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Scrivimi! di Franco Rizzi: le due guerre, l’oceano e l’avverso destino di un marinaio innamorato



Mattea non era riuscita ad alzarsi, fino al suo letto non era arrivata. Così il suo terzo figlio era nato lì, sulla soglia di casa, con la sola assistenza di due vicine, accorse alle sue grida.

Ci sono destini segnati dalla nascita, da avvenimenti casuali che anticipano il futuro del nascituro. Mattea Strangio, in cuor suo, ha sempre saputo che quel terzo figlio venuto al mondo sulla soglia di casa non avrebbe avuto una vita consona al piccolo paese della Puglia nel quale abitava con suo marito Francesco Martini.

Nino Martini, sin dall’infanzia, ha mostrato il suo carattere ribelle e la curiosità verso l’esterno. Un bambino di corporatura sana, bello d’aspetto ma turbolento, la sua anima scalpitava in attesa di quel futuro così ambizioso ed avventuriero. Ogni episodio sembrava segnare sempre più quella strada, fu infatti nel 1908, durante un terremoto a Messina e Reggio Calabria, che Nino seppe dell’esistenza delle navi e dei marinai che avevano tratto in salvo gli abitanti. Aveva 14 anni ed ero bastato un racconto per far accendere la fiammella del viaggio per mare, così giovane aveva subito abbracciato il fato e l’ignoto.

“… scrivimi!” edito nel febbraio 2017 da La Paume (Officine Grafiche Francesco Giannini & Figli S.p.A.) è la quinta pubblicazione di Franco Rizzi (Torino, 1935).

Avevo iniziato la stesura di una bozza di romanzo alcuni anni dopo la morte del protagonista, avvenuta nel novembre del 1972. Poi l’avevo abbandonata e infine ripresa a seguito di nuovi spezzoni di racconti, raccolti dalla voce di una nipote rimasta più vicina al protagonista.L’autore svela che il romanzo è tratto da una storia vera con tutte le manipolazioni tipiche del narratore che impasta realtà e fantasia. 

Le vicende riportate in “… scrivimi!” acquistano valore storico per i dettagli sulle due grandi guerre che hanno attraversato l’Italia, di grande fascino la visione dell’uomo comune che non mastica politica ma che riflette sugli improvvisi cambiamenti di quegli anni.

Nino Martini era uno di questi, non aveva completato gli studi, non poteva lavorare nei campi come suo padre, né aveva un carattere docile come suo fratello maggiore per prestare servizio al signorotto del paese. E Necessitas non tardò a mostrarsi rischiarando l’unico possibile cammino: l’allontanamento da casa e l’arruolamento in marina.

Parliamo di un’epoca nella quale la donna aveva il compito di dare alla luce figli e badare alla loro educazione, parliamo di Mattea che regolarmente a termine di una gravidanza aspettava già il prossimo figlio. L’accidente che portò Nino ad iniziare il suo sogno fu un amore fugace tra la sorella Ada ed un vicino di casa, una fuitina che si manifestò in una gravidanza che portò al tentato suicidio da parte della ragazza per la troppa vergogna.

Parliamo di tempi diversi da quelli odierni e del sud, nel quale l’onore e la pacificazione andavano di pari passo. Ma Nino non poteva sopportare l’evento, il suo animo sanguigno si frammise tra la decisione del padre Francesco e del padre del vicino, portando i coniugi Martini all’unica soluzione di staccarsi da loro figlio per salvargli la vita. Così Mattea si ritrovò nuovamente sulla soglia di casa, in lacrime, per quel bel figlio che scalciava per respirare vita.

Le donne tratteggiate da Franco Rizzi, seppur diverse fra loro e non protagoniste di “… scrivimi!”, sono centrali e marcate dal sentimento dell’amore puro che anche quando viene intaccato dall’egoismo, come nel caso della zia Matilde, manifesta la volontà di fare del bene.

Mattea quindi continuava a ringraziare la Madonna per aver protetto il figlio fino a quel momento. Lei il mare non l’aveva mai visto e faticava a figurarselo. L’acqua dove si poteva morire annegati, per lei era quella del pozzo da cui aveva estratto Ada, forse il mare era come un pozzo immenso dove non bisogna mai cadere.

Il modus scribendi dell’autore è chiaro, preciso, amichevole e talvolta immaginifico e poetico. Ci troviamo sulla bettolina addetta al trasporto di carbone, beviamo l’acqua salmastra, ci stupiamo della distanza delle terre emerse, seguiamo passo passo il giovane Nino diventare un uomo curioso e sicuro di sé.

Lo seguiamo nella guerra contro la Turchia quando “la tensione, creata dalla paura, diventa palese”, quando piantò nello stomaco del nostromo la spazzola che teneva stretta nel pungo, quando il caccia italiano nel quale era imbarcato inizia ad affondare.

Il nostromo, individuata la sua vittima, si era avvicinato guardando Nino con aria minacciosa, poi aveva sputato il grumo di saliva e tabacco che teneva in bocca, infine indicando quel rivoltante schizzo di saliva, aveva sibilato:
«Pulisci subito, brutto cafone!».

Da Taranto andiamo a Napoli, Tripoli, Ancona, Livorno, La Spezia, New York. Siamo in trincea nel comune di Nervesa con tre cannoni smontati dalle torrette del caccia, è il 1917, tedeschi ed austriaci avanzano e Nino è in prima linea con Abramo Salerno.

Lui osservava affascinato i calcoli che il capitano Salerno, dopo aver ricevuto gli ordini, elaborava per sistemare correttamente l’alzo dei cannoni e colpire gli obiettivi avversari; digiuno di matematica e trigonometria, ogni volta tutto questo gli sembrava quasi un rito magico.

Le giornate del nostro marinaio sono pregne di peripezie, la lettura di “… scrivimi!” scorre veloce alla ricerca del perché del titolo del romanzo, indagine che ha la sua risposta nel capitolo denominato “Maria Grazia”. Siamo a Livorno ed è il 1922.

Ed è questa fanciulla alta con le gambe snelle, i capelli ondulati castani chiari ed occhi nocciola che fa conoscere l’amore a Nino che sino ad allora aveva avuto rapporti occasionali con le donne ma il suo cuore non aveva mai sobbalzato. Anche questo evento è solcato da Necessitas, ἀνάγκη divinità greca al di sopra degli Dei dell’Olimpo a cui anche Zeus doveva sottostare.

Il pomeriggio in cui Nino incontra Maria Grazia nella piazza di Fortezza Nuova è preceduto dalla notizia del suo trasferimento da Livorno a La Spezia.

Un anno dopo Nino è in viaggio per New York, pochi averi nelle mani e la grande speranza di far successo, in quella terra dalle sfavillanti promesse, per riuscire a sposare la sua amata e poterle dare così una vita degna della sua bellezza.

Franco Rizzi è osservatore attento di una storia amara imprigionata in donne ed uomini che sono nati in miseria, che hanno vissuto le due guerre mondiali, che hanno visto le città cadere una dopo l’altra, la fame che ha straziato corpi terrorizzati dalle frequenti bombe, anni in cui “tutto finisce per perdersi in un grande rimpianto, quello di aver vissuto la vita sbagliata.

È complesso collocare “… scrivimi!” in un genere letterario, è sia un romanzo di carattere storico, sia un’intensa storia d’amore, è la descrizione di un mondo in cui le donne devono sottostare a leggi maschili, è un’analisi lucida dell’organismo politico che guarda al popolo come alla massa che viene adoperata per interessi espansionistici, è l’abbaglio del matrimonio senza amore che deturpa l’anima, è l’impresa dell’uomo delle campagne che dondola tra giornali e radio, è il travagliato tragitto di un cospicuo numero di lettere da New York a Livorno che non hanno mai ricevuto risposta.

E se questo non fosse bastato a confondergli le idee, i giornali scrivevano anche di un poeta mezzo matto che aveva guidato un gruppo di militari, matti come lui, alla conquista di una città di mare chiamata Fiume.

Written by Alessia Mocci

Info
Sito Franco Rizzi
http://www.francorizzi.it/
Acquista Scrivimi!
https://www.ibs.it/scrivimi-libro-franco-rizzi/e/9788894864014
Facebook La Paume Editrice
https://www.facebook.com/LaPaumecasaeditrice/

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2017/11/23/scrivimi-di-franco-rizzi-le-due-guerre-loceano-e-lavverso-destino-di-un-marinaio-innamorato/



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Dire Fare Donare di A.A.V.V.: la cultura del dono e del volontariato nelle comunità in trasformazione






È possibile che costruire nuovi ponti tra vita pubblica e vita privata rappresenti una condizione per favorire interazioni, legami fra le parti, relazioni interpersonali che variano la qualità di vita di una determinata comunità? Molti studiosi lo pensano, chiarendo che il capitale sociale si esplicita attraverso la connotazione fiduciaria, reciproca e cooperativa dei legami. Sostengono anche che sia possibile educare le persone ad avere fiducia, ingrediente di base del capitale sociale, dello spirito civico e solidale di una comunità.‒ Cinzia Migani
Dire Fare Donare” è un volume pubblicato a maggio 2017 dalla casa editrice Negretto Editore, curato da Cinzia Migani, Matteo Scorza, Andrea Pagani, Giancarlo Funaioli, Roberta Gonni, Ennio Sergio.
La premessa, a firma dei curatori, illustra la sua genesi frutto di riflessioni che si sono mosse dal progetto “Il volontariato è un dono di tutti. La cultura del dono per stare bene”. In apertura si citano le parole di Georg Simmel: “La libertà individuale non è pura determinazione interna di un soggetto isolato, ma un fenomeno di relazione. […] la libertà, come la non-libertà, è un rapporto tra uomini.
“Dire Fare Donare” consta di 272 pagine ed è suddiviso in tre parti. Nella prima di carattere introduttivo si espone il progetto, si toccano i punti salienti del volontariato ieri ed oggi, e della possibilità di costruzione di luoghi d’incontro per stringere relazioni durevoli. I paragrafi portano le firme di Cinzia Migani, Giancarlo Funaioli, Matteo Scorza ed Andrea Tieghi.
Nella seconda si sviscera il concetto filosofico-politico del dono con gli approfondimenti di Matteo Scorza, Arrigo Chieregatti, Giuseppe Licari, Andrea Pagani, Maria Rosa Franzoni, Alba Galassi, Cristina Zanasi, Stefano Zamagni, Alba Natali, Ennio Sergio, Federica Gallucci, Maria Francesca Valli ed Ivonne Donegani.
Nella terza sezione curata da Andrea Pagani ed intitolata “Racconti di dono” si passa dall’astratto al concreto, infatti il soggetto dell’investigazione è il racconto di vita, dunque l’esperienza del dono. L’introduzione “Creare – (ri)creare: tecniche di scrittura creativa” porta la firma di Roberta Gonni ed assieme alla Premessa “Il dono della narrazione” si anticipano i racconti di Elena Gardenghi, Melissa Cavina, Erica Balducci e Mattina Salieri, Alessandra Scisciot, Barbara Bellosi, Daniela Galassi, Maria Mancino, Tullia Marabini, Tiziano Gioiellieri, Paola De Simone e Maria Mancino, Mirella Morara, Stefano Balboni Nicola Cursi e Marina Mariotti, Paola De Simone, Maria Mancino e Mirna Turrini, Stefano Cavallini, Daniela Bartoli.
Essendo una pubblicazione variegata per l’approccio al donare che ogni persona racconta si è scelto di trattare tre contributi firmati rispettivamente dal direttore della rivista Narrare i gruppi Giuseppe Licari, il docente e scrittore Andrea Pagani e l’economista e docente universitario Stefano Zamagni.
Con il titolo “Spunti antropologici per una rilettura del dono e dell’identità” Giuseppe Licari introduce la sua argomentazione che indaga sul forte contatto dei due termini “dono” ed “identità”.
Focale il concetto di “obbligazione alla restituzione” inerente al dono. Licari cita lo studio “Saggio sul dono” di Marcel Mauss nel quale si sviscera la necessaria restituzione del dono ricevuto. Dare e ricevere diventano motori sociali che innescano quel gioco affascinante che vede l’impegno al restituire un bene che si è accolto. Connesso quest’ultimo non solo ai beni materiali, si pensi alla tradizione di un regalo per il compleanno, ma al dono della vita, del pensiero di poter allargare la comunità con la creazione di un figlio.
Limitare la necessità altrui, donare il proprio tempo, beni e parti di sé: questa l’essenza del volontariato che propone Licari trattando della crisi economica che da dieci anni si è diffusa in Italia. Si cita l’articolo 3 della Legge delega per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e del Servizio civile che “prevede di procedere al riordino e alla revisione dell’attuale disciplina in materia di attività associative, di volontariato e di promozione sociale, in particolare della legge-quadro sul volontariato (legge 11 agosto 1991, n. 266) e della legge di disciplina delle associazioni di promozione sociale (legge 7 dicembre 2000, n. 383), assumendosi il compito di dare risposte a queste nuove necessità ponendo sempre maggiore attenzione alla rete dei Centri di Servizio per il Volontariato.
Una riflessione sul dono che intacca il modello Occidentale, perché donare nell’ampia accezione della parola non è il solo regalo al familiare oppure verso persone che hanno estrema necessità, dunque un atto di volontariato. Donare è libertà, non prevede necessariamente un compenso od un’aspettativa, è come un sorriso al momento giusto, uno strumento che ci permette di creare legami sociali, un bene relazionale che bilancia gli squilibri dell’economia.
Latouche direbbe che l’uomo occidentale ha subito la colonizzazione del suo immaginario con ogni sorta di particolari legati all’utilità dello sviluppo continuo e della crescita senza limiti, dove tutti potranno essere sempre più ricchi e gratificati nei loro bisogni e desideri.” – Giuseppe Licari
Con il titolo “La narrazione: esperienza individuale o costruzione di comunità?” Andrea Pagani ci trasporta in un treno che parte da Firenze ed arriva a Roma, ci racconta di una donna distinta che si siede nel sedile di fronte a lui. La donna ha circa sessant’anni, è molto elegante e dalla borsetta estrae un libro appena comperato. Inizia a leggere, gli occhi sono avidi e non si staccano per un solo momento dalle pagine tanto da apparire una lettura estatica.  
Al capolinea, la donna si alza e depone il libro sul sedile. Solo in quel momento Andrea Pagani ha il coraggio di interloquire con il fascinoso essere umano indicandole il libro dimenticato. Ma la donna dalla profumata sciarpa turchese risponde: “[…] L’ho lasciato apposta. […] se un libro mi intriga molto, non voglio andare oltre i primi capitoli e non voglio farmi condurre dalla soluzione del narratore. Mi piace continuare da sola. Mi piace pensare ai possibili infiniti sviluppi. Mi piace lasciare il libro così, sul sedile di un treno, a un destino imperscrutabile, sperando che un altro viaggiatore lo prenda, lo legga e magari, a sua volta, continui lo sviluppo della storia a suo modo, abbandonando il libro proprio come ho fatto io.
Quanto un evento di poche ore può aprire lucenti finestre nel pensiero? Pagani lo rivela in questo ricordo, un’illuminazione sul donare storie ad un prossimo sconosciuto, un atto che denota la volontà di condividere la bellezza di una storia e la capacità di immaginare le possibili conclusioni della stessa. Un episodio che ha ispirato anche il laboratorio “Memoria, dono, identità” del maggio 2016 ad Imola nel quale Pagani ha voluto mettere in pratica la domanda provocatoria: “la narrazione è un’esperienza individuale o una costruzione di comunità?
Con il titolo “Il ruolo profetico del volontariato” Stefano Zamagni pone l’accento sull’amicizia civile considerata come autentica azione volontaria della società, che rende possibile le condizioni dell’instaurarsi del principio della reciprocità. La domanda posta da Zamagni è di ambito istituzionale in quanto si chiede ‒ e ci chiede ‒ se è possibile pensare al volontariato non solo come strumento utile per le carenze del welfare state ma anche per cambiare le istituzioni economiche. Secondo il docente, se prendiamo in considerazione la logica della gratuità e dell’etica del bene comune è possibile attraverso il volontariato valorizzare il talent nascosto che c’è in ogni persona.
Zamagni in una lucida analisi tratta il volontariato nell’ambito del neoliberismo considerandolo giustamente inquietante, infatti come può questo homo oeconomicus odierno che segue la logica del self-interest attraversare anche l’assunto antropologico di filantropo? La risposta è semplice: dovrebbe essere schizofrenico o bipolare così da rivestire i due modi dicotomici di azione nella società. 
Sul sistema neostatalista invece sostiene: “L’assistenza per via esclusivamente statuale tende a produrre soggetti assistiti ma non rispettati, perché essa non riesce a evitare la trappola della “dipendenza riprodotta”. L’indecenza, nel senso dell’umiliazione, che il modello neostatalista tende a produrre è assai efficacemente resa dalle parole del protagonista del film La grande seduzione, una persona che vive di sussidi di disoccupazione: ‘Ogni mese non ritiri solo i soldi, ritiri anche la vergogna. I soldi non bastano che per quindici giorni, ma la vergogna dura tutto il mese.’”
Contraria a queste due logiche di mercato e profitto è invece il volontariato che diventa dono non solo a favore di un corto raggio (amici, parenti) ma come atto pubblico ed in quanto ambito dell’agire umano non deve essere relegato in spazi dedicati.
Il concetto di agire virtuoso si unifica con la fraternità e spinge alla riflessione della dimensione del gratuito.
In realtà, mentre quello di solidarietà è il principio di organizzazione della società che tende a rendere eguali i diversi, il principio di fraternità consente a persone che sono già in qualche senso eguali di esprimere la propria diversità, di affermare cioè la propria identità. È per questo che la vita fraterna è la vita che rende felici.” ‒ Stefano Zamagni
“Dire Fare Donare” è stato promosso da VolaBO - Centro Servizi per il Volontariato della Città metropolitana di Bologna, in collaborazione con la Città metropolitana, con il patrocinio delle associazioni regionali del dono di sangue e organi AVIS, AIDO e ADMO e con la preziosa collaborazione dei Centri di Servizio per il Volontariato in Emilia-Romagna, delle organizzazioni del terzo settore, dei DSM-DP (Dipartimenti di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche) delle Ausl, degli enti locali che hanno aderito alla rassegna, dell’Istituzione Gian Franco Minguzzi della Città metropolitana di Bologna, del gruppo regionale Teatro e Salute Mentale; con il supporto di volontari, operatori e cittadini che hanno donato la loro storia.
Le illustrazioni presenti in “Dire Fare Donare” portano la firma di Carlo Ferri.
La copertina è stata curata da Silvia Camporesi.

Written by Alessia Mocci
Ufficio Stampa Negretto Editore

Info
https://www.ibs.it/dire-fare-donare-cultura-del-libro-vari/e/9788895967301
http://www.negrettoeditore.it/


Fonte
http://oubliettemagazine.com/2017/11/08/dire-fare-donare-di-a-a-v-v-la-cultura-del-dono-e-del-volontariato-nelle-comunita-in-trasformazione/



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Intervista di Alessia Mocci a Claudio Borghi: vi presentiamo il libro L’anima sinfonica


“Dal seme profondo nasce un nuovo incanto ed è subito fuoco. Brucerei volentieri insieme a questa musica, ma ho deciso: resto a respirare la fragranza di questo mattino, di questo mondo rappreso in acqua e aria, nella fresca sapienza delle idee che mi corrono nell’anima come animali increati.” – “L’anima sinfonica”

Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo di Mantova. Ha pubblicato articoli di fisica teorica ed epistemologia su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein.

Presso l’editore Effigie sono uscite due sue raccolte di versi e prose, “Dentro la sfera” (2014) e “La trama vivente” (2016). Una selezione di testi da “La trama vivente” è stata pubblicata nella rivista Poesia (Crocetti Editore, settembre 2015), con una nota critica di Maria Grazia Calandrone. Nel maggio del 2017 presso Negretto Editore è uscita la raccolta “L’anima sinfonica” nella collana “Versi di versi” con la presenza di una nota di lettura di Zena Roncada.

I testi de “L’anima sinfonica” sono un connubio di prosa e versi, e come lo stesso autore ci racconterà a breve, frutto di scritti giovanili che successivamente sono stati ripresi in mano ed interpretati.

Suddiviso in quattro sezioni (“L’attesa nel nulla”, “Itinerario verso l’Ultimo”, “Pensieri di Mozart” ed “Il seme della notte”) il lettore viene rapito dalla bellezza della musicalità del verso pregna di spiritualità. Né una parola in più né una di meno, ci si addentra in un percorso metafisico nel quale, citando lo stesso Borghi, è bene ricordare che “La verità non sarà mai nell’anima. L’anima crea nel tempo solo favole e versi. L’anima segue la marea.”

Non proseguo oltre, e vi lascio alle risposte di Claudio Borghi, certa che possano illuminarvi sulla sua ultima pubblicazione “L’anima sinfonica”.

A.M.: Ciao Claudio, innanzitutto volevo complimentarmi per questa pubblicazione con la casa editrice Negretto Editore. Scommettere sulla filosofia oggigiorno è abbastanza arduo, ma fortunatamente ci sono ancora editori che ne garantiscono la sopravvivenza. Come prima domanda mi piacerebbe che parlassi ai lettori della genesi e dell’editing del libro “L’anima sinfonica”.

Claudio Borghi: Ciao Alessia, ti ringrazio per i complimenti. E colgo l’occasione per ringraziare anche Silvano Negretto, editore coraggioso che pubblica solo testi che ritiene, a suo dire, di provata qualità, il che mi rende molto orgoglioso di far parte della sua scuderia. I testi raccolti sotto il titolo L’anima sinfonica abbracciano un arco temporale molto esteso, dal 1978 al 1997. In realtà i primi tre, L’attesa nel nulla, Itinerario verso l’Ultimo e Pensieri di Mozart, sono concentrati nel periodo tra il 1978 e il 1980 (ero studente liceale-universitario), mentre il quarto, Il seme della notte, risale al biennio 1996-97. Intorno ai primi anni novanta avevo cominciato a rileggere gli appunti risalenti a oltre dieci anni prima, su cui non ero più tornato. Il lavoro per recuperare, ordinare, interpretare e trascrivere i tanti fogli che avevo riempito, con calligrafia minutissima, di pensieri e versi era durato più di due anni, in cui mi ero riappropriato di tracce di vita e flussi di mente e sentimento che erano sì trascorsi attraverso me, ma mi apparivano lontani, quasi estranei e potenzialmente perduti. Dopo la fatica erano nati, quasi naturalmente, in una sorta di continuità interiore, i versi e le prose de Il seme della notte, in cui l’anima sinfonica, oasi emozionata di tempo, aveva ripreso a pulsare. Si tratta di un’opera, per quanto giovanile, per me di grande importanza, in quanto le radici di Dentro la sfera (Effigie, 2014) e La trama vivente (Effigie, 2016) sono in questo itinerarium teso, emozionato, sul filo di una rapsodia musicale il cui esito rimane da principio a fine incerto e sospeso. Nella Postilla conclusiva ho scritto: “Nella continua germinazione di idee da semi identici, con la mente e il cuore in equilibrio instabile tra pieno e vuoto, essere e nulla, repentina accensione e improvvisa assenza di parola, ha trovato forma sinfonica un’esperienza creativa che non rientra in nessun genere, sospesa com’è tra poesia e filosofia, teologia e mistica, proprio perché è nulla, non ha ancora o non vuole cadere in una forma chiusa o in uno stile prefissato.”
Si tratta in effetti di una forma complessa e di una struttura in divenire. Il libro è stato in origine pensato, e la natura singolare degli aforismi lo conferma, come una possibile evoluzione del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein (in particolare delle ultime proposizioni, quelle sul mistico), che dalla forma del pensiero razionale-speculativo a poco a poco si trasfigura in poesia. Un’immagine che esprima questa evoluzione naturale, una sorta di mutazione genetica, dal pensiero speculativo alla poesia, potrebbe essere uno dei tanti quadri di Escher in cui degli animali, ad esempio pesci, diventano uccelli o farfalle, liberandosi metaforicamente dalla prigione del sensibile e dell’intelletto per staccarsi in forma di volo poetico.


A.M.: In apertura del capitolo “L’attesa del nulla” proponi al lettore l’argomento del tuo lungo dialogare: la luce. Nel paragrafo: “L’io è alienato in una dimensione spaziale, abita il cerchio, è consapevole dell’una totalità del cosmo, coglie la fonte dell’armonia – in un volo smarrito” introduci il centro, l’io alienato che insegue la ricerca del senso. Il volo, la ricerca, è da intendersi come allontanamento dalla mente e dunque dalle dimensioni spazio/tempo in cui siamo ancorati?

Claudio Borghi: La metafisica totale, quasi senza respiro, in cui mi trovavo immerso, una sui generis metafisica della luce (nel senso non tanto di Odisseas Elitis, che allora non avevo letto, quanto del Juan Ramon Jimenez della Stagione totale o del Plotino delle Enneadi), si sposava, in una sorta di contrappunto poetico-musicale, con la teologia negativa della notte oscura di Juan de la Cruz o di Nicola Cusano, in una straniante quanto per me feconda prospettiva di possibile conoscenza empirica di una dimensione oltre l’io, a cui si accede dimenticando il sé contingente. La luce è una sintesi metaforica della comunione tra l’Uno e le anime-corpi. L’esistenza individuale, nelle sue contraddizioni, nella sua multiforme provvisorietà e contingenza, intellettuale ed esperienziale, si configura come una necessità interna all’Uno, che in un certo senso si invera nell’autenticità della dimensione, sospesa tra pienezza sensibile e privazione, estasi e dolore, in cui si risolve e si manifesta la vita delle creature. L’intuizione poetica vivifica il pensiero, accende l’io, lo rende pulsante e capace di volo, pur nello smarrimento dell’identità che lo confina in un guscio spaziotemporale. Non c’è progresso nell’avanzare della mente verso l’Ultimo, c’è uno schiarirsi autonomo, involontario della visione, in cui la ragione si abbandona al senso che si dona oltre il sé, oltre il pensiero.


A.M.: Stupore. Meraviglia. Un traguardo di elevarsi al di sopra delle idee. Le astrazioni nelle quali si rifugia la mente. Perché l’essere umano è determinato dalla volontà di definizione certa di verità? Come eludere queste illusioni autodeterminate?

Claudio Borghi: Ti rispondo citando uno dei passi finali de L’attesa nel nulla: “I filosofi – che parlano come se possedessero il succo intimo dell’umanità e raccontano l’idea immanente e lo sguardo trascendente che scruta il cuore dell’uomo – non sanno cosa dicono. Si smarriscono nel momento stesso in cui contemplano il loro apparente universo di certezza. La filosofia è testimonianza di uno smarrimento.”
Il pensiero ha bisogno di cristallizzare razionalmente una sostanza che gli sfugge, in quanto cambia continuamente forma: vuole persistenza laddove trova solo flusso o, come scrivevo in un passaggio dei Pensieri di Mozart, terzo capitolo del libro, un fuoco che brucia incessante: “La musica ovunque si sparge, gemmando dal cuore dell’ora. Gli specchi portano sempre più dentro, moltiplicano l’illusione della conoscenza verso la visione di una forma senza legami, incomprensibile e inimmaginabile. Il fuoco brucia incessante.”
Vivere la sinfonia della vita nel suo manifestarsi sfuggente e imprendibile è forse l’arte più alta, che richiede il sacrificio della presunta sapienza sistematica, chiusa nel castello d’argilla della ragione filosofica.

A.M.: Il viaggio in mare è inteso come pregno di “sofferenza e speranza”. Ma cosa intendi esattamente con “speranza”? Potrebbe essere una mera illusione? Ma soprattutto che cosa ritieni ci sia oltre la sofferenza e la speranza di un iniziale viaggio?

Claudio Borghi: Il senso del viaggio è puramente metaforico e allusivo. La marea più volte evocata è la marea del pensiero, che si dissolve avvicinandosi all’Uno, nello smarrimento di ogni forma al dilagare della luce: “L’anima si risolve nell’Uno, in marea altissima fluttuante scintillante come acqua che inonda – luce che da sé si rinnova nella sua ascesa lenta e profonda – marea immensa e presente – cresciuta su di sé e da sé fiorita: estasi, estasi della mente.” (da L’attesa nel nulla, sezione 5)
Sofferenza e speranza sono la materia sensibile dell’esistenza che viviamo in forma di creature, che Caproni riassumeva nel neologismo disperanza, titolo di una poesia del Conte di Kevenhüller. Il compiersi o risolversi dell’anima nell’Uno non sappiamo cosa possa significare nei limiti della nostra povera rappresentazione interiore. La sinfonia non nasce dall’io, che tenta di carpire e sondare il mistero del dolore insensato in cui dovrà prima o poi consumare la sua sostanza temporale, nella misura del distacco dalle forme care e della dissoluzione del corpo.


A.M.: Il crollo della Torre di Babele è un mito a cui dovremo costantemente prestare attenzione e che denota simbolicamente la nostra impossibilità di comunicazione. Infatti come ben scrivi: “La parola è sfuggente, senza forma, senza significato logico. La parola è bianca.”. Filosofi, poeti, alchimisti per millenni hanno parlato tramite simboli per codificare il linguaggio che ognuno di noi possiede al suo centro. Rammenti quando è iniziata la tua codificazione? E quali testi ti hanno teso la mano in questa selva?

Claudio Borghi: Sono tanti i testi e gli autori, provo a citarne qualcuno. Tra le opere filosofiche: il Timeo di Platone, le Enneadi di Plotino, le opere di Dionigi Aeropagita, Juan de la Cruz e Meister Eckhart, La Commedia di Dante e l’Itinerarium mentis in Deum di San Bonaventura, La dotta ignoranza di Nicola Cusano, De la causa, Universo et Uno e De l’infinito, Universo e mondi di Giordano Bruno. Tra le opere poetiche: Gli Inni alla Notte di Novalis, Les Illuminations di Rimbaud, Exil e Chronique di Saint-John Perse. Ma pensandoci bene me ne vengono in mente tanti altri, Simone Weil e Ludwig Wittgenstein (che Marco Vannini considera tra i più grandi mistici del Novecento), il Rilke delle Elegie Duinesi e dei Sonetti a Orfeo, Leopardi, Campana, Rebora, Michelstaedter, Caproni... ed è come un reimmergermi nell’io diffuso imprendibile che ero allora, nel pensiero di tante anime che mi parlavano e mi nutrivano, punto di luce che sentiva e viveva la conoscenza come atto di visione e annullamento del confine minuscolo della persona. La codificazione è iniziata intorno ai sedici-diciassette anni, grazie al filtro potente della Lettera del Veggente di Rimbaud.

A.M.: Qual è il tuo rapporto con la psicoanalisi ed in particolare con Carl Gustav Jung ed il concetto di ombra/daimon?

Claudio Borghi: Molto intenso, in tempi recenti, è stato il rapporto con Il Libro Rosso di Jung, opera di introspezione, superamento del sé fenomenico, rivelazione dell’enormità dell’essere che sta sotto la punta emersa della breve candela della coscienza. Gli studi sull’esoterismo, l’alchimia e il misticismo di Jung mi hanno molto affascinato, come quelli dello psicanalista junghiano James Hillmann, che sul tema dell’ombra/daimon ha incentrato Il codice dell’anima. Come dice un mio caro amico, il poeta Salvatore Martino, una poesia che non sia impregnata del mistero, dell’ombra del daimon, non ha senso di essere, si riduce a sterile ricamo, assenza di necessità, inutile maniera.

A.M.: L’immenso teatro della disperazione.” La consapevolezza di farne parte. L’angoscia profonda che invade come un’onda maestosa la terra. Se un approdo sicuro non è dato, dove potrà portarci questo peregrinare? Un’attesa dolce alla morte fisica?

Claudio Borghi: Vorrei precisare il contesto completo da cui è tratta la citazione che riporti, nella seconda sezione de L’attesa nel nulla: “La Bibbia rivela l’onda unica del problema: la sua radice è la cacciata dal paradiso terrestre e il suo cammino si snoda fino a Cristo. La Bibbia non risolve l’angoscia del singolo: la inserisce nell’onda unica: descrive l’immenso teatro della disperazione che si risolve in un grido sulla croce – quando, asciugatasi la marea, il padre pare troppo lontano – irrimediabilmente assente.”
Si tratta di un riferimento esplicito all’Antico testamento, alla disperazione generata dall’assenza del Padre, della luce della rivelazione. L’Antico testamento pare una immensa tragedia irrisolta, che si accende di possibile senso e si compie con la venuta e il sacrificio di Cristo. Lungi dal voler proporne una chiave di lettura in forma di escatologia cristiana, mi limito a suggerire che il libro alterna sinfonicamente modulazioni tragiche e alte tensioni meditative, che qua e là si appianano in improvvise illuminazioni, tra cui l’intuizione di Cristo come presente rapimento eterno, per cui il Verbo può essere concepito solo coniugandolo al futuro:
In principio era il verbo: queste le parole del mistico.
Strano inganno delle parole, che chiudono tutto nel tempo!
Cristo è il presente rapimento eterno – il verbo che nasce quando finisce il pensiero.
Il verbo è l’incontro tra la verità dell’uomo centrale, che parla di Dio, cerca e illumina una strada, e la verità indicibile del rapimento fuori dal centro, fuori dall’organismo, per la quale non esiste un linguaggio nell’essere.
Cristo è l’avvento della nuova lingua – la lingua che non dice.
Cristo deve ancora venire – è futuro in ogni momento della storia, per ogni popolo della Terra.

In principio era il verbo diventa, nella nuova lingua, il verbo sarà il principio. (Da L’attesa nel nulla, sezione 4)


A.M.: L’uomo diventa silenzioso come un albero o un animale, guarda il mondo con gli occhi di chi dentro tace.” Ritieni che sia possibile per tutti gli esseri umani giungere (e qui intendo nella dimensione spazio/temporale) a toccare questa quiete/nulla in contemporanea? Oppure questa è solo un’illusione che si ciba di speranza?

Claudio Borghi: Il tornare al nulla non è un rassegnarsi a una prospettiva sterilmente nichilista, ma uno spegnere l’io per sentirlo rinascere in altra forma. È un’esperienza accessibile a tutti, basta non pensare alla fine come distruzione, ma come rinnovamento. Cito alcuni passi successivi a quello che hai riportato tu, dalla sezione 3 de L’attesa nel nulla:
L’essere non è più la luce essenziale del mondo.
La sostanza si svuota di senso – perde vita – esce dalla filosofia.
L’organismo Uno appassisce e si scolora.

L’anima si contrae in voce che non dice, sospesa filtra la sostanza della mattina, espira un’aria che si sbianca.

Le parole nascono riempiendo la luce di forme.
Piano sbocciato in un discorso quasi intoccabile, in una musica senz’altro inudibile, affiora il centro come goccia dal nulla.

La sostanza pulsa, brilla in profondo come una gemma di limpidezza nuova – riducendosi a polvere di ali colorate – a un battito di farfalla luminosa.”


A.M.: “L’attesa del nulla” termina con il “Tema della rosa”, un insieme di prosa e versi nei quali la rosa è vista come la mente che pian piano si illumina. Se ora ti chiedessi un nome, quale mi proporresti?

Claudio Borghi: Il pensiero va, oltre al Juan Ramon Jimenez della Stagione totale, alla rosa, pura contraddizione, voglia/ d’essere il sonno di nessuno sotto così tante palpebre di Rilke, ma, soprattutto, alla Niemandsrose di Celan:
“Noi un Nulla
fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno
la cui tensione si ritrova nel finale del Tema della rosa:
“– dove finisce il cuore in eterno sollevarsi? 

in alto beve il nulla, sospeso
nel chiaro flutto senza forma,
in bianca estenuazione senza futuro

– in alto dunque l’ultima presenza del palpito?”

A.M.: Qual è la domanda che non ti ho fatto ed a cui avresti voluto rispondere?

Claudio Borghi: Da Muore l’uno, in Itinerario verso l’Ultimo: “L’estasi è una morte del tempo, dell’essere-tempo.”

Domanda: come può l’estasi essere una morte e generare vita?

A.M.: L’11 ottobre hai presentato “L’anima sinfonica”. Com’è andata?

Claudio Borghi: È andata molto bene. L’incontro, in cui sono stato affiancato dal critico Claudio Fraccari, si è svolto al Centro Baratta di Mantova: è durato quasi un’ora e mezza tra introduzione critica, commenti, letture di testi, in un silenzio tangibilmente e profondamente attento di un pubblico molto numeroso. Un’emozione inaspettata, visto che, data la complessità e densità dei testi, temevo un crollo dell’attenzione dopo al massimo mezzora.


A.M.: Come ti stai trovando con la casa editrice Negretto Editore? La consiglieresti?

Claudio Borghi: Benissimo. Consiglio caldamente ai lettori di avvicinarsi a una Casa Editrice che punta tutto sulla qualità delle opere e sulla crescita culturale dei lettori, investendo in testi di ricerca poetica e filosofica che, come dice Silvano, “verranno metabolizzati magari a distanza di anni, ma lasceranno un segno”. E questo è indubbiamente un atteggiamento di serietà, competenza, intelligenza e, soprattutto, grande coraggio. 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Claudio Borghi: Il poeta è davvero un ladro di fuoco (le poète est vraiment voleur de feu)” - Arthur Rimbaud, da La lettera del Veggente

A.M.: Claudio, ti ringrazio per la tua disponibilità, dialogare con te su queste tematiche mi ha ricondotto al tuo “L’anima sinfonica” a cui dedicherò una nuova lettura. Augurandomi che in tanti possano abbeverarsi dei tuoi scritti, ti saluto con l’ultima strofa de “Tra le mille ore felici” di Novalis: “Chi ho visto, e chi alla sua mano/ mi apparve, non chieda nessuno,/ questo soltanto vedrò in eterno;/ e questa sola, tra tutte le ore/ della mia vita, serena e aperta/ starà per sempre, come le mie piaghe.

Written by Alessia Mocci


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Presentazione CD Andrea Infusino Group all'Experire di Marano

Giorno 30 agosto 2017 alle ore 22.00, presso piazza ss. Annunziata di Marano Principato - Cosenza -, si è tenuto il primo concerto presentazione del CD "BETWEEN 3&4" di Andrea Infusino Group.
Nell'ambito della seconda edizione della manifestazione "Experire in arte - Marano Principato", che partirà giorno 1 settembre 2017 e si concluderà giorno 10 settembre 2017, giorno 30 agosto a seguito della conferenza stampa, cui ha partecipato oltre la nutrita popolazione locale le autorità istituzionali e in particolare l'Assessore Fabio Trozzo e il Direttore artistico il Maestro Tarcisio Molinaro, si è tenuto il concerto musicale dell'Andrea Infusino Group.
La programmazione della manifestazione si articola in diverse serate dedicate all'arte con differenti aree tematiche, ad arricchire l'offerta culturale e allestire un palinsesto multitematico e vario, ha previsto per giorno 30 la sezione STARTUP, che intende valorizzare le nuove uscite e i talenti del territorio di Marano e dintorni. Grande enfasi è stata data dal Maestro Molinaro riguardo gli sforzi e il concept delle serate, così come i ringraziamenti a quanti, nel pubblico e nel privato, hanno dato un contributo alla realizzazione della manifestazione, nonchè presentare la sezione Startup e parlare del progetto dietro il disco "Between 3&4".
Nell'occasione l'Andrea Infusino Group, esibitosi a partire dalle 22.00, ha presentato i brani eseguendoli dal vivo e intervenendo, nell'ambito dei ringraziamenti, con un breve cappello sulla storia e sulla natura del lavoro discografico. Una particolare menzione, inoltre, è stata fatta verso l'editore Emme Records Label, che ha prodotto il lavoro discografico e che si è occupata e occuperà di tutti gli aspetti inerenti la produzione. Un concerto di presentazione nato per valorizzare le nuove proposte del territorio calabrese e che ha visto l'Andrea Infusino Group, in veste eccezionale di trio con Andrea Infusino alla chitarra, Fabio Guagliardi all'organo e Manolito Cortese alla batteria, proporre i brani del disco a un pubblico nutrito e attento. Secondo lo spirito artistico della manifestazione e abbracciato dagli artisti della serata, il pubblico è stato coinvolto e ha fruito con molto piacere della proposta musicale e della rassegna Experire già dalle primissime battute.

Disingestazione zanzare con RRDisinfest

Avete problemi di disinfestazione zanzare, rimozione guano, allontanamento volatili o allontana topi... nessun problema neanche in estate, noi di RR Disinfest siamo specializzati in questo tipo servizi.
Operiamo da anni senza alcun problema in tutto il Triveneto, con attrezzature di ultima generazione e personale altamente specializzato.

Certificazione eac

La nuova metodologia di certificazione per l'attestazione della conformità per la Russia, Bielorussia, Kazakhstan, Armenia e Kirghizistan è basata sui nuovi regolamenti tecnici Eurasec TR/CU. L'attuazione e la relativa attestazione di conformità rilasciata sotto forma di dichiarazione  EAC o di certificazione  EAC (le differenze verrano spiegate successivamente) a tali  norme tecniche permette l'importazione, la vendita e la libera circolazione dei prodotti all’interno dello spazio di scambio doganale ed economico comune formato dalla comunità degli stati Euroasiatici. Le nuove modalità operative previste per il rilascio dei documenti attestanti la  conformitàprevedono obbligatoriamente (prima novità parziale introdotta rispetto alla vecchia certificazione Gost-R) la presenza di un “Applicant” (figura giuridica parzialmente nuova per il sistema certificativo russo ma nota in molti paesi  che adottano, appunto, il sistema certificativo detto “delle terze parti tra i quali l’Europa stessa”). La figura dell'Applicant da un punto di vista legislativo (e conseguentemente certificativo) è identificato come "soggetto giuridico (dunque azienda o impresa individuale) che abbia una stabile organizzazione in uno dei paesi aderenti al trattato EURASEC". Tale figura  nell'ambito del nuovo sistema certificativo basato sui regolamenti CU-TR (acronimo inglese di Технические Регламенты Таможенного Союза - Custom Union Technical Regulation)  è estremamente importante e oltremodo delicata (сosi come in tutti i paesi in cui tale sistema è adottato). Ad esso sarà, infatti, co-intestata la certificazione e sarà l’Applicant (in russo Заявитель), in caso di controversie che potranno scaturire da malfunzionamenti,danni causati, non conformità successive,  a risponderne nei confronti degli organi competenti almeno in prima istanza. L’attestazione di conformità può essere rilasciata, a seconda delle tipologie di prodotti, sia nella forma di dichiarazione di conformità che nella forma di certificazione EAC e potrà avere validità, come nel caso delle vecchie certificazioni, contrattuale, annuale, triennale o quinquennale (ade eccezione di alcuni regolamenti tecnici che prevedono altre durate massime, ad esempio TR/TC 018 ha una durata massima di 4 anni).
EAC, acronimo di "Comunità economica degli Stati Euroasiatici", si presenta dunque, come Il nuovo sistema di certificazione interstatale euroasiatico e sostituisce i vecchi sistemi di certificazione nazionali quali ad esempio GOST-R, GOST-K e GOST-B . Introdotto a tutela della salute pubblica oltre che per certificare la sicurezza e qualità dei prodotti importati, prevedendo procedure, test specifici e l'uso di certificati e marchi di conformità (EAC). La maggior parte dei prodotti destinati al mercato Eurasec necessita, quindi, della certificazione o della dichiarazione di conformità TR/TC (in inglese CU-TR Custom Union Technical Regulation); per ogni categoria esistono dei requisiti specifici da soddisfare di qualità e/o di sicurezza dettagliati appunto nei Regolamenti Tecnici. I prodotti una volta ottenuti le attestazioni di conformità potranno essere marcati EAC dimostrando, in tal modo, la loro conformità agli standard richiesti sia in ambito EURASEC che e in buona parte dei paesi CSI. In seguito all’entrata in vigore delle nuove regolamentazioni tecniche Eurasec molti prodotti (in anni e periodi diversi) hanno abbandonato la vecchia certificazione Gost che è stata sostituita dalla nuova certificazione EuRaSeC. Il nuovo documento, che nella forma di dichiarazione di conformità è consegnato in forma esclusivamente elettronica, dovrà essere esibito insieme alla dichiarazione d’importazione (Mod. IM4), timbrato e firmato dall’importatore o comunque dal soggetto terzo (Applicant) garante; tale documento costituisce il documento fondamentale per l'ingresso delle merci sul territorio doganale dell’EURASEC. L’iter per ottenere la conformità del/dei prodotto/i differisce talvolta anche con notevoli scostamenti, in funzione delle tipologie merceologiche e del regolamento tecnico di riferimento. La dichiarazione può essere richiesta per un singolo lotto o per un gruppo omogeneo di prodotti (produzione in serie). Nel primo caso, ha validità limitata ed è legato alla spedizione di un singolo lotto di prodotti (che comunque può avvenire anche in più fasi) ma sempre a fronte di un contratto diretto con il cliente sito nel territorio della comunità euroasiatica. Nel secondo caso la durata può aver validità da uno a sino ad un massimo di cinque anni.
La Gost Standard S.r.l. rappresenta la "branch" italiana di un organo di certificazione con sedi a Mosca, SanPietroburgo, Voronezh, Novosibirsk, Ekaterinburg, Almaty e con filiali in Spagna, Francia e Germania, dotata di propri laboratori tecnici nelle principali città della comunictà euroasiatica gestisce in proprio o tramite partnership consolidate proprie società di Applicant ponendosi dunque, come interlocutore unico per l’azienda in modo da semplificare e snellire l’iter di certificazione, fornendo completa assistenza nell’interpretazione delle specifiche richieste dai ministeri competenti e nella preparazione di tutta la documentazione necessaria nelle varie fasi del processo di certificazione redatta in lingua russa o nella lingua del paesi di emissione del certificato. La nostra esperienza costituisce inoltre supporto all’azienda nella mappatura dei processi aziendali coinvolti e nell’individuazione delle soluzioni più adeguate per rispondere ai requisiti della norma GOST/TR-TC.

Allontana topi

RR Disinfest opera da anni con ottimi risultati nell’allontanamento topi e derattizzazione. Offriamo i nostri servizi sia in ambienti privati come case e appartamenti, sia in attività commerciali, capannoni industriali, aziende di ogni genere genere.

Il trono del padre – L’innocenza di Massimo Pinto: la distanza tra padre e figlio

“[…] Fausto prese spunto dalle recenti conquiste della fisica e dell’astrofisica. In particolare lo attrassero due aspetti: il primo fu la prova dell’esistenza della antimateria, una realtà materiale e fisica perfettamente eguale a quella che conosciamo e che viviamo, ma opposta. […] Il secondo aspetto, che proveniva dall’astrofisica, era la prova dell’esistenza dei “buchi neri” nello spazio siderale. Tale fenomeno avviene attorno ad un corpo celeste estremamente denso e dotato di un’attrazione gravitazionale talmente elevata, che la velocità di fuga dalla sua superficie risulta superiore alla velocità della luce.

In apertura del primo capitolo de “Il trono del padre – (L’innocenza)”, denominato “La palude”, è il 22 novembre 1957 e siamo a Roma in una poetica cornice di vampate luminose che accedono lo studio nel quale Fausto era solito sostare con i libri di scuola.

Fausto, nato nel 1944 figlio di una guerra che ha piegato l’Italia,si era nutrito, prima nella placenta e poi dal seno della madre, in un’atmosfera di tanto odio e paura, soprattutto paura, venne fuori con un carattere insicuro, titubante, ansioso, timoroso, spesso angosciato, schivo e malinconico, ma anche del tutto imbelle e pacifico, che contrastava con un’intelligenza prontissima e precoce, osservatrice occhiuta del mondo circostante, anche con ironia”.

Se la Seconda Guerra Mondiale produsse molti orfani, non di meno il post guerra rese ardua la comprensione dei fatti che portarono alla caduta di un impero che faceva capo a Benito Mussolini.
Fausto fu soggetto ad un amore completo da parte della madre Lia, che seppur orfana di entrambi i genitori fu sempre presente nella vita del figlio cercando a suo modo di immaginare come potesse agire una madre nei confronti di un figlio.

Difformemente il giovane pensatore “schivo e malinconiconon riuscì a trovare accoglienza nella vita del padre Graziano che visse uno stato di allontanamento dalla famiglia per la profonda delusione provocata dalla sconfitta della guerra.

Fausto non era in grado di giudicare i comportamenti dei genitori, non si trattava di questo, di stabilire cioè se la mamma o il papà agissero bene o male: la mamma era sempre presente, sicuramente forse anche sbagliando, però c’era, non mancava mai. Il padre, una volta, quando era piccino, c’era anche lui, e se anche qualche volta lo sgridava, o proibiva, o allungava le mani, comunque era presente, ma adesso non c’era più: questo era il frustrante mistero. Perché il padre aveva delegato tutto alla moglie, anche i propri compiti e doveri?

Un frustante mistero che accompagna tutta la vita di Fausto e che lo lega al secondo protagonista del romanzo “Il trono del padre – (L’innocenza)” con un salto temporale notevole, infatti, nel capitolo 1/bis omonimo del primo siamo nel castello di Schönbrunn a Vienna ed è il 19 novembre 1824.

L’autore Massimo Pinto ci trasporta abilmente nel secolo precedente utilizzando il raccordo del mirabile effetto ottico del tramonto la cui luce infiamma, in questo caso, la collinetta, le vetrate e gli archi della Gloriette. E se Fausto tribolava alla ricerca di senso per la vita, questo secondo illustre protagonista Napoléon François Charles Joseph Bonaparte non fu meno nel rifugiarsi nell’astrazione per non cadere facile preda del dolore che incessantemente prova.

Figlio di “un talamo senza amore ed orfano di padre, infatti Napoleone Bonaparte è deceduto ormai da tre anni durante l’esilio forzato nella piccola isola Sant’Elena, sperduta nel mezzo dell’oceano Atlantico. Così Napoléon iniziò a rivolgere le sue parole ad un gruppo marmoreo che raffigurava Enea che salva il padre Anchise durante la distruzione di Troia.

Piangeva quell’orfano perché nessuno, dal maggio del 1821, dopo la solitaria morte del padre in quella remota isoletta dell’Atlantico meridionale, gli aveva mai tributato il rispetto dovuto per il suo incommensurabile dolore. Napoléon, peraltro, era pur sempre un tredicenne e come tale godeva dei privilegi della grazia e allegria, e anche spensieratezza, che la natura concede a tutti i ragazzi di quell’età, sempre pronti a mettere da parte la tristezza se le occasioni si presentano.

Ed è questa la maestosa indagine di Massimo Pinto nel romanzo “Il trono del padre – (L’innocenza)” edito da Bastogi Libri: la cognizione del sentirsi orfani avendo o meno un padre affianco, la desolazione di una ricerca continua di amore paterno che non vede alcun spiraglio nel caso romano per la profonda angoscia che Graziano vive e, nel caso viennese per la morte naturale ed il precedente esilio.

E se sovviene nel lettore la domanda: ma seppur in vita Napoleone avrebbe amato suo figlio o la ragion di Stato avrebbe occupato ogni suo pensiero?

Certo di non poter decretare risposta, il lettore accorto potrà continuare questo viaggio misterico nei meandri della mente dei due protagonisti che condividono un animo affine malgrado la grande differenza temporale e sociale che li contraddistingue.

E saremo trasportati nel ricordo dello scoppio di una bomba a Roma presso le sedi dell’ambasciata del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda nel 1946, nelle vicende che portarono alla costruzione dello Stato di Israele, nella vita di Anna vecchia e sdentata contessa di origine polacca, nella nascita della Repubblica italiana e dunque le prime libere elezioni, nei processi che portarono il celebre Piano Marshall, l’amicizia con Renato e Fabio, la mancanza di rispetto per i minori, l’innocenza ontologica dell’uomo e del libero arbitrio.

E per quanto i temi trattati siano molteplici e di grande importanza per comprendere la storia della costruzione dell’Europa non posso far meno di immaginare il nostalgico tredicenne Napoléon che, ricordando la notte dell’ottobre 1812 in cui suo padre giunse inaspettatamente al palazzo delle Tuileries di Parigi, invoca la grande storia del grande impero antico nella ricerca di un segno, nel desiderio di esser grande come Enea, nel desiderio di aver la stessa possibilità di poter salvare il padre che ha avuto l’eroe troiano.

“Il trono del padre – (L’innocenza)” offre innumerevoli spunti di riflessione su cui imbandire giorni di discussioni animate e feconde, concludo dunque questo breve boccone con una citazione del 2 giugno 1948 di Papa Pio XII che lo stesso autore Massimo Pinto colloca con maestria nel romanzo:
Quanto più il mondo presente mette dinanzi agli occhi lo spettacolo desolante dei suoi dissensi e delle sue contraddizioni, tanto più stringente è il dovere dei cattolici di dare un luminoso esempio d’unità e di coesione, senza distinzione di lingue, di popoli, di stirpi.”

Massimo Pinto è nato e vive a Roma, laureato in Economia alla Sapienza ed in Teologia presso l’Ateneo Romano della Santa Croce. È Croce al Merito Melitense del Sovrano Militare Ordine di Malta. Nel 1998 ha pubblicato il saggio “Stato sociale e persona”. Recentemente, ed esattamente il 17 giugno 2017, “Il trono del padre” è stato premiato con una Segnalazione Particolare della Giuria presso la prestigiosa Abbazia di San Fedele a Poppi (Arezzo) per la 42° edizione del Premio Letterario Casentino, nella sezione narrativa/saggistica edita.

Written by Alessia Mocci

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