo è il corpo. Il corpo-io cerca il corpo-Cristo tramite l’anima.”

La filosofia originaria dei presocratici avrebbe pienamente compreso questi aforismi di Borghi:
L’organismo Uno contiene il movimento vivente e lo slancio universale – il mondo degli animali e degli uomini, delle forme fantastiche armonizzate in sinfonie.
La vita è confine tra nulla e mondo – fusione tra forma e assenza.
L’uomo nasce nella forma definitiva in cui vita e morte nuotano nello stesso mare.
Non c’è eterno ritorno – perché il tempo è illusione.
Cos’è la bianca ondeggiante altalenante sinfonia della vita, marea che nasce da marea, onda che viene dal profondo oscuro balenare di sogni di idee adagiate sul fondo, cos’è quest’anima nata come una musica e destinata a spegnersi nella sua fine? Nulla. Il tutto è una musica già finita.”

Movimento e quiete, forma e assenza, nulla e mondo, vita e morte, anima e corpo: gli opposti, a cui siamo da sempre abituati, si richiamano dialetticamente. Soltanto la ragione, strumentalmente, li separa: ne ha bisogno per vivere quietamente, per sottrarsi all’infinita inquietante paura della morte, ovvero della vita del Tutto.

Scrive Borghi:
L’Uno è solo per l’anima, che al culmine del suo canto nel mondo ritrova il principio, la vita come identità.
La marea sale all’Uno, dove la luce più non brilla – il durare è senza flusso e l’anima si incendia, nel lampo di totale sguardo.
L’universo si riempie dell’io.
L’io si chiude nell’Uno – come in un fiore increato.”

Come non ricordare, qui, il neoplatonismo, di cui molto la teologia cristiana si nutrì, almeno fino alla vittoria storica del realismo aristotelico di Tommaso? Il tempo nasce con l’anima, non esiste in sé, perché il tutto è eterno presente, per l’anima perennemente inquietante quanto insondabile, e al quale le umane, troppo umane parole, solo nella poesia possono pretendere, quanto meno, di alludere tentando di coglierne, invano, il senso ultimo:

Le parole non possono dire la luce, ma queste parole mi segnano l’anima come delle formule – risuonano, moltiplicano significati nel chiuso della sfera dell’io che vive.
Le parole si fanno pensiero, rilucono, riverberano forme, si aprono, si coagulano condensandosi in cose – raccolgono sensi profondi racchiusi in materia.”

L’io comprende il tutto e ne è parte; da qui l’inevitabile, irrisolvibile relazione dialettica tra pensiero filosofico e parola poetica:
I filosofi – che parlano come se possedessero il succo intimo dell’umanità e raccontano l’idea immanente e lo sguardo trascendente che scruta il cuore dell’uomo – non sanno cosa dicono. Si smarriscono nel momento stesso in cui contemplano il loro apparente universo di certezza. 
La filosofia è testimonianza di uno smarrimento.”

Ma, forse proprio per questa relazione, la poesia gode della massima cosciente libertà nella ricerca della verità, che può trovar forma solo nel tempo: “L’io pensante deve fare i conti con l’io vivente – deve attraversare la materia, la sofferenza del cuore, il divenire. Il tempo è la strada necessaria”.

L’intuizione spicca il volo ad altezza metafisica, verso una preda mistica, supera di slancio lo strumentalismo pragmatico che, dai Sofisti a Occam all’empirismo inglese, fino a Dewey, occupandosi solo del linguaggio come semplice strumento pratico, ci lascia insoddisfatti, interiormente incompiuti. Quanto è più coinvolgente e convincente la verità della corrente mistica che permea da sempre la teologia cristiana, riassunta nel concetto agostiniano di Dio come eterno presente! La ricerca di nuovi codici linguistici, a partire dalla crisi dei fondamenti di fine Ottocento, ormai da tempo compie incursioni nella fisica, nella matematica e nella biologia. Il marxismo stesso, per quanto filosofia fondata sul materialismo storico-dialettico, non è stato solo una teoria sociale e politica, in quanto ha riconosciuto i limiti delle divisioni rigide tra fisica, matematica, biologia, ecc., ricorrendo talvolta a Goethe o più in generale a intuizioni romantiche o dialettico-hegeliane. Un esempio paradigmatico è la Dialettica della Natura di Engels, da decenni dimenticata, che sul piano filosofico e del linguaggio letterario-poetico neoromantico ha anticipato la crisi dei fondamenti e lo stesso olismo contemporaneo, di cui i maggiori intellettuali non contestano più la profonda verità.

Nel linguaggio mistico degli aforismi di Claudio Borghi si possono ritrovare le categorie letterarie della ricerca amorosa, della lontananza e della vicinanza, il dolore dell’assenza e la gioia del ritrovamento, echi del misticismo spagnolo del siglo de oro o del neoplatonismo italiano rinascimentale, che tuttavia non contraddicono il suo assai professionale realismo sperimentale: lo stesso Borghi ha elaborato col consueto rigore, in ambito fisico-epistemologico, aggiornati rigorosi articoli, pubblicati su prestigiose riviste scientifiche internazionali. Negli anni Settanta, quando Claudio cominciò a scrivere, molto giovane e ancora studente liceale, circolava la tesi di Edgar Snow sulle due culture: umanesimo e scienza sembravano percorrere strade irrimediabilmente parallele, destinate a non incontrarsi mai. Da allora Borghi ha elaborato testi caratterizzati da un linguaggio unitario, innovativo, tentando di cogliere l’indefinibile, attingendo da ambiti culturali in apparenza divergenti, alla ricerca dell’origine, del principio da cui emerge la vita, e con essa il pensiero. Come il misticismo rinascimentale tentava di sottrarsi all’aridità della teologia imbevuta di razionalismo aristotelico, schematico quanto incapace di rivolgersi alla totalità dell’anima umana, così Borghi, dotato e impegnato in studi e letture plurali, tende a lavorare su piani diversi, alla ricerca di un’unità che sa di non poter mai raggiungere, ma che rappresenta, in fondo, quell’energia che stimola misteriosamente quello che Hegel chiamava il pensiero vivente.

La lettura dei testi di Borghi ci porta, come gli uccelli liberi da lui evocati, a cieli luminosamente azzurri, accecanti in quanto aperti al vuoto infinito: il suo originalissimo quanto complesso percorso culturale, poetico e filosofico, scientifico e religioso, ci appare assai vivo e profondamente innovativo; proteso ad una cultura del futuro, in direzione di una ricerca sempre in divenire, fonte di ulteriori stimoli per la poesia e la letteratura contemporanea.


Info
Sito Negretto Edizioni
https://www.negrettoeditore.it/
Facebook Negretto Edizioni
https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/
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Intervista Claudio Borghi
http://oubliettemagazine.com/2017/10/20/intervista-di-alessia-mocci-a-claudio-borghi-vi-presentiamo-il-libro-lanima-sinfonica/

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/08/20/verso-una-visione-olistica-del-mondo-di-silvano-negretto-la-postfazione-de-lanima-sinfonica-di-claudio-borghi/

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Nella clessidra del cuore di Giovanna Fracassi: uno scenario di candido equilibrio


Una villa antica nascosta nella vegetazione del giardino racconta del tempo passato. Rallento il passo fino a fermarmi e m’incanto ad osservare quel groviglio di vecchie piante, di alberi dai tronchi contorti di cespugli di specie ormai introvabili, di resti di aiuole dove i fiori, piantati chissà quanto tempo fa, fioriscono in una piacevole e totale anarchia. Vi sono piante di glicine, cariche di una moltitudine di fiori, che si abbarbicano ai terrazzini colonnati, all’interno di uno dei quali, vi è il portone d’ingresso.‒ “Vecchio giardino”

Il poeta, sensibile alla bellezza e destato in quel tumultuoso impulso chiamato curiosità, si addentra nel vecchio giardino per arricchire il suo sguardo di quei colori antichi sciolti dalle catene dell’ordine umano.

In opposizione alla strada, gravida di persone dal volto pallido, quel portone appare la salvezza, l’ingresso nella memoria custodita da alberi e fiori che, senza alcun bisogno di decretare con un numero il periodo dell’anno, seguitano un’interminabile vita.

Negli occhi del viandante si prospetta uno scenario di candido equilibrio di esigenze diverse ed una domanda rimbalza nella mente:
Chi più raccoglierà nel cestino i frutti dolci e sugosi, nello scorrere interminabile delle stagioni?

Il racconto breve “Vecchio giardino” apre l’ultima pubblicazione di Giovanna Fracassi intitolata “Nella clessidra del cuore” edito per Rupe Mutevole Edizioni. Si presenta chiara la tematica di questo nuovo scrigno dischiuso: il tempo ed il rapporto dell’uomo con l’inesorabile incedere.

Conosciuta per raccolte poetiche come “Arabesques” (2012), “Opalescenze” (2013), “La cenere del tempo” (2014), “Emma, alle porte della solitudine” (2015), “In esilio da me” (2016), e la partecipazione in svariate antologie, enciclopedie e riviste nelle quali sono state inserite altre sue liriche, Giovanna Fracassi si cimenta nella prosa principiando “Nella clessidra del cuore” con 14 racconti brevi seguiti da 117 liriche che chiudono l’opera.

È singolare la scelta della prosa dopo sei anni di intimismo e di ricerca continua nell’Io profondo. L’autrice si è incamminata in un sentiero che ha mostrato la vita di altri personaggi che hanno esternato la loro esistenza in nomi come Alfred e sua sorella Ruth, Sara, Jim e Tom, Adam ed il suo allontanarsi da tutti a bordo di un veliero, Peter ed Alexandra/Alicia, ed in voci narranti che hanno celato il proprio appellativo.

 Il diavolo seduto sul letto/ il fuoco nello stomaco/ sulla mensola/ la Bibbia e l’enciclopedia// il mio silenzio ribelle/ la grata tra me e il mio cuore/ tra il mio broncio e il tuo sorriso/ la speranza intrecciata.// Vuoi venire a casa/ bimba mia?// […] “Sei anni”

La seconda parte de “Nella clessidra del cuore” si apre con la lirica “Sei anni”, una sorta di manifesto poetico che espone l’intento che dal seme spingeva per germogliare. È vero che talune volte ci si scopre intinti di versi in età adulta ma nella maggioranza dei casi sin da piccoli si ha la facoltà di udire storie e di iniziare a raccontarle con parole.

L’infante è immerso in un mondo di immagini che trasmuta in parole, ed è così che inizia una ricerca di descrizione perfetta, nel senso di “finito/concluso”, una rappresentazione che a livello soggettivo non lascia margini.

Concetto e musicalità tendono all’armonia ed è una sorta di rifugio dal mondo fisico che si manifesta in terrore ed in costrizione per regole imposte e talvolta vetuste.

[…] il pennino stretto/ fra le dita incerte/ come i primi passi nel mondo/ un velo nero/ fra me e la felicità.// […] Chi non mi ascolta/ chi non ascolta/ la piccola anima mia ribelle?// […]” “Sei anni”
Domande a cui seguono insistenti risposte che mirano al punto in cui si afferma ciò che si è capito dell’Io profondo, di quella voce che simultaneamente tace e pulsa modellando un territorio magmatico nel quale perdersi è la prassi, non riconoscersi è necessario. L’approdo è l’affermazione, il divenire uno dell’Io del mondo fisico con l’Io inconscio.

Lo pretendo/ quello squarcio nello spazio/ quel posto vuoto/ è mio.// La esigo/ quella pagina bianca/ da scrivere/ con la penna nera.// C’è il mio pensiero/ appeso/ a quell’attaccapanni/ nell’ingresso della mia vita.//” “Affermo”

Giovanna Fracassi, in questo suo nuovo capitolo poetico, dialoga con il ricordo come se fosse davanti ad uno specchio, si osserva da bambina, si osserva da ragazza con il rossetto acceso ed il rimmel nero, si osserva da donna che freme davanti allo spettacolo della Natura.

È conscia che la mutevolezza che ha riscontrato in sé è la stessa di un fiore che da bocciolo mostra i suoi petali colorati per espandere un profumo inebriante. È conscia che la ricerca è la conoscenza intima di ciò che si è nel presente, di ciò che si vuole e di ciò che si ha facoltà di fare.

Il rossetto acceso/ denso e lucido/ sulle labbra morbide// il velo impalpabile/ della cipria/ sul viso// il rimmel nero/ ripassato sulle ciglia/ sguardo scuro// il profumo dolce/ spruzzato/ sulla pelle accaldata// il trucco/ per essere/ me stessa// e giocare/ con gli specchi/ tirati a lucido […] Ammicco ora scherzosa/ dal bordo/ del mio tempo andato// tante me/ nello stesso specchio/ si sfogliano// come pagine di vita/ senza cronologia/ ma con un briciolo di follia.” “Me”

Written by Alessia Mocci

Info
Facebook Giovanna Fracassi
https://www.facebook.com/giovanna.fracassi
Acquista “Nella clessidra del cuore”
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Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/07/12/nella-clessidra-del-cuore-di-giovanna-fracassi-uno-scenario-di-candido-equilibrio/


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Intervista di Alessia Mocci a Lidia Beduschi: vi presentiamo il progetto 11 Odori Suoni Colori


Io sono Nero. Come il mio fratello gemello Bianco, sono spesso chiamato un “non colore”, perché né io né lui siamo visibili nell’arcobaleno. Bianco prende molto male questa faccenda. Io no! Dicono che mi mangio tutti i colori, che sono ingordo, che metto paura come il Babau. Che dicano! Hanno ragione; se vogliono spaventarsi davanti a me, li accontento volentieri.” “11 Odori Suoni Colori – la storia di Nero”

“11 Odori Suoni Colori” è un kit cartonato pubblicato nel 2009 dalla casa editrice mantovana Negretto Editore. L’ideatrice è la docente universitaria Lidia Beduschi che, partendo da una felice intuizione supportata dal filosofo John Locke, ha realizzato con il supporto di un gruppo di non vedenti un vero e proprio kit contenente undici fogli uno per ogni colore, più altri undici fogli contenenti gli stessi colori ma pretagliati in tessere rettangolari che al tatto rilasciano una fragranza realizzata ad hoc grazie alla mescolanza di svariati profumi.

“11 Odori Suoni Colori” è stato concepito in modo tale da esser supportato da un sito web che oltre alla spiegazione del progetto mantiene un rapporto privilegiato con coloro che possiedono fisicamente il kit a casa. All’interno del sito, infatti, è possibile “giocare” con i colori ed i suoni supportati da pagine interattive che aiutano a fissare il ricordo dell’odore percepito con le note ascoltate e con le “favole” create per ogni colore.

Gli undici colori sono stati scelti seguendo gli studi di due antropologi americani Brent Berlin e Paul Kay che nel saggio “Basic Color Terms” mentre la scelta della miscela delle fragranze è opera di Lida Beduschi. Dunque abbiamo il colore nero (liquirizia, carbone, incenso), il bianco (giglio bianco, latte, polpa di cocco), il rosso (ciliegia, anguria, olio solare), il giallo (limone, zafferano, ananas), il verde (erba tagliata, the verde, kiwi), il blu (brezza marina, lavanda, tiglio), il marrone (cioccolato, legno, tabacco), il grigio (fumo, chanel n°5, timo), il rosa (rosa, orchidea, pesca), il viola (violetta, lavanda, sandalo), e l’arancione (arancio, albicocca, patchouly).

Lidia Beduschi si è mostrata molto disponibile nell’accettare questa intervista per spiegarci meglio il progetto “11 Odori Suoni Colori”.

A.M.: Ciao Lidia, sono lieta di poter dialogare del progetto Odori Suoni Colori, un kit con un titolo parlante che richiama esplicitamente il suo contenuto: odore, suono e colore. Vorrei iniziare chiedendoti della sua genesi e delle tempistiche di realizzazione dalla primogenita idea.

Lidia Beduschi: L’idea di “avvicinare” i ciechi ai colori, mi accompagna sin dall’infanzia. Perché? Non lo so. Il casus invece si manifestò quando intorno al 2002, 2003 parlando di una mostra di modellini per i ciechi, che di lì a poco il Museo Egizio avrebbe portato a Reggio Emilia, la dottoressa D’Amicone, allora Direttrice del Museo, al telefono mi disse: “peccato che non si possano far vedere in qualche modo i colori”. Mi misi al lavoro subito, e subito per me l’approccio corretto non poteva essere che quello semiotico: costruire cioè un codice, che non poteva essere che multisensoriale. Il tatto, tradizionalmente per primo, ma poi il suono, e terzo l’odore. Ne parlai con la dottoressa Consuelo Battistelli, allora neolaureata, cieca secondaria: insieme cominciammo a costruire con materiali poverissimi (cartoncino, carta, colla, pennarelli) un primo casalingo e importantissimo prototipo, per discutere e mettere a punto l’idea. In un secondo momento conobbi il dottor Claudio Signorini, cieco primario e tiflologo. Si aggiunse a progetto già avanzato, e fu importantissimo, il contributo di Daniela Floriduz, cieca dalla nascita, che con il colore ha un rapporto personale vivissimo (attraverso la fotografia). Lavorammo insieme per più di un anno, in incontri serrati e decisivi. Nel 2004 il kit 11 era pronto: fu anzi il tema del mio corso di Etnoscienza dell’anno accademico 2004/05 alla specialistica ACEL (Antropologia Culturale, Etnologia, Etnolinguistica) della Laurea magistrale interateneo di “Ca’ Foscari”, Venezia, dove insegnavo appunto Etnoscienza. Quanto agli 11 colori sono stati sempre per me una scelta obbligata: lo studio della percezione culturale del colore è un tema centrale dell’Etnoscienza, e 11 sono i colori individuati dalla ricerca di Brent Berlin e Paul Kay del 1969, come appartenenti al maggior numero di culture del mondo.

A.M.: Il kit nasce come progetto per i non vedenti ma può essere usato anche per cure di riabilitazione per il recupero di soggetti con altre forme di disabilità od affetti da tossicodipendenza?

Lidia Beduschi: Il kit multisensoriale, in particolare la sua versione cartonata pubblicata dall’Editore Negretto nel 2008, che offre la possibilità di manipolazione materiale delle tessere colorate e profumate, può prestarsi a una grande varietà di usi in ambito sia educativo sia riabilitativo, questo per l’impatto emozionale, oltre che cognitivo, che la multisensorialità può offrire. Comunque il kit è destinato prevalentemente a ciechi primari, secondari, ipovedenti e acromati.

A.M.: I colori sono identificati con una puntinatura di tipo Braille, per ogni colore dunque corrisponde un insieme di puntini. Hai voluto utilizzare il linguaggio in uso del Braille oppure la puntinatura è stata creata ex novo per il kit?

Lidia Beduschi: Il Braille era il punto di partenza e di arrivo per la percezione tattile dei ciechi: ad oggi niente lo ha di fatto superato. La costruzione del codice tattile non poteva quindi che prendere l’avvio da lì. Il “disegno” dei simboli invece è stato il frutto di una mediazione tra me e i non vedenti insieme ai quali sono stati costruiti. Chiaramente dovevamo “trovare” dei simboli, poiché la semplice trascrizione alfabetica in Braille del “nome” del colore avrebbe fatto “saltare” la possibilità di costruzione di un codice multisensoriale, per farci ricadere nel verbalismo asemiotico: non mi e ci interessava “denominare” i colori, ma far sì che attraverso un codice condiviso (come è ad esempio quello delle notazioni musicali), i ciechi ed i vedenti fossero certi di riferirsi allo stesso referente (colore, in questo caso), quando dicono, parlano, usano, leggono, nominano, il bianco, o il rosso, o il viola, ecc.

A.M.: Oltre a te come ideatrice del progetto, ci sono stati altri collaboratori che ti hanno sostenuto e supportata?

Lidia Beduschi: Come ho detto in apertura, l’ideazione del codice è stata mia: d’altra parte ero io che avevo ed ho la preparazione scientifica di carattere semiotico, semantico, linguistico ed etnolinguistico per “costruire mentalmente” il progetto. Certo senza i collaboratori da sola non ce l’avrei fatta a renderlo “oggetto”. I primi, che sono “comprimari” più che collaboratori, sono stati Consuelo Battistelli e, decisivo, Claudio Signorini.  Gli altri che hai nominato, tutti preziosi e indispensabili per la realizzazione del codice: Isabella Tondi e Luca Modena hanno di fatto costruito il simbolo sonoro di ciascun colore, quello che cantavano i ciechi dell’UICI di Torino, dove andai a tenere una lezione sul kit, poco dopo la sua pubblicazione. Senza la professionalità della Druckfarben s.r.l di Albino (Bergamo), non avremmo potuto costruire il “sinbolo” dell’odore di ciascun colore. Chiara Prezzavento ha fatto sì che odorisuonicolori.it varcasse i confini italiani, predisponendo la versione inglese della piattaforma. Mario Varini ha realizzato il sito, che è qualcosa di più, perché volevo, e ci siamo in gran parte riusciti, che funzionasse cole uno strumento online, un tool: quello che di fatto ancora rimane.

A.M.: 11 colori: qual è il tuo preferito?

Lidia Beduschi: Il mio preferito… Io “vivo” nei colori, i colori entrano di forza in ogni momento della mia giornata, ne fanno il tono, modellano il mio umore, i sentimenti il mood… Non c’è un colore preferito, per me.

A.M.: 11 suoni: perché la scelta del pianoforte e non un altro strumento?

Lidia Beduschi: Kandinskij diceva che “il rosso è uno squillo di tromba” (non abbiamo parlato della sinestesia, ho preferito riferirmi alla multisensorialità, che non è la stessa cosa, ma il discorso ci avrebbe portato troppo lontano e in “territori” di confine iperspecialisici). Qualcuno dei miei collaboratori non era del tutto d’accordo, ad esempio qualcuno mi disse che preferiva associare il rosso con l’oboe: il pianoforte è stato scelto perché è lo strumento di base, quello in grado di raccogliere e realizzare tutti i simboli sonori che ci occorrevano.

A.M.: 11 odori: com’è stata selezionata la campionatura dei profumi?

Lidia Beduschi: I profumi, meglio gli odori sono stati costruiti combinando quattro “profumazioni” che nella nostra cultura in qualche modo possono essere associate al colore che designano. Per comprendere come sono stati costruiti (materialmente, come ho detto dalla Druckfarben) è fondamentale partire da “Storia di 11”.

A.M.: Quale può essere l’uso del kit per i docenti di sostegno nelle scuole “normali”?  Ritieni che i giochi da te ideati ed elaborati siano sufficienti, e siano anche da seguire con una certa rigidità? Pensi che, in ogni caso, sia compito del docente scegliere quelli più adeguati al contesto ed ai tempi propri della scuola?

Lidia Beduschi: L’uso del kit nella scuola può davvero giocare un ruolo di grande rilievo: può consentire ai docenti e agli allievi, ciechi, “normali”, stranieri, di rapportarsi tra loro attraverso la mediazione del colore. Ecco hai toccato un argomento molto importante: l’utilizzo corretto del kit può essere fatto autonomamente seguendo il percorso indicato. Certo sono possibili e auspicabili vie e “giochi” anche diversi, ma questo richiederebbe una preparazione specifica e contestualizzata dei docenti.

A.M.: “11 OdoriSuoniColori” ha ricevuto la Menzione Speciale Alberto Manzi per la comunicazione educativa nell’anno di uscita del kit. Ti aspettavi questo riconoscimento?

Lidia Beduschi: Ah no! È stata una bellissima sorpresa quella Menzione Speciale. E proprio perché legata al nome del maestro Alberto Manzi: il maestro di tutti della favolosa “Non è mai troppo tardi”, andata in onda alla RAI dal 1960 al 1968, rifatta all’estero da 72 Paesi. Riuscì a portare un milione e mezzo di italiani alla licenza elementare. Pensate qual era allora la qualità del servizio televisivo!

A.M.: A distanza di 9 anni dalla pubblicazione vorresti cambiare qualcosa del kit? Innovare con qualche gioco in più? Oppure modificare la sequenza dei colori? Gli odori?

Lidia Beduschi: La sequenza dei colori non è modificabile. Il kit 11 va bene ancora oggi così com’è. Certo sto lavorando ad un ampliamento della gamma dei colori, ma sempre sullo stesso percorso, che, come ho detto, non è frutto di improvvisazione, di mode, di circostanze legate al momento, ma di una ricerca scientifica tuttora fondamentalmente valida.

A.M.: Come ti trovi con la casa editrice Negretto Editore? La consiglieresti?

Lidia Beduschi: Ho lavorato e lavoro con molte case editrici. Negretto Editore ha avuto il coraggio di credere nell’idea del Kit 11. Da un punto di vista di mercato, credo che il prodotto non abbia ancora espresso tutte le sue potenzialità. Dobbiamo forse ancora attendere il momentum. La casa editrice è cresciuta in questi anni, e credo si sia a ragione conquistata un suo posto nella piccola editoria italiana.

A.M.: Salutaci con una citazione…

Lidia Beduschi: Dolce color d’oriental zaffìro/che s’accoglieva nel sereno aspetto/del mezzo, puro infino al primo giro,/ a li occhi miei ricominciò il diletto,/tosto ch’io uscì’ fuor de l’aura morta/ che m’avea contristati li occhi e’ l petto. Dante, Purgatorio, Canto I
Quanto colore nella Commedia!

A.M.: Lidia ti ringrazio per la tua disponibilità e per il tuo impegno in questo progetto. Ti saluto con le parole di Johann Wolfgang von Goethe: “Da tutto ciò sembra risultare che in natura giallo e azzurro sono divisi da una certa frattura, che mediante incrocio e mescolanza può essere atomisticamente colmata e superata nel verde, ma risulta anche che, propriamente, l’autentica mediazione tra il giallo e l’azzurro è svolta solo dal rosso.

Written by Alessia Mocci
Responsabile dell’Ufficio Stampa Negretto Editore


Info
Sito Odori Suoni Colori
http://www.odorisuonicolori.it/
Facebook 11 odori Suoni Colori
https://www.facebook.com/odorisuonicolori/
Sito Negretto Editore
https://www.negrettoeditore.it/
Facebook Negretto Editore
https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/
Facebook Lidia Beduschi
https://www.facebook.com/lidia.beduschi.58

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/06/22/intervista-di-alessia-mocci-a-lidia-beduschi-vi-presentiamo-il-progetto-11-odori-suoni-colori/



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Novità per i pavimenti sopraelevati: scopri l’innovazione dei pavimenti magnetici autoposanti in parquet e gres porcellantato.

Tecnologia ed estetica un binomio che trova oggi la sua dimensione nei pavimenti galleggianti magnetici in parquet e gres porcellanato.


Il pavimento galleggianteo sopraelevato è solitamente sinonimo di pavimentazioni tecniche caratterizzate da elementi e finiture a dimensione fissa particolarmente adatti ad ambienti di lavoro quali uffici, grandi centri commerciali, palestre, locali tecnici ecc...

Il pavimento sopraelevato magnetico rappresenta invece una soluzione innovativa e dinamica in grado di soddisfare al meglio le esigenze estetiche, funzionali ed ambientali del cliente finale. Esso infatti consente di realizzare coperture senza vincoli di modulo e quindi molto pregevoli dal punto di vista estetico. Il sistema magnetico abbinato alla struttura sopraelevata combina l'eleganza dei materiali classici all’evoluzione tecnologica e la forza magnetica si sostituisce ai tradizionali metodi di posa: il risultato è un pavimento di qualità eccellente veloce da installare, come da rimuovere che consente di cambiare stile ogni volta che si desidera senza affrontare interventi distruttivi.



Parquet magnetico sopraelevato

Tra i pavimenti magnetici sopraelevati in commercio spicca il sistema magnetico PETRAL, azienda leader in Italia e nel mondo nella produzione di pavimenti galleggianti che si distinguono per l'elevato livello tecnologico e la qualità dei materiali.

Questa nuova tipologia di pannelli magnetici prevede come base della pavimentazione la posa di pannelli sopraelevati 60x60cm del tipo incapsulato (base in truciolato o solfato di calcio rivestita da una lamiera di 0,5mm),sui quali poi vengono applicati con adesione magnetica gli elementi di pavimentazione removibile. Scegliendo questo tipo di rivestimento è possibile realizzare pavimentazioni versatili e senza vincoli di modulo, nelle più svariate tipologie di formato, in doghe per il parquet e in grandi lastre per il gres porcellanato.

In commercio esistono due tipologie di pavimentazione magnetica, una in parquet e gres porcellanato.

Il parquet magnetico in legno naturale è composto dallo strato nobile del legno, dal supporto in compensato fenolico multistrato in betulla e dal sottofondo in mescola di resina termoplastica e ferrite magneticamente caricata. Il tutto viene lavorato in doghe o placche di limitato spessore, opportunamente trattate e protette con olio o vernici ad alta resistenza al calpestio, perfettamente squadrate per una rigorosa tolleranza, con bordi protetti contro l’assorbimento di umidità, leggermente inclinati per facilitarne l’installazione.

Il gres porcellanato magnetico è realizzato in diversi formati con bordo antishock in abs inserito su tutti e quattro i lati e dal sottofondo in mescola di resina termoplastica addizionata di ferrite caricata magneticamente. Il tutto viene lavorato con perfetta rettifica sotto squadratura secondo rigorose tolleranze, con bisellatura e bordatura dei lati leggermente inclinati per facilitarne l’installazione.

Il pavimento autoposante oltre al pregio estetico offre il vantaggio di essere veloce e facile da installare. Il pavimento viene posato a secco e consente di rimuovere gli elementi in ogni momento. Il livello di personalizzazione è molto elevato e il prodotto ben si adatta ad essere installato in ambienti direzionali, sale meeting e per conferenze così come in uffici e abitazioni.


Strada del Molino Nuovo 9, 12035 Racconigi (CN)
Tel.+39017285329 - +39.0172.85416
http://www.petral.it/
info@petral.it