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In libreria: Il sale e gli alberi di Ernesto Venturini edito da Negretto Editore


“[…] la legge 180 è stata una parte strutturale di una serie di riforme dell’Italia negli anni ‘70, come risultato di una forte mobilizzazione pubblica: la legge sanitaria, per l’appunto, la legge sul divorzio, sull’aborto, sulla libertà alla contraccezione, l’accesso all’Università anche per gli istituti Tecnici, promuovendo un’Università di massa, lo Statuto dei lavoratori.
– Ernesto Venturini in un’intervista

In tutte le librerie virtuali e fisiche dal 1° settembre 2020 è disponibile “Il sale e gli alberi. La linea curva della deistituzionalizzazione” un saggio dello psichiatra Ernesto Venturini edito nella collana Cause e affetti per la casa editrice mantovana Negretto Editore.

“Il sale e gli alberi” consta di sette capitoli (“La pratica”, “La dialettica del potere”, “Il protagonismo della soggettività”, “Gli spazi della de-istituzionalizzazione”, “I tempi della de-istituzionalizzazione”, “Riabilitare la città”, “Il sale e gli alberi”) preceduti da una presentazione ed introduzione curate dallo stesso autore Ernesto Venturini.

È presente una postfazione curata dalla studiosa, storica, scrittrice e coordinatrice del Centro di servizi per il volontariato bolognese Cinzia Migani, dallo psicologo del Dipartimento di salute mentale di Imola Ennio Sergio; dal giornalista Valerio Zanotti; e dall’attuale rappresentante della Unione Regionale Associazioni per la Salute Mentale Emilia-Romagna Valter Galavotti. Chiude un allegato intitolato “Il condimento brasiliano della deistituzionalizzazione” curato da Maria Stella Brandão Goulart, Ernesto Venturini ed Adelaide Lucimar Fonseca Chaves.

“Ci sono due strade che, fin dal loro inizio, non si sono mai incrociate: il pensiero della follia e le pratiche della malattia mentale. Basaglia, per primo, ha guardato ad entrambe. Foucault ha preso la parola per fronteggiare il monologo della ragione e ha scritto una storia della follia, Basaglia prende la parola per dare voce al balbettio della follia e per imporre il silenzio alla scienza. La malattia mentale è messa tra parentesi per poter dare voce a chi che non ha voce, per far parlare la follia: il suo silenzio, la sua invisibilità costituiscono i prolegomeni di un nuovo sapere.” – Ernesto Venturini

L’importante saggio porta in luce il processo di liberazione promosso nel campo della salute mentale in Italia, con particolare attenzione agli eventi che portarono alla chiusura dell’ospedale psichiatrico di Imola, nonché della lotta al manicomio nel mondo e la sua deistituzionalizzazione.

Nel saggio si potrà osservare una intensa commistione con il mondo della letteratura e dell’arte. Infatti, il lettore potrà incontrare riflessioni sul poeta Costantino Kavafis, William Shakespeare, Italo Calvino, Jean Paul Sartre, Antoine de Saint-Exupery, Giorgio Gaber, Ridley Scott ed altri.

Questi continui riferimenti letterari sono una scelta precisa di Ernesto Venturini per svolgere la prima funzione: la comunicazione. Usando il linguaggio della poesia, della letteratura e dell’arte l’autore, con forte impatto emozionale, rifugge la fredda terminologia della psichiatria così da rendere il saggio di facile fruizione anche per i non addetti ai lavori.

“Lo sguardo altrui dà al mio tempo una nuova dimensione. Nell’essere guardato sono spinto in una nuova condizione della esistenza, dove ho la percezione unitaria di tre dimensioni: quella dell’io, del me e degli altri. […]

Lo sguardo della deistituzionalizzazione diventa realtà quando i volti degli utenti, dimessi e rivolti verso il basso, si trasformano in volti curiosi, attenti; quando gli sguardi dei bimbi, che entrano in contatto con i pazienti in occasione di alcuni spettacoli teatrali, o quando lo sguardo dei cittadini, che volontariamente lavorano nelle comunità protette, incrociano gli sguardi degli internati e vi riconoscono gli stessi desideri e le stesse speranze, che quotidianamente li animano.”

 

Ernesto Venturini ha conseguito la laurea in psichiatria a Roma. A Gorizia e a Trieste collaborò con Franco Basaglia. Nel 1979 per Einaudi ha curato una lunga intervista-riflessione con Basaglia sull’allora recente Legge 180 pubblicata in “Il giardino dei gelsi”. Ha concorso alla chiusura dell’ospedale psichiatrico di Imola e ha condotto una significativa esperienza sulla salute mentale in vita comunitaria.

Nel 2010, per Franco Angeli Edizioni pubblica “Il folle reato. Il rapporto tra la responsabilità dello psichiatra e la imputabilità del paziente”, un saggio redatto con Domenico Casagrande e Lorenzo Toresini, un volume che prende spunto da uno scritto di Franco Basaglia e la moglie, la psichiatra Franca Ongaro, “Il problema dell’incidente”, che mette a confronto le sentenze e le perizie di alcuni casi delittuosi nei quali il medico è stato imputato di omicidio colposo per il crimine commesso dal proprio paziente.

Inoltre, l’autore in qualità di esperto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha accompagnato il processo di riforma psichiatrica in Brasile dal 1991 al 2006, riportando i processi ed i risultati dell’esperienza italiana.

 

Le librerie, per eventuali richieste dei lettori, sono tenute a rivolgersi ai distributori regionali che sono indicate nel sito Negretto Editore.

 

Written by Alessia Mocci

Responsabile dell’Ufficio Stampa di Negretto Editore

 

Info

Sito Negretto Editore

http://www.negrettoeditore.it/

Acquista libro “Il sale e gli alberi”

https://www.libreriauniversitaria.it/sale-alberi-linea-curva-deistituzionalizzazione/libro/9788895967394

Citazioni tratte da “Il sale e gli alberi”

https://oubliettemagazine.com/2020/06/08/il-sale-e-gli-alberi-citazioni-tratte-dal-saggio-sulla-salute-mentale-curato-da-ernesto-venturini/

Intervista ad Ernesto Venturini

https://oubliettemagazine.com/2020/07/07/intervista-di-alessia-mocci-ad-ernesto-venturini-vi-presentiamo-il-sale-e-gli-alberi/

Pagina Facebook Negretto Editore

https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/

Gruppo Facebook di discussione Utopia

https://www.facebook.com/groups/utopiadiscussionefilosofica/

 

Fonte

https://oubliettemagazine.com/2020/09/07/in-libreria-il-sale-e-gli-alberi-di-ernesto-venturini-edito-da-negretto-editore/

In libreria: Aforismi di luce di Claudio Borghi edito da Negretto Editore


La storia coincide con lo sviluppo immobile dell’eternità pensante, simultaneamente linea e circolo, forma indescrivibile entro la dimensione finita del tempo. La mente si fa storia se riesce a ristorare con l’acqua della visione ultima, ad alleviare il dolore di chi non riesce a elevarsi in volo a percepirla.” – Claudio Borghi

In tutte le librerie virtuali e fisiche dal 1° settembre 2020 sarà disponibile il nuovo libro di Claudio Borghi, “Aforismi di luce – Frammenti filosofici e teologici 1976-78” edito nella collana “Versi di versi” della casa editrice mantovana Negretto Editore.

È lo stesso autore che, sin dal principio nella premessa, presenta le fonti che hanno permesso le riflessioni presenti in “Aforismi di luce”:

Le fonti, seppur molteplici, sono chiare: il libro della Genesi, il Vangelo di Giovanni, l’Apocalisse, i presocratici, Platone, Aristotele, Plotino, Dionigi Aeropagita, Agostino, Meister Eckhart, Cusano, Pascal, Spinoza, Schelling, Novalis, Rimbaud, Nietzsche, Kierkegaard, Schopenhauer, i mistici cristiani, qualche teologo del Novecento, Bergson. L’ispirazione più forte mi venne dalle Enneadi di Plotino, da L’evoluzione creatrice di Bergson e dai Frammenti di Novalis, autentici timoni nella turbinosa navigazione metafisica.”

Claudio Borghi procede con l’avvertenza al lettore riguardo l’importanza dell’atteggiamento contemplativo (propriamente con l’accezione di “Insistenza prolungata dello sguardo o del pensiero su una fonte di meraviglia o di ammirazione”, dal lat. contemplatio -onis: cum templum, con lo spazio del cielo) per le parole che si andranno ad incontrare nei frammenti filosofici e teologi:

La speculazione nasce da parole come sorgenti molteplici di senso, progressivamente svelate: luce, tenebra, io, Dio, Unico, movimento unico, Opera, Disegno sono nuclei linguistici che riverberano potenza e generano le onde guida del pensiero. Lo stile è vertiginoso. Dalle sequenze come dai singoli frammenti emana una luce di scavo profondissimo, all’insegna di una ricerca assoluta, senza interlocutori, in cui avevo attinto una dimensione spirituale unica, una sorta di fascio bruciante di energia interiore. Parole e idee sembrano tratte da un flusso magmatico. Si intravede e intrasente un contatto, la vicinanza di un fondo – o di un apice – sempre imminente.”

Segue una nota critica, avente come titolo “Una metafisica della Figura”, firmata dal cultore di filosofia Davide Inchierchia, ed indirizzata all’esplicazione non solo dell’importante tema affrontato (l’Origine assoluta) ma, come si leggerà in questo estratto, l’accento cade anche sulla forma letteraria utilizzata: il frammento.

Per quanto il frammento, con la sua caratteristica a-sistematicità, costituisca senz’altro la cifra formale dell’opera, non si tratta di un testo ‘frammentario’. Nonostante il carattere visionario, a tratti rapsodico, di un flusso interiore a prima vista di difficile decifrazione, è possibile coglierne – quasi musicalmente, ad una lettura lenta – la pulsante trama unitaria. Come accade negli illustri esempi letterari o filosofici di pensiero aforistico cui l’Autore si volge più o meno direttamente (Pascal, Kierkegaard, Schopenhauer, ma soprattutto Novalis) negli Aforismi ricerca conoscitiva, riflessione speculativa e meditazione spirituale si fondono con sapienza cercando di attingere l’unico Centro: la Cosa ultima, l’Origine assoluta nella quale materia e coscienza, immanenza e trascendenza – anziché ipostasi separabili – entrano in risonanza quali emanazioni sostanziali di una viva Essenza che di sé permea ogni creatura ed ogni natura.” – Davide Inchierchia

“Aforismi di luce” è suddiviso in nove capitoli: “Trasformazioni”, “Il pensiero come visione”, “l’Universo”, “Il movimento unico”, “L’azione creatrice”, “Pensieri della sera (undici movimenti)”, “Nuove trame di luce”, “L’oasi nel profondo”, “Bianche schiume del molo”. Segue una postilla dell’autore e chiude la postfazione dell’editore Silvano Negretto dal titolo: “Dire l’indicibile”.

Ogni giocatore non soltanto gioca, ma è anche giocato. Come il gioco, l’opera poetico-artistica come la speculazione scientifico-filosofica sono esperienze in cui il fruitore – come l’autore – è coinvolto: eventi a cui l’uomo partecipa nel divenire suo proprio e della storia culturale del suo tempo. In sintonia con Sini e Gadamer, gli Aforismi di Borghi viaggiano sulla lunghezza d’onda di una “immaginazione creatrice” che, come annotavamo nella conclusione degli appunti di lettura a L’anima sinfonica (Negretto, 2017), ci pare protesa “ad una cultura del futuro, in direzione di una ricerca sempre in divenire, fonte di ulteriori stimoli per la poesia e la letteratura contemporanea”.” – Silvano Negretto

 

Le librerie, per eventuali richieste dei lettori, sono tenute a rivolgersi ai distributori regionali che sono indicate nel sito Negretto Editore.

 

Written by Alessia Mocci

Responsabile dell’Ufficio Stampa di Negretto Editore

 

Info

Sito Negretto Editore

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Acquista “Aforismi di luce”

https://www.ibs.it/aforismi-di-luce-libro-claudio-borghi/e/9788895967387

Postfazione “Dire l’indicibile”

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Presentazione dell’antologia poetica Poetry Collection 2020: il 5 agosto a Piedimonte Etneo


 

“[…] la sabbia/ cammina senza sforzo/ volentieri ogni suo chicco/ rinasce estraneo// […]” – Christos Sakellaridis

“Ora che tutto è chiaro/ anima ambulante/ naufraga nel mare inquieto,/ sospesa nel tempo e nello spazio/ con la voglia di fermarsi/ e dire basta,/ […]” – Antonella Vara

Mercoledì 5 agosto alle ore 17:30 presso il Museo della Vite, in via Mazzini 5, a Piedimonte Etneo ci sarà la presentazione delle due antologie “Poetry Collection 2020” pubblicate dalla casa editrice Tomarchio Editore. L’evento è patrocinato dal Comune di Piedimonte Etneo e che vedrà la partecipazione, oltre all’editore Rosario Tomarchio, del vicesindaco Enrichetta Pollicina, dei consiglieri comunali Ivana Pollicina e Salvo Russo.

“[…] Il tempo divora già le nostre grida/ e noi stranieri, dietro perse rotte,/ crocifissi in un silenzio di sale,/ precipitiamo sulla terra inconsistente./ […]” – Claudia Ruscitti

“Poetry Collection” nasce come concorso nazionale di poesia indetto il 23 marzo e suddiviso in due sezioni: adulti e giovani. La partecipazione è stata gratuita e ha visto ben 186 raccolte concorrenti nella sezione A (adulti), fra queste sono state selezionate dieci sillogi che hanno dato vita all’antologia “Poetry Collection 2020”.

“[…] Demiurgo di uomini in uno di santi e predatori;/ viaggio di carta, templi, castelli diruti e perduti tesori;/ grembo di canti e illusione d’inchiostro;/ sasso del deserto, d’eternità Gran Maestro,/ […]” – Francesco Ferro

“Poetry Collection” è, dunque, composta da cinque autori e cinque autrici Claudia Ruscitti, Lorenzo Spurio, Antonella Vara, Massimo Scotti, Filomena Gagliardi, Francesco Ferro, Marika Addolorata Carolla, Christos Sakellaridis, Maria Greco, Guido Burgio.

“Riconduci alla quiete questa anima errante/ nell’inferno del mondo,/ che trova riparo solo nella morte./ […]” – Marika Addolorata Carolla

“[…] Zaffiri fusi che navigo dall'alto/ di questo ponte di luce a rombi/ - prova pure così - nel balzo sicuro/ del ritmo acceso, tra voci e richiami// […]” – Lorenzo Spurio

La sezione B (giovani) ha visto un numero ristretto di partecipanti per la difficoltà di raggiungere le scuole visto il particolare periodo pandemico che abbiamo attraversato, la casa editrice ha comunque deciso di premiare quattro valorose giovani autrici: Emanuela Ferrara, Marika Nistea, Ginevra Puccetti, Melissa Bove.

“Siamo il respiro/ affannoso/ difficile/ delle fibre del Mondo.// Attraversiamo l'Universo/ conservando la nostra cifra.// […]” – Filomena Gagliardi

Oltre alla presentazione delle due antologie, saranno lette alcune poesie selezionate dagli autori ed autrici presenti alla serata, e dai consiglieri Ivana Pollicina e Salvo Russo.

“È tempo/ di riprendere/ il cammino./ Un pensiero/ pervade/ le vie,/ mentre/ suoni/ echeggiano/ come armonia.// […]” – Massimo Scotti

L’editore Rosario Tomarchio, prima della decisione di aprire una casa editrice, ha pubblicato “La musica del silenzio” (Statale 11, 2010), “Storia d’amore” (Aletti editore, 2012), “Ricordi di poesie” (Rupe Mutevole Edizioni, 2013), “Cielo” (Rupe Mutevole Edizioni, 2014), “Al tuo cuore con la poesia”, l’antologia poetica “Memorie”, gli e-book "Dialogo silenzioso dentro l'anima" e "Sicily Culinary Tradition" e brevi saggi come “Il mito della semplicità”, “In cammino”, “Dalla grotta al tempio”, “In viaggio per incontrare Gesù”.

“[…] La mia matassa di pensieri / Si avvolge insieme ad una vecchia audiocassetta./ Un gabbiano sorvola sugli anni fanciulleschi/ dentro la mia mente./ […]” – Maria Greco

L’ingresso è libero ed all’aria aperta con un mirabile panorama sull’Etna, si ricorda che saranno mantenute le distanze minime di sicurezza tra gli ospiti.

Vi aspettiamo il 5 agosto alle 17:30 presso l’accogliente Museo della Vite di Piedimonte Etneo.

“[…] ascoltami,/ ti parlerò di un’epoca lontana/ nella mia patria siciliana/ quando gli amori eran raggi di luna/ e le case giardini// […]” – Guido Burgio

 

Info

Sito Tomarchio Editore

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Facebook Tomarchio Editore

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Fonte

https://oubliettemagazine.com/2020/07/22/presentazione-dellantologia-poetica-poetry-collection-2020-il-5-agosto-a-piedimonte-etneo/


Intervista di Alessia Mocci ad Ernesto Venturini: vi presentiamo Il sale e gli alberi


“Detestava i luoghi comuni, il pensiero fatto di stereotipe, d’ideologie, di falso cameratismo. Lui amava la dialettica, gli piaceva il confronto, persino il conflitto; ricercava le idee come risultato di uno scambio, non pretendeva l’originalità a tutti i costi, richiedeva, però, l’autenticità. “Sartraniamente” parlando, cercava l'essenzialità come derivato dall’esperienza.” – Ernesto Venturini

Un ritratto inedito dello psichiatra, neurologo e docente italiano Franco Basaglia (Venezia, 11 marzo 1924 – Venezia, 29 agosto 1980) conosciuto, soprattutto, per la Legge 180 del 1978, da cui per l’appunto prende il nome. A raccontarci di questo grande innovatore nel campo della salute mentale un altro altrettanto grande: il medico psichiatra Ernesto Venturini.

L’occasione è la prossima uscita del nuovo libro di Venturini, “Il sale e gli alberi – La linea curva della deistituzionalizzazione”, disponibile in libreria da settembre 2020 e pubblicato dalla casa editrice mantovana Negretto Editore.

“Il sale e gli alberi” è un saggio sul processo di liberazione promosso nel campo della salute mentale in Italia e nel mondo con particolare attenzione per la lotta al manicomio e la deistituzionalizzazione; con postfazione della studiosa, storica, scrittrice e coordinatrice del Centro di servizi per il volontariato bolognese Cinzia Migani, dello psicologo del Dipartimento di salute mentale di Imola Ennio Sergio; del giornalista Valerio Zanotti; e dall’attuale rappresentante della Unione Regionale Associazioni per la Salute Mentale Emilia-Romagna Valter Galavotti.

Ernesto Venturini, dopo aver conseguito la laurea in psichiatria a Roma, conobbe Franco Basaglia ed iniziò una durevole collaborazione ed amicizia. Nel 1979 per Einaudi ha curato una lunga intervista-riflessione con Basaglia sull’allora recente Legge 180 pubblicata in “Il giardino dei gelsi”. Ha concorso alla chiusura dell’ospedale psichiatrico di Imola e ha condotto una significativa esperienza sulla salute mentale in vita comunitaria.

Nel 2010, per Franco Angeli Edizioni pubblica “Il folle reato. Il rapporto tra la responsabilità dello psichiatra e la imputabilità del paziente”, un saggio redatto con Domenico Casagrande e Lorenzo Toresini, un volume che prende spunto da uno scritto di Franco Basaglia e la moglie, la psichiatra Franca Ongaro, “Il problema dell’incidente”, che mette a confronto le sentenze e le perizie di alcuni casi delittuosi nei quali il medico è stato imputato di omicidio colposo per il crimine commesso dal proprio paziente.

Inoltre, l’autore in qualità di esperto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha accompagnato il processo di riforma psichiatrica in Brasile dal 1991 al 2006, riportando i processi ed i risultati dell’esperienza italiana.

A.M.: Ernesto, sono lusingata di poter dialogare con lei quale esponente di una grande riforma sociale che ha portato la società a comportarsi in modo più “civile” e al contempo più “sociale”. Il suo curriculum presenta una vita di importanti amicizie e collaborazioni. Potendo permettermi un salto nel passato, la mia prima domanda riguarda l’incontro che portò al sodalizio con lo psichiatra Franco Basaglia.
Ernesto Venturini: Incontrai personalmente Franco in casa di Michele Risso, a Roma. Eravamo, mi pare, alla fine del 1967 o all’inizio del 1968. Mi ero da poco laureato in medicina all’Università Cattolica ed ero il responsabile anziano di un gruppo di medici e studenti che frequentavano il reparto psichiatrico dell’università. Michele era uno psicanalista junghiano, che, lavorando in Svizzera, aveva realizzato degli studi pionieri in etnopsichiatria. Periodicamente ci invitava nella sua casa per incontrare i suoi amici – personaggi famosi della cultura e della scienza. Quel giorno avremmo incontrato il suo amico Franco Basaglia. E Basaglia era già un mito. In quegli anni noi volevamo conoscere tutto quanto stava accadendo nel mondo in campo psichiatrico: ci raccontavamo quanto stava accadendo in Francia, in Canada, in Inghilterra. Eravamo stati a Perugia e a Città di Castello per incontrare Carlo Manuali, che promuoveva un interessante coinvolgimento comunitario sulla salute mentale, ma le notizie che venivano da Gorizia erano quelle che più ci affascinavano: lì si stava realizzando una rivoluzione, un vero cambio di paradigma scientifico.
L’incontro, in casa di Michele, aveva un tono del tutto informale, quasi amichevole. Ero rimasto subito colpito dalla quantità di tic con cui Basaglia accompagnava il suo parlare: muoveva lateralmente il capo, inarcava le sopracciglia, aggrottava le labbra. Ma, dopo un po’, non ci facevi più caso, perché eri conquistato dai suoi occhi chiari, dal suo sorriso, dall’eleganza del suo portamento (era alto), dal suo parlare torrenziale. Era estroverso, comunicativo, fumava molto. L’esatto contrario di Michele, che sembrava un gentleman inglese, tutto misurato e silenzioso. A un certo punto ho capito che Franco ci stava valutando. Come avrei capito più tardi, quello era il suo modo abituale di essere: voleva capire con chi aveva a che fare. Detestava i luoghi comuni, il pensiero fatto di stereotipe, d’ideologie, di falso cameratismo. Lui amava la dialettica, gli piaceva il confronto, persino il conflitto; ricercava le idee come risultato di uno scambio, non pretendeva l’originalità a tutti i costi, richiedeva, però, l’autenticità. “Sartraniamente” parlando, cercava l'essenzialità come derivato dall’esperienza. E così, più o meno consapevolmente, ti metteva alla prova: ti rimandava la domanda che tu gli avevi posto, chiedendoti di riformularla, quasi facendoti capire che, in realtà, tu avevi già la risposta dentro di te (era fenomenologo e socratico, contemporaneamente). Senza dubbio “il filosofo” Basaglia” (come sprezzantemente lo aveva definito Belloni, il suo direttore universitario) amava leggere, e molto anche, ma era nell’incontro con l’altro che provava il piacere intellettuale della conoscenza. E d’altra parte non erano forse le assemblee generali di Gorizia il luogo dell’ascolto, della costruzione collettiva del sapere, del raggiungimento di un potere attraverso il dialogo, il confronto? Se, poi alla fine, Franco restava deluso dall’incontro, allora il suo sguardo si faceva annoiato. Rimaneva sempre gentile, formalmente gentile ma distratto, disattento.
A distanza di tanti anni ricordo vagamente i contenuti del nostro colloquio quel giorno. Ero tutto preso dalla forte emozione di quell’incontro. E, solo quando ci stavamo salutando, ho capito che avevo superato la prova. Franco si era rivolto a me, e, guardandomi con complicità, aveva concluso: “Fai una cosa: vieni a Gorizia. Tu stesso potrai renderti conto di quello che sta succedendo”.
In quei fatidici giorni del ‘68, avevo cominciato a portare con me il libro “L’istituzione Negata”. Nel corso delle assemblee, durante le occupazioni nel Pronto Soccorso psichiatrico del Policlinico, tiravo fuori quel libretto (accompagnato da quell’altro – il libretto rosso di Mao) e leggevo, a voce alta, brani di quella nostra bibbia. Poi, per alcuni anni, avevo deciso di fare le mie vacanze estive andando a fare il volontario a Gorizia. Un mondo nuovo, seducente, si apriva dinanzi a me, così profondamente diverso dai rituali, dalla pomposa retorica dell’università. E finalmente era venuto il momento della scelta. Il direttore del reparto universitario – una brava persona – mi aveva prospettato la sicurezza di una carriera universitaria, se fossi rimasto: essendo uno tra i primi laureati di quella facoltà, ero, automaticamente, uno dei designati… Ma un giorno mi sono messo sulla mia ‘500, insieme alla moglie e alla mia piccola, di poco più di un anno, e ho lasciato quella città meravigliosa. Mi sono messo in cammino verso una piccola città di confine, in un momento critico per l’esperienza basagliana messa in crisi dall’uxoricidio di un paziente.
Sapevo quello che stavo perdendo, non sapevo quello che sarebbe accaduto… ma – alea iacta est – io, ormai, ero un “goriziano”.  

A.M.: La citazione iniziale de “Il sale e gli alberi” è dell’architetto brasiliano Oscar Niemeyer ed è associata all’emozione che prova ogni volta che pensa al “processo di liberazione promosso nel campo della salute mentale in Italia e nel mondo”. Qual è, invece, il significato del titolo del libro?
Ernesto Venturini: Il libro ha un titolo “Il Sale e gli alberi” e un sottotitolo “La linea curva della deistituzionalizzazione”. Parlerò, per prima cosa del sottotitolo che utilizza un’affascinante citazione di Oscar Niemeyer, il famoso architetto costruttore di Brasilia.
Ho costruito, per l’appunto, una metafora – la linea curva della deistituzionalizzazione – per spiegare che cosa significhi per me questa parola, che sembra una specie di scioglilingua. Deistituzionalizzazione non indica la semplice umanizzazione di un luogo violento – il manicomio –, non rappresenta la deospedalizzazione con il trasferimento dei ricoverati in strutture più idonee, non è la modernizzazione delle cure psichiatriche e non è nemmeno – attenzione! – la promulgazione di una legge di riforma. Senza dubbio “la riforma 180” è (è stata) un passaggio importante per migliorare le politiche di sanità mentale. Avere sancito la fine degli ospedali psichiatrici e anche di quelli giudiziari è stato un evento storico: ha riconosciuto ai folli quei diritti civili, affermati con la Rivoluzione francese e con la Carta dei diritti dell’uomo, ma negati ai folli, per duecento anni, attraverso leggi speciali – le leggi di garanzia per gli incapaci. In questo senso la riforma, come giustamente ha fatto osservare Norberto Bobbio, è una delle poche, vere riforme avvenuta in Italia e nel mondo negli ultimi decenni, perché ha riconosciuto la pienezza dei diritti anche a chi sembrava non potesse esercitarli – la persona folle.
Ma per noi basagliani la deistituzionalizzazione significa qualcosa di più: è un complesso processo scientifico, politico, filosofico, in un perenne “divenire”, che dà senso della vita, quella individuale e quella collettiva, attraverso la libertà e la responsabilità.
Niemeyer, riprendendo ed elaborando una frase di Cézanne, dice di amare nel suo lavoro di architetto le linee curve, che gli ricordano le montagne del suo paese, le sinuosità delle donne brasiliane. In modo analogo io penso che la libertà delle persone dalla malattia sia un percorso non facile, che significhi, per il paziente e per il terapeuta, affrontare l’incertezza di un orizzonte nascosto da linee curve. È però anche un cammino morbido, dolce, che si apre all’inatteso. Direi (senza alcuna piaggeria) che è un processo al femminile, perché si oppone alla rigidità, fallica e autoritaria dello sguardo dello psichiatra tradizionale; eccepisce il suo potere-sapere, che oggettiva e, di fatto, finisce per reprimere e per racchiudere in uno stigma il disagio psichico della persona. Nel libro cerco di sviluppare questo tema, e lo faccio ricorrendo, però, alla descrizione di un’esperienza, concreta ed esaltante, che ha testimoniato in modo emblematico questo processo: l’attivo coinvolgimento di una comunità – quello della città di Imola – nel definitivo superamento dei suoi due ospedali, tra i più antichi e grandi d’Italia.
… Quanto, poi, alla spiegazione del titolo – Il Sale e gli Alberi –, secondo un’abituale linea di editing, non dirò nulla, per incentivare un minimo di suspense e per lasciare alla lettura del libro la risposta a questo interrogativo.

A.M.: Nel 1967 lo psichiatra sudafricano David Cooper utilizzò per primo il termine “antipsichiatria” che divenne presto un movimento eterogeneo che avversava la psichiatria vigente. Lo psichiatra scozzese Ronald Laing, celebre per alcuni suoi studi sulla psicosi che andavano contro l’ortodossia della psichiatria del tempo, rifiutò l’etichetta di antipsichiatrico; ma lo psichiatra ungherese Thomas Szasz fu vicino alle convinzioni dell’antipsichiatria e sostenne la lotta all’istituto del manicomio e all’ospedalizzazione. Nell’introduzione lei scrive: “La deistituzionalizzazione finisce, erroneamente, per essere spesso equiparata all’antipsichiatria e diventa sinonimo del desiderio di abolire ogni istituzione di controllo sociale.” Che cos’è dunque il movimento dell’antipsichiatria?
Ernesto Venturini: Premetto che negli anni ‘60-‘70 la lettura dei libri di Michel Foucault (“Storia della follia nell’età classica”), di David Cooper (“La morte della famiglia”, “Psichiatria e antipsichiatria”), di Thomas Szasz (“Il mito della malattia mentale”) e, soprattutto, di Ronald Laing (“L’io diviso”, “La politica della famiglia”) costituivano per me un autentico godimento. Avevano il potere della rivelazione, mi aiutavano a penetrare nel mondo affascinante della psicosi, a capirne non solo le ragioni, ma anche a interrogarmi sulla nostra presunta “normalità”. In qualche modo, in quegli anni, ci sentivamo tutti degli anti-psichiatri, anche se era chiaro quello che rifiutavamo – la brutalità del manicomio (ma anche l’abuso degli psicofarmaci, l’oggettivazione dei pazienti), ma non altrettanto quella che avrebbe dovuto essere la risposta concreta ai bisogni di una situazione che avevamo difficoltà a definire “malattia mentale”. Laing, in ogni caso, si allontanò dal suo amico Cooper perché non condivideva le sue conclusioni più estreme e continuò a definirsi uno psichiatra. Cooper, dopo l’exploit teorico pratico della sua giovinezza, rimase imprigionato nel suo ruolo d’icona, andando incontro a un rapido declino intellettuale ed esistenziale. Michel Foucault rese, senza dubbio, più complesse e dialettiche le sue iniziali riflessioni contro la disciplina psichiatrica. Szasz, divenuto ormai cittadino americano, continuò a parlare contro i manicomi pubblici, ma meno verso quelli privati; diventò un convinto fautore del liberismo, anche in campo sanitario, entrò nel mondo paludato dell’Accademia, fu sostenitore di Scientology, una discutibile setta mistica-religiosa.
In ogni caso, non è stata tanto la storia personale di questi protagonisti dell’antipsichiatria, ciò che ha aiutato me (e naturalmente tanti altri) a prendere le distanze da questo importante movimento di denuncia, quanto la verifica della sua pratica velleitaria e di quella sorta di desiderio di una perenne rottura, piuttosto che di una difficile ricerca di consenso. Questo è avvenuto quando, basaglianamente parlando, siamo andati a verificare le pratiche e i loro effetti. Le esperienze antipsichiatriche – anche quella famosa di Kingsley Hall (1965) a Londra – avvenivano in ambienti privati, dove la popolazione era selezionata dal censo, dall’età (giovani), dalla cultura. Erano esperienze di nicchia, esemplari, ma con il respiro corto, senza una visione politica delle contraddizioni sociali.
Altro è stato, invece, lo spessore etico e scientifico di Franco Basaglia che ha lasciato l’università, con i suoi privilegi e rituali, per scegliere di lavorare nel buco nero del manicomio, dove erano “gestite” la povertà, le disuguaglianze di classe, le differenze sociali e quelle di genere.
Per cogliere meglio la distanza tra i due movimenti, basterà affidarci, una volta tanto, alla terminologia. Basaglia e noi con lui non ci siamo mai dichiarati anti-psichiatri. Basaglia ha sempre parlato della negazione dell’istituzione. Il nostro è, infatti, un movimento teorico-pratico contro l’istituzionalizzazione (non contro le istituzioni), contro, cioè, quell’uso delle istituzioni che sancisce la disuguaglianza, l’uso di un potere-sapere per assoggettare l’uomo. L’istituzionalizzazione è un meccanismo generalizzato che accade nelle diverse istituzioni della società: in quelle dell’educazione scolastica, nella famiglia, nei partiti, nei gruppi sociali, nelle discipline scientifiche. Il manicomio rappresenta dunque solo una delle tante istituzionalizzazioni.  Il suo opposto – la deistituzionalizzazione – è, pertanto, una lotta per libertà: “la libertà è terapeutica!” È lotta contro disciplina (nell’ottica di Foucault), è decostruzione (nell’ottica strutturalista di Jacques Derrida) di tutti quegli apparati di sapere-potere, che sostengono l’esclusione, l’emarginazione.
L’organizzazione del movimento teorico-pratico di Basaglia (una nuova istituzione!) non si chiama Antipsichiatria ma “Psichiatria Democratica”: è l’affermazione del valore della democrazia, intesa come diritto di protagonismo e di cittadinanza del soggetto, dentro lo specifico ambito della salute mentale. Siamo di fronte a un processo, che vuole svelare le manipolazioni e le mistificazioni degli apparati tecnico scientifico per negare e controllare, attraverso le istituzioni della violenza e della tolleranza, le contraddizioni sociali produttrici di sofferenza psichica.
Basaglia è sempre rimasto, per sua scelta, un funzionario pubblico, affermando il valore di una medicina pubblica, non esercitando la professione privata. Nei suoi incontri-dibattito svolti in Brasile e raccolti poi nel libro postumo “Le conferenze brasiliane”, dichiara, a fronte di chi afferma il valore preminente di una militanza politico-ideologica, che la vera rivoluzione consiste nello svolgere, fino in fondo, la propria professione. Non è forse stata proprio quella la istanza che lo ha portato a promuovere l’esperienza goriziana, provocando il cambiamento del paradigma psichiatrico? Quando Basaglia entra la prima volta nel manicomio di Gorizia, ha voglia di fuggire, di ritornare ai privilegi dell’Accademia, dove si può fare teoria. Si domanda: ma questo mondo di sopraffazione e violenza che cosa a che vedere con la mia professione di medico? Poi capisce che il suo dovere di medico è proprio quello di lottare contro questa realtà e contro la ideologia, contro la pseudo scienza che la sostiene. In questa scelta lo aiuta la sua esperienza personale di impegno politico. Franco è stato incarcerato da giovane per attività antifascista. Riconosce nel manicomio la stessa logica della prigione che ha sperimentato sulla sua pelle. Decide, così, di condividere la sua vita fino in fondo con chi deve curare, fino alla sua libertà. Rimane nel puzzo di urina dei reparti, nella miseria, tra la povertà dei proletari, decostruendo giorno per giorno, la violenza del manicomio. Fino alla fine, fino alla possibilità per tutti di lasciarsi alle spalle quell’orrenda e inutile istituzione.
Basaglia è profondamente gramsciano nel rifiutare le velleità della antipsichiatria (condivide un progetto politico sociale e sa che il cammino per l’egemonia è lungo e difficile). Basaglia è veramente un seguace di Marx: non si tratta più, ormai, di parlare, di interpretare la realtà, è tempo, ormai, di cambiare il mondo.

A.M.: Salutiamoci con una citazione…
Ernesto Venturini: Considerando il piacere offertomi da questa circostanza, sarò generoso e le proporrò ben due citazioni, che sono, però, di uno stesso autore – Antoine de Saint-Exupéry – e recuperano, in qualche modo, il tema del viaggio.
La prima riprende una delle citazioni che sono presenti nel libro; chiarisce il valore della motivazione in un’impresa di alto significato politico, etico, scientifico, quale la deistituzionalizzazione. Dice Saint-Exupéry: 
Se vuoi costruire una nave, non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma, invece prima, risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro per costruire la nave”.
La seconda rimanda alla ricerca di senso per quel viaggio, che è la nostra vita:
Fai della tua vita un sogno, e di un sogno, una realtà.

A.M.: Ernesto, la nostra lunga chiacchierata è stata di sicuro illuminante avendomi permesso di accedere ad un periodo storico che, seppur recente, non è propriamente argomento di discussione per la mia generazione. Ha profondamente ragione quando scrive – un poco, in modo malinconico– che non si conosce la figura di Franco Basaglia, la si cita per la Legge 180 come se fosse una sorta di leggenda. È vero! Non ci è stato presentato l’uomo né la lotta ideologica che è stata affrontata, noi (e qui oso parlare per la mia generazione) abbiamo dato per scontati “i diritti civili ai folli”. Il mio augurio ai lettori è di riuscire a viaggiare nel tempo tramite le sue parole tanto da provar a tratteggiare il passo ed il suono del celebre psichiatra, nonché il lavoro che lei ha svolto e che svolge quotidianamente. La ringrazio vivamente per la lectio che mi ha concesso e la saluto con le parole dello stimato Carl Gustav Jung: “Quanto più sei intelligente, tanto più folle è la tua ingenuità. Le persone ultraintelligenti sono matte complete nella loro ingenuità. Non possiamo salvarci dall’intelligenza dello spirito di questo tempo cercando di essere più intelligenti ancora ma accettando ciò che è più contrario alla nostra intelligenza, ossia l’ingenuità. Non vogliamo però neppure diventare apposta degli stolti rendendoci schiavi dell’ingenuità, ma saremo piuttosto degli stolti intelligenti. Questo ci conduce al senso superiore. L’intelligenza si unisce all’intenzione. L’ingenuità non conosce intenzioni. L’intelligenza conquista il mondo, mentre l’ingenuità conquista l’anima. Fate dunque il vostro voto di povertà di spirito per poter essere partecipi dell’anima.”

Written by Alessia Mocci

Info
Sito Negretto Editore
https://www.negrettoeditore.it/
Pagina Facebook Negretto Editore
https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/
Citazioni inedite tratte da “Il sale e gli alberi”
https://oubliettemagazine.com/2020/06/08/il-sale-e-gli-alberi-citazioni-tratte-dal-saggio-sulla-salute-mentale-curato-da-ernesto-venturini/

Intervista integrale su: https://oubliettemagazine.com/2020/07/07/intervista-di-alessia-mocci-ad-ernesto-venturini-vi-presentiamo-il-sale-e-gli-alberi/

Vincitori e Finalisti del Concorso nazionale Poetry Collection 2020



Si è conclusa il 31 maggio 2020 a mezzanotte la possibilità di partecipare al primo Concorso nazionale di poesia della casa editrice Tomarchio Editore “Poetry Collection 2020”, in collaborazione con il portale web Oubliette Magazine e patrocinato dal Comune di Piedimonte Etneo.
Una competizione a suon di versi che ha visto 186 raccolte di poesie partecipanti per la sezioni A (adulti).

La casa editrice Tomarchio Editore, dopo attenta lettura, ha decretato diciannove finalisti dai quali sono stati tratti i dieci vincitori.

La sezione B (giovani) ha visto un numero ristretto di partecipanti per la difficoltà di raggiungere le scuole visto il particolare periodo pandemico che abbiamo attraversato, la casa editrice ha comunque deciso di premiare quattro valorose giovani autrici: Emanuela Ferrara, Marika Nistea, Ginevra Puccetti, Melissa Bove.

Il premio per entrambe le sezioni è la pubblicazione della raccolta partecipante in una prestigiosa antologia.

Il Concorso nazionale Poetry Collection vi dà appuntamento all’anno prossimo con la seconda edizione.

Sottostante vi presentiamo nominalmente i diciannove finalisti del Concorso, e successivamente i vincitori con una breve citazione ripresa dall’antologia che sarà pubblicata a fine luglio.
I vincitori e finalisti sono invitati alla presentazione ufficiale delle due antologie nel mese di agosto presso Piedimonte Etneo, ai piedi dell’Etna.
FINALISTI SEZIONE ADULTI
Alessandra Ferrari
Guido Burgio
Claudia Ruscitti
Carlo Zanutto
Lorenzo Spurio
Martino Dulio
Marika Addolorata Carolla
Antonella Vara
Filomena Gagliardi
Maria Fedele
Anna Maria Ferrari
Massimo Scotti
Christos Sakellaridis
Nunzio Orto
Sergio Borghi
Graziella Genovese
Francesco Ferro
Maria Greco
Antonio Pelliccia
VINCITORI SEZIONE ADULTI
Claudia Ruscitti con la raccolta “Fragmenta”
Come uccelli di passo,
ali inquiete su fuggenti acque,
inseguiamo evanescenti arcobaleni
miraggi di un celeste approdo,
dove ancorare le nostre speranze.
Dov’è la vela che naviga sicura?

Lorenzo Spurio con la raccolta “Ritornello con le fate”
“La sera che ritorna, flessuosa
e seria, come lucido stendardo,
-compunta- dopo il viaggio
avanza sulla scala delle onde.”

Antonella Vara con la raccolta “Estro… versi”
“Sei ancora nel mio tempo
oggi
come allora
passi vaganti nei riflessi
di cieli distanti
sospesi tra il buio e la luce…”

Massimo Scotti con la raccolta “L’alba dei giorni perduti”
“Forse verrà.
Forse è già stata.
Anche il sole
sembra diverso.
Solo l’uomo,
preso e
racchiuso
dentro il suo ego”

Filomena Gagliardi con la raccolta “Una strana primavera”
“Un gesto iniziatico
apparentemente semplice:
segna il nostro andare
la nostra conquista
dello spazio.”

Francesco Ferro con la raccolta “Ossuti tralci”
“Il sorriso di una stella
risuona per l’argilla cotta di Urbino
rimbalza, imprevedibile, per l’acciottolato
risale rapido le ardite salite di Raffaello
accarezza le dolci colline a pan di zucchero”

Marika Addolorata Carolla con la raccolta “Salvezza”
“Ti ho persa senza rendermene conto
so che un giorno tornerai…
Unico mio sollazzo è saperti al sicuro
Non così lontana da casa.”

Christos Sakellaridis con la raccolta “Breccia”
“la corona del mare
gioca con le flotte
di inutili cose
alghe come striscioni
rifiuti feriti
sfilacciate conchiglie
corde molate”

Maria Greco con la raccolta “Versi in libertà”
“Un bacio rubato
 Per la via degli Artisti,
 sotto il cielo di Roma.
Carezze e poi giocare all’amore.”

Guido Burgio con la raccolta “Ti darò un raggio di sogno”
“son la mia carriera...
un mucchietto di sogni che brillano
in una notte oscura
tra il non saper che fare
e la mente di tuo padre che muore”

VINCITRICI SEZIONE GIOVANI
Emanuela Ferrara con la raccolta “Ritratto d'amore e forza di un'adolescente”
“Le ore son state ideate
Per essere vissute,
Non per essere contate,
E con te io mi perdo
In ogni singolo secondo”

Marika Nistea con la raccolta “Paradiso oscuro”
“Mi hai mandato in confusione;
illusione del canto delle sirene:
le fiamme graffiavano e io incantata strillavo,
danzavo martire e mi hai lasciata ai fucili.”

Ginevra Puccetti con la raccolta “Piccolo florilegio”
“Noi siamo i pazzi
nell’angolo della piazza,
noi siamo i pazzi che si lasciano andare
perché han paura d’amare.”

Melissa Bove con la raccolta “Piccoli pensieri”
“-Cos’è un diamante bianco-?
Vedo Qualcosa splende nel cielo.
Frutta di notte tra un manto di stelle.
Fa pensare…”

I vincitori saranno contattati via e-mail.
Complimenti ai vincitori, finalisti e partecipanti!
I nuovi Contest sono online nella Categoria Attualità/Concorsi del Magazine.

Info
Sito Tomarchio Editore
https://www.tomarchioeditore.it/
Facebook Tomarchio Editore
https://www.facebook.com/Tomarchio-Editore-103044724670916/
Bando Poetry Collection 2020
https://oubliettemagazine.com/2020/03/23/poetry-collection-bando-di-partecipazione-al-primo-concorso-nazionale-della-casa-editrice-tomarchio-editore/

Fonte
https://oubliettemagazine.com/2020/07/01/vincitori-e-finalisti-del-concorso-nazionale-poetry-collection-2020/

Intervista di Alessia Mocci al poeta russo Arsen Mirzaev: vi presentiamo Chiedo asilo poetico



“[…] amo anche staccarmi – strapparmi da questa celebre “esistenza letteraria” verso la natura – nel bosco, sui monti, al mare, nel deserto.... “I poeti devono vagare e cantare!” – con questa affermazione di Velimir Chlebnikov sono d'accordo al 200 %.” – Arsen Mirzaev

Il vagare dei poeti non può che far ricordare quei celebri versi dello stimato Ugo Foscolo (“Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme/ che vanno al nulla eterno; e intanto fugge/ questo reo tempo, […]”) che contemplavano e cantavano alla sera ringraziandola per la pace prodotta proprio da questo vagare. Ed ancora ricorda quel vagare dell’Islandese in continuo dialogo con la Natura in contrapposizione ad un poeta che lasciò di rado la sua biblioteca sita a Recanati.

Nato a San Pietroburgo nel 1960, Arsen Mirzaev è poeta, critico e studioso di letteratura. All’attivo ha collaborazioni con diverse case editrici e riviste letterarie, con pubblicazioni di versi ed articoli.
La sua prima silloge è stata pubblicata nel 1994 ed è intitolata “Un altro respiro” (Drugoe dychanie), seguono nel 1996 “Oltre al resto” (Pomimo pročego), nel 2000 “I versi e i canti di Anton Kompotov (Stichi i pesni Antona Kompotova), nel 2001 “La musica della conversazione di innamorati sordomuti” (Muzyka razgovora vljublënnych gluchonemych), nel 2008 “L’albero del tempo” (Derevo vremeni) e nel 2015 “Vita a ¾” (Zizn' v ¾).

Da circa 15 anni organizza rinomate serate letterarie presso lo storico albergo Old Vienna situato dietro l’angolo rispetto ad uno dei monumenti più interessanti dell’arte russa la Cattedrale di Sant’Isacco costruita dal 1818 al 1858.

“Chiedo asilo poetico” è stato pubblicato nel 2020 dalla casa editrice Macabor Editore nella collana “I fiori di Macabor”, l’elaborazione grafica della copertina di Giorgio Ferrarini. Paolo Galvagni ne ha curato la nota finale e la precisa traduzione.

tutti/ tutti/ tutti si istupidiscono con gli anni// eccetto alcuni/ alcuni/ in verità –/ è una grandezza/ infinitamente piccola

A.M.: Salve Arsen, sono lieta di poter approfondire la sua conoscenza con questa intervista e la ringrazio per il tempo che mi dedicherà. Vorrei, se è possibile, geolocalizzare il poeta, chiedendole: San Pietroburgo è una città attiva artisticamente oppure lei è una delle poche eccezioni?
Arsen Mirzaev: Sono felice di salutarLa! Ringrazio per l'interesse che ha mostrato verso la mia modesta persona e il mio libro, tradotto da Paolo.
A Pietroburgo ci sono tanti poeti. Validi, anche vari. Ce ne sono di vivi, interessanti e di talento. E ci sono scribacchini, parolai e grafomani. I primi, mi pare, sono molto meno... Ahimè.
Così, San Pietroburgo. La città in cui sono nato, ma vi ho abitato solo dopo aver completato la scuola media a Vorkuta (il Nord, il Polo, negli anni '60 Vorkuta era davvero una città di banditi, una delle “capitali” criminali – come Kolyma e Magadan). Cioè dal 1977. E solo a San Pietroburgo (allora, certo, Leningrado) ho cominciato a capire che cosa fosse la vera poesia (anche se avevo provato a scrivere versi a scuola – avevo studiato non solo a Vorkuta, ma anche a Mosca, e a Gelendžik – e durante il servizio militare tra le file dell'esercito sovietico, in una cittadina nei pressi di Zagorsk). All'Istituto Geologico di Leningrado (LGI), a cui mi sono iscritto sotto l'influenza di mio padre geologo, parallelamente allo studio, dal primo anno, sono iniziate le lezioni al LITO (unione letteraria) del LGI, che era guidato da Michail Jasnov, noto poeta per l'infanzia e traduttore di poesia francese.  Poi ho avuto: il lavoro nella Casa degli scrittori leningradese; lo studio alla Libera Università (cattedra di poesia: 1989-1991); il lavoro come redattore (dall'inizio degli anni '90) – nell'organico e non – praticamente in tutte le case editrici pietroburghesi; comporre e redigere la rivista artistica letteraria samizdat “Sumerki” (1989-1995); il lavoro in giornali e riviste – pubblicista, giornalista e redattore; lo studio dell'eredità creativa dell'avanguardia russa dell'inizio del XX secolo (prima di tutto – Velimir Chlebnikov, Vladimir Majakovskij, Elena Guro, Tichon Čurilin, di cui ho preparato libri, commentandoli e pubblicandoli per varie case editrici di Mosca e San Pietroburgo); la partecipazione a conferenze scientifiche internazionali, dedicate all'avanguardia e alla letteratura contemporanea; la preparazione di varie antologie di poesia pietroburghese contemporanea; la cura e la conduzione di serate letterarie (letture poetiche, presentazioni di riviste e case editrici, serate di prosa, festival) – dal 2005. E così via. Non ricorderò tutto ed elencare tutto sarebbe troppo lungo. Ma, in un modo o nell'altro, tutta la mia vita è stata legata alla letteratura, ai libri, alla poesia. E tutti i miei amici in gran parte sono poeti, artisti, musicisti.
E la nostra vita era e continua a essere del tutto viva. Probabilmente alle peregrinazioni e ai viaggi (non sono solo festival poetici in diverse città e paesi, ma anche semplicemente viaggi “per il mondo”) dedichiamo non meno tempo che alla lettura di libri e composizione di versi nei nostri appartamenti e studi.

A.M.: Nella nota finale della raccolta “Chiedo asilo poetico”, il suo traduttore Paolo Galvagni scrive: “Siamo di fronte a una persona, la cui vita è legata in modo fatale alla poesia e si è tramutata in “esistenza letteraria”: non sa dove scappare. Quasi tutti i suoi versi sono organica-mente iscritti nella vita letteraria della Pietroburgo contem-poranea, coi suoi innumerevoli saloni letterari e altre amenità poetiche.” Si rispecchia in questa immagine?
Arsen Mirzaev: Dell'“esistenza letteraria” ho già scritto tanto, rispondendo alla prima domanda. Ma è solo una parte di me e della mia vita. Sì, sono “iscritto” alla letteratura, inserito in essa (anche ufficialmente: come membro delle unioni di scrittori, come portatore di cultura, compositore di antologie, redattore di riviste, membro di diverse giurie professionali, etc), si può dire che sia radicato in essa dalla testa ai piedi nei 35 anni della mia “letteraturovita” (la mia esistenza nella letteratura), occupandomi all'infinito di tutti i possibili studi, della preparazione di libri, conducendo ogni anno una quantità infinita di serate poetiche. Ma amo anche staccarmi – strapparmi da questa celebre “esistenza letteraria” verso la natura – nel bosco, sui monti, al mare, nel deserto.... “I poeti devono vagare e cantare!” – con questa affermazione di Velimir Chlebnikov sono d'accordo al 200 %.  

A.M.: Nella lirica “Il giorno di San Valentino” si legge “[…] – diventare/ uno stupido geniale,/ […]” (“[…] – стать/ гениальным придурком,/ […]”), con questa immagine intende menzionare lo jurodivyj, figura del mondo ortodosso russo con significato di “folle in Cristo” o “santo idiota”?
Arsen Mirzaev: No, qui non avevo alcuna intenzione di fare un accenno agli “jurodyvie” russi, anche se mi interessano tanto. Avevo in mente un motivo di Van Gogh, la celebre storia col suo orecchio tagliato (abbastanza ironico e autoironico) la estrapola sull'“amato se stesso” l'eroe lirico di questa poesia.

A.M.: Da studioso di letteratura si è occupato dell’opera del poeta russo Velimir Chlebnikov (Oblast' di Astrachan', 9 novembre 1885 – Santalovo, 28 giugno 1922). Una breve poesia recita: “Preposto al servizio delle stelle,/ Io giro, come una ruota,/ Che s'invola all'istante sull’abisso,/ Che finisce sull'orlo del precipizio,/ Io imparo le parole.” Vorrei soffermarmi su “stelle”, “abisso” e “parole”: la vertigine è una condizione necessaria per il poeta?
Arsen Mirzaev: La mia “storia” con Chlebnikov, il grande Futurista, è cominciata circa quaranta anni fa, quando a me, studente della facoltà geologica dell'LGI, hanno chiesto di tenere una lezione su Velimir per gli studenti stranieri dell'Istituto geologico. Era il 1981 o 1982.
Nel 1986 ho partecipato alla conferenza (Fortezza di Pietro e Paolo, San Pietroburgo), dedicata al centenario di Velimir Chlebnikov. Poi ho prese parte a numerosi festival e conferenze scientifiche dedicate a Chlebikov e all'avanguardia letteraria dell'inizio del XX secolo, tenute a San Pietroburgo, a Mosca, a Parigi, a Helsinki, a Velikij Novgood, ad Astrachan', a Kazan', a Čeljabinsk, a Tver' e in altre città. Nel 2005 ho avuto la fortuna di pubblicare il libro Velimir Chlebnikov – serto al poeta (33 omaggi poetici a Velimir: ora ho preparato per la stampa la versione completa del Serto – più di 100 nomi di poeti noti, che hanno dedicato poesie al “Re del Tempo”). E tre anni fa il libro, da me composto e commentato “Il tempo – misura del tempo” (la cosiddetta “piccola prosa”: articoli, note, proclami, manifesti, diari, etc). Ho preparato altri progetti editoriali, legati ai Futuristi, che per vari motivi non erano ancora usciti.
A suo tempo il poeta Osip Mandelštam ha detto: “In Chlebinikov c'è tutto!”. – Per me era proprio così. “Il nostro tutto” – non è solo Puškin, ma anche Chlebnikov. E anche prima di tutto – Chlebnikov. Proprio lui mi ha fatto sentire che cosa sia la vera poesia, capire che cosa costituisce la sua essenza, amarla “per tutta la vita rimanente”. Una sola sua frase – per esempio, “Con un sorriso è chiaro, semplice/ Sollevo la vita/ ad altezza della mia statura” – poteva sconvolgermi, rafforzarmi – dall'esistenza (vitale, non letteraria), dalle “porcherie plumbee della vita”.     

A.M.: Oltre al futurismo ed alla avanguardia russa si è interessato di futurismo italiano? Quali sono gli artisti e poeti che ha apprezzato maggiormente e quali differenze ha potuto notare tra esponenti in Russia ed esponenti in Italia?
Arsen Mirzaev: Sì, certo, non si può trascurare la figura, potente, creativa e in molto contraddittoria, di Marinetti! Anche se da noi lo conoscevano proprio poco. E praticamente non lo pubblicavano. Ma ora sono pubblicati non solo i suoi proclami e manifesti, ma anche la poesia e la prosa – in russo. Cosa che non può non allietare. Sulle differenze tra i futuristi italiani e russi si è scritto più volte. Se approfondissi anch'io questo tema, sarebbe superfluo e occuperebbe troppo spazio e tempo. Ma voglio notare che anche l'avanguardia letteraria e artistica italiana mi interessa molto.
Nominerò solo alcuni nomi: Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Fortunato Depero, Carlo Carra, Enrico Prampolini, Luigi Russolo, Antonio Sant’Elia, Gino Severini, Ardengo Soffici.
Non è il primo anno che con alcuni slavisti italiani tengo rapporti di amicizia. Oltre a Paolo Galvagni, a Lei noto, si tratta di Massimo Maurizio, Gabriella Imposti e Marco Sabbatini. Conosco altri slavisti solo da lontano: Stefano Garzonio, Carla Solivetti. Be', certo, bisogna anche aggiungere al tema “italiano” il fatto che nel 2018 per la mini antologia di poesia italiana contemporanea “Essere delle foto”, mi è capitato di tradurre i testi di Alfonso Maria Petrosino e Marco Miladinovic.

A.M.: Perché ci sono così pochi poeti buoni e vari?” почему же так мало поэтов хороших и разных?
Arsen Mirzaev: Avendo una certa esperienza di traduzione poetica da varie lingue, immagino bene come sia complesso rendere l'intonazione di un testo in lingua straniera (la cosa più semplice è il senso, se nella poesia è più o meno “trasparente”). Qui, in questi testi (come in molti miei altri versi) svolgono un ruolo significativo l'ironia e l'autoironia. È abbastanza complesso da spiegare. O si percepisce nel testo, oppure no.

A.M.: Successivamente alla pandemia ha intenzione di presentare “Chiedo asilo poetico” in Italia?
Arsen Mirzaev: Anch'io spero che prossimamente (tra un mese? due?) le frontiere saranno aperte e potremmo tutti relazionarci con libertà e apertamente – come prima. Sostengo in ogni modo l'idea di fare una presentazione in Italia. Ovvio, la presentazione (forse, più di una) deve avvenire anche in Russia. Possiamo organizzarla nel mini hotel letterario “Antica Vienna” nel centro di Pietroburgo, dove dal 2005 conduco le “Serate letterarie”, ormai diventate di culto per molti.

A.M.: Salutiamoci con una citazione…
Arsen Mirzaev: Nel contesto di quanto detto sopra, di certo si confà congedarsi con questa quartina “antipandemica”: “Il gelo cosmico nella notte./ Alle finestre s'erge la sventura./ E da me il fuoco nella stufa,/ Il tè sul tavolo e nel cuore la felicità” (Vladlen Gavril'čik, poeta e artista, 1953).
E se permettete, con un'autocitazione: “i versi sono un bastone/ su di esso mi appoggio/ camminando/ in questa vita”.

A.M.: Arsen ringrazio per la schiettezza delle sue risposte e la saluto anche io con due citazioni. Prendo in prestito le parole di un suo connazionale fortemente ammirato in Europa, Fëdor Michajlovič Dostoevskij “Colui che mente a se stesso e dà ascolto alla propria menzogna arriva al punto di non saper distinguere la verità né dentro se stesso, né intorno a sé e, quindi, perde il rispetto per se stesso e per gli altri.” ed infine: “Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive.”

Written by Alessia Mocci
Info
Sito Macabor Editore
http://www.macaboreditore.it/
Acquista Chiedo asilo poetico
http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-categories-listing/product/110-chiedo-asilo-poetico

Fonte
https://oubliettemagazine.com/2020/06/25/intervista-di-alessia-mocci-al-poeta-russo-arsen-mirzaev-vi-presentiamo-chiedo-asilo-poetico/

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Intervista di Alessia Mocci a Brina Maurer: vi presentiamo “Vocabolari e altri vocabolari”


Si dovrebbe smettere di chiamare “bestie” gli animali e “padroni” le loro umane metà. Non si è mai abbastanza sensibili e parlare è già un modo di agire. C’è da inorridire sfogliando i vocabolari, notando come certe definizioni offensive, attribuite a termini concernenti il mondo animale, siano ancora in circolazione.” – Brina Maurer

Brina Maurer pone al lettore una riflessione importante sul linguaggio, su come le parole abbiano assunto un uso dispregiativo (bestie) o di possesso (padroni), su come l’essere umano lo adoperi per allontanarsi dallo status di animale disprezzando in realtà ciò che è.

L’interesse dell’autrice si pone sulle somiglianze tra animale ed animale, tra umano e cane per l’esattezza, in uno studio profondo di ciò che fa l’uomo e ciò che fa il cane. “Corrispondenze continue” nel sentire e nell’agire annotate dettagliatamente in pagine e pagine di diari.

Brina Maurer (pseudonimo di Claudia Manuela Turco) è nata il 15 dicembre 1970 e vive nella campagna friulana. Si è laureata in Lettere e Filosofia (Conservazione dei Beni Culturali) con lode, è stata giornalista pubblicista ed è poeta, romanziere, diarista, biografa e critico letterario. 

Vocabolari e altri vocabolari” è stato pubblicato a giugno 2020 dalla casa editrice Macabor Editore nella collana “I fiori di Macabor”, con elaborazione grafica su fotografia di Marco Baiotto. La prefazione è stata curata da Lucia Gaddo Zanovello.

“[…] Passano gli anni,/ e l’ipersensibilità/ è sempre più indesiderata./ Nulla da denunciare,/ nulla da dichiarare./ L’importante è/ non creare problemi.// […]” “Isa-bella addormentata in ospedale”

A.M.: Brina, la ringrazio per il tempo concesso in questa intervista e mi complimento per questa sua nuova raccolta dal titolo “Vocabolari e altri vocabolari”. Dovrebbe essere il ventiseiesimo?
Brina Maurer: Ringrazio innanzitutto lei, dott.ssa Alessia Mocci, per l’invito a partecipare a questa intervista e per aver letto Vocabolari e altri vocabolari.
Sono poeta, romanziere, diarista, biografa e critico letterario e sono stata giornalista pubblicista. All’attivo ho pubblicazioni di vario genere, per argomento ed estensione. Risulta, pertanto, alquanto difficile quantificarle. Penso sia ragionevole dire che ho scritto circa 25 libri, più di 200 articoli e oltre 4.500 pagine manoscritte. E molto altro, che però ho distrutto.
I cani sono la mia vita. Il 25 giugno 2007 ho adottato Glenn (Lord Glenn). A lui ho dedicato un Ciclo di oltre 1600 pagine di narrativa intrecciata alla diaristica. Il 1° agosto 2011, invece, è avvenuta l’adozione di Mughetto (Mr. Mughy), un cane altrettanto speciale, al quale ho dedicato 42 diari, di cui 38 manoscritti. Entrambi mi hanno salvato la vita, restituendomi la gioia rubatami dagli umani, moltiplicata all’infinito. Grazie a loro la mia esistenza non è stata solo orrore ma anche magia.
A lungo ho scritto combattuta tra due fuochi: Vittorio Alfieri e Lord Byron. Anche loro nutrivano una forte passione per gli animali e la loro opera, come la mia, non può venire separata dalla loro vita. Ora, però, i miei due fuochi sono Lord Glenn e Mr. Mughy. Mi hanno ispirato atmosfere da romanzo romantico e da fiaba.
Se potessi ritornare indietro, eviterei di scrivere alcuni testi che ho pubblicato, anche se è vero che a loro modo sono serviti per arrivare alla meta. Non si possono mettere sullo stesso piano, per esempio, i miei contributi di critica e le opere dedicate ai miei adorati cani. Dei primi si potrebbe tranquillamente fare a meno, le seconde sono necessarie. Ho saputo di alcuni cani anziani e malati che sono stati salvati proprio grazie alla lettura delle storie di Glenn e Mughy. Ciò dà senso a tutto il mio lavoro, a tutte le mie fatiche, a quel mio disperato farmi male fisicamente e mentalmente per scrivere.
Sin da bambina non ho mai desiderato di diventare una scrittrice, ma ho sempre saputo di esserlo e di non poter fare diversamente. Cosa che non ho mai vissuto come un dono, bensì come una maledizione.
Con la scrittura mantengo un rapporto di amore-odio. Cerco la poesia anche nella prosa, tra “frecce di luce” (il trionfo della bellezza sul dolore) e “dardi avvelenati” (sono entrambi titoli di mie sillogi poetiche).
Sin da bambina sono stati i cani a insegnarmi cosa sia la poesia. La poesia è qualcosa che è nell’aria, e aspetta di essere colta, di venire catturata. Non considero la parola come strumento necessario alla poesia. Se «il poeta è la più impoetica delle cose che esistono» (J. Keats), il cane è l’essere più poetico. Fantasioso, sempre curioso e mai noioso.

A.M.: Ammetto che il titolo della raccolta mi ha lasciata stranita per la ripetizione di “vocabolari”. La copertina, però, giunge in aiuto al lettore con la fotografia di una donna e di Mr. Mughy.
Brina Maurer: Il titolo della silloge – Vocabolari e altri vocabolari – deve sicuramente qualcosa a Colori e altri colori di Fabrizio Dall’Aglio (Passigli, 2014) e in esergo compare la domanda «chi v’ha dotato di lingua nelle code?», tratta dal Compendio di retorica di Daniele Gorret. Nutro un rapporto di amore-odio anche con la lettura, raramente mi piace qualcosa di quello che leggo (e leggo tantissimo), ma adoro questo libro edito nel 2008 da Campanotto.
Ci sono vocabolari consacrati e vocabolari più o meno “clandestini”. La lingua degli animali è un po’ come i dialetti: piena di dignità, ma calpestata.
Con i miei cani non sono mai stata zitta, se non quando dormivano, e loro hanno sempre interagito con me, cercando di rispondermi non soltanto nella loro lingua, ma anche sforzandosi di farmi capire in altro modo, con altre “parole”, quando restavo perplessa. Con loro ho potuto notare “corrispondenze” continue tra quello che fa l’uomo e quello che fa il cane. Ognuno ha la sua personalità e il suo bagaglio di esperienze, e quindi ognuno fa un uso personale della lingua, e molto dipende dall’interlocutore, da quanto l’essere umano sia disposto ad ascoltare. Imparare a parlare con il proprio cane è come imparare una lingua straniera, per certi aspetti.
Personalmente considero la parola più un limite che un dono. Genera molti malintesi. Quel che significa “amare” per qualcuno, può avere significato diametralmente opposto per qualcun altro. Si dovrebbe smettere di chiamare “bestie” gli animali e “padroni” le loro umane metà. Non si è mai abbastanza sensibili e parlare è già un modo di agire. C’è da inorridire sfogliando i vocabolari, notando come certe definizioni offensive, attribuite a termini concernenti il mondo animale, siano ancora in circolazione.
L’uomo crea gerarchie di continuo, e competizione. Così non si coglie il vero senso della vita, non si apprezza quel poco che veramente conta, si disprezza quanto ha più valore.
L’intelligenza pratica degli animali viene strumentalizzata per sfruttare gli animali stessi. Ma siamo tutti animali. E non tutti possono essere Einstein, non tutti vogliono andare sulla luna, non tutti sono curiosi o fantasiosi… Come ho scritto in Neraneve e i sette cani – Storia di antiche violenze (Italic, 2018, prefazione di Luigi Fontanella), se l’uomo disponesse dell’olfatto del cane, diremmo che l’intelligenza risiede nel naso.
Per la stesura di Vocabolari e altri vocabolari, avvenuta tra il 14 e il 23 aprile 2020, sono stati necessari molti anni di gestazione. Determinante, il lavoro diaristico iniziato nel 2007 e proseguito sino al 2020, condotto con passione e ostinazione insieme a Glenn e Mughetto.
La stesura effettiva è stata così rapida, perché all’improvviso ho realizzato che era questione di vita o di morte. La mia esistenza e la scrittura sono sempre state inscindibili. La pandemia ha esacerbato un malessere di fondo, accelerando il processo creativo. Non potevo saperlo, ma un paio d’ore dopo aver finito il libro, infatti, è successo qualcosa per cui in seguito non avrei più potuto concluderlo. Il piano originario era di 20 poesie, poi ristretto a 12, poi a 10. Il pomeriggio del 23 aprile capii che non potevo andare oltre. Troppo doloroso. E lo sarebbe stato anche per un lettore sensibile.
Le notizie di cronaca che mi hanno più colpito nel corso degli anni si sono sedimentate nella coscienza, per non abbandonarla più, continuando a tormentarmi. Mi risultava assolutamente intollerabile pensare che a Mughetto sarebbe potuto succedere qualcosa di simile. Dovevo scrivere questo libro per lui, per Glenn e per tutti gli indifesi come loro.
Per i “Diari di Mr. Mughy” ho svolto un lunghissimo e faticosissimo lavoro, insieme a Mughetto. Mentre continuavamo tale stesura (lui vivendo scriveva), negli ultimi tempi vi ho sovrapposto anche un lavoro di rilettura e una riflessione sul tutto a livello formale (finalizzato comunque solo a una lieve limatura), usando molti vocabolari, grammatiche e qualche enciclopedia. Questo approfondimento sulla lingua mi ha consentito di mettere meglio a fuoco l’argomento e il titolo del libro (Vocabolari e altri vocabolari). In origine avevo pensato a Scarpine da surf, lavorando sulle fiabe, ma così l’orizzonte sarebbe risultato alquanto limitato. “Scarpine da surf”, allora, è diventato il titolo di una poesia.
L’aver imparato abbastanza bene la lingua canina, mi ha invogliato a cercare di capire meglio anche la lingua italiana, mi ha invogliato a riscoprirla, a guardarla con occhi nuovi, a sentirla con orecchi diversi. Durante le mie ricerche emergevano non poche contraddizioni e discordanze, talvolta errori evidenti. Mentre osservavo come la lingua sia cambiata nei suoi vari usi nell’ultimo mezzo secolo e come tali cambiamenti siano stati registrati nelle varie grammatiche, mi sono resa conto che spesso quanto veniva considerato “errore” quando frequentavo il liceo o l’università, nel tempo è stato riassorbito nel “sistema”. A volte invece mi sono resa conto di aver avuto, a quei tempi, alcuni professori davvero moderni, perché certi loro insegnamenti vengono tuttora considerati “scelte ardite”.
La fretta del nostro tempo ha lasciato traccia anche nei vocabolari più apprezzati: alcuni termini liquidati con poche righe, altri presentano definizioni ed esempi infiniti ma non esaustivi seguendo un ordine che pare casuale, disomogeneità nello strutturare le voci, errori di battitura, casi in cui la definizione del termine A rinvia alla definizione del termine B, la cui definizione rimanda alla definizione del termine C, che a sua volta fa riferimento alla definizione di A, così il cerchio si chiude senza, in realtà, aver definito veramente le singole voci...
Gli esperti della lingua non di rado si affidano a Google per dare una risposta alla persona comune, semplicemente facendo un discorso statistico, matematico. Purtroppo trovo troppi “ragionieri della lingua” tra le persone comuni, incapaci di vedere che “l’errore”, o la volontaria eccezione alla regola, può avere una precisa funzione espressiva.
Tutto ciò mi ha fatto apprezzare ancor di più la bellezza e limpidezza del Vocabolario di Mughetto e dei cani in generale!
Inoltre, per riuscire a scrivere, per me rimangono fondamentali, per creare un distacco seppur minimo dal dolore, l’arte contemporanea, la storia dei giardini e l’architettura. Mi aiutano a creare degli argini. Vocabolari e altri vocabolari contiene riferimenti, oltre che al mondo delle fiabe e ad altre mie opere e a opere altrui, anche a tali ambiti di ricerca.
Perché possa scrivere un libro devono convergere tantissimi elementi di diversa origine. Ho una visione d’insieme e sento che, cose che sembrerebbero non poter stare vicine o sovrapposte, invece devono incontrarsi. All’improvviso tutto va a posto, ma è una lotta all’ultimo sangue.
Scrittura e lettura sono due facce della stessa medaglia, che è la vita: dare e ricevere, ascoltare e parlare. Tra le tante letture fatte poco prima di iniziare la stesura effettiva di Vocabolari e altri vocabolari, posso ricordare Le cose del mondo di Paolo Ruffilli (Mondadori, 2020), opera esemplare per chiarezza di visione e capacità di sintesi. Non viene mai persa la profondità del dettaglio. Non è mai possibile sapere che cosa o chi mi aiuterà a “sbloccarmi”, per poter iniziare a scrivere. Stavolta mi ha aiutato a trovare la giusta concentrazione, la visita virtuale della Rothko Chapel, che ho potuto fare grazie al volume di Alessandro Carrera Il colore del buio (Il Mulino, 2019).
In breve, se sono riuscita a scrivere il libro in soli 10 giorni, lo devo al lavoro portato avanti ogni giorno per anni e anni insieme a Mughetto. A essere sincera considero lui il vero autore. Senza di lui non avrei mai scritto Vocabolari e altri vocabolari. È stato lui a ispirarli, a farmi riflettere, a farmi capire. Lui mi ha insegnato tanto e mi ha anche guidato. Considero i diari di cui ho curato la stesura tra il 2007 e il 2020, opere scritte vivendo, opere lasciatemi in eredità da Glenn e Mughy. Non potevo ricevere dono più grande del tempo trascorso con loro e i diari non sono “miei”, bensì la loro biografia.
La fotografia in copertina ritrae me e Mughetto ed è stata scattata da mio marito Marco Baiotto. Ho la fortuna di poter disporre delle sue sempre sincere critiche, nelle fasi finali dei miei lavori. Da soli non si va lontano. Senza di lui non avrei mai potuto adottare Glenn e Mughy, e senza di loro tre non avrei scritto i miei libri più importanti.

A.M.: Nella prefazione, Lucia Gaddo Zanovello scrive: “Gli umani si comportano in modi diversi con gli animali, ma alcuni di loro non li rispettano e molti ancora purtroppo non si preoccupano minimamente di come vengano trattati, nemmeno quando vengono torturati.” È in accordo con questa affermazione?
Brina Maurer: Sì, sono d’accordo. Molti dicono di amare gli animali ma, se si scava, si scopre che intendono l’amare gli animali in modi ben diversi, persino contrastanti. Inoltre, il discorso rientra in quello più ampio della violenza in generale, sia fisica che psicologica, soprattutto sugli indifesi. Non scrivo mai di animali per parlare solo dell’uomo. Ci tengo a precisarlo, perché non di rado ho letto libri in difesa di tutti gli esseri viventi, poi presentati da alcuni recensori in un’ottica di puro beneficio per l’uomo. Questo è un grande problema. Costanti della mia poetica sono: il voler dar Voce a chi la cui Vita non gli appartiene, l’umanità degli animali, l’animalità dell’uomo, la dimensione di solitudine e malattia cui è condannato il diverso tra i diversi.
Quando ascolto certi discorsi sulla difesa dell’essere umano e dei suoi diritti, sento quasi sempre un pugno nello stomaco, perché non si dovrebbe parlare degli “animali umani” comportandosi come se gli “animali non umani” non esistessero. Si dovrebbe sempre focalizzare il discorso sugli “esseri viventi”, nella loro totalità.
In Vocabolari e altri vocabolari, il personaggio di Isabella è un esempio di come spesso vengono trattati male gli esseri umani, indipendentemente dall’età e dal sesso, dagli altri umani.
Non di rado il peggior nemico del bambino malato è il bambino sano, e la madre che sbatte il cane fuori di casa per pigrizia, perché le pesa pulire un po’ di più, in realtà non vuole bene né al cane, né al bambino. I bambini istintivamente amano gli animali e la loro armoniosa convivenza consente una crescita equilibrata, senza bisogno di droghe o alcol per sfuggire a una tetra realtà.
Le brutte cose che spesso la gente mi diceva in presenza di Glenn (ferendo entrambi), perché adottato già anziano, zoppo, cieco e con problemi di cuore, non erano diverse dalle frasi che la gente diceva a mia madre in mia presenza, quando ero una bambina malata, facendo come se io non esistessi o non potessi capire. Quasi mai ho conosciuto qualcuno in grado di amare gli animali e non gli umani. Invece ho conosciuto tantissime persone capaci di fare del male sia agli animali che alle persone.
Il testo della prefazione di Lucia Gaddo Zanovello in origine era il testo della quarta di copertina. Ho voluto io che diventasse prefazione perché, a causa della rilevanza del messaggio e della gravità del contenuto del libro, non avevano importanza eventuali considerazioni sul mio percorso poetico e sugli aspetti stilistici dell’opera. Questa introduzione, priva di inutili fronzoli, focalizza l’attenzione sulla sofferenza degli animali, anche se i miei libri parlano sempre di violenza e sofferenza in generale. Ma, mentre per l’uomo abbondano le occasioni di riflessione in difesa dei suoi diritti, per gli animali il fenomeno è ancora purtroppo molto ristretto. Quindi, non si possono sprecare le opportunità che si presentano.

A.M.: Nel primo componimento che dà il titolo alla raccolta si legge: “[…] E le inversioni inattese:/ la religione come scienza,/ la scienza come religione,/ la preghiera che offende come bestemmia,/ la bestemmia che vuol essere preghiera,/ la folle o profetica allucinazione.// […]”. Perché il mutare della società umana è un rovesciamento?
Brina Maurer: Forse perché spesso ci si fossilizza tra due possibilità, come se si fosse a un bivio, e, accertato che una delle due sole scelte ritenute possibili non era quella giusta, si passa all’altra. Può sembrare più facile ripartire da zero, piuttosto che salvare il salvabile per poi proseguire correggendo la direzione. Così, però, ci possono essere enormi sprechi. Un orientamento rivelatosi fallimentare fa spesso fuggire nella direzione opposta. Quasi come un gatto che, salito sulla stufa accesa, non vuole più salire nemmeno sulla stufa spenta.
Nei versi citati faccio riferimento a chi cerca di imporre agli altri la propria fede come se fosse una verità di scienza e a chi, al contrario, abbraccia la scienza come un credo religioso, senza lasciare spazio ai sogni, alla speranza e all’immaginazione, soprattutto degli altri.
Nella società umana non mi sono mai sentita rappresentata. Ma non me la sento di puntare il dito contro la classe politica, o meglio, avrei qualcosa da ridire non soltanto contro di essa. Infatti, mi sorprende che siano state fatte certe conquiste a livello legislativo, perché, se fosse dipeso dall’uomo o dalla donna “comune”, tutto ciò probabilmente non sarebbe stato possibile.

A.M.: Nel componimento “Ho ucciso” si legge: “[…] Io, assassina.// Per giorni sotto shock,/ confidandolo a tutti./ Cercavo un tribunale cui affidarmi,/ una cella in cui nascondermi.// […]”. Versi che si contrappongono ai successivi nei quali l’interlocutore non si affligge per la morte accidentale ma la giustifica con un semplice: “Capita”. Mettendo l’accento sulla differenza di sensazione tra gli esseri umani davanti ad una stessa esperienza, se da un lato troviamo l’Io poetico che si angoscia per lo sciagurato incidente dall’altro troviamo un “capita” ed una gattara che propone un improponibile suicidio. Perché l’essere umano è in conflitto con la morte?
Brina Maurer: L’episodio che ha ispirato la poesia è realmente accaduto. La vittima, un gatto investito accidentalmente da un’automobile. Mentre chi guidava e chi gli stava accanto, come è giusto che sia, si sentono responsabili e il passare del tempo non potrà cancellare quel ricordo, che è trauma, altri minimizzano. Qui il problema non è tanto la legge che non è abbastanza severa, perché chi ha causato la morte avrebbe voluto qualcuno cui potersi consegnare e i sensi di colpa non spariranno, bensì l’incapacità di capire, da parte di chi vorrebbe consolare rendendo il peso che grava sulla coscienza più sopportabile, che questa non è la via da seguire.
Né la religione, né la scienza, per quanto mi riguarda, offrono un supporto adeguato, per poter affrontare con un minimo di serenità l’idea della morte e il lutto. Personalmente ho trovato appiglio nelle sincronicità junghiane, che sono un fatto intimo, che non va dimostrato a nessuno, né gli altri devono crederci.
Inoltre, la scrittura consente la creazione di un ponte tra il mondo materiale e l’aldilà o l’invisibile. E la poesia può essere paraurti, e non semplicemente “per paraurti” (cfr. Alessandro Carrera, Poesie per paraurti, Mobydick, 2012).
Se si imparasse ad affrontare la morte senza troppa sofferenza, si imparerebbe anche a vivere meglio.
Ovviamente ci sono individui che, grazie a un particolare tipo di vissuto, possono andarle incontro senza troppe ansie. Ogni caso è a sé. Non bisogna mai appiattire l’esperienza di qualcuno su quella di qualcun altro.
Poiché «Il tempo non continua», si deve sperare «Che tutto avvenga per miracolo/ e quel piede che schiaccia/ diventi alato», come ha scritto Luigi Fontanella ne La morte rosa (Stampa 2009, 2015). Anche se ci si chiede «A chi resterà questo Tutto?/ Per chi questa ripetizione sfuggente?» (ancora Luigi Fontanella, in Round Trip, Campanotto, 1991) e anche se resta solo «il pensiero pensato della rosa», «intanto è geiser,/ soffione boracifero, spumante», come afferma, ne Le cose del mondo, Paolo Ruffilli.
In realtà, come ho avuto modo di osservare in Vocabolari e altri vocabolari, dobbiamo difenderci dalla vita e non dalla morte. Molto più terribile del morire considero, infatti, il dover sopravvivere a chi più amiamo e che più ci ha amato. Come ha scritto Bonifacio Vincenzi ne La vita della parola (Macabor, 2020), «Mi distrugge la consapevolezza/ del tuo involontario commiato», «Saperti in un posto inimmaginabile»«resto fermo/ in attesa di un prodigio»«se ti allontani/ dai miei pensieri/ non c’è giallo di ginestre/ né battito d’ali/ o azzurro di cielo/ che non mi riporti/ la tua voce». Qui colgo l’occasione per ricordare anche una citazione che può dare un po’ di conforto, inserita nel medesimo volumetto: «La consuetudine del nome/ mi rassicura della tua esistenza –/ giustifico il silenzio/ con l’incapacità dei sensi» (Pino Corbo).

A.M.: Nel componimento “Fiabe in fiamme” si legge: “[…] Sbagliare non può voler dire/ godere nel far soffrire qualcuno/ davanti ai propri occhi,/ con le proprie mani.// […]”. Nella strofa precedente un verso risponde in modo esaustivo: “qualcuno ha partorito e cresciuto”. La società dell’urbano ha mutato profondamente i suoi insegnamenti così da lasciare i figli in mano ai soli genitori, rispetto a situazioni di più ampio respiro nelle quali gli anziani istruivano sui costumi del bene e del male. Ritiene che per l’essere umano ci possa essere redenzione?
Brina Maurer: Ho dovuto scrivere “Fiabe in fiamme” dopo aver letto di un povero cane torturato con il fuoco. Accidentalmente vidi le fotografie in Internet. Era un pomeriggio in piena pandemia. Provai un dolore insopportabile e, in ginocchio, piangendo disperata, continuavo a dire: “Cosa ti hanno fatto? Cosa ti hanno fatto?”. Mughetto (era nella stanza accanto), avendo subito capito che qualcosa mi aveva sconvolto, venne da me preoccupato. Non sono più riuscita a togliermi dalla testa quelle immagini. In seguito le ho sovrapposte al ricordo di altri delitti analoghi, avvenuti nel corso del tempo. Di uno in particolare, verificatosi in Friuli, le immagini viste al telegiornale dopo tanti anni ancora mi perseguitano.
Alle parole occorre far corrispondere dei contenuti precisi. Le astrazioni non aiutano. Ricerca di redenzione, a seguito di cosa? Se un bambino ha messo e fatto esplodere dei petardi nelle mutandine di una bambina o nel naso di un cane o di un gatto accecandolo e spappolandogli la faccia, sinceramente il mio primo pensiero va alla bambina e al cane o gatto. Pochi si preoccupano per le vittime. Prima di tutto occorre fare in modo che quel bambino non costituisca mai più un pericolo per nessuno.
Occorre distinguere tra errore, cattiveria e malattia mentale.
Per le possibilità di redenzione e per il ruolo rieducativo delle carceri, non c’è una regola generale. Occorre considerare caso per caso. Mi vengono in mente Le stanze del cielo di Paolo Ruffilli (Marsilio, 2008), dedicate “a quanti hanno perduto per colpa propria o altrui la luce della loro libertà”.
Di certo i genitori hanno responsabilità per quello che fanno i loro figli minori. La scuola non può molto, se poi il bambino/ la bambina o il ragazzino/ la ragazzina rincasando trova un padre violento, una madre ubriaca, il nonno molestatore, una nonna che picchia il cane o altra situazione analoga.
Il carnefice può essere stato vittima a sua volta oppure no. Non tutte le vittime che hanno subito le stesse atrocità diventano mostri. Credo che, a fronte di certi delitti commessi, lo stesso “autore” del crimine, se prendesse veramente coscienza di quello che ha fatto, per primo chiederebbe l’eutanasia o cercherebbe di togliersi la vita.
Di recente ho sentito un’esperta della psiche dire che l’essere umano stenta persino a cambiare tipo di formaggio quando va al supermercato, quindi è ben comprensibile quanto sia difficile, se non impossibile, un effettivo cambiamento a fronte di certe efferatezze compiute. Ritengo, come viene insegnato in alcuni manuali di scrittura creativa, che il personaggio, per poter cambiare, debba possedere il tratto del cambiamento nella propria personalità.
In “Bambini di serie B” (racconto lungo, contenuto in Glenn amatissimo – Il cane che mi salvò la vita, Il Ciliegio, 2013) si può leggere di una bambina che ha maltrattato una cagnolina (fatto realmente accaduto), a causa di una visione distorta della realtà, e che poi è riuscita a cambiare completamente. Fu la stessa cagnolina a darle una grande lezione di vita, dandole la zampina anziché restituire il male ricevuto.
Come ha scritto Ivano Mugnaini, introducendo alla lettura di Come un bruco assetato di cielo di Marco Baiotto (Macabor, 2018): «Ci si salva, nel frangente in cui ci si accorge che tutto è “feribile”. Perché tutto respira, ha una pelle, degli organi, tutto è organismo, un insieme, regolato da totalità e trasformazione. Tutto è feribile perché tutto è vivo. Ed ha la stessa sostanza di cui anche noi siamo fatti. Noi, le formiche, le farfalle che ci sono e che verranno, e il bruco che, proprio come noi, ha il corpo e la mente tra il terreno e il cielo, tra carne e pensiero, realtà e sogno, fatto anch’esso di materia pulsante, e quindi feribile, anch’esso».
Nel corso del tempo ho conosciuto alcune persone che hanno rovinato la propria vita per colpa della droga. Hanno iniziato a fare uso di stupefacenti, perché non riuscivano ad accettare le ingiustizie del mondo. Inoltre, non avevano nessuno con cui poter parlare veramente. Non sono finite dietro le sbarre, ma la loro prigione è un’altra.
Non è questione di dimenticare o perdonare. Le colpe non si cancellano. Occorre diffondere libri che aiutino veramente a cambiare la mentalità della gente, a diventare più sensibili, più attenti alle esigenze degli altri. Occorre agire alla radice del problema, ma è un processo lungo.
Soprattutto è e sarà sempre necessario essere accoglienti e protettivi nei confronti degli esseri più fragili.
I genitori dovrebbero fare autocritica e non offendere, per autoassolversi, chi, per esempio, non ha figli e gli fa giuste osservazioni. Non è vero che fare il genitore è il mestiere più difficile in assoluto. Dipende da che genitore e che figlio entrano in relazione. Quello che è facile o difficile per qualcuno, non è detto che lo sia anche per qualcun altro. Lo stesso vale per chi ha cani. Certo, basta un attimo di distrazione e può avvenire la catastrofe, come con i bambini. Ma se un cane, che è stato avvelenato nel cortile di casa sua, non fosse stato lasciato da solo all’esterno per chissà quanto tempo, come un antifurto, magari non gli sarebbe capitato nulla di male. Non è un obbligo, né mettere al mondo figli, né adottare cani. Se non ci sono i presupposti per tenerli bene, è meglio fare altro.
La più grande fortuna di Mughetto, prima di incontrarci, è stata quella di rimanere in un canile dove veniva trattato bene. Non vorrei essere al posto di chi deve decidere se accogliere o meno una richiesta di adozione. Certa gente sa fingere molto bene.
Tutti dovremmo esercitare costantemente l’autocritica, per fare sempre meglio. E se qualcuno ci consiglia bene ma ha agito male, non è una buona ragione per agire male anche noi.

A.M.: Durante gli ultimi mesi, a causa della pandemia, tanti scrittori hanno optato per una presentazione online dei libri con dirette sui social network. Utilizzerà anche lei questa via oppure, con l’arrivo della bella stagione estiva, proporrà una presentazione all’aperto?
Brina Maurer: Purtroppo la pandemia al momento mi rende ancora impossibile qualsiasi forma di programmazione. Dipenderà dall’evolversi della situazione, sia per il discorso delle presentazioni, sia per la partecipazione ai concorsi. In ogni caso, il sito di Macabor Editore e la relativa pagina Facebook terranno aggiornati i lettori.

A.M.: Salutiamoci con una citazione…
Brina Maurer: Ringraziandola ancora, saluto cordialmente lei e i lettori, ricordando una battuta di Yul Brynner in Anastasia: “Quello che è difficile per gli altri è semplice per me, ma quello che è semplice per gli altri per me è impossibile”.


A.M.: Brina, chiudendo questa profonda e sincera intervista vorrei sottolineare una sua affermazione iniziale perché penso possa essere di grande aiuto: “Entrambi mi hanno salvato la vita, restituendomi la gioia rubatami dagli umani, moltiplicata all’infinito.”. “La gioia rubatami dagli umani”, prendere in mano il proprio presente e comprendere con quali esseri percorrere la propria vita, prendersi cura di sé e dell’altro. Lord Glenn e Mr. Mughy sono stati fortunati ad aver trovato lei come compagna di vita, così come lo è lei nella medesima misura. La saluto con le parole dello stimato Carl Gustav Jung: “Lodare e predicare la luce non serve a nulla, se non c’è nessuno che possa vederla. Sarebbe invece necessario insegnare all’uomo l’arte di vedere”.


Written by Alessia Mocci


Info
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http://www.macaboreditore.it/
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Fonte
https://oubliettemagazine.com/2020/06/06/intervista-di-alessia-mocci-a-brina-maurer-vi-presentiamo-vocabolari-e-altri-vocabolari/