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Darcy Ribeiro e la Saudade


“Se nossos governantes não fizerem escolas, em 20 anos faltará dinheiro para construírem presídios.” 
(“Se i nostri governatori non faranno scuole, in 20 anni saranno necessari soldi per costruire le prigioni.”) ‒ Darcy Ribeiro

Figlio del farmacista Reginaldo Ribeiro dos Santos e dell’insegnante Josefina Augusta da Silveira, lo scrittore, antropologo, educatore ed uomo politico Darcy Ribeiro nasce il 26 ottobre del 1922 a Monte Claros (Minas Gerais in Brasile). Frequentò gli studi nella sua città natale, entrò nella facoltà di Medicina ma la abbandonò ben presto decidendo di lavorare in ambito di scienze politiche.

Si laurea nel 1946 in Sociologia con una specializzazione in etnologia presso l'Universidade de São Paulo e l'anno successivo iniziò una decennale peregrinazione nella regione del Pantanal, nelle foreste del Brasile centrale e in Amazzonia, che lo portò a convivere con alcuni popoli indigeni: i Kadiwéu, cui dedicò la sua prima monografia (Kadiwéu, 1950), ed i Kaapor. L’antropologo è tra i fondatori dell'Universidade de Brasília, di cui divenne il primo rettore, fu ministro dell'Educazione ed ebbe altri incarichi durante la presidenza di João Goulart (1961-64).

In seguito al golpe militare fu costretto all'esilio: soggiornò in America Latina (Uruguay, Venezuela, Cile e Perù), in Europa ed in Algeria. Rientrò in Brasile nel 1976, dove venne eletto vicegovernatore dello Stato di Rio de Janeiro; nel 1991 fu eletto senatore e l'anno seguente divenne membro dell'Academia brasileira de letras.

Durante il lungo periodo dell’esilio si dedicò alla progettazione di programmi di riforma ed alla composizione dei cinque volumi dei suoi Estudos de antropologia da civilização. Pubblicò il primo romanzo, “Maíra” (1976), al suo rientro in Brasile. Seguirono “O mulo” (1981), la fiaba “Utopia selvagem” (1982) ed il romanzo “Migo” (1988).

Nel 1991 seguì l'opera memorialistica “Testemunho”, nel 1995 il saggio di antropologia culturale “O povo brasileiro”, la raccolta di saggi e discorsi “Noções de coisas” (1995) ed i Diarios índios (1996). Oltre ad una ricchissima produzione saggistica si ricorda il libro autobiografico pubblicato lo stesso anno della morte “Confissões” ed il libro di poesie pubblicato postumo nel 1998 “Eros e Tanatos”.

Personalità poliedrica e indipendente, ha dato un contributo rilevante, culturale e progettuale, in ciascuno dei settori in cui ha operato. È morto il 17 febbraio 1997 all’età di 74 anni, vittima di cancro.

Nell’autobiografia scrive:Termino esta minha vida já exausto de viver, mas querendo mais vida, mais amor, mais saber, mais travessuras” (“Termino questa vita già sfinita dal vivere, ma voglio più vita, più amore, più conoscenza, più scherzetti”).

Il libro “Utopia selvaggia ‒ Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba” di Darcy Ribeiro sarà pubblicato nel mese di maggio 2019 dalla casa editrice mantovana Negretto Editore con la traduzione di Katia Zornetta e con prefazione di Giancorrado Barozzi.

Il termine “saudade” richiama l’epoca medioevale delle liriche dei Canzonieri galego-portoghesi scritte fra il XII d il XV secolo nelle quali ritroviamo “soydade” e “suydade” con successiva evoluzione del dittongo oi in au. Il fenomeno è insolito e ha diverse ipotesi, ha derivazione dal latino sōlĭtās, solitātis, (“solitudine”, “isolamento”) ma è da considerare la presenza di influssi da altri termini, per esempio dal verbo latino saudar (“salutare”) o da espressioni arabe suad, saudá e suaidá (“profonda tristezza”).

La Saudade va collegata esclusivamente al Portogallo e successivamente alle colonie, una parola intraducibile in altre lingue come similmente accade per spleen, flâneur e sehnsucht. Potremo definirla come una nostalgia, quasi un’aspirazione metafisica di qualcosa di intimo che conosciamo nel campo dell’intuito e che quindi esiste prima ancora di conoscerne l’esistenza. La saudade è collegata alla tradizione marinara del Portogallo che geograficamente è aperto all’oceano Atlantico.

Un senso di malinconia e solitudine che nasceva sia nei marinai che lasciavano la propria terra sia da coloro che invece restavano in patria ad attendere il ritorno. Dei canti simultanei di uomini che attraversavano il grande mare per la bramosia di scoperta e successivamente di commercio e di donne che davanti a scogliere e spiagge s’interrogavano sul possibile rimpatrio. Dunque non possiamo semplicemente tradurre saudade in nostalgia (in portoghese “nostalgia”, “falta”) o solitudine (in portoghese “solidão”) perché è una parola collegata al viaggio, al mare ed alla distanza, a quel sentimento di chi parte e di chi resta congiunto dall’aspettativa di incontro e di riapparizione.

Durante i secoli poeti e scrittori hanno cercato di dar voce a questo sentimento, di narrarlo ed esplicarlo. Giungiamo sino ai nostri giorni con Darcy Ribeiro e quel suo “Saudade dell’innocenza perduta come se questo sentire non conosciuto temporalmente fosse accreditato nella realtà grazie all’intuito. In questo modo abbiamo un duplice significato del sottotitolo della fiaba “Utopia selvaggia”, la saudade può esser riferita sia alle popolazioni indios ancora viventi nella grande Amazzonia, percependo in loro un’innocenza perduta a causa della violenta invasione dell’europeo; sia alla Penisola Iberica nel sentimento legato al ricordo di quei coloni che lasciarono la patria per trasferirsi in Brasile e di quelle generazioni successive che non hanno mai visitato la terra d’origine ma alla quale hanno sempre sentito in appartenere nel profondo.

Chi siamo noi, se non siamo europei, e nemmeno siamo indios, se non una specie intermedia, tra aborigeni e spagnoli? Siamo coloro che furono disfatti in quel che eravamo, senza mai arrivare ad essere quel che saremmo stati o avremmo voluto essere. Non sapendo chi eravamo quando permanevamo innocenti in loro, inconsapevoli di noi, ancor meno sapremo chi saremo. […] Stanchi e nauseati dallo sforzo di fingere di essere chi non siamo, imparammo finalmente ad aprire gli occhi e a creare specchi per guardarci.” “Utopia selvaggia”

Written by Alessia Mocci
Ufficio Stampa Negretto Editore

Info
Sito Negretto Editore
https://www.negrettoeditore.it/
Pagina Facebook Negretto Editore
https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/
Fonte
http://oubliettemagazine.com/2019/02/16/le-metier-de-la-critique-darcy-ribeiro-e-la-saudade/

Darcy Ribeiro e il romanzo utopico: la prefazione di Giancorrado Barozzi del romanzo Utopia selvaggia


Terzo dei quattro romanzi pubblicati in vita da Darcy Ribeiro, poliedrico autore (per un 30% antropologo evoluzionista, per un altro 30% politico riformatore, per un 20% intellettuale cosmopolita e per il restante 20% boccaccesco affabulatore), Utopia selvagem, che si presenta qui in una nuova traduzione, fonde assieme, come in una tropicale sarabanda di Carnevale, elementi tra loro eterogenei, in apparenza inconciliabili.

La fabula del romanzo consiste in un’incredibile, quanto involontaria, incursione picaresca nel mondo selvaggio della quale sostiene di essere stato protagonista un patriottico disertore che, nei suoi esilaranti incontri-scontri col potere di ogni sorta (politico, militare, religioso e sessuale), ricorda molto da vicino il buon soldato Švejk di Hašek.

L’intreccio segue, passo per passo, senza ricorrere ad alcun artificio estetico, gli assurdi eventi capitati al protagonista. Eppure, al di là della sua assoluta semplicità compositiva, questo romanzo risulta gravido di riferimenti culturali di notevole interesse e spessore. Innanzi tutto, esso appartiene a quella provocatoria tradizione del nuovo che in Brasile, già a partire dagli anni Venti del Novecento, col Manifesto antropofago di Oswald de Andrade, si autoproclamò «cultura cannibale» e che nel romanzo mitologico Macunaima di Mario de Andrade (1928) trovò una precoce, dirompente affermazione.

Nei tempi moderni l’uomo bianco (portatore di una civiltà urbana e occidentale) doveva finire divorato dalla cultura amazzonica, la quale solo grazie a questo simbolico festino cannibalesco avrebbe potuto rigenerarsi acquisendo per ingestione i germi fecondi delle avanguardie europee senza tuttavia rinunciare alla genuina eredità del mondo aborigeno.

Queste furono le paradossali teorie professate dai due de Andrade e da quel gruppo di artisti brasiliani che allora diedero vita alla Revista de Antropofagia. Mezzo secolo dopo nel medesimo, «cannibalesco» confronto tra tradizione e innovazione venne a trovarsi irretito anche il protagonista di questo romanzo scritto da Ribeiro.

Anch’egli, come Macunaima, è un eroe privo di carattere, ma a differenza del suo mitico antecedente, appartiene alla specie umana e non discende dall’Olimpo delle divinità amazzoniche. Macunaima, il personaggio creato da Mario de Andrade, era un tipico trickster, ossia un dio minore dal carattere beffardo, violento e amorale, mentre l’eroe dal triplice nome (tenente G. Carvalhal/Pitum/Orelhão) ideato da Ribeiro appartiene piuttosto alla schiera degli schlemihl: gli sciocchi e sfortunati protagonisti di tante opere letterarie, dal Woyzeck di Büchner (1837) allo Švejk di Hašek (1923). Tutti «bravi soldati», un po’ tardi di comprendonio, che inconsapevolmente vanno a cacciarsi nelle situazioni più estreme e ingarbugliate.

Senza dubbio Ribeiro, nel concepire Utopia selvagem, si rifece in modo consapevole a una tradizione preesistente e da tempo collaudata: quella composta dai racconti orali sugli sciocchi e da quelle opere letterarie che, per illustrare l’assurdità della realtà di ogni giorno, adottano il punto di vista straniante d’un soggetto ritenuto pazzo o idiota dai comprimari della fiction.

Rispetto ai suoi illustri antecedenti, il protagonista di questo romanzo possiede tuttavia un notevole vantaggio: in ogni circostanza non cessa mai di stare in ascolto degli «altri» (da qui il suo soprannome di Orelão: Orecchione) e di porre domande, sia a se stesso che a chiunque incontri sul suo cammino. A salvarlo dall’annientamento sono appunto la sua insaziabile curiosità e la sua logorroica loquacità, che solo alla fine del romanzo, di fronte all’enormità della situazione vissuta, vengono ad acquietarsi.

Poco importa che, il più delle volte, le sue domande sembrino mal poste o finiscano con l’irritare gli interlocutori. Quel che più conta è la capacità, da lui dimostrata, di non prendere mai per scontati i bizzarri mondi in cui è capitato, il suo istintivo interrogarsi su quel che un domani sarà di lui e sui destini futuri delle comunità che, suo malgrado, lo stanno ospitando. Un po’Amleto e un po’ Socrate, Pitum/Orelhão, grazie a questa sua predisposizione al saper porre (e porsi) domande, si dimostra in fin dei conti assai meno sprovveduto di quanti intorno a lui vivono in modo animalesco, seguendo ciecamente antiche tradizioni (le icamiabas/amazzoni), o di chi appare dominato da una qualsiasi ideologia, sia essa del progresso (le suore missionarie) o dell’atavismo (lo sciamano Cunhãmbebe).

E qui entra in gioco un altro fondamentale ingrediente del romanzo di Ribeiro: la sua straniante ispirazione antropologica. Accanto a un ludico, ma pienamente consapevole, radicamento nel terreno dell’intertestualità letteraria, Utopia selvagem rivisita infatti uno ad uno, con smagata ironia, anche i canoni classici della scrittura degli antropologi. In questo senso l’autore dimostra d’avere fatto tesoro delle sue giovanili esperienze di ricerca sul campo presso varie tribù amazzoniche (Kaidivéu, Kaiowàs, Terenas e Ofaié-Xavantes), da lui stesso compiute, per conto del SPILTN (Serviço de Proteção aos Índios e Localização de Trabalhadores Nacionais, organo governativo sostituito nel 1967 dal FUNAI: Fundação Nacional do Índio), una quarantina d’anni prima della stesura del romanzo, in compagnia della giovane moglie Berta Gleizer (1924 -1997). Di quell’esperienza, divenuta fondante per la sua formazione, Ribeiro ha lasciato testimonianza nei propri Diàrios Índios, che si aprono, in segno d’affettuoso omaggio, col nome della moglie, anch’ella etnologa e antropologa, dalla quale in seguito, nel 1974, egli si separerà.

La dimensione antropologica del romanzo appare evidente non solo per via della generica ambientazione del libro nel «mondo selvaggio» della foresta pluviale, ma prende corpo soprattutto nelle numerose focalizzazioni su usi, costumi e manufatti del mondo indigeno che l’autore inserisce, sempre in modo pertinente, nel tessuto narrativo rendendole parti integranti dell’incredibile vicenda vissuta da Pitum/Orelão.

Da defunzionalizzati reperti custoditi in un museo etnografico o da pedanti informazioni scientifiche racchiuse in un trattato d’antropologia, i dettagli «etnici» sparsi a piene mani da Ribeiro in questo suo romanzo riacquistano così il loro più autentico valore di cose e istituzioni intimamente connesse con la vivente realtà del mondo amazzonico. Una realtà che l’autore rappresenta senza alcun atteggiamento nostalgico, ma anzi con quel pizzico d’ironia e di comicità che s’addice a chi delle sorti di quel mondo è sinceramente partecipe, pur essendo costretto, per provenienza sociale e formazione culturale, a osservarlo da estraneo.

I Tropici di Ribeiro non sono «tristi» come quelli di Lévi-Strauss. Con l’antropologo francese l’autore brasiliano mostra di avere tuttavia più di un punto in comune: anch’egli sa interpretare infatti con scrupolo scientifico il contesto amazzonico riuscendo, attraverso il suo particolare stile giocoso e leggero ma non per questo meno sapiente, a rappresentarlo in forma artistica.

Non a caso il protagonista del suo romanzo, ambientato nella foresta pluviale, proviene anch’egli dall’esterno di quell’ambiente naturale e delle culture amazzoniche, e, forzatamente immesso in quel contesto e in quelle culture, cerca di adattarvisi per sopravvivere, apprendendo, giorno dopo giorno, cose e usanze per lui sempre nuove.

Dalla mancata presa di coscienza della separazione del mondo «civile» da quello «selvaggio» scaturiscono qui le gags meglio riuscite. I personaggi che si prefiggono d’integrare tra loro queste inconciliabili realtà, le figure ansiose di portare tra i «selvaggi» un lume di «civiltà» rivelano ben presto il lato comico, o meglio tragicomico, del loro carattere. Le due suore (appartenenti, per giunta, a due distinte religioni) che, malgrado le loro pie intenzioni, provocano con le innovazioni da esse introdotte (tra le quali l’alfabetizzazione degli adulti) il più caotico scompiglio tra i nativi, agiscono nel romanzo come una buffa coppia di clowns.

Simpatiche e pasticcione, le due missionarie si muovono tra le genti della foresta amazzonica con lo stesso garbo di un paio d’elefanti che hanno fatto irruzione in una cristalleria. Esse trovano nel malcapitato Orelhão il loro interlocutore prediletto, lo subissano di prediche che lo mandano in confusione e gli impongono, ovviamente per il bene della sua anima, rigidi divieti. Primo fra tutti quello di non accasarsi con Rixca, la giovane e bella indigena che Calibã, il capo tribù, gli aveva offerto in moglie.

Se nei suoi approcci con le amazzoni Pitum non poteva esercitare altro mezzo di conoscenza che quello carnale, con le due suore missionarie le frequentazioni di Orelhão si sviluppano invece sotto il segno della repressione sessuale. Il che dimostra, sembra ammiccare Ribeiro mandando una strizzata d’occhi al lettore, che, in ogni società, nei rapporti col gentil sesso al maschio non sono consentite che due soluzioni: l’eccesso erotico o la forzata astinenza, essendo di fatto impossibile - per le costrizioni imposte dall’ambiente - vivere una sessualità «normale».

Al fine di convincere Orelão a non sposare l’adolescente indigena, la suorina più giovane non si limita tuttavia a fare appello, con finalità repressive, ai principi della morale cristiana, ma gli sciorina in sovrappiù una colloquiale descrizione, scientificamente fondata, dell’organizzazione sociale dualistica della tribù amazzonica, scissa al proprio interno in due fratrie complementari.

Udita l’illuminante lezioncina della missionaria, il malcapitato si dichiara finalmente convinto a non prendere in moglie la fanciulla predestinatagli dal capotribù, temendo di trovarsi invischiato nell’inestricabile rete di relazioni e divieti che regolano la vita sociale e affettiva dei nativi. Il passo citato costituisce una delle migliori dimostrazioni dell’insinuante capacità di Ribeiro d’infarcire il proprio romanzo politico d’approfondimenti antropologici perfettamente funzionali ai meccanismi del racconto. 

Dopo la narrazione dell’involontario peregrinare del protagonista da una tribù amazzonica all’altra, nella terza e ultima parte del romanzo verrà a compiersi un epilogo orgiastico e visionario, alieno ai parametri della logica euclidea e in netto contrasto con la burocratica perfezione di quell’oppressiva, tentacolare distopia cibernetica (la cosiddetta Utopia Borghese Multinazionale) che Ribeiro, in un capitolo che parrebbe interpolato quasi a viva forza nel libro, si è divertito ad anticipare (e, col senno di poi, occorre constatare che egli andò molto vicino al vero in questa sua parossistica previsione). In tale capitolo, a prima vista spurio, ma in realtà assolutamente necessario per la piena comprensione dell’intreccio, l’autore illustra le innumerevoli, subdole articolazioni funzionali al controllo globale della società del «mondo civile», tramite la cablatura digitale di ciascun cittadino con la mente di Prospero: un oppressivo cervello artificiale dal curioso nome shakespeariano.

Giunto il momento di scoprire, poco prima del gran finale, le carte in tavola, l’autore rivela alcune delle proprie simpatie in campo politico e in ambito artistico: egli dichiara, ad esempio, di fare il «tifo» per Fidel (Castro), che negli anni ’80 era ancora saldamente al potere nell’isola di Cuba, e invia un rauco saluto musicale con flauti indigeni alla memoria dell’amico Glauber (Rocha), il grande regista cinematografico brasiliano scomparso, a soli 42 anni d’età, nel 1981.

A parte questi espliciti richiami all’attualità del momento in cui fu composto il romanzo, Utopia selvagem sembra astrarsi del tutto dalle vicende storiche. Con la grazia fuori dal tempo e la corrosiva ironia d’un apologo di Voltaire, il testo di Ribeiro introduce i lettori in una dimensione a parte, dove - a diretto contatto con la natura - si va svolgendo il primitivo rito d’iniziazione di un riluttante, inconsapevole protagonista. Una dimensione in cui, come ha dichiarato l’autore stesso a Daniela Ferioli, la prima traduttrice in lingua italiana del romanzo:
“L’utopia indigena è di una bellezza indescrivibile in contrasto con il Prospero dell’antiutopia capitalistica, con la descrizione del mondo attuale, con la brutalità del mondo attuale.”

Eppure, a ben vedere, la morale politica di questa fiaba tropicale rimane aperta. A rivelarlo è ancora una volta la voce dell’autore in un passo, forse il più esplicito e pregnante contenuto nel romanzo, che gioverà qui sottolineare come valida indicazione per una corretta interpretazione di quest’opera:
“Ma, caro lettore, non pensare che perori il ritorno alla Barbarie. Lungi da me un tale sproposito. Quel che ho è un’incurabile nostalgia di un mondo che avrebbe ben potuto essere, ma che non fu, e che nemmeno so come sarebbe e che, se anche lo sapessi, non lo direi.”

Saudade di Ribeiro che, precorrendo di alcuni decenni il pensiero del sociologo Zygmunt Bauman, rifiuta la tentazione di cercare conforto in una consolatoria, idillica retrotopia, esprimendo, al contempo, il bisogno assoluto e l’assoluta indicibilità di ogni autentica utopia.

“Utopia selvaggia Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba” di Darcy Ribeiro (Montes Claros – Minas Gerais 26-10-1922/ Brasilia 17-2-1997) sarà pubblicato nel mese di maggio 2019 dalla casa editrice mantovana Negretto Editore con la traduzione di Katia Zornetta.

Written by Giancorrado Barozzi

Info
Sito Negretto Editore
https://www.negrettoeditore.it/
Pagina Facebook Negretto Editore
https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2019/02/09/darcy-ribeiro-e-il-romanzo-utopico-la-prefazione-di-giancorrado-barozzi-del-romanzo-utopia-selvaggia/





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Intervista di Alessia Mocci a Rosario Tomarchio: vi presentiamo Al tuo cuore con la poesia


“Quante volte mi ritrovo con il cuore affranto,/ con le lacrime che disegnano curve sul viso./ Quante volte mi ritrovo in un angolo del mondo,/ a rileggere lo stesso libro/ che racconta la mia vita/ tra poche gioie e tanti dolori./ Quante volte mi ritrovo sotto questo cielo,/ a guardare le stelle/ sperando ancora di poter colorare i sogni./ […]” ‒ “Dedicata a tutti i cani che ci fanno compagnia”

“Al tuo cuore con la poesia” è una breve raccolta poetica dell’autore siciliano Rosario Tomarchio. L’autore conta di numerose pubblicazioni sia poetiche come “La musica del silenzio” (Statale 11, 2010), “Storia d’amore” (Aletti editore, 2012), “Ricordi di poesie” (Rupe Mutevole Edizioni, 2013), “Cielo” (Rupe Mutevole Edizioni, 2014) sia brevissimi saggi come “Il mito della semplicità”, “In cammino”, “Dalla grotta al tempio”, “In viaggio per incontrare Gesù”.

La raccolta è dedicata al cuore dello stesso autore, ogni verso nasce dal profondo amore verso le persone care: ai genitori (al padre, l’uomo del silenzio; alla madre, la donna della vita), ai pochi e veri amici che una persona conta sulle dita della mano, ad una relazione con una donna del passato, alla nonna Vincenza scomparsa molti anni fa, alla lettura dei Vangeli che sin da giovane hanno popolato la sua mente, agli animali che rendono la vita meno solitaria.

Il versificare è semplice, le parole sono immediate. Percorrono immagini care a Rosario e che si dipanano tra ricordi e presente in una continua esortazione all’amore.

A.M.: Ciao Rosario, ormai sono anni che ci conosciamo e che promuoviamo lettura e scrittura di grandissimi nomi della letteratura e di emergenti. Come prima domanda ho pensato ad una piccola provocazione: secondo te quando si esce dal confine di emergente?
Rosario Tomarchio: Ciao Alessia, grazie del tempo che mi dedichi. Questa è una bella domanda tosta alla quale rispondo con molto piacere. Fino a qualche anno fa, le case editrici facevano tre distinzioni: esordienti, emergenti e scrittori affermati. Per scrittore emergente viene nominato tale l’autore che già ha iniziato a muovere i primi passi nel campo della letteratura ad esempio con le raccolte di autori vari e maturata tale esperienza decide di avventurarsi nella pubblicazione di un libro. Pubblicare con autori vari o in antologie lo consiglio sempre sia all’inizio di una probabile carriera di scrittore e sia quando finalmente ci si è fatti il così detto nome. Il passaggio da emergente a scrittore affermato si può valutare in diversi modi. Un buon indizio per valutare questo passaggio è il numero di copie vendute. Tuttavia questo è relativo, in quanto una persona famosa e conosciuta dal pubblico ottiene un numero di copie vendute anche con il suo primo libro pubblicato. Una buona recensione di un libro può favorire questo passaggio in quanto un articolo pubblicato in una rivista letteraria come ad esempio Oubliette Magazine permette un autore di raggiungere un più vasto numero di lettori e soprattutto di raggiungere i veri critici letterari. Sfortunatamente, ogni giorno sorgono da ogni parte critici letterari senza arte e né parte e questo crea un forte danno alla letteratura emergente. Fortunatamente in questo mondo esistono gente professionale come te che sa leggere e valutare un libro nel modo gusto. Ecco far leggere la propria opera a un pubblico di veri critici letterari è il vero passaggio da scrittore emergente a scrittore affermato. Io personalmente punto a raggiungere un numero crescente di lettori critici delle mie opere. Ti confesso che molto umilmente sto raggiungendo questo obbiettivo. Poi se arriva il boom di copie vendute ben venga. Come tu ben sai ho iniziato a pubblicare nel 2010 e da quell’anno non mi sono più fermato. Questo mi ha permesso di fare un percorso e maturare. Il momento che mi ripaga di più è vedere l’emozione negli occhi della gente o sentirmi fermare per strada da persone che hanno letto le mie opere e sentirmi dire: “mi hai commosso”.     

A.M.: Se prendi in considerazione tutte le raccolte poetiche che hai pubblicato, quale ti ha dato maggiore soddisfazione e perché?
Rosario Tomarchio: Sinceramente sono legato a tutte le raccolte poetiche perché in ogni raccolta c’è un pezzetto del mio cuore legato a una persona cara. Forse sono più legato a “Ricordi di poesia” perché traccia un confine da semplice esercitazione a inizio di maturazione delle liriche. In particolare sono legato alla poesia dal titolo “Ricordi”. Con questa poesia per la prima volta ho trascritto in versi due tragedie.

A.M.: I primi versi della lirica “Vorrei essere una fontana” recitano “Vorrei essere una fontana/ che dona allegramente acqua/ a tutti gli anziani al riparo dalle calde ore”. La fontana di cui parli esiste nella realtà oppure è un’espediente letterario?
Rosario Tomarchio: Sì esiste e precisamente si trova a Catania in piazza principessa Iolanda. Questa piazza con questa fontana è molto cara a me. Ti spiego: questa piazza e la fontana sono come un monitor della realtà. Oggi viviamo in modo artificiale dove basta un clic per essere collegati in ogni parte del mondo e separati dal mondo. Il mondo non ci conosce, non conosce i nostri sentimenti, le nostre fragilità e le nostre emozioni. Invece in quella piazza, con quella fontana, incontro il mondo perché lì si incontrano mamme e nonni che portano i propri figli e nipoti a giocare (mi ritornano in mente i giochi di quando ero ragazzo), si incontrano le persone anziane che raccontano il loro passato e progettano sogni per il futuro e inoltre lì è facile trovare qualche senza tetto che frequenta quel luogo per riposarsi e rinfrescarsi un po’. Quindi come vedi è veramente un monitor della realtà. Il giorno in cui ho composto questa poesia avevo passato la giornata con un caro amico di Catania e ho scritto la poesia come messaggio che ho inviato a una mia cara amica che in questo momento vive a Roma. Come vedi per me l’amicizia è fondamentale come l’acqua della fontana. Nel momento in cui ho composto la poesia “Vorrei essere una fontana” avevo in mente la fontana artistica dove attorno ad essa si ritrovano le persone per raccontare e sognare a occhi aperti, la fontana dove prendere acqua specialmente nei giorni di caldo intenso di Catania e infine la fontana come sorgente di sapienza e cultura rappresentata dalla saggezza degli anziani.   

A.M.: Catania (e la Sicilia in generale) è parte integrante delle tue pubblicazioni, i colori ed i tremori dell’Etna, la terra baciata dal Sole, lo sguardo che si perde nel blu del mare. Perché l’uomo ha bisogno di scrivere in versi la meraviglia in cui vive?
Rosario Tomarchio: Per me Catania è la città eterna, d’una terna bellezza. Tutto quello che di bello l’uomo ha creato con le sue mani lo troviamo a Catania. Prendi per esempio i bellissimi palazzi nobiliari che si trovano nel centro storico, quasi stanno lì a testimonianza delle capacità artistiche degli artigiani e artisti che hanno realizzato tali edifici. Peccato che a volte Catania è invivibile per lo straordinario dal mio punto di vista o ordinario secondo altri transiti di Catania e per questo motivo preferisco e amo il mio paese. Come tu ben sai io vivo a Piedimonte Etneo e ne approfitto per rinnovare l’invito. Piedimonte Etneo è un piccolo paese ai piedi dell’Etna famoso per le sue sorgenti d’acqua tanto che una frazione del paese prende il nome Presa per la presa d’acqua presente nel territorio e ancora Vena per una vena d’acqua sgorgata per un evento quasi soprannaturale o miracoloso. Il mio paese è anche vicino al mare che tanto mi è di conforto tanto da chiedergli poeticamente: “pure tu ti agiti per la lontananza per poi ritornare calmo”. Lo amo soprattutto d’inverno. L’uomo ha quasi necessita di scrivere in versi le meraviglie del creato in cui vive per dire grazie alle creature di cui si circonda e per le generosità dei doni che riceve dalla natura. A tal proposito mi viene in mente una poesia che fa parte della raccolta “Cielo” dal titolo “Al chiaro di luna” nella quale, come i poeti antichi a me cari, dialogo con la Luna e le pongo una domanda: “O cara luna cosa ci fai in cielo tutta sola? E io qui tutto solo?”.    

A.M.: Nella lirica “La donna della vita” scrivi: “Mamma non piangere più/ sono quel pazzo di tuo figlio/ il pazzerello del tuo cuore”. Qual è il tuo rapporto con la famiglia?
Rosario Tomarchio: Con questa domanda, cara Alessia faccio promozione di me perché un po’ per necessità ho dovuto imparare da mia mamma a cucinare e a fare tutte le attività domestiche e anche per necessità ho imparato un po’ a fare l’infermiere. Praticamente sono un uomo da sposare. Battute a parte ora ti spiego perché parlo di necessità. La necessità è venuta con le varie malattie che hanno colpito mia nonna Vincenza che ha vissuto con noi per un buon numero di anni. A mia nonna Vincenza ho dedicato due poesie di cui una è presente proprio in questa mia ultima opera letteraria. “Mamma non piangere più/ sono quel pazzo di tuo figlio/ sono il pazzerello del tuo cuore”. Come quasi tutti da giovane ho avuto un carattere difficile e spesso in contrasto con quello di mia mamma. Con il verso “il pazzerello del tuo cuore” ho preso in prestito questa frase da San Gerardo che rivolgeva queste parole a Gesù presente nel Sacramento. Il mio paese è molto legato alla figura di questo santo ed infatti nel territorio di Piedimonte si trova il secondo santuario dedicato al Santo. Tornando al discorso della famiglia, dopo mia mamma, la persona più importante è mio padre. Mio padre con molto orgoglio ogni volta che viene a una presentazione dei miei libri dice a tutti “quello è mio figlio”. Anche a mio padre ho dedicato qualche verso.    

A.M.: Ora ti chiedo tre nomi. Un autore siciliano, uno italiano ed uno internazionale.
Rosario Tomarchio: Andrea Camilleri, Gabriele D’Annunzio, Agatha Christie.

A.M.: Il 7 gennaio è stato pubblicato il bando di partecipazione per uno speciale contest con partecipazione gratuita denominato come la tua silloge. Visto che siamo in chiusura di adesione che cosa vuoi dire ai partecipanti?
Rosario Tomarchio: Il contest è sempre una buona occasione per mettersi in gioco e confrontarsi con altri autori. Auguri e buona fortuna a tutti i partecipanti!

A.M.: Stai già pensando alla pubblicazione di una nuova raccolta? Puoi anticiparci qualcosa?
Rosario Tomarchio: Sì sto lavorando a una nuova raccolta e al momento non ti posso anticipare niente. Tuttavia posso dirti che nella mia testa c’è spazio anche alla narrativa e l’idea mi è venuta proprio parlando con te e il protagonista sarà proprio il mio paese.

A.M.: Salutaci con una citazione…
Rosario Tomarchio: Gli uomini sono come il vino:/ non tutti i vini invecchiano;/ alcuni inacidiscono”. Eugenio Montale

A.M.: Rosario ti ringrazio per il tempo che hai dedicato a questa intervista. Invito i lettori a partecipare al Contest “Al tuo cuore con la poesia” e saluto con le parole dell’iscrizione presente a Catania sulla porta Ferdinandea (oggi intitolata porta Garibaldi), un arco costruito nel 1768 e che recita: “Melior de cinere surgo” (“Rinasco dalle ceneri ancor più bella”).

Written by Alessia Mocci

Info
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Fonte
http://oubliettemagazine.com/2019/02/02/intervista-di-alessia-mocci-a-rosario-tomarchio-vi-presentiamo-al-tuo-cuore-con-la-poesia/


Intervista di Alessia Mocci a Silvano Negretto: quando la filosofia incontra l’editoria di qualità


Il ‘so di non sapere’ socratico ‒ come premessa alla ricerca di una direzione di marcia razionale e realistica per noi sia come singoli soggetti, sia come “razza umana” ‒ si conferma come il metodo più razionale, (io direi meglio: l´unico realisticamente possibile) per la soluzione dell´eterno problema del “senso” dell´identità in rapporto alle diversità […]” Silvano Negretto

La celebre citazione del filosofo Socrate giunta sino a noi resta la via da seguire se si vuole procedere verso una possibile pace interna ed esterna dell’essere umano e come giustamente sostiene Silvano Negretto: “per la soluzione dell’eterno problema del senso dell’identità in rapporto alle diversità”.

Silvano Negretto è la mente ed il braccio della casa editrice mantovana Negretto Editore. Da anni nel mercato editoriale online e fisico propone le scienze dell’uomo intese in ambito filosofico, antropologico, sociale, naturalistico, passando per la psichiatria, la pedagogia e la didattica.

Le pubblicazioni sono indirizzate ai lettori che si pongono domande sul proprio tempo in continua ricerca di informazioni e riflessioni critiche sull’esistenza, lettori che coltivano il dubbio e che sono pronti a scardinare pregiudizi e luoghi comuni.

Silvano, dalla cattedra di filosofia di un Liceo di Mantova, prosegue questo lungo dialogo iniziato con i suoi studenti trasmutandolo in materia con la pubblicazione di testi ed autori fortemente selezionati che rispettano l’interesse per la ricerca della verità, autenticità e coerenza. Perché chi produce libri ha il dovere di consolidare e soddisfare questi bisogni impellenti della società.

A.M.: Silvano, sono lieta di poterti finalmente intervistare. Vorrei iniziare chiedendoti quando e come è nata l’esigenza di creare una casa editrice che supporta le grandi tematiche sociali e la filosofia. Quali filosofi hai continuato ad ammirare ed a studiare dalla tua giovinezza sino ad ora?
Silvano Negretto: Devo dire che è la prima volta che mi metto in gioco personalmente, descrivendo anche la mia formazione filosofica e ideologica... ma lo faccio volentieri: è ora di chiarire quali siano le idee che stanno alla base delle nostre pubblicazioni che – dico subito sono poche quantitativamente ma tutte significative dal punto di vista della qualità. Gli anni della mia formazione universitaria sono stati decisivi: accanto ai grandi filosofi classici dell´età moderna e al marxismo, ho studiato con passione i filosofi della scienza (in quegli anni in particolare Popper e Hempel), e la filosofia esistenzialistica (ho amato molto Jean Paul Sartre). Poi, via via, ho fatto i conti seriamente con Nietzsche e Heidegger, oltre che con la psicoanalisi, ed infine con “Verità e Metodo” di Gadamer. Penso che l´ermeneutica possa rappresentare un metodo di confronto “universale” tra le diverse correnti che compongono la filosofia contemporanea e so che su questo punto suscito serie obiezioni anche da parte di cari amici: ma ben vengano! Credo infatti che il dialogo fatto di argomentazioni, che arricchisca tutti i “contendenti”, sia non solo l´essenza (da Socrate in poi) della filosofia occidentale, ma rappresenti oggi, per la nostra attuale società, il concetto chiave che dovrebbe ispirare governi nazionali e internazionali nella soluzione dei grandi  problemi che ci troviamo di fonte: dagli epocali movimenti dei popoli al confronto tra culture nel mondo globalizzato, al degrado del rapporto uomo-natura, e alla necessità di una seria educazione civica e ambientale.

A.M.: Perché è importante seguire il precetto di Socrate: “So di non sapere”?
Silvano Negretto: Il “so di non sapere” socratico come premessa alla ricerca di una direzione di marcia razionale e realistica per noi sia come singoli soggetti, sia come “razza umana” si conferma come il metodo più razionale, (io direi meglio: l´unico realisticamente possibile) per la soluzione dell´eterno problema del “senso” dell´identità in rapporto alle diversità, e dei conseguenti problemi che vanno dalle relazioni interculturali e sociali, fino alla necessità di una convivenza pacifica sempre più equa e inclusiva. E già il grande Eraclito, un secolo prima di Socrate, aveva così sentenziato “Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti”. 

A.M.: Si può affermare che in Italia il pensiero del filosofo francese François Zourabichvili sia pressoché sconosciuto. Perché hai deciso di scommettere su questa interessantissima voce?
Silvano Negretto: La scelta di dedicare all’opera di Zourabichvili quattro testi della nostra collana è stata sollecitata dalle valorose Direttrici (Rossella Fabbrichesi e Cristina Zaltieri) della fortunata collana “Il Corpo della Filosofia”. Infatti il pensiero di Zourabichvili è segnato fortemente dall´incontro con Gilles Deleuze. Questi ancora oggi è al centro di un dibattito sostanzialmente rivolto ad una forte reinterpretazione di grandi filosofi come Nietzsche e Spinoza, e delle classiche tematiche del rapporto tra mente e corpo, tra passioni e razionalità, tra una concezione metafisica tradizionale ed una pragmatica o empiristica della Verità. Il filosofo francese era considerato appunto l´erede di Deleuze prima della sua prematura scomparsa. A questo proposito, cito la presentazione di Cristina Zaltieri a “Il divenire della filosofia in F. Zourabichvili”: “Il suo pensiero non è liquidabile come un mero commento alla filosofia altrui, ma è il lavoro ardito e fruttuoso di un originale pensatore che ci offre una produzione concettuale ancor viva, (...) dissidente rispetto alla via maestra platonico-cartesiana, di grande tensione etica e politica”. Personalmente, sono impegnato, assieme agli autori del primo libro in lingua italiana su Zourabichvili, a divulgarne sempre più il pensiero filosofico, pedagogico e politico. E sono molto contento dei risultati che questa operazione culturale sta producendo e dei consensi che sta suscitando tra docenti studenti e anche semplicemente tra coloro che amano leggere saggi che non siano “usa e getta”.

A.M.: Ritieni che la filosofia sia legata alla psichiatria? Si deve analizzare il “Pensiero” amalgamando le due discipline oppure siamo agli antipodi?    
Silvano Negretto: Già negli anni ‘70 erano diffuse le posizioni di Franco Basaglia in Italia, che esprimeva quel nuovo modo di intendere la psichiatria inaugurato dalla filosofia fenomenologica-esistenziale di Husserl Heidegger Binswanger. Alla fine degli anni ‘70 il movimento per la chiusura dei manicomi era diventato inarrestabile, da Trieste a Bologna e a Mantova... Opponendosi all´impostazione positivistica, per la quale i sintomi della malattia mentale sono classificabili come dati “oggettivi”, la scuola fenomenologica scopriva che la psiche umana è quanto mai complessa e che il senso dei comportamenti non può essere disgiunto dai contesti famigliari e sociali nel quale il soggetto – sempre unico e non riducibile a nessuna rigida classificazione si trova a vivere. È importante ricordare qualche nome tra gli psichiatri raccolti nella Società Italiana per la Psicopatologia Fenomenologica e collaboratori della rivista “Comprendere”: Enzo Agresti, Andrea Carlo Ballerini, Arnaldo Ballerini, Eugenio BorgnaBruno Callieri, e soprattutto, per quanto ci riguarda, Ferruccio Giacanelli. Questi guidò la chiusura laboriosa e sofferta, che coinvolse l´opinione pubblica bolognese ed anche quella nazionale, dell´Ospedale psichiatrico Roncati. E qui sto prendendo in causa l´ultima opera di Cinzia Migani, che ho cercato a lungo e di cui ho conservato, per mia fortuna, l´attiva collaborazione con quattro opere di cui è curatrice e/o autrice e che rientrano nel catalogo di Negretto editore. Già l´intervista che la rivista Oubliette Magazine ha fatto a Cinzia – e alla quale rimando a fine intervista chiarisce molto bene il valore di “Memorie di trasformazione. Storie da manicomio” che ricostruisce le vicende dell´ex manicomio bolognese a partire dalla sua fondazione, fino alla chiusura (1980). Il libro, a detta di tutti molto serio e approfondito, soprattutto nella prima sezione presenta gli studi e le ricerche dell’autrice coadiuvata dal citato professor Ferruccio Giacanelli. Nei mesi scorsi qualche gruppo ideologico-politico annunciava di voler mettere in discussione la Legge 180 del 1978 (Legge Basaglia), ma io mi schiero, assieme a Cinzia ed assieme a centinaia di Amministrazioni e Associazioni e a migliaia di gruppi di volontariato e di intellettuali, per un rafforzamento delle iniziative che hanno dato in passato e dovranno ancora dare forza e spessore alle strutture alternative post-manicomiali.

A.M.: In Italia c’è una letterale invasione di poeti e di libri di poesia ma c’è anche un’invasione di lettori di poesia? Come possiamo interpretare questa “esigenza” dell’essere umano dello scrivere?
Silvano Negretto: Quanto all´abbondanza di poeti, voglio citare l´opinione di Angelo Lamberti, quando dice “Quello della poesia è un mondo frequentato da soggetti che formano, loro malgrado, un circolo chiuso...”  Anche se (umoristicamente quanto giustamente) Gesualdo Bufalino dice che: “Tutti al mondo sono poeti, persino i poeti.” La poesia è il luogo in cui i diversi livelli di esperienze culturali, pensieri e idee, razionali e consapevoli, diventano un tutt’uno con l’emozione e con l’aspirazione al Senso innato in ogni soggetto che sia aperto al Vero. Detto questo, credo che ogni singolo poeta oggi non possa essere facilmente collocabile in una determinata corrente poetica o letteraria: del resto ognuno, giustamente, rivendica un proprio percorso e uno stile originale.
Di Martina Manara, che spero continui a dedicarsi all´espressione poetica, ho ammirato (fu uno dei miei primi Autori) la colta (e matura per la sua giovane età) espressione autobiografica dei problemi (relazionali, emozionali, sentimentali) tipici di una adolescente che si avvale di colto e coraggioso sforzo di autoanalisi.
Di Claudio Borghi stimo ed evidenzio l´originalissima capacità di mettere in stretta relazione linguaggi e discipline comunemente considerati inaccostabili (dalla fisica alla filosofia alla poesia).
Di Nadia Alberici, della quale seguo il percorso umano e letterario da alcuni anni, ho rilevato ed incoraggiato l´equilibrata ricerca linguistica nell’esprimere emozioni intense quanto credibili ed autentiche.
Di Angelo Lamberti (una persona umanamente speciale, oltre che autore colto di teatro a partire dagli anni ‘70, da alcuni anni anche poeta) parlano già abbastanza i suoi trascorsi con Umberto Bellintani, Giampiero Neri, Mario Artiolli, Giorgio Bernardi Perini e soprattutto con Giorgio Berberi Squarotti. Questi, nella prefazione alla raccolta “Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze” chiarisce con splendido acume critico la coerenza e lo stile del percorso letterario di Angelo.
Aggiungo che il numero dei lettori di poesia può essere ampliato da iniziative di associazioni di poeti noti o meno noti, critici o docenti di letteratura in collaborazione anche con le scuole o con Amministrazioni municipali che abbiano a cuore la diffusione della cultura. Voglio citare (a titolo solo esemplificativo) l´operato della Casa della Poesia (Salerno), del Salotto Caracci (Milano) o del Gruppo dei Poeti di Mantova che ha raggiunto traguardi notevoli nella divulgazione di qualità del genere poetico, anche attraverso il Festival di Poesia Terra di Virgilio o la nuova rivista “Versante Ripido” Fanzine online per la diffusione della Poesia.

A.M.: Come editore quali sono le caratteristiche che ricerchi in un libro?
Silvano Negretto: Prima di tutto desidero conoscere l´Autore, la sua personalità, la sua cultura, il suo percorso di studio e le sue idee: mi interessano sia le competenze sia la passione o le motivazioni che lo spingono a proporre un’opera che pretenda di essere originale e unica. A seconda delle collane che da alcuni anni caratterizzano il mio catalogo, selettivo e perciò abbastanza snello, il testo può essere definito “accademico” (termine che per me ha un’accezione positiva) oppure accessibile a un pubblico più vasto, pur nel significato propriamente etnologico evidenziato da Giancorrado Barozzi, membro dell´Accademia Virgiliana per i suoi meriti di studioso della storia e della cultura popolare padana. In ogni caso, il testo deve avere un valore scientifico, o comunque utile al progresso della ricerca che ogni ambito o settore culturale deve esigere. In tal senso, sia le “Fiabe” raccontate da Berta Bassi sia lo studio dei concetti di altruismo e cooperazione definiti un secolo fa da uno studioso come Petr A. Kropotkin, costituiscono temi che alimentano la nostra memoria storica e per questo consolidano la nostra identità. Questa è tanto più autentica quanto più cerca e progressivamente riesce a ritrovare le radici storiche della propria comunità o della cultura di appartenenza.

A.M.: Da lettore valuti ci siano case editrici che negli ultimi dieci anni siano state attive nella pubblicazione di libri di interesse sociale?
Silvano Negretto: Dal 2008 in poi ho conosciuto direttamente o indirettamente varie piccole o grandi case editrici, anche per merito dei miei Direttori di Collana, in particolare Lidia Beduschi e Cinzia Migani che mi hanno aperto una finestra, prima per me poco conosciuta, sul grande e variegato mondo del volontariato Sociale, delle Amministrazioni della Sanità ed Associazioni che spesso producono pubblicazioni di interesse sociale. Tra i privati, è per me esemplare l´operato dell´editrice Eleuthera, nata nel 1986, che così dichiara nel sito non si è mai considerata una casa editrice «normale», né tanto meno ha considerato il libro un prodotto il cui scopo è «incidere sul fatturato» (...) si è sempre considerata un progetto culturale libertario la cui ragion d'essere è stata quella di dare un contesto originale e coerente alle tante riflessioni che, in modo non univoco, si propongono di cambiare la realtà a partire da una critica del principio d'autorità”. Ho conosciuto direttamente molti originali piccoli editori, come Chersi Libri (Brescia) oltre ad editori indipendenti che producono moltissimo per il forte attivismo dei titolari, come Gilgamesh di Dario Bellini (di Asola). Hanno altresì una funzione positiva gli editori che si dedicano alla storia e cultura locale, e per Mantova vedo in questa fase molto attive le edizioni Tre Lune di Luciano Parenti, Il Cartiglio Mantovano di Monica Bianchi, Nicola Sometti, Universitas Studiorum di Edorado Scarpanti, il Rio (e mi scuso se ora dimentico qualcuno). Sul ruolo delle piccole case editrici nel mercato librario globale, rimando a fine intervista a due miei interventi pubblicati sulla Rivista “Socialnews” (cartacea e online), che esce mensilmente con interessanti numeri monografici tematici. Il confine tra piccola e media editoria è labile, ed anche le piccole case editrici sono molto diversificate. Nel mio caso, gli obiettivi basilari sono la creazione di una nicchia culturalmente originale e comunque riconoscibile, la selezione oculata di qualità in coerenza con i concetti chiave che animano le nostre Collane, e la compatibilità tra costi e benefici.

A.M.: Quali sono le novità editoriali del 2019? Puoi anticiparci qualcosa?
Silvano Negretto: A partire dal gennaio 2019, le uniche pubblicazioni sicure saranno il testo collettivo “Spinoza e la storia” e la nuova traduzione del romanzo “Utopia selvaggia” del brasiliano Darcy Ribeiro (risale al 1982 ma noi lo riteniamo molto vivo e attuale). Della prima, che si inserisce perfettamente nella collana “Il corpo della filosofia”, la curatrice Cristina Zaltieri scrive: “Così fino a tempi recenti e in parte ancor oggi la letteratura su Spinoza ha espunto dal suo pensiero qualsiasi possibilità di pensare tempo, durata e storia in una guisa che, alla lettura attenta dei testi, pare ora non rendere giustizia alla complessità della sua filosofia...”. Della seconda, Giancorrado Barozzi nella sua bellissima introduzione, parla di “romanzo utopico”: “Terzo dei quattro romanzi pubblicati in vita da Darcy Ribeiro, un poliedrico autore (per un 30% antropologo evoluzionista, per un altro 30% politico riformatore, per un 20% intellettuale cosmopolita e per il restante 20% boccaccesco affabulatore), Utopia selvagem fonde assieme, come in una tropicale sarabanda di Carnevale, elementi tra loro eterogenei, in apparenza inconciliabili...” – Per me, si tratta di un romanzo fantasioso, irridente, ed umoristicamente surreale. In questa fase in cui pubblicare diventa un’impresa delicata e problematica, confido anche nella citata Cinzia Migani, in Fabrizio Bertolino (docente di Pedagogia presso l’Università di Aosta) e in Alberto Scandola (docente di Storia e Critica del cinema all’Università di Verona): potrebbero – come prevedo suggerirmi progetti o proposte interessanti e di qualità. Aggiungo che tra i nostri programmi rientra il progetto di un potenziamento della nostra offerta in formato digitale. Ricordo anche che il kit Odori Suoni Colori (libro di 22 schede cartonate e profumate con simboli tattili, un alfabeto plurisensoriale dei colori, che è accompagnato da uno speciale sito internet una proposta didattica rivolta ad Istituti, Cooperative, Associazioni, Scuole e singoli privati che hanno a cuore e praticano l´inclusione dei disabili visivi e sensoriali) è ancora in vendita al prezzo di 16 euro. Il kit, ideato da Lidia Beduschi e realizzato con sito accessibile da Mario Varini con suoni di Isabella Tondi e testi letterariamente stimolanti della stessa Autrice, è un “ausilio” veramente originale: si fonda sulle ultime ricerche scientifiche di scuola americana e si avvale dei risultati credibili e sempre interessanti di molteplici sperimentazioni.
In chiusura colgo l´occasione per augurare Buon Natale e Buon Anno nuovo ai lettori e agli amici che mi seguono sui social o che rispondono positivamente alle mie proposte nelle newsletter o sui social.

A.M.: Salutaci con una citazione…
Silvano Negretto: Invece di riferirmi a grandi classici, stavolta voglio citare ancora uno dei miei Autori, che prende amichevolmente in giro il sottoscritto, con parole che comunque approvo (amo definirmi come “privato no profit”) e che possiamo ritenere conclusive di questa intervista:
Consiglio a trecentosessanta gradi la Casa Editrice Negretto, precisando però, (onde evitare malintesi), che il titolare (Silvano Negrettonon ha mai pubblicato (non ne sarebbe capace) da Imprenditore sensibile alle esigenze di un successo economico, ma soprattutto (sarebbe forse meglio dire unicamente) da Editore sensibile alle ragioni intellettuali ed ideologiche che può rintracciare e cogliere tra le parole scritte.”  Angelo Lamberti

A.M.: Silvano ti ringrazio per questa proficua chiacchierata, mi unisco a te nell’augurare Buon Natale e ti saluto con la certezza che continueremo il lungo dialogo che da più di un anno ci unisce. Chiudo questa puntata con le parole di un autore della Negretto, Claudio Borghi, tratte da “L’anima sinfonica”: “[…] L’essere è un eterno pulsare tra movimento e quiete, principio e fine, nascita e morte./ Il centro emana luce nell’essere./ L’uomo se ne stupisce, illudendosi di trovare il senso nell’io./ L’io è alienato in una dimensione spaziale, abita il cerchio, è consapevole dell’una totalità del cosmo, coglie la fonte dell’armonia – in un volo smarrito.// La mente è ancorata alle immagini, alla materia, al mondo, nella visione immediata della coscienza./ Il mondo è un presente crearsi che si rinnova./ La vita è lo sviluppo della creazione, la sinfonia che risolve un’azione incompiuta.// […]”.

Written by Alessia Mocci

Info
Sito Negretto Editore
https://www.negrettoeditore.it/
Facebook Negretto Editore
https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/
Intervista Cinzia Migani – Memorie di Trasformazione
http://oubliettemagazine.com/2018/10/16/intervista-di-alessia-mocci-a-cinzia-migani-autrice-del-saggio-memorie-di-trasformazione-storie-da-manicomio/
Fiabe Berta Bassi
https://www.ibs.it/fiabe-da-leggere-da-ascoltare-libro-berta-bassi/e/9788895967202 
Intervista Giancorrado Barozzi
http://oubliettemagazine.com/2018/04/16/intervista-di-alessia-mocci-a-giancorrado-barozzi-vi-presentiamo-altruismo-e-cooperazione-in-petr-a-kropotkin/
Sito Odori Suoni Colori
http://www.odorisuonicolori.it/
Social News Tra qualità e difficoltà finanziarie
http://www.socialnews.it/blog/2010/02/01/tra-qualita-e-difficolta-finanziarie/
Social News Terzo settore ed editoria di qualità
http://www.socialnews.it/blog/2013/01/28/terzo-settore-ed-editoria-di-qualita-quando-il-rapporto-funziona/

Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/12/21/intervista-di-alessia-mocci-a-silvano-negretto-quando-la-filosofia-incontra-leditoria-di-qualita/

Intervista di Alessia Mocci ad Ennio Cavalli e Bonifacio Vincenzi per l’uscita di Secolo Donna 2018


“[…] In sogno un giorno l’ho ricordata. Mi mostrava confini./ “È la nostra antichità”, diceva mia madre, “l’arma che manca./ La bellezza del mondo, la bellezza di altri”./ Voce del primo giorno:/ “Vedi, là, da parte a parte il mare raduna le terre./ Non temere questa discesa dalla potenza alle mie braccia”./ Era dietro di me? E non le chiesi come mi chiamavo?/ Niente dubbi sul mio nome, non ancora./ Ero ciò che sarei stata, un futuro che manca all’eternità.// […]” ‒ “Libro I” ‒ Paola Malavasi

La bellezza del mondo narrata in versi, la bellezza dell’antichità giunta in sogno, il non chiedere il proprio nome tanto era lo stupore per la visione del creato. Paola Malavasi aveva appena quarant’anni quando è scomparsa improvvisamente il 18 settembre 2005 a Venezia.

Lo scrittore Bonifacio Vincenzi e la casa editrice Macabor Editore hanno voluto dedicare alla sua memoria l’edizione del 2018 de “Secolo Donna – Almanacco di poesia italiana al femminile” recentemente divulgato nelle librerie fisiche ed online. La monografia su Paola Malavasi prende avvio con l’introduzione del poeta, giornalista e compagno della vita Ennio Cavalli, seguono gli interventi di Maria Cristina Mannocchi, Maria Grazia Calandrone, Emilia Sirangelo, Valentina Calista, Antonella Anedda, Derek Walcott, Gabriella Sica, Adam Zagajewski e prosegue con una selezione di poesie dell’autrice.

L’almanacco dedica uno spazio a Nadia Campana, scomparsa nel 1985, con la pubblicazione di due inediti conservati nell’archivio personale di Milo De Angelis; presente il ricordo della poetessa calabrese scomparsa nel 2003 Ermelinda Oliva.

Nella Piccola Antologia poetica conosciamo più da vicino poetesse di valore come Maddalena Bergamin, Paola Loreto, Alessandra Paganardi (Nord Italia); Laura Corraducci, Lella De Marchi, Giorgia Spurio (Centro Italia); Elena Bartone, Marisa Papa Ruggiero, Ornella Spagnulo (Sud Italia); Daìta Martinez, Marina Minet, Teresa Zuccaro (Italia insulare). E delle giovanissime nate a partire dagli anni 90 Mariapia L. Crisafulli, Damiana De Gennaro, Chiara Alessandra Piscitelli.

Per la poesia al femminile del resto del mondo si presentano ai lettori italiani poesie di Ana María del Re (Venezuela), Sylvie Fabre G. (Francia), Alla Gorbunova (Russia) con le traduzioni di Marcela Filippi Plaza, Gabriella Serrone e Paolo Galvagni.

Presentare in poche righe una pubblicazione così variegata è pressoché impossibile, “Secolo Donna 2018” è una selezione raffinata di poetesse che sono riuscite e riescono ad ascoltare il canto interiore, voce narrante e coro si amalgamano armoniosamente nella tessitura per donarci ciò che hanno visto: un frammento della luce. 

A.M.: Salve Bonifacio mi congratulo per la nuova pubblicazione “Secolo Donna 2018”, un almanacco della poesia italiana al femminile. Come nasce l’idea di questo almanacco?
Bonifacio Vincenzi: Era da qualche anno che ci pensavo e come succede spesso ho dovuto affrontare e risolvere alcune perplessità che, in qualche modo, mi frenavano. C’era proprio bisogno di un Almanacco di poesia al femminile in Italia? Era una domanda a cui non sapevo rispondere. O meglio, quello che più temevo, è che mi si accusasse di voler fare della poesia al femminile una sorta di genere, e non era assolutamente il mio intento. Secolo Donna nasce dalla consapevolezza che questo secolo dimostrerà ampiamente il valore delle donne non solo nella poesia ma in tutti i campi. È il loro secolo. La loro grande occasione per ripagarsi di tutti i torti subiti nei secoli passati.

A.M.: L’edizione del 2018 è dedicata alla poetessa, insegnante e giornalista Paola Malavasi ma ritroviamo all’interno anche altre poetesse italiane e straniere. La selezione percorre la via della conclusione della trattativa con l’ombra?
Bonifacio Vincenzi: Trattativa con l’ombra è in realtà è il titolo di una raccolta di poesie di Ennio Cavalli. Un canzoniere d’amore dedicato a Paola, una ribellione costante alla sua assenza. Passano gli anni e questa lunga trattativa non riesce a risolversi. E questo ci fa pensare alla straordinaria persona che è stata Paola. Ma Paola Malavasi è anche una grande poeta. E come scrivo nell’introduzione al volume è giunto il momento di chiudere questa lunga trattativa con l’ombra, iniziare un nuovo rapporto, vivo, intenso, importante e trovarlo nella magica dimensione della sua poesia. L’unica vita possibile per Paola ora è lì nel lieve brivido che danno i suoi versi ad ogni carezza dello sguardo.

A.M.: Ennio la ringrazio per il tempo che ha voluto dedicare all’intervista soprattutto in questi giorni frenetici successivi alla pubblicazione de “Secolo Donna 2018”. L’introduzione, “La perfetta sconosciuta”, è dedicata all’assenza vista ora come Euridice ora come pagine mai scritte o semplicemente come ciò che resta. Ma se ciò che non c’è è ciò che resta, in quale spazio potremo collocare la presenza? E dunque quale spazio dare alla vita ed alla necessità del presente?
Ennio Cavalli: Il mito di Orfeo e Euridice mi ha colpito al punto da rielabolarlo, in pieno attrito con l'oggi, nel poema dal titolo "Orfeo e il Signor Tod" (La Vita Felice 2018). Queste pagine sono il seguito delle poesie per Paola riunite in "Trattativa con l'ombra" (Aragno 2013) e rappresentano un tentativo di uscire dal vortice e oggettivare il tema della perdita, sottraendo dal costrutto, in modo elementare, la fantasia dell'impossibile. Mi chiedo, tra l'altro, cosa sarebbe successo se Euridice fosse tornata in vita, accanto a Orfeo. Sarebbero stati indenni oppure no da litigi, incomprensioni, gelosie, tipiche di un rapporto di coppia borghese? Comunque l'alibi di Orfeo sta nella sua capacità di sognare. Poesia o non poesia, Orfeo si spinge fino alla superficie calpestabile dell'Ade e avvia un patteggiamento seduttivo per la restituzione dell'ostaggio. Tutto questo può avvenire solo in sogno o nel teatro della propria anima. Ma a riportarci coi piedi per terra, ecco il Signor Tod in persona, l'impresario di tutta la baracca. “Der Tod”, in tedesco, significa “Morte”, parola di genere maschile. Per assurdo, il fallimento di Orfeo, la perdita definitiva di Euridice, comporta il ritorno alla vita dello stesso Orfeo, costretto a ridimensionare l'impossibile e a fare i conti con ciò che resta. Orfeo e Euridice, clamorosi amanti, potrebbero ora incarnare due anziani con l'Alzheimer, un bambino col suo cane, una coppia gay, Achille riflesso in Patroclo, Gilgameš sopraffatto da se stesso, una migrante col figlio in braccio, un idraulico finito fuori strada col furgone, un drogato in crisi di astinenza, il muro contro muro di fanatismi religiosi. Quei due potrebbero essere diventati o avere accolto in sé qualcosa di diverso, di lontano (ma non di estraneo), coprendosi le spalle per continuare a indovinarsi. Ogni creatura è un riassunto di metamorfosi. Da lì veniamo: gocce di sudore e di rugiada che l'Eterno si scrolla di dosso. Non a caso la testa mozzata di Orfeo solcherà il fiume continuando a cantare. Niente inceppa il corso delle cose. Mito o non mito, il passato taciturno spennella l'universo con il suo fulgore. E il futuro mostra quanti denti ha ancora in bocca, quanti grilli inesausti per la testa.

A.M.:Stanotte ho sognato un’altra Isola./ Una catena di canali a specchio con case,/ capanne sotto le capanne e stalle e buchi sotto le colline./ […]” Paola era solita sognare isole? Qual era il vostro rapporto con l’onirico?
Ennio Cavalli: Chi non sogna isole? L'universo è imprendibile anche con le tenaglie dell'inconscio. Ricordo lunghe passeggiate fatte assieme a Paola, per meta il nostro stesso dialogo. Nel fare jogging, parlavamo di Dio e di cosa ci sarebbe andato di mangiare la sera.

A.M.:Da quando il vento ha smesso di fischiare/ In una stanza sulla strada, lavoro a case di parole./ Non so se le parole hanno già un’ombra./ Ma salgono dal colle battuto dal vento/ che non ha ancora un nome/ e che da oggi vorrei chiamare “colle del canto”.” Essere poeti è possedere innata la sensibilità di ascoltare il canto?
Ennio Cavalli: Essere poeti significa "avere orecchio" per un sacco di cose: umanità, storia, natura, coscienza del proprio tempo e poi i grandi interrogativi che ci fanno uomini (impastati, cioè, di humus). Il poeta non ha formule nascoste o segrete per interpretare tutto ciò. Ha bisogno di esperienza, paragoni, compassione, allegria, infine capacità e perizia per cucire bordi e asimmetrie con l'ago e il filo di una visione originale.

A.M.: “[…] Ferma sulla spiaggia ho visto un giorno le ossa duplicarsi/ e i denti, i muscoli, la carne gonfiata di inconsapevole sapienza./ Le mie braccia erano prati di frumento e subito dopo solitudine./ Ero nella storia comune e sono stata terra, volto, petali/ sparsi in conteggi futili.// […]” Che cos’è l’inconsapevole sapienza?
Ennio Cavalli: Forse è il brivido che ti prende quando hai l'impressione di riconoscere in te una goccia di universo e nel tuo pensiero il respiro del divenire. Perfino la fisicità ha barlumi di assoluto, penso che Paola volesse dire questo.

A.M.: Fra tutte le poetesse citate nell’almanacco ha notato qualche verso che le ha destato interesse?
Ennio Cavalli: Ho appena ricevuto il libro e mi fermo alla prima delle poetesse presenti nell'antologia, Nadia Campana. Mi colpisce la "nudità" felliniana di questi versi: "I mangiatori di fuoco ballano verdi/ sulle colline e si incarnano dalla bocca/ che getta scintille staccano capogiri/ e ricordi come stelle". Ecco, la vera poesia dovrebbe riuscire a "staccare capogiri" dalla testa di chi la legge.

A.M.: Sono in programma presentazioni de “Secolo Donna 2018” per la chiusura dell’anno oppure saranno rinviate al 2019?
Bonifacio Vincenzi: La serie di presentazioni, come consuetudine, partirà all’inizio del 2019. Mi piacerebbe iniziare da Bracciano, in provincia di Roma con una prima presentazione al Liceo Ignazio Vian, dove Paola ha insegnato. Subito dopo le feste contatterò la dirigente e spero di ottenere delle risposte positive. Poi cercheremo di andare in più posti possibili. L’anno scorso le richieste sono state tante ed era, obiettivamente, impossibile rispondere a tutte. Il criterio di scelta che usiamo è quello dell’entusiasmo. Se notiamo grande entusiasmo e grande amore verso la poesia da parte di chi organizza noi faremo di tutto per fissare una data ed esserci.

A.M.: Mi piacerebbe chiudere con una citazione...
Bonifacio Vincenzi: L’azione è la più ampia porta del riscatto. Essa soltanto può dare risposta alle domande del cuore. Nikos Kazantzakis
Ennio Cavalli: Per tornare all'"inconsapevole sapienza" dei versi di Paola Malavasi, mi piacerebbe citare, a conclusione, la magnifica matrice di Walt Whitman: "Mi accorgo di incorporare gneiss, carbone, muschio dalla lunga fibra, frutti, grano, radici commestibili. E sono tutto stuccato con quadrupedi e uccelli". Un grande panegirico sulla Natura in poche righe. Qui si saldano mondo minerale, vegetale, animale e quinta dimensione. Qui c'è lo zampino di quel gran provolone del dio Pan. Occhio a Foglie d'erba. A volte sono cavi d'acciaio.

A.M.: Bonifacio ed Ennio vi ringrazio nuovamente per la disponibilità e vi saluto con le parole del poeta, pittore ed aforista libanese Khalil Gibran: “Il maestro se egli davvero è saggio non vi invita ad entrare nella casa della sua sapienza, ma vi guida sulla soglia della vostra mente.”


Written by Alessia Mocci


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Fonte
http://oubliettemagazine.com/2018/12/18/intervista-di-alessia-mocci-ad-ennio-cavalli-e-bonifacio-vincenzi-per-luscita-di-secolo-donna-2018/