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In libreria: Utopia selvaggia ‒ Saudade dell’innocenza perduta di Darcy Ribeiro edito da Negretto Editore


Chi siamo noi, se non siamo europei, e nemmeno siamo indios, se non una specie intermedia, tra aborigeni e spagnoli? Siamo coloro che furono disfatti in quel che eravamo, senza mai arrivare ad essere quel che saremmo stati o avremmo voluto essere. Non sapendo chi eravamo quando permanevamo innocenti in loro, inconsapevoli di noi, ancor meno sapremo chi saremo. Darcy Ribeiro

In tutte le librerie virtuali e fisiche dal primo maggio 2019 sarà disponibile “Utopia selvaggia ‒ Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba” romanzo del famoso sociologo, antropologo, scrittore, educatore ed uomo politico brasiliano Darcy Ribeiro (Montes Claros – Minas Gerais 26-10-1922/ Brasilia 17-2-1997), pubblicato nella collana “Il Pasto Nudo, assaggi di antropologia” curata da Giancorrado Barozzi per la casa editrice mantovana Negretto Editore con la nuova traduzione ad opera di Katia Zornetta.

La stessa traduttrice ci rivela il suo particolare rapporto con il testo di Ribeiro e con la prima interprete Daniela Ferioli che nel 1987 dialogò con Ribeiro per la trasposizione dal brasiliano all’italiano per la casa editrice Einaudi.

Questa ritraduzione di Utopia selvagem è stata innanzitutto una sfida e una sorta di «passaggio di testimone» con la prima traduzione di Daniela Ferioli pubblicata dall’Einaudi nel 1987, che tuttora appare brillante e innovativa. In tempi non lontani ho avuto il privilegio di poter incontrare di persona e intervistare Daniela Ferioli, apprendendo dalla sua viva voce nozioni rivelatesi fondamentali per la mia futura attività di ri-traduttrice. Il testo integrale dell'intervista è riportato in appendice a questo libro.  Poter ricreare una «nuova» traduzione, che si potesse contraddistinguere dalla precedente, è stato alquanto difficile perché Ferioli era riuscita a riprodurre lo stile di Darcy Ribeiro nonché a trasporre un mondo sconosciuto, quello indigeno e dei tanti «Brasis», rendendolo accessibile al lettore italiano di trent’anni fa, il quale non aveva molte notizie su un paese come il Brasile, sentito come esotico e distante. […]

Nonostante questa nuova traduzione sia stata fatta in dialogo con quella di Daniela Ferioli, “Utopia selvaggia. Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba” vuole offrire un nuovo sguardo e una lettura più attuale sul mondo brasiliano e su quello indigeno, cercando di mantenersi il più possibile «fedele» al testo di Ribeiro così da far conoscere senza «filtri» quel mondo, con i suoi costumi, cibi,  fauna e flora, lasciandone inalterati, sul piano lessicale, molti termini, in modo che il lettore di oggi possa percepire la specificità del cosmo narrato da Ribeiro e avvicinarsi ad una realtà diversa da quella Occidentale; gustando così il nuovo sapore di quel meticciato linguistico che appare ormai come un «segno» tangibile dei nostri tempi. Katia Zornetta

La scelta da parte della casa editrice Negretto Editore in dialogo e collaborazione con Fundar (Fundação Darcy Ribeiro), con sede a Rio de Janeiro, offre un contributo importante all’attuale dibattito sui temi di identità e diversità presenti non solo nel nostro paese ma anche in tutta Europa.

La cosiddetta “crisi migratoria”, che da una decina d’anni si è palesata sulle coste del Mar Mediterraneo e sui confini della Turchia, è una problematica che ancora non ha risposte convincenti e che pian piano si allontana, per la grande paura del disuguale sempre più presente nel popolo europeo, dal concetto di mutuo appoggio tra popolazioni e culture diverse.

La pubblicazione di “Utopia selvaggia” ci pone davanti agli occhi il dialogo che il grande antropologo brasiliano instaurò con i nativi dell’America del Sud, ci ricorda la bellezza della diversità culturale e la necessità di proteggere questa differenza. Lo fa con un romanzo particolare nel quale il protagonista, il Tenente Pitum (Gasparino) Carvalhal, da combattente a nord dell’Amazzonia si trova prigioniero in una tribù di sole donne, le mitiche Amazzoni, e successivamente ospite dai Galibi, una popolazione che sta “subendo” la cristianizzazione ad opera di due missionarie.

I missionari si battono per anni, decenni e spendono le loro vite in questa pia vocazione, per niente. Ogni nuova generazione di indios - come di ebrei o di zingari - nasce india e permane india nel profondo del cuore, e vede in noi, gli altri, i cristiani. Sarà perché noi stessi li vediamo solamente come i selvaggi che sono stati?

Una fiaba espediente che trascina in continue riflessioni poste dallo stesso autore, “Utopia selvaggia” è infatti in constante dialogo con il lettore e la lettrice sia per ipotizzare una spiegazione degli accadimenti della storia di Pitum sia per esaminare passo passo il processo che la nostra mente attua quando si trova di fronte usi e costumi sconosciuti.


Vedi lettore: immersi in questa confusione, discutendo di utopie, il birbante e le due santedame perdono la testa. È così poco plausibile nel Brasile delle monache la rotazione semestrale delle occupazioni, quanto lo è il cambiamento quotidiano delle attività con cui gli utopisti inglesi vollero incoraggiare l’umana vocazione al dolce far niente. E tu cara lettrice, hai visto questa novità del tornare alla vita bucolica? Tanti secoli di lotta e di lavoro in millenni di civiltà urbana per poi, alla fine, abbandonare la vita civile. È mai possibile?

Darcy Ribeiro si laurea nel 1946 in Sociologia con una specializzazione in etnologia presso l'Universidade de São Paulo e dal 1947 inizia una decennale peregrinazione nella regione del Pantanal, nelle foreste del Brasile centrale e in Amazzonia, per instaurare una sorta di convivenza con alcuni popoli indigeni: i Kadiwéu, cui dedicò la sua prima monografia (Kadiwéu, 1950), ed i Kaapor. L’antropologo è tra i fondatori dell'Universidade de Brasília, di cui divenne il primo rettore, fu ministro dell'Educazione ed ebbe altri incarichi durante la presidenza di João Goulart (1961-64).

In seguito al golpe militare fu costretto all'esilio: soggiornò in America Latina (Uruguay, Venezuela, Cile e Perù), in Europa ed in Algeria. Rientrò in Brasile nel 1976, dove venne eletto vicegovernatore dello Stato di Rio de Janeiro; nel 1991 fu eletto senatore e l'anno seguente divenne membro dell'Academia brasileira de letras.

Durante il lungo periodo dell’esilio si dedicò alla progettazione di programmi di riforma ed alla composizione dei cinque volumi dei suoi Estudos de antropologia da civilização. Pubblicò il primo romanzo, “Maíra” (1976), al suo rientro in Brasile. Seguirono “O mulo” (1981), la fiaba “Utopia selvagem” (1982) ed il romanzo “Migo” (1988).

Se nossos governantes não fizerem escolas, em 20 anos faltará dinheiro para construírem presídios.”
(“Se i nostri governatori non faranno scuole, in 20 anni saranno necessari soldi per costruire le prigioni.”) ‒ Darcy Ribeiro

In copertina: Darcy Ribeiro, foto archivio Fundação Darcy Ribeiro
Le librerie, per eventuali richieste dei lettori, sono tenute a rivolgersi ai distributori regionali che sono indicate nel sito Negretto Editore.

Written by Alessia Mocci
Responsabile dell’Ufficio Stampa di Negretto Editore

Info
Sito Negretto Editore
http://www.negrettoeditore.it/
Facebook Negretto Editore
https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/
Sito Fundação Darcy Ribeiro
https://www.fundar.org.br/

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2019/03/29/in-libreria-utopia-selvaggia-%E2%80%92-saudade-dellinnocenza-perduta-di-darcy-ribeiro-edito-da-negretto-editore/

In libreria: Spinoza e la storia a cura di Cristina Zaltieri e Nicola Marcucci edito da Negretto Editore


Tutto ciò che Dio rivelò ai profeti, fu loro rivelato o con parole o con figure, o nell’uno e nell’altro modo. Ma le parole, e anche le figure, o furono vere, e reali al di fuori dell’immaginazione del profeta in ascolto o in contemplazione, ovvero immaginarie. Baruch Spinoza “Trattato teologico-politico”

In tutte le librerie virtuali e fisiche dal primo maggio 2019 sarà disponibile “Spinoza e la storia” un saggio critico sul filosofo olandese Baruch Spinoza (Amsterdam, 24 novembre 1632 – L'Aia, 21 febbraio 1677) comprendente una ricca selezione di saggi curati da Cristina Zaltieri e Nicola Marcucci, pubblicato nella collana “Il corpo della filosofia” per la casa editrice mantovana Negretto Editore.

Per circa tre secoli l’immagine di Spinoza è stata legata a quella del filosofo metafisico della Sostanza unica che sommerge nel suo oceano infinito ogni finitezza, ogni singolarità, ogni durata. Così fino a tempi recenti – e in parte ancor oggi – la letteratura spinozista ha espunto dal pensiero di Spinoza alcuna possibilità di pensare tempo, durata e storia in una guisa che, alla lettura attenta dei testi, ci appare ora indebita.” Cristina Zaltieri

Il saggio si apre con l’introduzione “Spinoza. Come pensare altrimenti la storia” di Cristina Zaltieri nella quale sono illustrate le quattro parti che compongono l’ambizioso e ben riuscito progetto corale di nuova rilettura del filosofo olandese seguendo la moderna attenzione riservatagli dai filosofi Gilles Deleuze e François Zourabichvili.

La curatrice antepone il caso di Gorgia di Lentini considerato dai più “solo un retore” perché Aristotele non colse o non volle considerare per motivi di diversa concezione del mondo il valore filosofico ed il senso tragico del primo nonché la “portata speculativa della sua riflessione sul linguaggio, sull’esistenza, sul senso dell’azione umana, sulla conoscenza”. Così anche Spinoza è stato sin da subito etichettato secondo lo stereotipo di negatore della storia, un preconcetto che ha danneggiato fortemente la possibilità di interpretare i concetti spinoziani di tempo e di storia espressi e che ha alimentato fra i pensatori dell’epoca e successivi ‒ una guerra tra detrattori e difensori di Spinoza.

Cristina Zaltieri, in chiusura, incoraggia il lettore rivelando Spinozacome pensatore capace di forgiare lenti per nuove potenzialità di visione del divenire, in grado di modificare il nostro sguardo sulla storia evidenziandone aspetti sovente rimossi: la natura di automaton che spesso caratterizza l’agire umano, l’evenemenzialità mai del tutto assorbita dalla narrazione causale su cui s’edifica il sapere storico, l’intreccio di pluralità policroniche irriducibile all’universalismo di un’unica Storia, l’inevitabile radicamento di ogni narrazione sul fondamento di una memoria immaginativa, il prospettivismo che la abita, dove ogni prospettiva è sempre incarnata in un corpo finito, per lo più mosso nei suoi gesti – privati e pubblici che siano – da affetti potenti.

La prima parte, “Alle radici di una storia spinoziana”, inizia con il saggio di Chiara Bottici e Miguel de Beistegui Il sifone teologico-politico: storia sacra e disciplina idraulica degli affetti”, seguono il saggio di Patrizia PozziStoria nella Scrittura e storia della Scrittura. Historia e toledot nel Trattato teologico-politico di Spinoza”; “Tra natura e storia: il caso degli usi e dei costumi” di Francesco Toto; “Memoria di un segno senza storia Meraviglia, rivelazione e superstizione secondo Spinoza” di Nicola Marcucci.

La meraviglia è definita da Spinoza una «affezione della mente» (affectio mentis). È quindi innanzitutto questa qualificazione che sembra mettere l’admiratio in linea con la definizione cartesiana della meraviglia come una passione dell’anima e non del corpo. […] Il corpo per Spinoza è costituito da una concatenazione di affezioni, che sono il prodotto dei molteplici rapporti che il nostro corpo − costituito di una molteplicità d’individui − intrattiene con altri corpi. L’oggetto dell’idea che costituisce la mente umana è quindi una serie mutevole di affezioni che legano attualmente il nostro corpo a una serie di incontri con altri corpi nel corso dell’esperienza. Nicola Marcucci

La seconda parte, “Una solitudine condivisa. Tra precursori e seguaci”, prende avvio con il saggio di Augusto IlluminatiIl momento machiavelliano in Spinoza”, seguono il saggio di Guillermo SibiliaSpinoza tra cartesianesimo e spinozismo: sulla temporalità nei Principi della filosofia di Cartesio, nei Cogitata Metaphisica e nella Lettera sull’infinito”; “La comune natura (su Vico e Spinoza)” di Riccardo Caporali; “Nietzsche e Spinoza contro la moderna formazione dell’umano” di Cristina Zaltieri.

Spinoza viene denunciato da Vico quale sostenitore del moderno utilitarismo, e del meccanicismo che lo giustifica e lo contiene. Un parente stretto di Machiavelli, Hobbes, Bayle e Locke: «seguaci», costoro, del «caso» di Epicuro, mentre lui (l’autore dell’Etica e del TTP: le opere esplicitamente menzionate da Vico) deve considerarsi un cultore del «fato» degli stoici, gli «spinozisti dell’antichità». Cattivo utilitarismo, in ogni caso, cui va contrapposto il buon provvidenzialismo: il provvidenzialismo della tradizione cristiana ma anche, e prima ancora, quello dei «filosofi politici» Platone e Cicerone, in virtù del quale l’utile è non la causa transeunte e precaria della giustizia, ma al contrario l’«occasione» per l’emergere dell’idea eterna del giusto: la misura mentale, costante e coerente, delle utilità.” Riccardo Caporali

La terza parte, “Contro la lettura astorica”, vede come primo saggio “Spinoza e la storia” di Vittorio Morfino, seguono il saggio di Thomas HipplerL’etica dello storico spinozista”; “La storia, la saggezza, la morte. Spinoza e la destinazione dell’uomo secondo Enrico Maria Forni” di Andrea Cavazzini; “Le regole che gli ebraisti avrebbero potuto dedurre (Natura e istruzione)” di Homero Santiago.

Lo spinozismo sarebbe la filosofia «dell’eterno mezzogiorno», poetica trascrizione del medievale nunc stans. Questo passo costituisce una sorta di paradigma in relazione alla questione della rimozione della storia e alle ragioni di questa rimozione: la storia si perde nell’oceano della sostanza, nell’«abisso della sostanza», per utilizzare un’espressione cara agli idealisti tedeschi. Dunque, la ragione dell’assenza totale della storia nella filosofia di Spinoza sarebbe la presenza, l’onnipresenza, si può dire, dell’eternità. In altre parole, l’immanenza stessa del Dio-sostanza, la sua temporalità eterna, il suo eterno mezzogiorno, sarebbe la causa della dissoluzione di ogni forma di temporalità e di storicità mondana. Vittorio Morfino

La quarta parte, “Spinoza oltremoderno”, si apre con il saggio di Ezequiel IparSulla natura e sull’eventualità della democrazia”, seguono il saggio di Manfred WaltherLa dottrina spinoziana del conatus come fondamento di una logica evoluzionistica, ovverosia storia della cultura?”; “Spinoza: storia e politica in prospettiva” di Maria de Gainza; “Libertà di Dio, libertà degli uomini. Sulla storia del popolo ebraico nel TTP” di Stefano Visentin.

“L’aspetto più scandaloso della filosofia di Spinoza è che egli applica, con profonda coerenza e precisione, i modelli d’interpretazione causali, esplicativi rispetto alla natura non umana, anche all’essere umano stesso e alle sue costruzioni sociali, fra cui è incluso lo stato. Che ciò si verifichi nel caso della psicologia individuale e sociale, è assodato. Seguendo questa direzione, Spinoza sviluppa infatti una teoria scientifica delle configurazioni affettive e dei loro mutamenti, con rigore e capacità esplicativa, e non senza riconoscerne l’originalità.” Manfred Walther


In copertina: Acquarello di Gianni Galafassi (2018), particolare tratto da “Allegoria della pittura” di Jan Vermeer (1666)
Le librerie, per eventuali richieste dei lettori, sono tenute a rivolgersi ai distributori regionali che sono indicate nel sito Negretto Editore.

Written by Alessia Mocci
Responsabile dell’Ufficio Stampa di Negretto Editore

Info
Sito Negretto Editore - https://www.negrettoeditore.it/
Facebook Negretto Editore - https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2019/03/22/in-libreria-spinoza-e-la-storia-a-cura-di-cristina-zaltieri-e-nicola-marcucci-edito-da-negretto-editore/

Intervista di Alessia Mocci ad Andrea Parravicini: vi presentiamo La mente di Darwin


“[…] ritengo che un dialogo serio e produttivo tra scienza e filosofia sia oggi quanto mai prezioso. Perché da un lato la filosofia non può fare a meno di confrontarsi con la scienza, altrimenti rischia di divenire una pratica autoreferenziale che non ha più alcun contatto con le problematiche concrete degli esseri umani. Andrea Parravicini

Andrea Parravicini è assegnista di ricerca al Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, e collabora con l’Unità di Ricerca in Filosofia e Storia delle Scienze Biologiche presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Padova.

Ha conseguito il Dottorato di ricerca in Filosofia all’Università degli Studi di Milano (2011), durante il quale ha condotto le sue ricerche sul pensiero di Charles Darwin e del filosofo americano Chauncey Wright, sulla storia dell’evoluzionismo e del darwinismo e sulle sue relazioni con l’origine e lo sviluppo della corrente filosofica del Pragmatismo americano.

Dopo una collaborazione con il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Milano, ha successivamente ottenuto un assegno di ricerca post-doc di 27 mesi al Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Padova (2014-2016) per coordinare le attività e condurre ricerche per il progetto internazionale dal titolo “The Hierarchy Group: Approaching Complex Systems in Evolutionary Biology”, co-diretto dall’eminente paleontologo americano Niles Eldredge e dal filosofo della biologia Telmo Pievani. 

Ha tenuto diverse conferenze di profilo internazionale sia in Italia che all’estero, tra cui in Brasile, negli Stati Uniti, in Canada e in diversi Paesi europei. I suoi interessi di ricerca spaziano dalla filosofia della biologia alla filosofia americana, dalla storia del pensiero biologico all’evoluzione umana. 

È autore di diversi libri, capitoli in volumi collettanei e articoli per riviste italiane e internazionali. L’intervista sottostante verterà sul volume edito dalla casa editrice mantovana Negretto Editore “La mente di Darwin” (2009).

A.M.: Gentile Andrea sono lieta di potere dialogare con lei riguardo “La mente di Darwin”, libro edito dalla casa editrice Negretto Editore esattamente dieci anni fa. Come nasce l’interesse per Charles Darwin e la teoria dell’evoluzione?
Andrea Parravicini: Gentile Alessia, lietissimo di questo dialogo. I miei interessi verso Charles Darwin e la teoria dell’evoluzione, e in generale per le tematiche biologiche, sono nati molto tempo fa, già dal periodo degli studi liceali. Avevo, già a quel tempo, forti interessi verso la filosofia, ma ritenevo che le domande più interessanti, in quell’ambito, fossero in fondo quelle che concernevano il vivente, le sue origini, il suo rapporto con l’ambiente e con gli altri viventi, e poi ciò che ci rende umani, la genealogia del nostro corpo e del nostro comportamento moderno, e così via. Per questo motivo, quando mi iscrissi al Corso di laurea in Filosofia, lo feci soprattutto con quel tipo di domande in testa. E così dedicai la mia tesi, sotto la supervisione di Rossella Fabbrichesi, proprio alla figura e al pensiero di Darwin, le cui opere lessi con estremo interesse, attraverso uno sguardo filosofico-genealogico, come mi aveva insegnato Carlo Sini nei suoi indimenticabili corsi tenuti all’Università Statale di Milano. La tesi fu molto apprezzata e mi fu proposto di ricavarne un libro, che fu poi pubblicato dall’editore Negretto, con il titolo “La mente di Darwin”. Dopo la pubblicazione del libro ho continuato a occuparmi di filosofia della biologia e di temi evoluzionisti, tant’è che ho fatto ricerca in quest’ambito per alcuni anni al Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova, presso la prima cattedra italiana di Filosofia delle Scienze Biologiche in un dipartimento scientifico. Attualmente ho un assegno di ricerca all’Università degli Studi di Milano dove cerco di intrecciare questi temi “biologici” con ricerche nell’ambito di quella corrente filosofica chiamata “Pragmatismo americano”.

A.M.: “Ogni scienza ha la sua filosofia”. Perché è fondamentale far dialogare la filosofia con la biologia e le altre scienze?
Andrea Parravicini: Il pensiero filosofico è stato il terreno di coltura, potremmo dire, dal quale la scienza moderna è nata e si è sviluppata. I metodi utilizzati dallo scienziato, la definizione delle aree di ricerca, i limiti epistemologici che separano i diversi territori scientifici sono il frutto di uno sviluppo storico che prende avvio dalle riflessioni del pensiero filosofico, da cui l’impresa scientifica si è resa sempre più autonoma, prendendo infine una propria traiettoria indipendente. Ma nonostante questa indipendenza, è importante rilevare che ogni scienza poggia inevitabilmente su una propria serie di decisioni filosofiche implicite, che spesso non vengono messe adeguatamente a fuoco e che costituiscono la sua peculiare prospettiva, la lente a partire da cui osserva i propri fenomeni. Perciò, come scrive uno dei padri della Sintesi Moderna, Ernst Mayr, riguardo al pensiero biologico,
“A seconda che un autore aderisca all’essenzialismo o al pensiero popolazionale, che creda nel riduzionismo o nell’emergentismo, che stabilisca o meno una chiara differenza tra cause prossime o cause ultime, tutte queste fondamentali differenze ideologiche saranno quelle che determineranno le teorie biologiche per lui accettabili. Per questa ragione il cambiamento e la sostituzione di singole teorie scientifiche sono molto meno importanti nella storia della scienza di quanto non lo siano la nascita e il declino delle principali ideologie che possono influenzare il modo di pensare degli scienziati. Studiare le principali filosofie degli scienziati è compito molto arduo poiché raramente si tratta di posizioni articolate. Sono in gran parte assunzioni tacite, e accolte in modo così incondizionato da non essere neanche mai espresse. Lo storico della biologia incontra alcune delle sue difficoltà più grandi quando tenta di svelare queste tacite assunzioni e chiunque tenti di mettere in discussione tali “eterne verità” si scontra con fortissime resistenze.”
Il rilievo del grande biologo, nonché fine storico delle discipline biologiche, trova numerose conferme lungo tutto l’arco della storia del pensiero sul vivente, e risulta a tutt’oggi valido, considerando i dibattiti e le differenti correnti e impostazioni che attualmente si affrontano e si confrontano nel variegato panorama della biologia contemporanea. Si pensi poi al ruolo che le convinzioni filosofiche più profonde e radicate negli uomini di scienza e nel senso comune hanno giocato (e ancora giocano) nel produrre resistenze, fraintendimenti, travisamenti nei confronti della stessa teoria darwiniana. Questa opposizione, si badi, non giungeva solamente dai difensori di un’ideologia “fissista” o “creazionista”, ma anche da quegli stessi evoluzionisti che, sostenitori di teorie progressioniste, ortogenetiche, o cosmico-teologiche (che tanto proliferarono a partire dall’epoca di Darwin e Spencer), univano all’idea di evoluzione la convinzione tenace di una sua tendenza finalistica verso una meta ultima, magari guidata dalla provvidenzialità di un disegno divino. Non è affatto un caso che il nucleo teorico centrale della teoria darwiniana, quel principio di selezione naturale che così efficacemente aveva contribuito all’accettazione quasi immediata del “fatto” dell’evoluzione all’interno della comunità scientifica, paradossalmente sia stata per un lungo periodo rifiutata e fraintesa quasi da tutti, compresi quegli scienziati e filosofi che si dichiaravano seguaci di Darwin. E non riuscì ad imporsi in modo convincente fino alla grande Sintesi Moderna degli anni trenta-quaranta del Novecento. I motivi più importanti di questa opposizione generalizzata possono senz’altro essere ritrovati nell’ambito di quelle profonde e radicate convinzioni filosofico-ideologiche cui si riferisce Mayr, che, nel caso qui menzionato, mettevano in scena un’idea, di matrice finalista ed essenzialista, del mondo e dell’uomo, che la teoria di Darwin e la filosofia che sottostava a quella teoria, erano seriamente intenzionate a rovesciare dalle fondamenta. La logica e la filosofia di fondo che Darwin con la sua teoria proponeva (una visione basata su un divenire evolutivo non finalistico, che può procedere in tutte le direzioni, come un albero o un corallo, in cui gli eventi contingenti hanno un ruolo cruciale e l’essere umano non è affatto il prodotto finale di un disegno divino ma non è altro che uno dei ramoscelli non necessari dello stesso albero dell’evoluzione) si scontrava cioè direttamente con la filosofia di stampo finalista e antropocentrico dominante ancora nella seconda metà dell’800.
Per tutto questo, dunque, ritengo che un dialogo serio e produttivo tra scienza e filosofia sia oggi quanto mai prezioso. Perché da un lato la filosofia non può fare a meno di confrontarsi con la scienza, altrimenti rischia di divenire una pratica autoreferenziale che non ha più alcun contatto con le problematiche concrete degli esseri umani. Come scrive John Dewey, “La filosofia riconquista se stessa quando cessa di essere un mezzo di trattare i problemi dei filosofi e diventa un metodo, coltivato da filosofi per trattare i problemi degli uomini”. D’altro lato, però, neppure la scienza dovrebbe fare a meno della filosofia, del suo contributo alla formulazione, al chiarimento o alla critica di interpretazioni, ipotesi o teorie, e all’analisi rigorosa dei concetti e delle idee a esse associate, per non parlare delle analisi e della presa di coscienza dei presupposti ideologici taciti a cui si riferiva Mayr. Ma soprattutto non dovrebbe fare a meno del contributo della filosofia riguardo alle riflessioni concernenti la dimensione propriamente etica, sociale, politica, che costituisce, potremmo dire, l’orizzonte di senso in cui anche la prassi scientifica, con le sue verità, si inscrive. La filosofia, potremmo dire in breve, ha il compito etico di formare una visione consapevole, di mostrare cioè che dietro ai concetti e alle teorie, che spesso il senso comune e gli scienziati stessi prendono come verità date e indiscutibili, c’è il frutto di un lavoro, di un percorso storico, di una sedimentazione di sensi e di significati, di verità che mutano, di pratiche che si susseguono.

A.M.: Il caso Wallace è considerato “una coincidenza a dir poco sorprendente”. In dieci anni di studio ha rintracciato altre coincidenze di questo tipo? 
Andrea Parravicini: Darwin sviluppò la sua teoria negli anni compresi tra il 1839 e il 1844 e ne scrisse due abbozzi, rispettivamente nel 1842 (un breve abbozzo della sua teoria della selezione) e uno nel 1844 (un ampliamento di quel primo abbozzo, molto simile a quella che sarà l’organizzazione, lo scopo, e gli elementi essenziali dell’argomentazione presenti ne L’origine delle specie). Darwin però decise di non pubblicare i due scritti, occupandosi di altro, in particolare allo studio dei cirripedi. Solo nel settembre del 1854 tornò a occuparsi del problema delle specie, rileggendo e selezionando per ben venti mesi le sue note. Nel maggio del 1856, su suggerimento del famoso geologo e amico Charles Lyell, iniziò a scrivere un abbozzo delle idee maturate dopo tanto lavoro, col risultato che lo scritto tra le mani di Darwin divenne sempre più ampio fino ad assumere un tono quasi enciclopedico. Arrivò a scrivere dieci capitoli del libro che avrebbe dovuto chiamarsi Natural Selection, finché il 18 giugno 1858 giunse inaspettatamente il saggio di Alfred Russell Wallace (1823-1913), che diede luogo a uno dei casi più famosi della storia della scienza.
Wallace, un botanico suo corrispondente che stava conducendo le sue ricerche nell’arcipelago malese, gli aveva inviato uno scritto, con preghiera di pubblicarlo, in cui sorprendentemente veniva esposta, pressoché identica, la teoria dell’origine delle specie per selezione naturale cui Darwin stava lavorando ormai da circa un ventennio. “Se Wallace avesse avuto il mio abbozzo manoscritto redatto nel 1842, non avrebbe potuto farne un riassunto migliore!”, scrisse Darwin sconsolato a Lyell. In effetti colpisce questa coincidenza (persino negli esempi scelti!), tanto che, come ha scritto Telmo Pievani, questo rimane “uno dei casi più eclatanti di congiunzione di due processi di scoperta paralleli e indipendenti”.
Questa situazione imbarazzante venne risolta con reciproca soddisfazione mediante la pubblicazione, negli atti della Società Linneana, dello scritto di Wallace insieme a un breve riassunto delle idee di Darwin. Tuttavia, la prima enunciazione pubblica della teoria dell’evoluzione per selezione naturale, quasi incredibilmente, fu pressoché ignorata. A quel punto Darwin accelerò la pubblicazione della sua opera, riducendone drasticamente l’entità e tagliando molti dei riferimenti all’ampia bibliografia consultata, che egli si riprometteva di riportare in una successiva edizione in più volumi (ma che non finì mai). Questo abstract, come lo chiamava Darwin, fu pronto nel giro di poco più di un anno e apparve il 24 novembre 1859 col titolo On the origin of species by means of natural selection or the preservation of favored races in the struggle for life. Le 1250 copie di quella prima edizione si esaurì lo stesso giorno.
Si può dire che spesso le scoperte scientifiche “sono nell’aria” e dunque certe coincidenze nelle formulazioni di ipotesi o nel raggiungimento contemporaneo di determinati risultati scientifici sono anche il frutto di un particolare contesto, di un certo clima culturale e sociale, che spinge verso determinate direzioni le attività umane di cui la scienza è una pratica tra le più importanti e significative. Perciò non sono mancati altri casi, nel mondo scientifico, dove due studiosi siano arrivati alla medesima scoperta o a formulare la stessa teoria più o meno contemporaneamente. Si pensi ad esempio alla celebre controversia per la paternità del telefono, o ad altri casi, anche recenti, di studiosi che giungono alla medesima scoperta simultaneamente, come quella che riguarda il virus del HIV. A volte, inoltre, tali episodi rivelano ingiustizie palesi, spesso contro le donne, come nel caso eclatante (e amaro) della scoperta della doppia elica del DNA che vide protagonisti i lavori di Rosalind Franklin, che furono determinanti ai fini della scoperta da parte di Watson e Crick, che si sono guadagnati, a spese della collega morta quattro anni prima, il Nobel per la medicina nel 1962 senza uno straccio di riconoscimento. O come nel caso della scoperta dei cromosomi sessuali, con un’altra grande scienziata, Nettie Stevens, giunta alla scoperta nello stesso anno di Edmund Beecher Wilson, ma a lungo ignorata o osteggiata.  
Tornando al caso Wallace-Darwin, possiamo dire che esso non solo è stato uno dei casi dei più eclatanti della storia della scienza e un bellissimo esempio di grande lealtà tra due gentlemen britannici di fronte a un’imprevedibile coincidenza, ma esso ci mostra anche come spesso un misto di contingenza storica e convergenza direzionata governi non solo il mondo vivente, ma anche l’evoluzione delle idee.

A.M.: Quale lettura consiglierebbe ad un neofita per iniziare questo affascinante studio?
Andrea Parravicini: È una scelta molto difficile, ma forse, tra i tanti che mi vengono in mente, consiglierei il bellissimo libro di Stephen J. Gould, La vita meravigliosa. I fossili di Burgess e la natura della storia, Feltrinelli, Milano 2008.

A.M.: Ha in programma per questo 2019 una nuova pubblicazione?
Andrea Parravicini: Sì, il prossimo giugno uscirà per i tipi di Rosenberg & Sellier un volume da me curato insieme ad altri colleghi, Guido Baggio, Fausto Caruana e Marco Viola, dal titolo Emozioni. Da Darwin al pragmatismo. Si tratta di un’antologia di testi selezionati da opere di Darwin e di autori pragmatisti classici (William James, John Dewey, George Herbert Mead) sul tema oggi molto attuale e discusso delle emozioni. Questi autori studiarono tale questione da una particolare prospettiva naturalistica ed interdisciplinare che ha permesso loro di elaborare una serie di profondissime intuizioni che si sono mostrate capaci di resistere nel corso del tempo. Ancora oggi, infatti, i principali aspetti che caratterizzano le loro indagini – l’universalità delle emozioni, la dimensione corporea, la funzione sociale e comunicativa – risultano essere al centro dei dibattiti in filosofia, psicologia e neuroscienze cognitive.

A.M.: Reputa positiva la sua esperienza con la casa editrice Negretto Editore? La consiglierebbe?
Andrea Parravicini: La mia esperienza con Negretto è stata senz’altro molto positiva, anche per via della competenza, umanità e alta professionalità dell’editore, Silvano Negretto, una persona che stimo molto e che ha fatto del suo lavoro una vera e propria missione. Per questo motivo, lavorare per Negretto è un’esperienza che senza dubbio consiglio a tutti coloro che considerano i libri e la cultura come beni preziosi, da rispettare e salvaguardare. Con Negretto si troveranno a casa.


A.M.: Concludiamo con una citazione…
Andrea Parravicini: Mi piace concludere con la frase citata come esergo ne La mente di Darwin, un motto di un incisore botanico i cui lavori impressionarono molto Goethe, e che rispecchia bene, ritengo, il metodo genealogico che impronta la filosofia evoluzionista:
Veder venire le cose è il miglior mezzo per spiegarle” (Pierre-Jean-François Turpin).

A.M.: Andrea, augurandoci che il lettore attento possa usufruire delle sue preziose riflessioni sull’uomo, la ringrazio per il tempo che ha dedicato all’esplicazione del suo pensiero e la saluto con le parole dello scrittore, poeta e drammaturgo tedesco che ha poc’anzi citato: “Il bello è una manifestazione di arcane leggi della natura, che senza l’apparizione di esso ci sarebbero rimaste eternamente celate.”

Written by Alessia Mocci
Responsabile dell’Ufficio Stampa di Negretto Editore

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Darcy Ribeiro e la Saudade


“Se nossos governantes não fizerem escolas, em 20 anos faltará dinheiro para construírem presídios.” 
(“Se i nostri governatori non faranno scuole, in 20 anni saranno necessari soldi per costruire le prigioni.”) ‒ Darcy Ribeiro

Figlio del farmacista Reginaldo Ribeiro dos Santos e dell’insegnante Josefina Augusta da Silveira, lo scrittore, antropologo, educatore ed uomo politico Darcy Ribeiro nasce il 26 ottobre del 1922 a Monte Claros (Minas Gerais in Brasile). Frequentò gli studi nella sua città natale, entrò nella facoltà di Medicina ma la abbandonò ben presto decidendo di lavorare in ambito di scienze politiche.

Si laurea nel 1946 in Sociologia con una specializzazione in etnologia presso l'Universidade de São Paulo e l'anno successivo iniziò una decennale peregrinazione nella regione del Pantanal, nelle foreste del Brasile centrale e in Amazzonia, che lo portò a convivere con alcuni popoli indigeni: i Kadiwéu, cui dedicò la sua prima monografia (Kadiwéu, 1950), ed i Kaapor. L’antropologo è tra i fondatori dell'Universidade de Brasília, di cui divenne il primo rettore, fu ministro dell'Educazione ed ebbe altri incarichi durante la presidenza di João Goulart (1961-64).

In seguito al golpe militare fu costretto all'esilio: soggiornò in America Latina (Uruguay, Venezuela, Cile e Perù), in Europa ed in Algeria. Rientrò in Brasile nel 1976, dove venne eletto vicegovernatore dello Stato di Rio de Janeiro; nel 1991 fu eletto senatore e l'anno seguente divenne membro dell'Academia brasileira de letras.

Durante il lungo periodo dell’esilio si dedicò alla progettazione di programmi di riforma ed alla composizione dei cinque volumi dei suoi Estudos de antropologia da civilização. Pubblicò il primo romanzo, “Maíra” (1976), al suo rientro in Brasile. Seguirono “O mulo” (1981), la fiaba “Utopia selvagem” (1982) ed il romanzo “Migo” (1988).

Nel 1991 seguì l'opera memorialistica “Testemunho”, nel 1995 il saggio di antropologia culturale “O povo brasileiro”, la raccolta di saggi e discorsi “Noções de coisas” (1995) ed i Diarios índios (1996). Oltre ad una ricchissima produzione saggistica si ricorda il libro autobiografico pubblicato lo stesso anno della morte “Confissões” ed il libro di poesie pubblicato postumo nel 1998 “Eros e Tanatos”.

Personalità poliedrica e indipendente, ha dato un contributo rilevante, culturale e progettuale, in ciascuno dei settori in cui ha operato. È morto il 17 febbraio 1997 all’età di 74 anni, vittima di cancro.

Nell’autobiografia scrive:Termino esta minha vida já exausto de viver, mas querendo mais vida, mais amor, mais saber, mais travessuras” (“Termino questa vita già sfinita dal vivere, ma voglio più vita, più amore, più conoscenza, più scherzetti”).

Il libro “Utopia selvaggia ‒ Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba” di Darcy Ribeiro sarà pubblicato nel mese di maggio 2019 dalla casa editrice mantovana Negretto Editore con la traduzione di Katia Zornetta e con prefazione di Giancorrado Barozzi.

Il termine “saudade” richiama l’epoca medioevale delle liriche dei Canzonieri galego-portoghesi scritte fra il XII d il XV secolo nelle quali ritroviamo “soydade” e “suydade” con successiva evoluzione del dittongo oi in au. Il fenomeno è insolito e ha diverse ipotesi, ha derivazione dal latino sōlĭtās, solitātis, (“solitudine”, “isolamento”) ma è da considerare la presenza di influssi da altri termini, per esempio dal verbo latino saudar (“salutare”) o da espressioni arabe suad, saudá e suaidá (“profonda tristezza”).

La Saudade va collegata esclusivamente al Portogallo e successivamente alle colonie, una parola intraducibile in altre lingue come similmente accade per spleen, flâneur e sehnsucht. Potremo definirla come una nostalgia, quasi un’aspirazione metafisica di qualcosa di intimo che conosciamo nel campo dell’intuito e che quindi esiste prima ancora di conoscerne l’esistenza. La saudade è collegata alla tradizione marinara del Portogallo che geograficamente è aperto all’oceano Atlantico.

Un senso di malinconia e solitudine che nasceva sia nei marinai che lasciavano la propria terra sia da coloro che invece restavano in patria ad attendere il ritorno. Dei canti simultanei di uomini che attraversavano il grande mare per la bramosia di scoperta e successivamente di commercio e di donne che davanti a scogliere e spiagge s’interrogavano sul possibile rimpatrio. Dunque non possiamo semplicemente tradurre saudade in nostalgia (in portoghese “nostalgia”, “falta”) o solitudine (in portoghese “solidão”) perché è una parola collegata al viaggio, al mare ed alla distanza, a quel sentimento di chi parte e di chi resta congiunto dall’aspettativa di incontro e di riapparizione.

Durante i secoli poeti e scrittori hanno cercato di dar voce a questo sentimento, di narrarlo ed esplicarlo. Giungiamo sino ai nostri giorni con Darcy Ribeiro e quel suo “Saudade dell’innocenza perduta come se questo sentire non conosciuto temporalmente fosse accreditato nella realtà grazie all’intuito. In questo modo abbiamo un duplice significato del sottotitolo della fiaba “Utopia selvaggia”, la saudade può esser riferita sia alle popolazioni indios ancora viventi nella grande Amazzonia, percependo in loro un’innocenza perduta a causa della violenta invasione dell’europeo; sia alla Penisola Iberica nel sentimento legato al ricordo di quei coloni che lasciarono la patria per trasferirsi in Brasile e di quelle generazioni successive che non hanno mai visitato la terra d’origine ma alla quale hanno sempre sentito in appartenere nel profondo.

Chi siamo noi, se non siamo europei, e nemmeno siamo indios, se non una specie intermedia, tra aborigeni e spagnoli? Siamo coloro che furono disfatti in quel che eravamo, senza mai arrivare ad essere quel che saremmo stati o avremmo voluto essere. Non sapendo chi eravamo quando permanevamo innocenti in loro, inconsapevoli di noi, ancor meno sapremo chi saremo. […] Stanchi e nauseati dallo sforzo di fingere di essere chi non siamo, imparammo finalmente ad aprire gli occhi e a creare specchi per guardarci.” “Utopia selvaggia”

Written by Alessia Mocci
Ufficio Stampa Negretto Editore

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http://oubliettemagazine.com/2019/02/16/le-metier-de-la-critique-darcy-ribeiro-e-la-saudade/

Darcy Ribeiro e il romanzo utopico: la prefazione di Giancorrado Barozzi del romanzo Utopia selvaggia


Terzo dei quattro romanzi pubblicati in vita da Darcy Ribeiro, poliedrico autore (per un 30% antropologo evoluzionista, per un altro 30% politico riformatore, per un 20% intellettuale cosmopolita e per il restante 20% boccaccesco affabulatore), Utopia selvagem, che si presenta qui in una nuova traduzione, fonde assieme, come in una tropicale sarabanda di Carnevale, elementi tra loro eterogenei, in apparenza inconciliabili.

La fabula del romanzo consiste in un’incredibile, quanto involontaria, incursione picaresca nel mondo selvaggio della quale sostiene di essere stato protagonista un patriottico disertore che, nei suoi esilaranti incontri-scontri col potere di ogni sorta (politico, militare, religioso e sessuale), ricorda molto da vicino il buon soldato Švejk di Hašek.

L’intreccio segue, passo per passo, senza ricorrere ad alcun artificio estetico, gli assurdi eventi capitati al protagonista. Eppure, al di là della sua assoluta semplicità compositiva, questo romanzo risulta gravido di riferimenti culturali di notevole interesse e spessore. Innanzi tutto, esso appartiene a quella provocatoria tradizione del nuovo che in Brasile, già a partire dagli anni Venti del Novecento, col Manifesto antropofago di Oswald de Andrade, si autoproclamò «cultura cannibale» e che nel romanzo mitologico Macunaima di Mario de Andrade (1928) trovò una precoce, dirompente affermazione.

Nei tempi moderni l’uomo bianco (portatore di una civiltà urbana e occidentale) doveva finire divorato dalla cultura amazzonica, la quale solo grazie a questo simbolico festino cannibalesco avrebbe potuto rigenerarsi acquisendo per ingestione i germi fecondi delle avanguardie europee senza tuttavia rinunciare alla genuina eredità del mondo aborigeno.

Queste furono le paradossali teorie professate dai due de Andrade e da quel gruppo di artisti brasiliani che allora diedero vita alla Revista de Antropofagia. Mezzo secolo dopo nel medesimo, «cannibalesco» confronto tra tradizione e innovazione venne a trovarsi irretito anche il protagonista di questo romanzo scritto da Ribeiro.

Anch’egli, come Macunaima, è un eroe privo di carattere, ma a differenza del suo mitico antecedente, appartiene alla specie umana e non discende dall’Olimpo delle divinità amazzoniche. Macunaima, il personaggio creato da Mario de Andrade, era un tipico trickster, ossia un dio minore dal carattere beffardo, violento e amorale, mentre l’eroe dal triplice nome (tenente G. Carvalhal/Pitum/Orelhão) ideato da Ribeiro appartiene piuttosto alla schiera degli schlemihl: gli sciocchi e sfortunati protagonisti di tante opere letterarie, dal Woyzeck di Büchner (1837) allo Švejk di Hašek (1923). Tutti «bravi soldati», un po’ tardi di comprendonio, che inconsapevolmente vanno a cacciarsi nelle situazioni più estreme e ingarbugliate.

Senza dubbio Ribeiro, nel concepire Utopia selvagem, si rifece in modo consapevole a una tradizione preesistente e da tempo collaudata: quella composta dai racconti orali sugli sciocchi e da quelle opere letterarie che, per illustrare l’assurdità della realtà di ogni giorno, adottano il punto di vista straniante d’un soggetto ritenuto pazzo o idiota dai comprimari della fiction.

Rispetto ai suoi illustri antecedenti, il protagonista di questo romanzo possiede tuttavia un notevole vantaggio: in ogni circostanza non cessa mai di stare in ascolto degli «altri» (da qui il suo soprannome di Orelão: Orecchione) e di porre domande, sia a se stesso che a chiunque incontri sul suo cammino. A salvarlo dall’annientamento sono appunto la sua insaziabile curiosità e la sua logorroica loquacità, che solo alla fine del romanzo, di fronte all’enormità della situazione vissuta, vengono ad acquietarsi.

Poco importa che, il più delle volte, le sue domande sembrino mal poste o finiscano con l’irritare gli interlocutori. Quel che più conta è la capacità, da lui dimostrata, di non prendere mai per scontati i bizzarri mondi in cui è capitato, il suo istintivo interrogarsi su quel che un domani sarà di lui e sui destini futuri delle comunità che, suo malgrado, lo stanno ospitando. Un po’Amleto e un po’ Socrate, Pitum/Orelhão, grazie a questa sua predisposizione al saper porre (e porsi) domande, si dimostra in fin dei conti assai meno sprovveduto di quanti intorno a lui vivono in modo animalesco, seguendo ciecamente antiche tradizioni (le icamiabas/amazzoni), o di chi appare dominato da una qualsiasi ideologia, sia essa del progresso (le suore missionarie) o dell’atavismo (lo sciamano Cunhãmbebe).

E qui entra in gioco un altro fondamentale ingrediente del romanzo di Ribeiro: la sua straniante ispirazione antropologica. Accanto a un ludico, ma pienamente consapevole, radicamento nel terreno dell’intertestualità letteraria, Utopia selvagem rivisita infatti uno ad uno, con smagata ironia, anche i canoni classici della scrittura degli antropologi. In questo senso l’autore dimostra d’avere fatto tesoro delle sue giovanili esperienze di ricerca sul campo presso varie tribù amazzoniche (Kaidivéu, Kaiowàs, Terenas e Ofaié-Xavantes), da lui stesso compiute, per conto del SPILTN (Serviço de Proteção aos Índios e Localização de Trabalhadores Nacionais, organo governativo sostituito nel 1967 dal FUNAI: Fundação Nacional do Índio), una quarantina d’anni prima della stesura del romanzo, in compagnia della giovane moglie Berta Gleizer (1924 -1997). Di quell’esperienza, divenuta fondante per la sua formazione, Ribeiro ha lasciato testimonianza nei propri Diàrios Índios, che si aprono, in segno d’affettuoso omaggio, col nome della moglie, anch’ella etnologa e antropologa, dalla quale in seguito, nel 1974, egli si separerà.

La dimensione antropologica del romanzo appare evidente non solo per via della generica ambientazione del libro nel «mondo selvaggio» della foresta pluviale, ma prende corpo soprattutto nelle numerose focalizzazioni su usi, costumi e manufatti del mondo indigeno che l’autore inserisce, sempre in modo pertinente, nel tessuto narrativo rendendole parti integranti dell’incredibile vicenda vissuta da Pitum/Orelão.

Da defunzionalizzati reperti custoditi in un museo etnografico o da pedanti informazioni scientifiche racchiuse in un trattato d’antropologia, i dettagli «etnici» sparsi a piene mani da Ribeiro in questo suo romanzo riacquistano così il loro più autentico valore di cose e istituzioni intimamente connesse con la vivente realtà del mondo amazzonico. Una realtà che l’autore rappresenta senza alcun atteggiamento nostalgico, ma anzi con quel pizzico d’ironia e di comicità che s’addice a chi delle sorti di quel mondo è sinceramente partecipe, pur essendo costretto, per provenienza sociale e formazione culturale, a osservarlo da estraneo.

I Tropici di Ribeiro non sono «tristi» come quelli di Lévi-Strauss. Con l’antropologo francese l’autore brasiliano mostra di avere tuttavia più di un punto in comune: anch’egli sa interpretare infatti con scrupolo scientifico il contesto amazzonico riuscendo, attraverso il suo particolare stile giocoso e leggero ma non per questo meno sapiente, a rappresentarlo in forma artistica.

Non a caso il protagonista del suo romanzo, ambientato nella foresta pluviale, proviene anch’egli dall’esterno di quell’ambiente naturale e delle culture amazzoniche, e, forzatamente immesso in quel contesto e in quelle culture, cerca di adattarvisi per sopravvivere, apprendendo, giorno dopo giorno, cose e usanze per lui sempre nuove.

Dalla mancata presa di coscienza della separazione del mondo «civile» da quello «selvaggio» scaturiscono qui le gags meglio riuscite. I personaggi che si prefiggono d’integrare tra loro queste inconciliabili realtà, le figure ansiose di portare tra i «selvaggi» un lume di «civiltà» rivelano ben presto il lato comico, o meglio tragicomico, del loro carattere. Le due suore (appartenenti, per giunta, a due distinte religioni) che, malgrado le loro pie intenzioni, provocano con le innovazioni da esse introdotte (tra le quali l’alfabetizzazione degli adulti) il più caotico scompiglio tra i nativi, agiscono nel romanzo come una buffa coppia di clowns.

Simpatiche e pasticcione, le due missionarie si muovono tra le genti della foresta amazzonica con lo stesso garbo di un paio d’elefanti che hanno fatto irruzione in una cristalleria. Esse trovano nel malcapitato Orelhão il loro interlocutore prediletto, lo subissano di prediche che lo mandano in confusione e gli impongono, ovviamente per il bene della sua anima, rigidi divieti. Primo fra tutti quello di non accasarsi con Rixca, la giovane e bella indigena che Calibã, il capo tribù, gli aveva offerto in moglie.

Se nei suoi approcci con le amazzoni Pitum non poteva esercitare altro mezzo di conoscenza che quello carnale, con le due suore missionarie le frequentazioni di Orelhão si sviluppano invece sotto il segno della repressione sessuale. Il che dimostra, sembra ammiccare Ribeiro mandando una strizzata d’occhi al lettore, che, in ogni società, nei rapporti col gentil sesso al maschio non sono consentite che due soluzioni: l’eccesso erotico o la forzata astinenza, essendo di fatto impossibile - per le costrizioni imposte dall’ambiente - vivere una sessualità «normale».

Al fine di convincere Orelão a non sposare l’adolescente indigena, la suorina più giovane non si limita tuttavia a fare appello, con finalità repressive, ai principi della morale cristiana, ma gli sciorina in sovrappiù una colloquiale descrizione, scientificamente fondata, dell’organizzazione sociale dualistica della tribù amazzonica, scissa al proprio interno in due fratrie complementari.

Udita l’illuminante lezioncina della missionaria, il malcapitato si dichiara finalmente convinto a non prendere in moglie la fanciulla predestinatagli dal capotribù, temendo di trovarsi invischiato nell’inestricabile rete di relazioni e divieti che regolano la vita sociale e affettiva dei nativi. Il passo citato costituisce una delle migliori dimostrazioni dell’insinuante capacità di Ribeiro d’infarcire il proprio romanzo politico d’approfondimenti antropologici perfettamente funzionali ai meccanismi del racconto. 

Dopo la narrazione dell’involontario peregrinare del protagonista da una tribù amazzonica all’altra, nella terza e ultima parte del romanzo verrà a compiersi un epilogo orgiastico e visionario, alieno ai parametri della logica euclidea e in netto contrasto con la burocratica perfezione di quell’oppressiva, tentacolare distopia cibernetica (la cosiddetta Utopia Borghese Multinazionale) che Ribeiro, in un capitolo che parrebbe interpolato quasi a viva forza nel libro, si è divertito ad anticipare (e, col senno di poi, occorre constatare che egli andò molto vicino al vero in questa sua parossistica previsione). In tale capitolo, a prima vista spurio, ma in realtà assolutamente necessario per la piena comprensione dell’intreccio, l’autore illustra le innumerevoli, subdole articolazioni funzionali al controllo globale della società del «mondo civile», tramite la cablatura digitale di ciascun cittadino con la mente di Prospero: un oppressivo cervello artificiale dal curioso nome shakespeariano.

Giunto il momento di scoprire, poco prima del gran finale, le carte in tavola, l’autore rivela alcune delle proprie simpatie in campo politico e in ambito artistico: egli dichiara, ad esempio, di fare il «tifo» per Fidel (Castro), che negli anni ’80 era ancora saldamente al potere nell’isola di Cuba, e invia un rauco saluto musicale con flauti indigeni alla memoria dell’amico Glauber (Rocha), il grande regista cinematografico brasiliano scomparso, a soli 42 anni d’età, nel 1981.

A parte questi espliciti richiami all’attualità del momento in cui fu composto il romanzo, Utopia selvagem sembra astrarsi del tutto dalle vicende storiche. Con la grazia fuori dal tempo e la corrosiva ironia d’un apologo di Voltaire, il testo di Ribeiro introduce i lettori in una dimensione a parte, dove - a diretto contatto con la natura - si va svolgendo il primitivo rito d’iniziazione di un riluttante, inconsapevole protagonista. Una dimensione in cui, come ha dichiarato l’autore stesso a Daniela Ferioli, la prima traduttrice in lingua italiana del romanzo:
“L’utopia indigena è di una bellezza indescrivibile in contrasto con il Prospero dell’antiutopia capitalistica, con la descrizione del mondo attuale, con la brutalità del mondo attuale.”

Eppure, a ben vedere, la morale politica di questa fiaba tropicale rimane aperta. A rivelarlo è ancora una volta la voce dell’autore in un passo, forse il più esplicito e pregnante contenuto nel romanzo, che gioverà qui sottolineare come valida indicazione per una corretta interpretazione di quest’opera:
“Ma, caro lettore, non pensare che perori il ritorno alla Barbarie. Lungi da me un tale sproposito. Quel che ho è un’incurabile nostalgia di un mondo che avrebbe ben potuto essere, ma che non fu, e che nemmeno so come sarebbe e che, se anche lo sapessi, non lo direi.”

Saudade di Ribeiro che, precorrendo di alcuni decenni il pensiero del sociologo Zygmunt Bauman, rifiuta la tentazione di cercare conforto in una consolatoria, idillica retrotopia, esprimendo, al contempo, il bisogno assoluto e l’assoluta indicibilità di ogni autentica utopia.

“Utopia selvaggia Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba” di Darcy Ribeiro (Montes Claros – Minas Gerais 26-10-1922/ Brasilia 17-2-1997) sarà pubblicato nel mese di maggio 2019 dalla casa editrice mantovana Negretto Editore con la traduzione di Katia Zornetta.

Written by Giancorrado Barozzi

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http://oubliettemagazine.com/2019/02/09/darcy-ribeiro-e-il-romanzo-utopico-la-prefazione-di-giancorrado-barozzi-del-romanzo-utopia-selvaggia/





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Intervista di Alessia Mocci a Rosario Tomarchio: vi presentiamo Al tuo cuore con la poesia


“Quante volte mi ritrovo con il cuore affranto,/ con le lacrime che disegnano curve sul viso./ Quante volte mi ritrovo in un angolo del mondo,/ a rileggere lo stesso libro/ che racconta la mia vita/ tra poche gioie e tanti dolori./ Quante volte mi ritrovo sotto questo cielo,/ a guardare le stelle/ sperando ancora di poter colorare i sogni./ […]” ‒ “Dedicata a tutti i cani che ci fanno compagnia”

“Al tuo cuore con la poesia” è una breve raccolta poetica dell’autore siciliano Rosario Tomarchio. L’autore conta di numerose pubblicazioni sia poetiche come “La musica del silenzio” (Statale 11, 2010), “Storia d’amore” (Aletti editore, 2012), “Ricordi di poesie” (Rupe Mutevole Edizioni, 2013), “Cielo” (Rupe Mutevole Edizioni, 2014) sia brevissimi saggi come “Il mito della semplicità”, “In cammino”, “Dalla grotta al tempio”, “In viaggio per incontrare Gesù”.

La raccolta è dedicata al cuore dello stesso autore, ogni verso nasce dal profondo amore verso le persone care: ai genitori (al padre, l’uomo del silenzio; alla madre, la donna della vita), ai pochi e veri amici che una persona conta sulle dita della mano, ad una relazione con una donna del passato, alla nonna Vincenza scomparsa molti anni fa, alla lettura dei Vangeli che sin da giovane hanno popolato la sua mente, agli animali che rendono la vita meno solitaria.

Il versificare è semplice, le parole sono immediate. Percorrono immagini care a Rosario e che si dipanano tra ricordi e presente in una continua esortazione all’amore.

A.M.: Ciao Rosario, ormai sono anni che ci conosciamo e che promuoviamo lettura e scrittura di grandissimi nomi della letteratura e di emergenti. Come prima domanda ho pensato ad una piccola provocazione: secondo te quando si esce dal confine di emergente?
Rosario Tomarchio: Ciao Alessia, grazie del tempo che mi dedichi. Questa è una bella domanda tosta alla quale rispondo con molto piacere. Fino a qualche anno fa, le case editrici facevano tre distinzioni: esordienti, emergenti e scrittori affermati. Per scrittore emergente viene nominato tale l’autore che già ha iniziato a muovere i primi passi nel campo della letteratura ad esempio con le raccolte di autori vari e maturata tale esperienza decide di avventurarsi nella pubblicazione di un libro. Pubblicare con autori vari o in antologie lo consiglio sempre sia all’inizio di una probabile carriera di scrittore e sia quando finalmente ci si è fatti il così detto nome. Il passaggio da emergente a scrittore affermato si può valutare in diversi modi. Un buon indizio per valutare questo passaggio è il numero di copie vendute. Tuttavia questo è relativo, in quanto una persona famosa e conosciuta dal pubblico ottiene un numero di copie vendute anche con il suo primo libro pubblicato. Una buona recensione di un libro può favorire questo passaggio in quanto un articolo pubblicato in una rivista letteraria come ad esempio Oubliette Magazine permette un autore di raggiungere un più vasto numero di lettori e soprattutto di raggiungere i veri critici letterari. Sfortunatamente, ogni giorno sorgono da ogni parte critici letterari senza arte e né parte e questo crea un forte danno alla letteratura emergente. Fortunatamente in questo mondo esistono gente professionale come te che sa leggere e valutare un libro nel modo gusto. Ecco far leggere la propria opera a un pubblico di veri critici letterari è il vero passaggio da scrittore emergente a scrittore affermato. Io personalmente punto a raggiungere un numero crescente di lettori critici delle mie opere. Ti confesso che molto umilmente sto raggiungendo questo obbiettivo. Poi se arriva il boom di copie vendute ben venga. Come tu ben sai ho iniziato a pubblicare nel 2010 e da quell’anno non mi sono più fermato. Questo mi ha permesso di fare un percorso e maturare. Il momento che mi ripaga di più è vedere l’emozione negli occhi della gente o sentirmi fermare per strada da persone che hanno letto le mie opere e sentirmi dire: “mi hai commosso”.     

A.M.: Se prendi in considerazione tutte le raccolte poetiche che hai pubblicato, quale ti ha dato maggiore soddisfazione e perché?
Rosario Tomarchio: Sinceramente sono legato a tutte le raccolte poetiche perché in ogni raccolta c’è un pezzetto del mio cuore legato a una persona cara. Forse sono più legato a “Ricordi di poesia” perché traccia un confine da semplice esercitazione a inizio di maturazione delle liriche. In particolare sono legato alla poesia dal titolo “Ricordi”. Con questa poesia per la prima volta ho trascritto in versi due tragedie.

A.M.: I primi versi della lirica “Vorrei essere una fontana” recitano “Vorrei essere una fontana/ che dona allegramente acqua/ a tutti gli anziani al riparo dalle calde ore”. La fontana di cui parli esiste nella realtà oppure è un’espediente letterario?
Rosario Tomarchio: Sì esiste e precisamente si trova a Catania in piazza principessa Iolanda. Questa piazza con questa fontana è molto cara a me. Ti spiego: questa piazza e la fontana sono come un monitor della realtà. Oggi viviamo in modo artificiale dove basta un clic per essere collegati in ogni parte del mondo e separati dal mondo. Il mondo non ci conosce, non conosce i nostri sentimenti, le nostre fragilità e le nostre emozioni. Invece in quella piazza, con quella fontana, incontro il mondo perché lì si incontrano mamme e nonni che portano i propri figli e nipoti a giocare (mi ritornano in mente i giochi di quando ero ragazzo), si incontrano le persone anziane che raccontano il loro passato e progettano sogni per il futuro e inoltre lì è facile trovare qualche senza tetto che frequenta quel luogo per riposarsi e rinfrescarsi un po’. Quindi come vedi è veramente un monitor della realtà. Il giorno in cui ho composto questa poesia avevo passato la giornata con un caro amico di Catania e ho scritto la poesia come messaggio che ho inviato a una mia cara amica che in questo momento vive a Roma. Come vedi per me l’amicizia è fondamentale come l’acqua della fontana. Nel momento in cui ho composto la poesia “Vorrei essere una fontana” avevo in mente la fontana artistica dove attorno ad essa si ritrovano le persone per raccontare e sognare a occhi aperti, la fontana dove prendere acqua specialmente nei giorni di caldo intenso di Catania e infine la fontana come sorgente di sapienza e cultura rappresentata dalla saggezza degli anziani.   

A.M.: Catania (e la Sicilia in generale) è parte integrante delle tue pubblicazioni, i colori ed i tremori dell’Etna, la terra baciata dal Sole, lo sguardo che si perde nel blu del mare. Perché l’uomo ha bisogno di scrivere in versi la meraviglia in cui vive?
Rosario Tomarchio: Per me Catania è la città eterna, d’una terna bellezza. Tutto quello che di bello l’uomo ha creato con le sue mani lo troviamo a Catania. Prendi per esempio i bellissimi palazzi nobiliari che si trovano nel centro storico, quasi stanno lì a testimonianza delle capacità artistiche degli artigiani e artisti che hanno realizzato tali edifici. Peccato che a volte Catania è invivibile per lo straordinario dal mio punto di vista o ordinario secondo altri transiti di Catania e per questo motivo preferisco e amo il mio paese. Come tu ben sai io vivo a Piedimonte Etneo e ne approfitto per rinnovare l’invito. Piedimonte Etneo è un piccolo paese ai piedi dell’Etna famoso per le sue sorgenti d’acqua tanto che una frazione del paese prende il nome Presa per la presa d’acqua presente nel territorio e ancora Vena per una vena d’acqua sgorgata per un evento quasi soprannaturale o miracoloso. Il mio paese è anche vicino al mare che tanto mi è di conforto tanto da chiedergli poeticamente: “pure tu ti agiti per la lontananza per poi ritornare calmo”. Lo amo soprattutto d’inverno. L’uomo ha quasi necessita di scrivere in versi le meraviglie del creato in cui vive per dire grazie alle creature di cui si circonda e per le generosità dei doni che riceve dalla natura. A tal proposito mi viene in mente una poesia che fa parte della raccolta “Cielo” dal titolo “Al chiaro di luna” nella quale, come i poeti antichi a me cari, dialogo con la Luna e le pongo una domanda: “O cara luna cosa ci fai in cielo tutta sola? E io qui tutto solo?”.    

A.M.: Nella lirica “La donna della vita” scrivi: “Mamma non piangere più/ sono quel pazzo di tuo figlio/ il pazzerello del tuo cuore”. Qual è il tuo rapporto con la famiglia?
Rosario Tomarchio: Con questa domanda, cara Alessia faccio promozione di me perché un po’ per necessità ho dovuto imparare da mia mamma a cucinare e a fare tutte le attività domestiche e anche per necessità ho imparato un po’ a fare l’infermiere. Praticamente sono un uomo da sposare. Battute a parte ora ti spiego perché parlo di necessità. La necessità è venuta con le varie malattie che hanno colpito mia nonna Vincenza che ha vissuto con noi per un buon numero di anni. A mia nonna Vincenza ho dedicato due poesie di cui una è presente proprio in questa mia ultima opera letteraria. “Mamma non piangere più/ sono quel pazzo di tuo figlio/ sono il pazzerello del tuo cuore”. Come quasi tutti da giovane ho avuto un carattere difficile e spesso in contrasto con quello di mia mamma. Con il verso “il pazzerello del tuo cuore” ho preso in prestito questa frase da San Gerardo che rivolgeva queste parole a Gesù presente nel Sacramento. Il mio paese è molto legato alla figura di questo santo ed infatti nel territorio di Piedimonte si trova il secondo santuario dedicato al Santo. Tornando al discorso della famiglia, dopo mia mamma, la persona più importante è mio padre. Mio padre con molto orgoglio ogni volta che viene a una presentazione dei miei libri dice a tutti “quello è mio figlio”. Anche a mio padre ho dedicato qualche verso.    

A.M.: Ora ti chiedo tre nomi. Un autore siciliano, uno italiano ed uno internazionale.
Rosario Tomarchio: Andrea Camilleri, Gabriele D’Annunzio, Agatha Christie.

A.M.: Il 7 gennaio è stato pubblicato il bando di partecipazione per uno speciale contest con partecipazione gratuita denominato come la tua silloge. Visto che siamo in chiusura di adesione che cosa vuoi dire ai partecipanti?
Rosario Tomarchio: Il contest è sempre una buona occasione per mettersi in gioco e confrontarsi con altri autori. Auguri e buona fortuna a tutti i partecipanti!

A.M.: Stai già pensando alla pubblicazione di una nuova raccolta? Puoi anticiparci qualcosa?
Rosario Tomarchio: Sì sto lavorando a una nuova raccolta e al momento non ti posso anticipare niente. Tuttavia posso dirti che nella mia testa c’è spazio anche alla narrativa e l’idea mi è venuta proprio parlando con te e il protagonista sarà proprio il mio paese.

A.M.: Salutaci con una citazione…
Rosario Tomarchio: Gli uomini sono come il vino:/ non tutti i vini invecchiano;/ alcuni inacidiscono”. Eugenio Montale

A.M.: Rosario ti ringrazio per il tempo che hai dedicato a questa intervista. Invito i lettori a partecipare al Contest “Al tuo cuore con la poesia” e saluto con le parole dell’iscrizione presente a Catania sulla porta Ferdinandea (oggi intitolata porta Garibaldi), un arco costruito nel 1768 e che recita: “Melior de cinere surgo” (“Rinasco dalle ceneri ancor più bella”).

Written by Alessia Mocci

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http://oubliettemagazine.com/2019/01/07/contest-letterario-gratuito-di-poesia-e-racconto-breve-al-tuo-cuore-con-la-poesia/

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2019/02/02/intervista-di-alessia-mocci-a-rosario-tomarchio-vi-presentiamo-al-tuo-cuore-con-la-poesia/