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Al tuo cuore con la poesia di Rosario Tomarchio: alla famiglia ed alle persone care


Vorrei essere una fontana/ Che dona allegramente acqua/ A tutti gli anziani al riparo delle calde ore,/ in circolo ricordano il loro passato/ e progettano sogni infiniti/ […]‒ “Vorrei essere una fontana”

La figurazione millenaria dell’anziano dell’essere umano che ha permesso agli anni di solcargli il viso e le mani che, in circolo davanti ad una fontana, si cimenta nella narrazione di ciò che la sua mente rammenta in quell’istante, al riparo dal sole.

Ancor più solcato è il Pensiero e, libero senza il tremolare delle ginocchia, affronta la scia di immagini talvolta supportata da sogni a cui non si può decretar la fine.

La voce narrante esprime la volontà di esser acqua la trasformazione in una fontana forse per poter sentire quei segreti che gli anziani si narrano o forse per rinfrescare i loro respiri con nuova linfa. 

“Al tuo cuore con la poesia” è una breve raccolta poetica dell’autore siciliano Rosario Tomarchio. L’autore conta di numerose pubblicazioni sia poetiche come “La musica del silenzio” (Statale 11, 2010), “Storia d’amore” (Aletti editore, 2012), “Ricordi di poesie” (Rupe Mutevole Edizioni, 2013), “Cielo” (Rupe Mutevole Edizioni, 2014) sia brevissimi saggi come “Il mito della semplicità”, “In cammino”, “Dalla grotta al tempio”, “In viaggio per incontrare Gesù”.

La raccolta è dedicata al cuore dello stesso autore, ogni verso nasce dal profondo amore verso le persone care: ai genitori (al padre, l’uomo del silenzio; alla madre, la donna della vita), ai pochi e veri amici che una persona conta sulle dita della mano, ad una relazione con una donna del passato, alla nonna Vincenza scomparsa molti anni fa, alla lettura dei Vangeli che sin da giovane hanno popolato la sua mente, agli animali che rendono la vita meno solitaria.

Il versificare è semplice, le parole sono immediate. Percorrono immagini care a Rosario e che si dipanano tra ricordi e presente in una continua esortazione all’amore.

“Quante volte mi ritrovo con il cuore affranto,/ con le lacrime che disegnano curve sul viso./ Quante volte mi ritrovo in un angolo del mondo,/ a rileggere lo stesso libro/ che racconta la mia vita/ tra poche gioie e tanti dolori./ Quante volte mi ritrovo sotto questo cielo,/ a guardare le stelle/ sperando ancora di poter colorare i sogni./ […]” “Dedicata a tutti i cani che ci fanno compagnia”

Rosario rilegge il suo libro chiamato vita, come tanti esseri umani vive una solitudine portata da quello che stiamo chiamando “progresso” ma che sempre più si rivela “regresso”.

La famiglia non ha più quel potere di collante sociale, il figlio è chiamato all’imperante isolamento nella quale tutti possiamo accedere al social network che ha avuto la pretesa di avvicinare le persone ma che ci ha resi schiavi delle mura di una casa e di un dispositivo che presenta una facciata, la misera ombra di noi stessi.

Rosario, con le lacrime che curvano il viso, si ritrova a guardare il cielo e quelle stelle che sin da bambino ascoltavano i suoi malumori e le sue gioie.

E se tutto intorno diventa estraneo, e se l’empatia verso l’altro dimostra di non trovar appiglio, l’autore ritrova la fiducia nella vita in un animale, nel sguardo complice di un cagnolino che si avvicina e che senza bisogno di parole, senza doni o serenate rammenta la semplicità dell’emozione.



“Che vanto nei hai fante/ A vincere tutte le battaglie/ Se non tocchi il cuore/ Della tua regina?/ […]” “Fante innamorato”

Written by Alessia Mocci

Info
Facebook Rosario Tomarchio
https://www.facebook.com/profile.php?id=100017034757004
Acquista Al tuo cuore con la poesia
https://www.amazon.it/tuo-cuore-poesia-Rosario-Tomarchio/dp/1724089811/

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/11/21/al-tuo-cuore-con-la-poesia-di-rosario-tomarchio-alla-famiglia-ed-alle-persone-care/


Intervista di Alessia Mocci a Claudio Alvigini: vi presentiamo Il Capitano di Bastur


Una sfumata memoria sembrava, infatti, smentire quella certezza. Ombra sottile essa accennava ad una qualche familiarità con quel luogo che lui, fino ad un attimo prima, avrebbe giurato non esistere. “Il Capitano di Bastur”

“Il Capitano di Bastur” edito nel 2018 dalla casa editrice Macabor Editore nella collana “Il mondo di Morel” è l’ultima pubblicazione di Claudio Alvigini.

L’autore è nato in Svizzera e ha vissuto a Palermo, Pozzuoli e Roma. Giovanissimo ha iniziato la sua carriera aeronautica come pilota civile dell’Alitalia, per svariati anni è stato comandante di Boeing 747. Sin dalla sua adolescenza trascorsa in Sicilia si è cimentato con le prime prove letterarie, attività ininterrotta che ha visto i suoi primi frutti nel 1997 con il saggio “L’inconcepibile esercizio” edito nella rivista di psicoterapia e psichiatria “Il sogno della farfalla”.

È datata 1998 la sua prima silloge poetica con Nuove Edizioni Romane “Visita in città”, segue nel 2002 “La casa sol terrazzo” per Edizioni La camera verde, nel 2005 “Ulàn Batòr” per Edizioni Helicon, nel 2007 “Trafficante di colori” per Edizioni LietoColle, nel 2012 “Il principio di non contraddizione” per Manni Editore. Ha vinto numerosi premi letterari. 


A.M.: Salve Claudio, ti ringrazio per aver accettato questa intervista che verterà sul tuo romanzo “Il Capitano di Bastur” edito da Macabor Editore. Ma prima mi piacerebbe che ti presentassi ai lettori raccontando qualcosa di te, una delle domande che mi vengono in mente è: i romanzi e le poesie che hai pubblicato dal 1998 sono il frutto dell’esser stato per tanti anni sopra le nuvole?

Claudio Alvigini: Cara Alessia, ho volato così tanto che sostenere che questa lunga frequentazione di “uno spazio più alto” non abbia influenzato la mia scrittura sarebbe assurdo. Quelle insolite visioni, quell’assenza di ostacoli allo sguardo, quegli spazi senza fine, quelle “nuvole maestose e deliranti” come dico in una poesia, mi sono, poco alla volta, entrati dentro, nel profondo. In altre parole abitano in me. Poi, quando scrivo, a quel fondo cerco di attingere e può allora accadere che quelle vaghe immagini affiorino in superfice e, se riesco ad afferrarne qualcuna prima che svanisca, si fermino sul foglio. Mi chiedevi qualcosa di me, potrei dirti che una delle mie grandi passioni è stato il calcio e che a Palermo, dove ho frequentato la terza media all’Alberigo Gentili e il liceo scientifico “Stanislao Cannizzaro” e dove ho scritto le mie prime cose, giocavo nella mitica Bacigalupo, anzi, per la precisione, nell’Athletic club Bacigalupo. Erano anni quelli in cui, per noi ragazzi e come diceva benissimo Luciano Bianciardi, il calcio rappresentava un bene assoluto. Se allora tu mi avessi chiesto quel’era la mia più grande aspirazione, il mio sogno, ti avrei risposto senza esitazioni che era giocare un giorno nel Palermo, calpestare l’erba della “Favorita”, come io continuo a chiamare quello stadio. Poi la vita andò diversamente e mi trovai a… portare aeroplani. Appartengo a quella generazione di piloti che erano anche un po’ artigiani, che “lavoravano” l’aereo, perché, come dicevano certi vecchi comandanti, l’aereo si porta con il… culo. La frase un po’ spiazzante va intesa letteralmente. Spiego subito: intendevano dire che bisogna ascoltare le proprie sensazioni fisiche e se, stando seduti al posto di pilotaggio si avverte anche un vago disagio fisico, bisogna fidarsi della sensazione, qualcosa non va… Poi vinse il computer e il pilota perse il corpo… ma questo è un altro discorso… Ed è stata una grande passione il volo. Contrariamente all’immaginario e agli stereotipi e rischiando di deludere qualcuno, una passione un po’ solitaria e a volte, un po’ dolorosa. Ma qui parlo per me, a titolo personale. Perché vedi, penso che ciò che vivi, la contraddizione assurda tra la tua normale vita d’uomo e la grandiosità dello scenario in cui all’improvviso sei catapultato e dentro il quale il tuo lavoro si svolge è talmente esagerata da rendere difficile il racconto, la condivisione. Dolorosa perché poi si soffre un po’ per non saper raccontare e quel vissuto, allora, si preferisce tenerlo per sé. Forse, appunto, soffrendo un po’… Ma io “volevo” raccontare. E ci ho provato. Ci ho provato con alcune poesie ma, soprattutto, con uno dei lavori cui sono più affezionato, “L’inconcepibile esercizio” che è anche il mio esordio come lavoro pubblicato, tra l’altro su una raffinata rivista di psichiatria e psicoterapia, “Il sogno della farfalla”. Un saggio/racconto in cui indago il rapporto dell’uomo con il volo anche da un punto di vista storico. Esso rappresentava e rappresenta, al di là degli anni passati dalla pubblicazione, la summa delle riflessioni fatte in tanti anni di attività. Ho volato su molti tipi di aeroplani e ho molto amato l’ultimo grande aeroplano dell’era diciamo così analogica, il mitico Boeing 747, il “Jumbo”, nobile quadrimotore e splendido aeroplano su cui ho trascorso indimenticabili anni in giro per il mondo. Una mia poesia, “Titano” (tutti gli aeroplani, sai, hanno un nome) inizia così: “Titano, gigante assai paziente, aveva quattro cuori che battevano forte…”. Ma più del calcio e della scrittura ho amato le donne della mia vita. Da esse ho preso tutto.


A.M.: “Il Capitano di Bastur” è dedicato ad una grande personalità italiana: lo psichiatra e psicoterapeuta Massimo Fagioli (Monte Giberto, 1931 ‒ Roma, 2017) conosciuto per la sua teoria della nascita e gli studi sulle origini delle patologie mentali nonché per l’essersi più volte distaccato dal metodo freudiano. Hai personalmente conosciuto Fagioli o sei un suo lettore?

Claudio Alvigini: Il Capitano di Bastur è dedicato a Massimo Fagioli, certo. Come dici tu, e come adesso sempre da più parti si riconosce, grande personalità italiana. È ancora poco, Alessia, molto poco per quello che quest’uomo geniale ha fatto e scritto, troppo poco. Ma lui per primo ci ha insegnato che bisogna aspettare, saper aspettare. Ho il privilegio grande di aver conosciuto e frequentato questo moderno Giordano Bruno, questo rivoluzionario del pensiero. Ho partecipato, infatti, assieme a tantissime altre persone, a quella che è conosciuta come Analisi collettiva. L’esperienza fondamentale della mia vita e dunque del mio pensiero, quella che di esso ha segnato il cammino e lo sviluppo. Il debito di riconoscenza nei confronti di questa storica ed irripetibile esperienza, nei confronti di quest’uomo formidabile che si è battuto tutta la vita perché l’immagine femminile trovasse il suo riscatto, è tale che questa dedica e questo mio piccolo libro sono davvero poca cosa, un granello di sabbia, una goccia d’acqua in cambio dell’oceano di umanità, di cura, di ricerca e di formazione ricevuto. La Teoria della nascita cui tu, con molta puntualità accenni, mi ha spinto oltre me stesso, oltre i miei limiti, oltre quello che sarei stato o diventato senza di essa, mi ha “costretto” alla fantasia di inventarmi un me stesso “nuovo” per reggere la sfida e andare avanti. La fantasia e il coraggio che ognuno può trovare se davvero vuole cambiare la propria vita, superarsi. È stato un grande mare Alessia, un mare in cui è stato assai dolce e bello naufragare. Sai, sognavo da una vita di scrivere un romanzo così e se ti dico che mi è costato un’enorme fatica e sei e sette anni di lavoro puoi capire quanto ad esso sia legato. Certo… mi sarebbe piaciuto che lui lo leggesse… la dedica sarebbe stata la stessa… ma le cose sono andate diversamente…


A.M.: Nel primo capitolo troviamo il vecchio Maestro Cardelio furente con l’allievo Basin perché non ha rispettato le regole del Lavoro d’Eleganza. Leggiamo infatti: “Devi essere specchio, specchio negli occhi, certo, ma poi, e questo lo sai benissimo, devi essere specchio nella mano!”. È molto interessante il concetto di specularità tra occhio e mano. Ti sei ispirato ad un filosofo od un poeta nel formularlo?

Claudio Alvigini: Dopo la risposta che ti ho appena dato, è assai facile capire a chi o a cosa mi sia ispirato e da chi abbia tratto alcune frasi che trovi in questa stessa intervista. E rispondo così alla tua terza domanda... Vedi, è che Cardelio, il vecchio maestro, spinge Basin, e ogni suo allievo, ad essere come lui, spinge all’identificazione. Un’identificazione talmente assoluta, totale e paralizzante da essere “specchio” dell’altro, specchio negli occhi, dice infatti Cardelio, ma poi, addirittura Specchio nella mano il cui movimento, è consustanziale al segno da riprodurre affinché la ripetizione non si distingua da ciò che ripete. E l’uno diventi specchio dell’altro, indistinguibile da lui… E qui, insieme alle fonti teoriche c’è l’immaginazione di chi scrive; immaginazione che, in letteratura, può e deve tendere la corda della fantasia al suo limite estremo, con il rischio, sempre presente e di cui va tenuto conto, che essa si spezzi e cada frantumata al suolo. Scrivere, scrivere in un certo modo, dico, è un mestiere … pericoloso che… “richiede indubbiamente coraggio…” (tra virgolette una frase da “Istinto di morte e conoscenza” di Fagioli). Spero che al “Capitano” il coraggio non sia mancato e nemmeno la fantasia che nel suo torcersi e tendersi spasmodicamente, sia arrivata al suo limite estremo e magari anche un po’ oltre, ma senza mai spezzarsi. Spero che chi leggerà il libro si appassioni, si commuova, ami la storia che legge o anche la odi e la disprezzi e butti via il libro, tutto purché non gli risulti indifferente scivolando via sulla superficie della sua attenzione come fa l’acqua sul dorso dell’oca. Il fatto è, Alessia, che se vince Maestro Cardelio e quelli come lui, se vince il vuoto degli affetti, il nulla, l’uomo si ammala e la sua azione si ferma, la sua vita stessa si ferma, si ferma la sua curiosità o meglio ancora, la sua ansia di conoscenza. E se invece l’uomo vuole vivere, se sperimenta la tristezza infinita di amare così tanto la vita… deve tentare di sviluppare le sue possibilità, tutte le sue possibilità, deve cercare se stesso, essere se stesso. È questo il fiume sotterraneo che corre lungo tutto il romanzo, la lotta silenziosa che si svolge tra i vari personaggi...


A.M.: Il Capitano di Bastur appare sin dal secondo capitolo come nome proibito da pronunciare ma che durante le notti attorno al fuoco si poteva udire da alcuni enigmatici vecchi del paese. Ma la vera protagonista di questa prima parte del romanzo è la curiosità di Basin. Ritieni che la curiosità sia una dote innata fornita ad un essere umano piuttosto che ad un altro?

Claudio Alvigini: La curiosità, dici, domina la parte iniziale del libro. È vero, anche se il termine meriterebbe una riflessione e una distinzione. Esso può valere in senso buono infatti e cioè esprimere amore di conoscenza oppure esprimere semplice indiscrezione, ozioso interesse. La curiosità è femmina si dice; e non certo per fare un complimento alle donne, anzi… Dunque sì, quella di Basin e dei ragazzini suoi coetanei è curiosità nella sua accezione migliore, accresciuta dalla paura per il luogo esecrabile e proibitissimo, l’osteria in cui si riuniscono quei misteriosi e assai gagliardi vecchi. Ma mi chiedi anche se ritengo che questo “atteggiamento” nei confronti della vita sia caratteristica originaria umana o meno. Credo di sì, penso che nasciamo con una naturale tendenza alla conoscenza. È un classico il “e perché?” continuo dei bambini. Ci sarebbe da chiedersi semmai perché sembri un destino quasi altrettanto universale e ineluttabile la fine di questa ansia di sapere. E perché in alcuni, invece, permanga. È la storia antica, eterna della perdita dei sogni quando si cresce, si diventa grandi. Bisogna affrontare la realtà! Altro che sogni, altro che ideali! Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere? Penso in fondo che tutto il romanzo sia un inno alla curiosità intesa nel suo significato più nobile.


A.M.: Consideriamo per un istante che sia possibile entrare nel romanzo e render vivo un personaggio: a chi daresti respiro in “Il Capitano di Bastur?

Claudio Alvigini: Forse a una figura che è solo appena accennata, la contadina-lavandaia dagli occhi grandi e scuri che “traffica” un mattino di primavera con il grande, taciturno e schivo Tagivaro. Traffico da cui nascerà Lasapo, attore non secondario del nostro racconto. Sta in riva al fiume questa donna senza nome quando Tagivaro l’incontra, inginocchiata, intenta al ritmato movimento di bagnare e ritirare i panni dall’acqua limpida che salta tra i sassi; onda del mare che viene e che va, malia sinuosa alla quale anche il pur serissimo e schivo Tagivaro soccomberà. È donna donna, femmina vera, splendida nella sua spontaneità e sincerità; del corpo ancor prima che del sentimento o del pensiero. È l’opposto, l’assolutamente diverso da Tagivaro, per lui l’attrazione irresistibile di un’origine perduta… Vive poco nella storia, anche se, ma qui lascio la ricerca alla curiosità del lettore, forse riappare sotto mutate spoglie…


A.M.: Come ti trovi con la casa editrice Macabor Editore? La consiglieresti?

Claudio Alvigini: Questa tua domanda mi permette non solo una risposta sincera, ma anche l’esercizio di un debito di riconoscenza maturato con la Macabor di Bonifacio Vincenzi. Nella vita qualche volta, a forza di provare (sapessi quanti no ha ricevuto il “Capitano”!) credendo con un pizzico di paranoia nel proprio lavoro, può accadere di fare l’incontro giusto. E io ho fatto l’incontro giusto. O forse lo abbiamo fatto entrambi. Pochi giorni fa, chiacchierando con Bonifacio dicevamo che forse eravamo entrambi in attesa. Lui di un libro come il mio, io di un editore come lui. Figura straordinaria e in via d’estinzione di quello che si chiamava un tempo editore puro, con l’aggiunta (o l’aggravante) di essere anche lui un valentissimo scrittore e poeta, Bonifacio Vincenzi mi ha del tutto sorpreso, commosso, conquistato. Da sempre più attento al valore, alla qualità dei rapporti umani (che antepongo a tutto) che ad altre cose, ho “sentito” che il mio Capitano era nelle mani giuste, aveva trovato la sua casa. Credo che in Bonifacio, mascherata da toni sinceri e diretti, semplici e umani, immersa in una sterminata cultura letteraria, risieda un amore per la buonissima letteratura così sincero e profondo da spingerlo a una generosità sorprendente. Generosità che arriva al punto (del tutto inconcepibile per uno scrittore) di trascurare il suo stesso libro appena uscito (un magnifico romanzo, “Il raduno” per le edizioni della romana Ensemble) e battersi con tutte le sue forze per le sorti del Capitano! Senza esagerazioni, Alessia, ho il privilegio di intrattenere con lui il rapporto che ogni autore sogna di avere con il proprio editore. Dunque certo che consiglio la Macabor cui auguro di intraprendere, magari proprio con “Il Capitano di Bastur” quella strada di crescita e di successo che ampiamente merita.


A.M.: Hai in programma presentazioni del tuo libro?

Claudio Alvigini: Sì, certo, alcune date sono stabilite per altre mancano i dettagli finali. Ho esordito in Calabria, a Trebisacce, il 16 novembre alle 18.00 nella sede dell’associazione Passaggi in via Manzoni, ospite della squisita Caterina De Nardi di quell’associazione presidentessa. Ha presenziato, e lo ringrazio, il sindaco Franco Mundo insieme all’editore Bonifacio Vincenzi. Uno scrittore e critico come Gianni Mazzei mi ha onorato di un suo intervento critico sul “Capitano”. Dal 14 al 16 dicembre avrò tre importanti appuntamenti a Palermo: sotto l’egida e lo spassionato interessamento di un amante e finissimo intenditore di letteratura come Massimiliano Manfredi sarò il 14 alla Libreria Macaione Spazio Cultura con la prestigiosa presentazione dello scrittore e storico Pasquale Hamel. Il 15 avrò l’onore di essere accolto, grazie alla generosità di Domitilla Alessi, nella sua raffinata e prestigiosa “Novecento” che ha ospitato grandissimi come Borges e Calvino, il quale definì Novecento “la più bella libreria d’Italia”. Il tour palermitano si concluderà il 16 al famoso circolo “Lauria”. Il 5 gennaio, finalmente, a Roma presso la libreria IBS di via Nazionale, con una presentazione di prestigio del “Capitano” da parte del noto psichiatra romano Martino Riggio, un appuntamento cui tengo moltissimo. Sarò poi a Pisa in una data da stabilire che ti comunicherò appena possibile e penso di chiudere a Padova, il 15 gennaio alle 18.30, presso la elegante ed accogliente libreria “La forma del libro” con un’altra prestigiosa figura che mi farà l’onore di parlare del “Capitano”, Lucia Gaddo Zanovello, splendida poetessa e scrittrice. Anche se la conclusione di questa prima tornata di presentazioni si dovrebbe concludere a Lisbona, con una presentazione presso l’Istituto Italiano di Cultura assai ben diretto da Luisa Violo. Ecco, vedi Alessia, una cosa che molto mi conforta e mi fa bene e mi commuove è l’adesione pressoché immediata, sentita e spontanea di questi grandi intellettuali e letterati, che non conoscevo se non di fama, una volta letto “Il Capitano”, a dichiararsi non solo disponibili a presentarlo, ma anche felici di farlo.


A.M.: C’è sempre un nuovo libro nel cassetto…

Claudio Alvigini: Il Capitano mi è costato così tanto che adesso, arrivati finalmente alla pubblicazione, mi sento come svuotato, capace solo di battermi con tutte le mie possibilità e forze per promuoverlo e farlo conoscere. C’è una spremuta di vita in questo libro, ho dato ad esso così tanto che ci vorrà un po’ di tempo per riprendere le forze… Forse non così lontano vedo semmai un ritorno alla poesia; più in là vedremo. Ma sai queste cose valgono fino a un certo punto perché io non ho mai programmato niente, quindi anche quello che ho appena detto potrebbe essere smentito domani. La scrittura, in fondo, mi ha sempre sorpreso, è sempre venuta lei quando e come voleva, e quando io magari, non me lo aspettavo proprio. Quindi, mai dire mai, e chissà che...


A.M.: Salutaci con una citazione…

Claudio Alvigini: Prima della citazione permettimi di congratularmi per il livello delle tue domande che denotano sensibilità profonda, amore per la letteratura e grande e attenzione, oltre, naturalmente, a grande professionalità. Ne sono rimasto assai colpito. La citazione, a questo punto, non può che essere fagioliana. Mi piace perché esprime una profonda verità attraverso un’apparente contraddizione, quasi un ossimoro: “La libertà è l’obbligo assoluto di essere esseri umani”. Grato della tua attenzione, ti mando un abbraccio.


A.M.: Claudio sei molto gentile e ti ringrazio per le tue sentite parole. La nostra intervista, le mie “curiosità” sono nate grazie alla tua interessante opera “Il Capitano di Bastur”, dunque è nella stessa che individuo il motore di questa piacevole chiacchierata. Ti saluto con una piccola sorpresa… ho avuto la possibilità di dare uno sguardo ad “Il principio di non contraddizione” (Manni editori, 2012 con prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti) trovandolo intrigante e di riflessiva memoria: “Quando il sasso/ buttato dentro l’acqua/ planando placido sul fondo/ avrà spento/ i cerchi in superficie,/ tutto ritornerà/ com’era prima.// Nessuno saprà mai/ di quel momento.// L’acqua sarà/ com’era sempre stata,/ la superficie del tempo/ scorre di nuovo liscia/ senza nessun avvenimento/ ad incresparla.// […] “Il tempo”


Written by Alessia Mocci



Info
Sito Macabor Editore
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Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/11/15/intervista-di-alessia-mocci-a-claudio-alvigini-vi-presentiamo-il-capitano-di-bastur/

Intervista di Alessia Mocci ad Angelo Lamberti: vi presentiamo Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze



[…] E non ho tempo di guardare se fuori/ è rimasta la comicità della luna/ o la crudeltà dell’alba.” ‒ “La casa dell’infanzia”


“Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze” edito nel 2010 dalla casa editrice Negretto Editore è una silloge poetica di Angelo Lamberti. L’autore nato nel 1942 a Castel d’Ario, in provincia di Mantova, vanta un ricco curriculum di pubblicazioni tra poesia e teatro.

Ricordiamo brevemente ‒ per non tediare il lettore in un elenco troppo vasto ‒ la prima raccolta poetica del 1994 con la casa editrice Trito e Ritrito “Colpevoli d’innocenza” e l’ultima nel 2018 con Ace International “La morte non esiste”; in campo teatrale sono varie le collaborazioni con registi quali Mattia Giorgetti, Nanni Fabbri, Buno Garilli, Maria Grazia Bettini, Luigi Tani, Pino Manzari, Gherardo Coltri, Ruggero Jacobbi e le rappresentazioni a New York, Lugano, Mantova, Milano, Roma, Verona.

“Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze” è suddiviso in quattro parti, la prima denominata “Scene di vita da un cimitero” presenta le date 1942-1958; la seconda “Alfredo, non fu possibile diversamente” vede come determinazione gli anni che vanno dal 1980 al 1988; la terza “Lea, il malessere dell’attesa” va dal 1995 al 2007; infine la quarta “Parole di sesamo” che chiude la raccolta con un pugno di versi che mettono in luce ciò che si è seminato nelle precedenti parti.

La raccolta di cui parleremo in questa intervista è risultata vincitrice nel 2011 al Premio “Garcia Lorca” di Torino.


A.M.: Angelo ti ringrazio per aver accettato questa intervista. Vorrei partire da una domanda che forse ti avranno già rivolto ma a cui non posso fare a meno: “Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze”, perché un titolo così particolare?

Angelo Lamberti: Colgo l’occasione di questa intervista per dire che il libro è uscito soprattutto per le insistenze di Giorgio Bàrberi Squarotti, il quale, per convincermi alla pubblicazione, mi ha sedotto con il dono della sua preziosa prefazione. Nella prefazione Bàrberi Squarotti svela il mistero del titolo, che mi è stato ispirato dalla didascalia di un’immagine calcistica, più precisamente di un derby milanese disputato nei primi anni cinquanta. Infatti, il “Pompiere” è l’ex centravanti del Milan Gunnar Nordhal; il “Kamikaze” è l’ex portiere dell’Inter Giorgio Ghezzi. Il ricordo della succitata didascalia, lo devo alle letture (quand’ero bambino) del quotidiano socialista “l’Avanti”, a casa di mio nonno. Il cosiddetto mistero è poeticamente svelato a pagina 40 del volume. Nelle sezioni che compongono la silloge, può esserci per il lettore, il mistero di un altro titolo, aggravato perdipiù, (per colpa mia), da un refuso. Si tratta del titolo assegnato a una sezione: “unciduncitrinciquariquarinci”, che altri non è che un conteggio giocoso e progressivo, (uno-due-tre-quattro-cinque...), armoniosa-mente deformato a scioglilingua-filastrocca, e adottato da noi bambini a mo’ di conta, per l’assegnazione dei ruoli nei giochi di gruppo.


A.M.: La tua silloge presenta numerosi cenni autobiografici di forte rilievo come la nascita durante la guerra in una stanza del cimitero o come il ritorno di un padre lontano. Perché l’uomo attraverso l’arte sente l’esigenza di raccontare la sua vita?

Angelo Lamberti: Forse per la conferma e la conseguente sublimazione di un tempo vissuto. Fors’anche per una romantica (e/o poetica) forma di risarcimento spirituale.


A.M.: Nella lirica “La casa dell’infanzia” scrivi: “[...] Mi aspetta un lavoro di raspa e di lima/ora che sciolgo il nodo della memoria/e come al suo vizio il baro/mi corro incontro a ritroso// [...]”. Ed ancora nella lirica “Asilo di Castel d’Ario”: “[...] e la memoria non ha più pagine/per rintracciare intrecci/ormai privi di trama// [...]”.

Angelo Lamberti: Quando accade che l’essere umano – il poeta – incorre nella necessità di intraprendere un viaggio nel suo passato? Non so se e quando l’uomo – il poeta - senta esattamente questa necessità. Per quanto mi riguarda, penso di averla sempre avuta; in ragione anche di un’infanzia (la mia) segnata da episodi ed eventi indelebilmente impressionabili.


A.M.: Ne “Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze”, la figura di tuo padre è quella che compare maggiormente, dalla sua lontananza al suo ritorno, dalla sua attività di barbiere alla sua morte, dal vestito della domenica che diviene l’abito funerario, alle continue domande sulla vita di un uomo dipinto: “[...] come premeditato riflesso/ d’universo://ogni volta diverso.”

Angelo Lamberti: Parlare di mio padre me lo impone l’umana valutazione di un rapporto (il nostro) caratterizzato da scambi, che hanno avuto momenti intensi quanto fortemente aspri e contradditori; all’inizio certamente più bui che luminosi. Nella raccolta, già dall’inizio ho cercato di dare una traccia del clima che si respirava nella realtà famigliare, con il capitolo introduttivo dal titolo: “Risaie e rasoi” (pagina 17). È stato un rapporto condizionato e difficile, a volte con esiti contrari ai nostri reali sentimenti e alla nostra volontà  (“Non fu possibile diversamente” – pagina 25). Con mia madre il rapporto è stato più dolce e comprensivo. Della raccolta mi limito qui a segnalare una poesia: “L’acqua nell’acqua”, (pagina 67), che, senza dilungarmi in pleonastiche spiegazioni, (esplicitarla negli anfratti delle sue ragioni, mi occuperebbe diverse pagine), vuole essere la dichiarata speranza che ci sia un domani, in un altrove, (altrimenti il vivere sarebbe inutile), in cui io la possa rivedere e riabbracciare, come quaggiù la nuvola di pioggia diventa un tutt’uno con l’acqua del fiume...


A.M.: La Solitudine. Un dono e una dannazione.
Angelo Lamberti: Più che un dono e/o una dannazione, la solitudine è una condizione. Vedasi: Gesù Cristo: “Elì, Elì, lemà sabactani?”; Salvatore Quasimodo: “Ognuno sta solo sul cuor della terra...”;  Leo Longanesi: “Sono talmente solo, che lo specchio non mi riflette più.” Il poeta: laureato/e non/malinconico/solingo/depresso/, paradossalmente può finanche ringraziare la dannata Solitudine, per avergli ispirato ed elargito, il dono di versi divini. Da parte mia, credo che la solitudine, unita alla vecchiaia, sia la miglior preparazione per la conoscenza della Morte. (Dico questo anche in ragione degli anni che ho trascorso in un cimitero, (sedici, in un periodo, che va dalla nascita all’adolescenza), che mi induce a ritenere d’essere, (seppur da teorico dilettante), un esperto in materia).


A.M.: Eugenio Montale in un’intervista del 1959 sostiene che i poeti sono i lettori dei poeti, e che non c’è un vero e proprio mondo di lettori di poesia. Pensi che Montale avesse ragione?

Angelo Lamberti: Montale aveva ragione. Del resto lui stesso ha ammesso che quando doveva dichiarare verbalmente o apporlo per iscritto sui dei documenti, qual era la sua effettiva professione, preferiva adottare quella generica di Giornalista. Quello della poesia è un mondo frequentato da soggetti che formano, loro malgrado, un circolo chiuso di emarginati (vedi l’albatro dalla “Ballata di un marinaio” di Coleridge). Anche se (umoristicamente quanto giustamente) Gesualdo Bufalino dice che: “Tutti al mondo sono poeti, persino i poeti.” In concreto c’è da dire che viviamo in un’epoca in cui le case editrici privilegiano, (prevalentemente), quegli scrittori che assicurano loro un vantaggio economico. Ecco quindi spuntare e crescere come funghi, cultori della remunerativa forma cosiddetta  del: noir, giallo, suspense, thrilling... Fermo restando che la forma di scrittura più difficile e poco redditizia, rimane per me quella teatrale. Del resto il più grande scrittore di tutti i tempi (Shakespeare) è diventato Shakespeare scrivendo per il teatro; forma oggigiorno mal-considerata dagli Editori.


A.M.: Ogni poeta ha un fanciullesco riferimento, mi piace denominarlo “un padre di poesia”. Quali sono i versi che ti hanno amorevolmente seguito nel corso della tua giovinezza?

Angelo Lamberti: L’albero a cui tendevi/ la pargoletta mano...” Successivamente ho amato un numero sterminato di poesie partorite, tra gli altri, da: Leopardi, Baudelaire, Dickinson, Rimbaud, Kavafis, Ungaretti, Montale, Corazzini, Borges, Landolfi, Caproni, Campana, Bufalino, Neri Pontiggia, Cappi, Malagò, etc... Per la mia formazione poetica, un “grazie” cordiale, devoto e senza confine lo devo riconoscere ed elargire a Franz Kafka e a Umberto Bellintani (il quale mi considerava: “un figlio spirituale”). Umberto Bellintani lo vorrei inoltre ricordare per una sua caustica affermazione: “Le poesie vanno lette nel silenzio più assoluto, e nella più completa solitudine. Ecco perché ritengo che il luogo più congeniale sia il cesso.


A.M.: Come ti sei trovato con la casa editrice Negretto Editore? La consiglieresti?
Angelo Lamberti: Con Silvano Negretto c’è da sempre un rapporto di amicizia, di stima, e di affinità ideologiche, che si è graniticamente confermato e consolidato nel corso degli anni. Consiglio a trecentosessanta gradi la Casa Editrice Negretto, precisando però, (onde evitare malintesi), che il titolare (Silvano Negretto) non ha mai pubblicato (non ne sarebbe capace) da Imprenditore sensibile alle esigenze di un successo economico, ma soprattutto (sarebbe forse meglio dire unicamente) da Editore sensibile alle ragioni intellettuali ed ideologiche che può rintracciare e cogliere tra le parole scritte cui è sottoposto a valutare.


A.M.: Salutaci con una citazione...
Angelo Lamberti: “Il coito quale punizione della felicità di stare insieme.” ‒ Franz Kafka
“La morte non esiste.” ‒ Umberto Bellintani
“C’è chi crede che la rettitudine sia una disfunzione intestinale.” ‒ Giuliano Parenti
“Una testa può anche non servire, quando c’è un cappello.” ‒ Angelo Lamberti


A.M.: Angelo ti ringrazio per il tempo che hai concesso a questa intervista e ti saluto anche io con quattro autori provando a continuare la conversazione. Cito Henri Frederic Amiel “Tutte le colpe producono da sé la propria punizione.”; Arthur Schopenhauer “Non v'è rimedio per la nascita e la morte, salvo godersi l'intervallo.”; Fedro “Sopporta che ti siano pari nella dignità quelli che sono inferiori a te per valore.”; ed infine Harold Pinter “È impressionante a quanta gente la propria testa serva unicamente quale supporto per i capelli e i cappelli.”.


Written by Alessia Mocci
Ufficio Stampa Negretto Editore


Info
Sito Negretto Editore
http://www.negrettoeditore.it/
Acquista “Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze”
https://www.amazon.it/pompiere-salta-cavallerescamente-kamikaze/dp/8895967186
Facebook Negretto Editore
https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/
Sito Odori Suoni Colori
http://www.odorisuonicolori.it/


Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/11/08/intervista-di-alessia-mocci-ad-angelo-lamberti-vi-presentiamo-il-pompiere-salta-cavallerescamente-il-kamikaze/
           
 






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Mi prende d’amore una forma di Nadia Alberici: la postfazione dell’editore Silvano Negretto


Poesia/ mi avvolge sottovoce mi parla/ Vibra/ fino a sfibrare le corde sottese/ Accende/ fuoco o luce o caldo emisfero/ Parla/ con le mani e la bocca/ Trascende/ corpo in primavera/ Rinasce/ di vita una stilla/ Riprende

Le Domande sulla Vita, sul Bene o sull’Amore?

Nadia indaga il senso delle proprie emozioni qui e ora, delle sensazioni di questa notte, dell’amore in determinati momenti di attesa, di fuggevoli inquietudini o illusioni.

La sua poetica, proprio per questi limiti posti a ogni speculazione metafisica, risponde per altre vie, stimolanti quanto originali, a quei perenni quesiti, mai risolti né risolubili sul piano concettuale.
In queste poesie, mai troviamo il lamento, ma sempre una vitalità pensosa, inquieta, non rammaricata del passato, e invece sorpresa del mistero, dell’ineffabile. Le parole non bastano mai, anche se aiutano, per rispondere ai nostri dubbi; e il dubbio non è mai sofferenza, è presa d’atto cosciente della misteriosa bellezza della Materia o Natura vivente di cui Nadia si sente parte.

L’anima, anche quando appare sconvolta dalle emozioni, anche quando rischia di “perdere il senso”, trova stabilità nella “terra inerte”, nella natura stabilmente viva, nella quale con meraviglia siamo immersi. Nelle poesie d’amore, prevale l’osservazione realistica dell’ambiguità del vivere, positivamente vissuta nella cruda quanto “vellutata” memoria delle piacevoli, inquietanti, “vibrazioni” della carne.

Il faticoso percorso del soggetto pensante, quando si fa accettazione cosciente dell’altro da sé (oggetti eventi passioni), trova un sicuro punto d’approdo nel permanere, forte e sempre vigile, di memorie personali depurate da ogni eccesso passionale, quasi fossero osservate dall’esterno.
Nadia evita in modo deliberato ogni intima “confessione”, troppo spesso in molti altri autori dilatata e compiaciuta, che può infastidire il lettore più esigente: il suo percorso di studio e pratica letteraria è pluridecennale; e in questi ultimi anni si è concentrata sul linguaggio, che si presenta ora asciutto, scarno quanto intenso, a volte inquietante, quasi sempre sorprendente nell’uso inedito di metafore metonimie e sinestesie…

L’uso di figure retoriche non è didascalico né forzato: l’Autrice riesce a raggiungere quella sintesi di esperienza vissuta e di controllo della razionalità cosciente, che i filosofi dell’arte poetica – da Aristotele a Kant – individuarono come condizione necessaria di una poesia che ambisca ad essere “universale”.

Il poeta si imbatte, più volte, nella scoperta del mistero, dell’ineffabile senso del vivere quotidiano. Sebbene parli soprattutto delle cose, degli elementi immobili o viventi della natura, non è su quelli che Nadia focalizza il suo sguardo poetico.

Il suo è infatti uno sguardo interiore, e la suggestione dei suoi versi sta nell’allusione a un “altrove” che solo nel silenzio – fuori da quel mondo comunicativo “commerciale” che Heidegger chiamava “la chiacchiera” – può cominciare a svelarsi come Verità.

Per certi pensatori, Heidegger e Lévinas ad esempio, è l’indicibile che costituisce l’obiettivo proprio della filosofia: mentre il silenzio è la condizione necessaria, per la poesia, di parlare dell’indicibile. Se mancasse il silenzio, la poesia si ridurrebbe a un semplice divertente inutile gioco.
Alcuni grandi classici della letteratura, come Leopardi o Baudelaire, o un uomo del Novecento come Pavese, hanno sottolineato questo lato originale quanto essenziale del lavoro poetico: dagli oggetti ed eventi naturali o umani, persino dai sentimenti o movimenti dell’anima, il poeta parte per guardare al di là di questi.

Le immagini suggestive, quasi sempre inedite, di cui Nadia felicemente si avvale, nascono proprio da questo sguardo che cerca l’altrove, e che sperimenta il dolce naufragio – di leopardiana memoria – di ogni parola comune, ovvero del banale ripetitivo ambito della comunicazione intersoggettiva o sociale quotidiana.

La Verità dell’indicibile è così misteriosa e suggestiva perché si nasconde “dis-velandosi” solo nel linguaggio creativo del poeta: molto più che nel discorso argomentativo sillogizzante delle scienze e della filosofia.

Non pretendevo esaurire in queste mie scarne considerazioni l’intero percorso poetico di Nadia Alberici.

Era soltanto mia intenzione evidenziare i motivi che mi hanno indotto a pubblicare, come un dono che l’editore fa ai suoi lettori, la recente produzione di questa Autrice: una voce sincera e fuori dal coro, della quale sono convinto che sentiremo parlare anche in futuro.

Concludo con un recente inedito di Nadia Alberici, tratto dal suo blog Forse Poesia:
Pochi passi stamane in questo legame di cielo/ e strade/ Letture di poesie smuovono occhi e grovigli/ Ho nuotato senza saper nuotare/ E prostrata sono rimasta in questo lago/ Quasi senza vestiti/ Non importa, mi farei lisciare le ossa/ da questo mondo che non serve a nulla/ Se bevo poesia.‒ “Se bevo Poesia”

Written by Silvano Negretto

Info
Blog Nadia Alberici
https://sibillla5.wordpress.com/
Sito Negretto Editore
http://www.negrettoeditore.it/
Acquista “Mi prende d’amore una forma”
https://www.ibs.it/mi-prende-d-amore-una-forma-libro-nadia-alberici/e/9788895967318
Recensioni “Mi prende d’amore una forma”
http://oubliettemagazine.com/tag/nadia-alberici/
Facebook Negretto Editore
https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/
Sito Odori Suoni Colori
http://www.odorisuonicolori.it/

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/10/23/mi-prende-damore-una-forma-di-nadia-alberici-la-postfazione-delleditore-silvano-negretto/

Intervista di Alessia Mocci a Cinzia Migani, autrice del saggio Memorie di Trasformazione. Storie da Manicomio


[Erano gli anni dell’applicazione della Legge Basaglia.] Ero decisamente attratta dalle storie di superamento istituzionale che venivano trasmesse nella tv di stato, rese pubbliche da psichiatri, sociologi e cittadini impegnati a mettere in evidenza la decadenza di quella cultura che aveva tracciato la linea di confine tra la società dei sani e quella dei folli, fra il normale e il patologico.” Cinzia Migani

Il primo settembre 2018 è stato pubblicato dalla casa editrice mantovana Negretto Editore un saggio frutto di trent’anni di ricerca: “Memorie di Trasformazione. Storie da Manicomio”.

La pubblicazione è suddivisa in tre sezioni: Storia del manicomio di Bologna nell’ultimo trentennio dell’Ottocento” che presenta gli studi sopracitati dell’autrice coadiuvata dal professor Ferruccio Giacanelli; “Prime soluzioni al sovraffollamento dei manicomi” che presenta la pazzia ai tempi del positivismo con schede di approfondimento di Cesare Moreno, Maria Augusta Nicoli ed Andrea Parma; “Storie da manicomio” che racconta le vite di tre persone che hanno vissuto fin troppi anni in questi istituti.

L’autrice, Cinzia Migani, si occupa dal 1990 di progett-azione sociale con particolare attenzione alle reti di volontariato contro l’esclusione sociale.

È stata responsabile dell’Area Salute Mentale dell’Istituzione G.F. Minguzzi della Provincia di Bologna dal 1998 al 2000, successivamente e sino al 2009 ha ricoperto la posizione di Responsabile dell’Area Ricerca ed Innovazione Sociale e Responsabile di “Aneka. Servizi per il benessere a scuola”. Dal 2010 collabora con A.S.Vo che gestisce VolaBo, il centro di servizio della città metropolitana di Bologna, in veste prima di coordinatrice e poi di direttora di VolaBo.

Ha curato la pubblicazione di libri sul disagio scolastico e sulla salute mentale per la Carocci Editore e dal 2008 collabora con la Negretto Editore per la quale ha portato a termine lavori come “Follia gentile. Dal manicomio alla salute mentale”, “Il Teatro illimitato. Progetti di Cultura e Salute mentale”, “Dire Fare Donareed il progetto di cui parleremo in questa intervista “Memorie di Trasformazione. Storie da Manicomio”.

A.M.: Buongiorno Cinzia, sono lieta di poter tracciare con te una linea guida di questa nuova pubblicazione edita dalla casa editrice mantovana Negretto Editore. “Memorie di Trasformazione. Storie da Manicomio” è disponibile nelle librerie dal primo settembre. Ha ricevuto una buona accoglienza dai tuoi colleghi?
Cinzia Migani: Contrariamente a quanto pensassi sin dal primo momento in cui è uscita la notizia che stava per essere pubblicato il libro “Memorie di Trasformazione. Storie da Manicomio” ho ricevuto richieste di informazioni: dichiarazione di interesse alla lettura del libro. E dire che eravamo prossimi alle vacanze. Alcune di queste persone fanno parte di gruppi fortemente interessate al tema per motivi di lavoro, altre per motivi civici e per sostenere il diritto alla cura delle persone con sofferenze mentali. Ma diverse sono state anche le dichiarazioni di interesse da parte di persone appartenenti alla mia cerchia di parenti, amici o persone prossime a me per le ragioni più diverse. Tre persone, decisamente diverse una dall’altra, più di altre mi hanno sorpreso positivamente per la passione usata nel dirmi che stavano leggendo con interesse il testo. Sento ancora brividi di emozione ripensando a come mi hanno detto che stavano leggendo il libro, perché i contenuti delle loro riflessioni mi hanno permesso di comprendere che forse era una lettura adatta anche per coloro che non sono esperti del settore. Si tratta di mia nipote che per la prima volta ha dichiarato interesse verso un mio scritto; di un noto psichiatra fortemente impegnato nel qui ed ora, attento a promuovere organizzazioni capaci di agire percorsi di salute individuali e azioni per sviluppare comunità competenti e in salute mentale. Dopo averlo letto, mi ha scritto: “Appena ricevuto, l'ho sorvolato come mi invitavi a fare, ma non ho resistito a perdermi nelle pagine, dense di storia e di storie. Cosa ancora più preziosa per chi come me crede non sia possibile alcuna innovazione, alcun progresso, senza una profonda conoscenza delle traiettorie individuali e collettive che ci hanno condotto al momento attuale. Ed infine, di una esperta di sviluppo di reti sociali così esperta da poter essere identificata, nonostante la giovane età, con l’archetipo della rete. Con lei condivido alcuni percorsi di lavoro nel volontariato. Mi ha scritto che aveva letto il libro in vacanza e che il libro l’aveva emozionata e arricchita tantissimo.

A.M.: Com’è nato il tuo interesse per il Manicomio di Bologna?
Cinzia Migani: Il mio interesse per le istituzioni totali nasce negli anni del liceo. Gli anni successivi all’applicazione della legge 13 maggio 1978, n. 180, in tema di "Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. La cosiddetta Legge Basaglia. Ero decisamente attratta dalle storie di superamento istituzionale che venivano trasmesse nella tv di stato, rese pubbliche da psichiatri, sociologi e cittadini impegnati a mettere in evidenza la decadenza di quella cultura che aveva tracciato la linea di confine tra la società dei sani e quella dei folli, fra il normale e il patologico. Ma erano anche gli anni in cui alcuni famigliari denunciavano che erano stati abbandonati con i loro cari dimessi di forza dai manicomi o che non sapevano a chi chiedere aiuto quando un proprio caro stava male. Troppe cose che stavano accadendo accanto a me continuavano a risuonarmi. Diverse le domande senza risposta o gli interrogativi alimentati sia da chi era a favore sia da chi metteva in discussione la riforma. Chi aveva ragione? C’era una ragione più ragionevole delle altre? 
Una tarda serata di un mese invernale del 1980 stavo guardando in televisione un servizio di Sergio Zavoli. Ero incollata. Denunciava con vigore il confine assurdo che si era instaurato fra la città dei cosiddetti sani e quella dei malati di mente. Ricordo ancora mia madre che si alzò dal letto e mi intimò di andare a letto perché il giorno dopo dovevo andare a scuola.  Aggiunse che quello che stavo vedendo in televisione avrebbe popolato di incubi il mio sonno.  Non l’ascoltai e a quel punto lei scelse di rimanere vicino a me. Alcune esperienze di sofferenza raccontate dalle persone intervistate le sembravano rimarcare la distanza fra chi sta bene e chi sta male. Non sapeva o non voleva sapere che alcune testimonianze non erano così lontane da alcune sue esperienze di vita: lei aveva provato sulla pelle cosa significasse passare da espansioni vitali a fatica di vivere.
Non le dissi che non erano le immagini a turbarmi, ma le ragioni per le quali le persone finivano lì. Compresi in quel momento perché si evitava di approfondire l’argomento quando qualcuno diceva che il proprio familiare “era stato ricoverato a Imola”. All’indomani andai a scuola e iniziai a fare una serie di domande alla mia professoressa di filosofia, la professoressa Isa Valbonesi. Mi consigliò di leggere un libro che ancora conservo: “Crisi della ragione. Nuovi modelli nel rapporto tra sapere e attività umane” a cura di Aldo Gargani del 1979. La mia ricerca è continuata anche all’università. Diversi gli esami messi in programma per approfondire le tematiche del rapporto esistente fra normale e patologico, fra gli scritti più frequentati quelli di Husserl, Bergson, Minkowski e Merleau-Ponty. L’epilogo di quella fase e l’inizio di un modo altro di affrontare la questione avvenne qualche mese dopo l’ottenimento della laurea in filosofia. Grazie a un suggerimento di un compagno di corso seppi che a Bologna esisteva il Centro di studio e di documentazione della storia della psichiatria e della emarginazione sociale, oggi Istituzione G. F. Minguzzi della Città metropolitana di Bologna. Il Centro era locato all’interno delle mura manicomiali e in quegli anni aveva posto fra i temi centrali da indagare la storia dell’istituto manicomiale di Bologna. Ed è così che è nato il mio rapporto con Giacanelli, con gli archivi manicomiali, con gli altri studiosi del Centro (in particolare Augusta Nicoli e Santa Iachini), le persone che vivevano ancora dentro l’ospedale psichiatrico e i loro amici e familiari. Ci capitava spesso di condividere con loro i luoghi di ristoro: il bar e la mensa dell’ospedale psichiatrico. Luoghi la cui convivenza era semplificata da persone come Adelfina, che facevano ponte fra noi del Centro, gli infermieri e i pazienti. Passavo ore a leggere e schedare documenti di archivio, o a discutere con Giacanelli e Iachini su come articolare la ricostruzione storica del manicomio di Bologna e delle persone che vivevano dentro, e alla cultura scientifica del tempo.

A.M.: Il 13 maggio 2018 c’è stato il quarantennale della Legge Basaglia che ha decretato la chiusura dei manicomi. Qual è, dunque, l’intento di “Memorie di Trasformazione”? Oltre all‘aver pubblicato un eccellente saggio che documenta la nascita dei manicomi sino alla loro chiusura, quale messaggio hai veicolato nel libro?
Cinzia Migani: Grazie per la sua gradita valutazione, da tempo ho imparato ad apprezzare i suoi interventi seguendo la pagina web di Oubliette Magazine. Il messaggio principale che ho voluto veicolare ripartendo da ricerche del passato sul passato della storia manicomiale ricostruito con Ferruccio Giacanelli è stato quello di richiamare l’attenzione su un mondo in trasformazione che rischia di intraprendere derive pericolose, quelle che portano a dividere le persone creando barriere culturali e a costruire muri di separazione.

A.M.: Nella prima sezione del libro, “Storia del manicomio di Bologna nell’ultimo trentennio dell’Ottocento”, ed esattamente nel quinto capitolo “La cultura psichiatrica all’interno del manicomio” tracci alcune citazioni d Francesco Roncati. Troviamo tratto da “Ragioni e modi di costruzione ed ordinamento del Manicomio di Bologna” del 1891: “[…] un Manicomio bene costruito ed ordinato forma già per sé uno strumento massimo di cura della pazzia.”.
Cinzia Migani: Era opinione diffusa nella seconda metà dell’800 che chi soffrisse di disagio mentale potesse trovare riparo nel manicomio, un luogo caratterizzato dallo svolgersi di una vita ordinata, da una alimentazione curata e separata dal mondo, dalle persone e dalle loro contraddizioni. Roncati interpretava con vigore quella credenza. Lui stesso scelse di rinchiudersi in manicomio, visto che passò la vita fra quelle mura. Di robusta formazione igienista, attento alle condizioni ambientali in cui viveva la maggior parte della popolazione era fortemente convinto che il ricovero in manicomio rappresentasse la soluzione più adeguata per chi perdeva la ragione. Credeva infatti che a causare molte forme di pazzia fossero la malnutrizione e le pessime condizioni igieniche in cui erano costretti a vivere le persone.  Questa credenza, che trovava riscontro negli ambienti accademici e amministrativi dedicati alla questione igienica in città, lo portò ad investire tutte le sue risorse e competenze sulla tecnica manicomiale e sulla gestione degli spazi e delle risorse umane che lo popolavano, anticipando così l’odierna deriva aziendalistica. Passò ore a studiare come garantire ordine e igiene, a ideare stratagemmi per occultare lo sguardo delle persone cosiddette “sane” da quelle dei malati e viceversa, a studiare diete alimentari, a imporre regole per impedire al malato di scappare o di disturbare la quiete. Passò ore in buona sostanza a occuparsi del corpo del malato, dimenticandosi di occuparsi della sua “testa”.

A.M.: Vorrei riprendere una tua accattivante domanda per riuscire ad aver una spiegazione sul pericolo che si correva in Italia ed in Europa in quel periodo. “Quale virus contagiò la popolazione italiana in quegli anni, visto che mano a mano che passavano i giorni le persone sembravano essere sempre più insane di mente?
Cinzia Migani: L’unico vero pericolo che corse in quegli anni la popolazione italiana fu quello di soccombere alle disuguaglianze economiche, all’esigenza di mantenere l’ordine sociale e alla volontà di potere degli specialisti.

A.M.: Cesare Moreno, Maria Augusta Nicoli ed Andrea Parma partecipano nella seconda sezione del saggio, “Prime soluzioni al sovraffollamento dei manicomi”, con schede di approfondimento dei temi trattati. Quand’è nata la tua collaborazione con loro?
Cinzia Migani: L’incontro è avvenuto in contesti diversi e per ragioni diverse. Cesare Moreno è parte di una fase molto importante della mia vita professionale: quella centrata in cui mi sono occupata con intensità di benessere a scuola con Valentina Vivoli, che ha curato la postfazione del libro. Un periodo che trova la sua origine a seguito di un episodio complesso registratosi in un famoso liceo classico di Bologna, un episodio descritto nel libro Dal disagio scolastico alla promozione del benessere pubblicato nel 2005. Cesare ci permise di cogliere il valore dell’esperienza pedagogica che punta sul protagonismo dei ragazzi valorizzando le risorse della comunità o costruendo le condizioni perché gemmino possibilità di contesto là dove ci sono solo fatiche, deprivazioni e risorse. Ci fece toccare con mano come molti ragazzi avevano deviato il proprio percorso di vita destinato al fallimento, attraverso il sostegno di “maestri di strada”, “volontari” e in senso lato tutti coloro che volevano investire sull’attivazione di percorsi di resilienza ed empowerment sociale.
Con Augusta ho condiviso anni intensissimi fra il 1990 e il 2001. Insieme a Gino Pellegrini (scenografo e pittore) e la sua compagna e preziosa collaboratrice Osvalda Clorari, a tecnici della salute mentale, uomini e donne di cultura e istituzioni abbiamo ideato il Progetto Vita da Pazzi. Mostre film e dibattiti sulla salute mentale per contrastare il pregiudizio delle persone che ancora aleggiava su chi soffriva di disagio mentale, per avvicinare le persone alle tematiche della salute mentale e ai servizi, per avvicinare il mondo del volontariato e civile ai servizi e alle associazioni di familiari o per favorire lo sviluppo dei gruppi di auto-aiuto. E lei che mi ha portato a interessarmi di psicologia di comunità e che mi consentito di arricchire la mia cassetta degli attrezzi per occuparmi di sociale.
L’incontro con Andrea Parma è avvenuto all’interno del progetto Teatro e Salute mentale promosso dall’Istituzione G. F. Minguzzi della Città metropolitana di Bologna e la richiesta di un contributo è stata casuale. Parlando del testo che stavo scrivendo mi ha detto che era interessato alla storia dei luoghi manicomiali e che stava facendo una ricerca su un manicomio delle Marche. Mi è sembrato un segno del destino per mantenere viva la fiammella che anima la memoria attiva sulle ragioni per le quali si è lottato a favore della chiusura dei manicomi e per non dimenticare che le derive sono sempre possibili. 

A.M.: Nella terza sezione del saggio, “Storie da Manicomio”, hai scelto di parlare di tre persone che hanno vissuto in manicomio: Filippo Manservisi, Gaetano Emiliani ed il piccolo Umberto Rossi. Perché proprio loro tre? E quanti nomi hai visto sparire dagli archivi?
Cinzia Migani: Le tre testimonianze le ho scelte per la specificità della loro storia e per i sentimenti e le emozioni che mi avevano attivato quando le ho rinvenute in archivio. La storia di Filippo l’avevo incrociata ai tempi della realizzazione di una dell’edizione della mostra Vita da Pazzi e discusso con Gino e Osvalda che hanno curato la scenografia e l’allestimento di tutte le mostre Vita da Pazzi. Il materiale rinvenuto nell’archivio sanitario del Manicomio di Imola non era adatto per una esposizione scenografica. Continuai a cercare materiale. Ne ho rintracciato così tanto negli archivi storici di Bologna che oggi si potrebbe pensare una sezione espositiva solo per la sua storia. Ho ripreso in mano la sua storia alcuni anni fa in concomitanza con la denuncia degli scandali bancari e la lettura del testo di Marco Revelli, “Non ti riconosco”. Un viaggio eretico nell’Italia che cambia, che mette in evidenza gli scempi ambientali e sociali compiuti in nome dello sviluppo. E ho capito che era ora di raccontarla.
La storia di Gaetano mi ha accompagnato dal primo momento che ho iniziato a occuparmi della storia del complesso manicomiale di Imola. L’ho rinvenuta in archivio agli inizi degli anni ’90. In quegli anni era vivacissimo il movimento di famigliari, volontari e cittadini a favore del superamento manicomiale. Cittadini, come Marta Manuelli, avevano scelto di rappresentare le istanze delle persone che erano state rinchiuse in manicomio per decenni che cercavano di riappropriarsi della propria vita con il sostegno del servizio ma non avevano nessun parente pronto a farsi carico di loro. Marta si fece parte in causa nell’apertura dell’Associazione Cà del Vento, una casa che è stata aperta per accogliere le persone dimesse dal Manicomi. Sono proprio loro, i residenti, che decidevano ieri come oggi come gestire la casa, cosa mangiare, come gestire il tempo. Differentemente dalle sorti dei residenti di Cà del Vento, Gaetano era possidente e aveva famiglia. Ma né la sua famiglia né i medici né le associazioni di famigliari o di volontariato coltivarono il sogno di ridargli la libertà. Ed ha passato così più di 40 anni in manicomio. Fa male vedere che prevalgono le annotazioni amministrative su quelle sanitarie nel suo fascicolo sanitario.
Ed infine la storia di Umberto, il bambino figlio della povertà. Questa storia è fortemente impressa nella mia mente e guida ancora oggi il pensiero che anima alcune mie azioni a supporto di progetti di contrasto contro l’esclusione sociale.
Ho scelto queste tre storie fra le tante incontrate, esaminando a tappeto tutti i documenti di archivio presenti nel titolo 7/4 dell’Archivio della provincia di Bologna e la corrispondenza della Direzione e dei Pazienti del Manicomio di Bologna dal 1860 al 1907 nonché i documenti sanitari dei due manicomi di Imola e le perizie cliniche. Alcune storie le ho seguite negli anni, come quella di Luigi Veronesi. Il suo caso è descritto in Storia da un manicomio. Vita e vicende di un birocciaio bolognese del XIX secolo, saggio scritto con Di Diodoro, Ferrari, Giacanelli e Iachini del 1997.  La sua storia, caratterizzata da 35 ricoveri in manicomio, susseguitasi tra il 1857 e il 1890, è particolarmente interessante. Permette di seguire il periodo durante il quale si susseguiranno importanti avvenimenti che porteranno alla nascita della psichiatria bolognese ma anche il diverso comportamento degli amministratori dell’epoca verso un “alcolista” con tendenze anarchiche. A seconda del periodo gli effetti delle sue bevute saranno contenute in manicomio o in galera.

A.M.: Hai in programma presentazioni per “Memorie di Trasformazione”?
Cinzia Migani: Recentemente, il 2 ottobre, ho presentato il libro presso la Biblioteca comunale di Imola. Una scelta di cuore. Non poteva che iniziare a Imola il ciclo della presentazione del libro. Il luogo dove ho fatto la mia prima relazione pubblica sui temi di storia delle istituzioni manicomiali, nel 1992. Ma anche il luogo che ha scelto di aprire con la presentazione del libro la manifestazione di Oltre la siepe - La salute mentale è un diritto di tutti: anche il tuo! Una manifestazione fatta e voluta da cittadini, volontari, associazioni di familiari e utenti e operatori della salute e della cultura. Agli inizi di novembre il libro sarà presentato a Bologna, e il 21 dicembre a Taranto.

A.M.: Come ti trovi con la casa editrice Negretto Editore? La consiglieresti?
Cinzia Migani: Sì, la mia opinione non è mutata da quanto dissi che consiglio questa casa editrice in occasione dell’intervista che le ho rilasciato in occasione della recente pubblicazione “Dire Fare Donare. La cultura del dono nelle comunità in trasformazione”.

A.M.: Salutiamoci con una citazione…
Cinzia Migani: “L'importante è che abbiamo dimostrato che l'impossibile può diventare possibile. Dieci, quindici, venti anni addietro era impensabile che il manicomio potesse essere distrutto. D'altronde, potrà accadere che i manicomi torneranno ad essere chiusi e più chiusi ancora di prima, io non lo so! Ma, in tutti i modi, abbiamo dimostrato che si può assistere il folle in altra maniera, e questa testimonianza è fondamentale. Non credo che essere riusciti a condurre una azione come la nostra sia una vittoria definitiva. L'importante è un'altra cosa, è sapere ciò che si può fare. È quello che ho già detto mille volte: noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere. È il potere che vince sempre; noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare.‒ Franco Basaglia in Conferenze brasiliane, 1979

A.M.: Cinzia ti ringrazio vivamente per il tempo che hai dedicato a questa nostra intervista. In chiusura invito i lettori a prendere in mano “Memorie di Trasformazione” perché ritengo sia non solo un saggio utile agli addetti ai lavori ma anche a coloro che promuovono un’azione sociale per il rispetto dei diritti dell’essere umano. Saluto con le parole del filosofo francese Montesquieu (La Brède, 18 gennaio 1689 – Parigi, 10 febbraio 1755): “Si chiudono alcuni matti in una casa di salute, per dare a credere che quelli che stanno fuori sono savi” e con una possibile risposta dello psichiatra Franco Basaglia (Venezia, 11 marzo 1924 – Venezia, 29 agosto 1980): “Un malato di mente entra nel manicomio come ‘persona’ per diventare una ‘cosa’. Il malato, prima di tutto, è una ‘persona’ e come tale deve essere considerata e curata […] Noi siamo qui per dimenticare di essere psichiatri e per ricordare di essere persone”.

Written by Alessia Mocci
Ufficio Stampa Negretto Editore

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