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Intervista di Alessia Mocci a Brina Maurer: vi presentiamo “Vocabolari e altri vocabolari”


Si dovrebbe smettere di chiamare “bestie” gli animali e “padroni” le loro umane metà. Non si è mai abbastanza sensibili e parlare è già un modo di agire. C’è da inorridire sfogliando i vocabolari, notando come certe definizioni offensive, attribuite a termini concernenti il mondo animale, siano ancora in circolazione.” – Brina Maurer

Brina Maurer pone al lettore una riflessione importante sul linguaggio, su come le parole abbiano assunto un uso dispregiativo (bestie) o di possesso (padroni), su come l’essere umano lo adoperi per allontanarsi dallo status di animale disprezzando in realtà ciò che è.

L’interesse dell’autrice si pone sulle somiglianze tra animale ed animale, tra umano e cane per l’esattezza, in uno studio profondo di ciò che fa l’uomo e ciò che fa il cane. “Corrispondenze continue” nel sentire e nell’agire annotate dettagliatamente in pagine e pagine di diari.

Brina Maurer (pseudonimo di Claudia Manuela Turco) è nata il 15 dicembre 1970 e vive nella campagna friulana. Si è laureata in Lettere e Filosofia (Conservazione dei Beni Culturali) con lode, è stata giornalista pubblicista ed è poeta, romanziere, diarista, biografa e critico letterario. 

Vocabolari e altri vocabolari” è stato pubblicato a giugno 2020 dalla casa editrice Macabor Editore nella collana “I fiori di Macabor”, con elaborazione grafica su fotografia di Marco Baiotto. La prefazione è stata curata da Lucia Gaddo Zanovello.

“[…] Passano gli anni,/ e l’ipersensibilità/ è sempre più indesiderata./ Nulla da denunciare,/ nulla da dichiarare./ L’importante è/ non creare problemi.// […]” “Isa-bella addormentata in ospedale”

A.M.: Brina, la ringrazio per il tempo concesso in questa intervista e mi complimento per questa sua nuova raccolta dal titolo “Vocabolari e altri vocabolari”. Dovrebbe essere il ventiseiesimo?
Brina Maurer: Ringrazio innanzitutto lei, dott.ssa Alessia Mocci, per l’invito a partecipare a questa intervista e per aver letto Vocabolari e altri vocabolari.
Sono poeta, romanziere, diarista, biografa e critico letterario e sono stata giornalista pubblicista. All’attivo ho pubblicazioni di vario genere, per argomento ed estensione. Risulta, pertanto, alquanto difficile quantificarle. Penso sia ragionevole dire che ho scritto circa 25 libri, più di 200 articoli e oltre 4.500 pagine manoscritte. E molto altro, che però ho distrutto.
I cani sono la mia vita. Il 25 giugno 2007 ho adottato Glenn (Lord Glenn). A lui ho dedicato un Ciclo di oltre 1600 pagine di narrativa intrecciata alla diaristica. Il 1° agosto 2011, invece, è avvenuta l’adozione di Mughetto (Mr. Mughy), un cane altrettanto speciale, al quale ho dedicato 42 diari, di cui 38 manoscritti. Entrambi mi hanno salvato la vita, restituendomi la gioia rubatami dagli umani, moltiplicata all’infinito. Grazie a loro la mia esistenza non è stata solo orrore ma anche magia.
A lungo ho scritto combattuta tra due fuochi: Vittorio Alfieri e Lord Byron. Anche loro nutrivano una forte passione per gli animali e la loro opera, come la mia, non può venire separata dalla loro vita. Ora, però, i miei due fuochi sono Lord Glenn e Mr. Mughy. Mi hanno ispirato atmosfere da romanzo romantico e da fiaba.
Se potessi ritornare indietro, eviterei di scrivere alcuni testi che ho pubblicato, anche se è vero che a loro modo sono serviti per arrivare alla meta. Non si possono mettere sullo stesso piano, per esempio, i miei contributi di critica e le opere dedicate ai miei adorati cani. Dei primi si potrebbe tranquillamente fare a meno, le seconde sono necessarie. Ho saputo di alcuni cani anziani e malati che sono stati salvati proprio grazie alla lettura delle storie di Glenn e Mughy. Ciò dà senso a tutto il mio lavoro, a tutte le mie fatiche, a quel mio disperato farmi male fisicamente e mentalmente per scrivere.
Sin da bambina non ho mai desiderato di diventare una scrittrice, ma ho sempre saputo di esserlo e di non poter fare diversamente. Cosa che non ho mai vissuto come un dono, bensì come una maledizione.
Con la scrittura mantengo un rapporto di amore-odio. Cerco la poesia anche nella prosa, tra “frecce di luce” (il trionfo della bellezza sul dolore) e “dardi avvelenati” (sono entrambi titoli di mie sillogi poetiche).
Sin da bambina sono stati i cani a insegnarmi cosa sia la poesia. La poesia è qualcosa che è nell’aria, e aspetta di essere colta, di venire catturata. Non considero la parola come strumento necessario alla poesia. Se «il poeta è la più impoetica delle cose che esistono» (J. Keats), il cane è l’essere più poetico. Fantasioso, sempre curioso e mai noioso.

A.M.: Ammetto che il titolo della raccolta mi ha lasciata stranita per la ripetizione di “vocabolari”. La copertina, però, giunge in aiuto al lettore con la fotografia di una donna e di Mr. Mughy.
Brina Maurer: Il titolo della silloge – Vocabolari e altri vocabolari – deve sicuramente qualcosa a Colori e altri colori di Fabrizio Dall’Aglio (Passigli, 2014) e in esergo compare la domanda «chi v’ha dotato di lingua nelle code?», tratta dal Compendio di retorica di Daniele Gorret. Nutro un rapporto di amore-odio anche con la lettura, raramente mi piace qualcosa di quello che leggo (e leggo tantissimo), ma adoro questo libro edito nel 2008 da Campanotto.
Ci sono vocabolari consacrati e vocabolari più o meno “clandestini”. La lingua degli animali è un po’ come i dialetti: piena di dignità, ma calpestata.
Con i miei cani non sono mai stata zitta, se non quando dormivano, e loro hanno sempre interagito con me, cercando di rispondermi non soltanto nella loro lingua, ma anche sforzandosi di farmi capire in altro modo, con altre “parole”, quando restavo perplessa. Con loro ho potuto notare “corrispondenze” continue tra quello che fa l’uomo e quello che fa il cane. Ognuno ha la sua personalità e il suo bagaglio di esperienze, e quindi ognuno fa un uso personale della lingua, e molto dipende dall’interlocutore, da quanto l’essere umano sia disposto ad ascoltare. Imparare a parlare con il proprio cane è come imparare una lingua straniera, per certi aspetti.
Personalmente considero la parola più un limite che un dono. Genera molti malintesi. Quel che significa “amare” per qualcuno, può avere significato diametralmente opposto per qualcun altro. Si dovrebbe smettere di chiamare “bestie” gli animali e “padroni” le loro umane metà. Non si è mai abbastanza sensibili e parlare è già un modo di agire. C’è da inorridire sfogliando i vocabolari, notando come certe definizioni offensive, attribuite a termini concernenti il mondo animale, siano ancora in circolazione.
L’uomo crea gerarchie di continuo, e competizione. Così non si coglie il vero senso della vita, non si apprezza quel poco che veramente conta, si disprezza quanto ha più valore.
L’intelligenza pratica degli animali viene strumentalizzata per sfruttare gli animali stessi. Ma siamo tutti animali. E non tutti possono essere Einstein, non tutti vogliono andare sulla luna, non tutti sono curiosi o fantasiosi… Come ho scritto in Neraneve e i sette cani – Storia di antiche violenze (Italic, 2018, prefazione di Luigi Fontanella), se l’uomo disponesse dell’olfatto del cane, diremmo che l’intelligenza risiede nel naso.
Per la stesura di Vocabolari e altri vocabolari, avvenuta tra il 14 e il 23 aprile 2020, sono stati necessari molti anni di gestazione. Determinante, il lavoro diaristico iniziato nel 2007 e proseguito sino al 2020, condotto con passione e ostinazione insieme a Glenn e Mughetto.
La stesura effettiva è stata così rapida, perché all’improvviso ho realizzato che era questione di vita o di morte. La mia esistenza e la scrittura sono sempre state inscindibili. La pandemia ha esacerbato un malessere di fondo, accelerando il processo creativo. Non potevo saperlo, ma un paio d’ore dopo aver finito il libro, infatti, è successo qualcosa per cui in seguito non avrei più potuto concluderlo. Il piano originario era di 20 poesie, poi ristretto a 12, poi a 10. Il pomeriggio del 23 aprile capii che non potevo andare oltre. Troppo doloroso. E lo sarebbe stato anche per un lettore sensibile.
Le notizie di cronaca che mi hanno più colpito nel corso degli anni si sono sedimentate nella coscienza, per non abbandonarla più, continuando a tormentarmi. Mi risultava assolutamente intollerabile pensare che a Mughetto sarebbe potuto succedere qualcosa di simile. Dovevo scrivere questo libro per lui, per Glenn e per tutti gli indifesi come loro.
Per i “Diari di Mr. Mughy” ho svolto un lunghissimo e faticosissimo lavoro, insieme a Mughetto. Mentre continuavamo tale stesura (lui vivendo scriveva), negli ultimi tempi vi ho sovrapposto anche un lavoro di rilettura e una riflessione sul tutto a livello formale (finalizzato comunque solo a una lieve limatura), usando molti vocabolari, grammatiche e qualche enciclopedia. Questo approfondimento sulla lingua mi ha consentito di mettere meglio a fuoco l’argomento e il titolo del libro (Vocabolari e altri vocabolari). In origine avevo pensato a Scarpine da surf, lavorando sulle fiabe, ma così l’orizzonte sarebbe risultato alquanto limitato. “Scarpine da surf”, allora, è diventato il titolo di una poesia.
L’aver imparato abbastanza bene la lingua canina, mi ha invogliato a cercare di capire meglio anche la lingua italiana, mi ha invogliato a riscoprirla, a guardarla con occhi nuovi, a sentirla con orecchi diversi. Durante le mie ricerche emergevano non poche contraddizioni e discordanze, talvolta errori evidenti. Mentre osservavo come la lingua sia cambiata nei suoi vari usi nell’ultimo mezzo secolo e come tali cambiamenti siano stati registrati nelle varie grammatiche, mi sono resa conto che spesso quanto veniva considerato “errore” quando frequentavo il liceo o l’università, nel tempo è stato riassorbito nel “sistema”. A volte invece mi sono resa conto di aver avuto, a quei tempi, alcuni professori davvero moderni, perché certi loro insegnamenti vengono tuttora considerati “scelte ardite”.
La fretta del nostro tempo ha lasciato traccia anche nei vocabolari più apprezzati: alcuni termini liquidati con poche righe, altri presentano definizioni ed esempi infiniti ma non esaustivi seguendo un ordine che pare casuale, disomogeneità nello strutturare le voci, errori di battitura, casi in cui la definizione del termine A rinvia alla definizione del termine B, la cui definizione rimanda alla definizione del termine C, che a sua volta fa riferimento alla definizione di A, così il cerchio si chiude senza, in realtà, aver definito veramente le singole voci...
Gli esperti della lingua non di rado si affidano a Google per dare una risposta alla persona comune, semplicemente facendo un discorso statistico, matematico. Purtroppo trovo troppi “ragionieri della lingua” tra le persone comuni, incapaci di vedere che “l’errore”, o la volontaria eccezione alla regola, può avere una precisa funzione espressiva.
Tutto ciò mi ha fatto apprezzare ancor di più la bellezza e limpidezza del Vocabolario di Mughetto e dei cani in generale!
Inoltre, per riuscire a scrivere, per me rimangono fondamentali, per creare un distacco seppur minimo dal dolore, l’arte contemporanea, la storia dei giardini e l’architettura. Mi aiutano a creare degli argini. Vocabolari e altri vocabolari contiene riferimenti, oltre che al mondo delle fiabe e ad altre mie opere e a opere altrui, anche a tali ambiti di ricerca.
Perché possa scrivere un libro devono convergere tantissimi elementi di diversa origine. Ho una visione d’insieme e sento che, cose che sembrerebbero non poter stare vicine o sovrapposte, invece devono incontrarsi. All’improvviso tutto va a posto, ma è una lotta all’ultimo sangue.
Scrittura e lettura sono due facce della stessa medaglia, che è la vita: dare e ricevere, ascoltare e parlare. Tra le tante letture fatte poco prima di iniziare la stesura effettiva di Vocabolari e altri vocabolari, posso ricordare Le cose del mondo di Paolo Ruffilli (Mondadori, 2020), opera esemplare per chiarezza di visione e capacità di sintesi. Non viene mai persa la profondità del dettaglio. Non è mai possibile sapere che cosa o chi mi aiuterà a “sbloccarmi”, per poter iniziare a scrivere. Stavolta mi ha aiutato a trovare la giusta concentrazione, la visita virtuale della Rothko Chapel, che ho potuto fare grazie al volume di Alessandro Carrera Il colore del buio (Il Mulino, 2019).
In breve, se sono riuscita a scrivere il libro in soli 10 giorni, lo devo al lavoro portato avanti ogni giorno per anni e anni insieme a Mughetto. A essere sincera considero lui il vero autore. Senza di lui non avrei mai scritto Vocabolari e altri vocabolari. È stato lui a ispirarli, a farmi riflettere, a farmi capire. Lui mi ha insegnato tanto e mi ha anche guidato. Considero i diari di cui ho curato la stesura tra il 2007 e il 2020, opere scritte vivendo, opere lasciatemi in eredità da Glenn e Mughy. Non potevo ricevere dono più grande del tempo trascorso con loro e i diari non sono “miei”, bensì la loro biografia.
La fotografia in copertina ritrae me e Mughetto ed è stata scattata da mio marito Marco Baiotto. Ho la fortuna di poter disporre delle sue sempre sincere critiche, nelle fasi finali dei miei lavori. Da soli non si va lontano. Senza di lui non avrei mai potuto adottare Glenn e Mughy, e senza di loro tre non avrei scritto i miei libri più importanti.

A.M.: Nella prefazione, Lucia Gaddo Zanovello scrive: “Gli umani si comportano in modi diversi con gli animali, ma alcuni di loro non li rispettano e molti ancora purtroppo non si preoccupano minimamente di come vengano trattati, nemmeno quando vengono torturati.” È in accordo con questa affermazione?
Brina Maurer: Sì, sono d’accordo. Molti dicono di amare gli animali ma, se si scava, si scopre che intendono l’amare gli animali in modi ben diversi, persino contrastanti. Inoltre, il discorso rientra in quello più ampio della violenza in generale, sia fisica che psicologica, soprattutto sugli indifesi. Non scrivo mai di animali per parlare solo dell’uomo. Ci tengo a precisarlo, perché non di rado ho letto libri in difesa di tutti gli esseri viventi, poi presentati da alcuni recensori in un’ottica di puro beneficio per l’uomo. Questo è un grande problema. Costanti della mia poetica sono: il voler dar Voce a chi la cui Vita non gli appartiene, l’umanità degli animali, l’animalità dell’uomo, la dimensione di solitudine e malattia cui è condannato il diverso tra i diversi.
Quando ascolto certi discorsi sulla difesa dell’essere umano e dei suoi diritti, sento quasi sempre un pugno nello stomaco, perché non si dovrebbe parlare degli “animali umani” comportandosi come se gli “animali non umani” non esistessero. Si dovrebbe sempre focalizzare il discorso sugli “esseri viventi”, nella loro totalità.
In Vocabolari e altri vocabolari, il personaggio di Isabella è un esempio di come spesso vengono trattati male gli esseri umani, indipendentemente dall’età e dal sesso, dagli altri umani.
Non di rado il peggior nemico del bambino malato è il bambino sano, e la madre che sbatte il cane fuori di casa per pigrizia, perché le pesa pulire un po’ di più, in realtà non vuole bene né al cane, né al bambino. I bambini istintivamente amano gli animali e la loro armoniosa convivenza consente una crescita equilibrata, senza bisogno di droghe o alcol per sfuggire a una tetra realtà.
Le brutte cose che spesso la gente mi diceva in presenza di Glenn (ferendo entrambi), perché adottato già anziano, zoppo, cieco e con problemi di cuore, non erano diverse dalle frasi che la gente diceva a mia madre in mia presenza, quando ero una bambina malata, facendo come se io non esistessi o non potessi capire. Quasi mai ho conosciuto qualcuno in grado di amare gli animali e non gli umani. Invece ho conosciuto tantissime persone capaci di fare del male sia agli animali che alle persone.
Il testo della prefazione di Lucia Gaddo Zanovello in origine era il testo della quarta di copertina. Ho voluto io che diventasse prefazione perché, a causa della rilevanza del messaggio e della gravità del contenuto del libro, non avevano importanza eventuali considerazioni sul mio percorso poetico e sugli aspetti stilistici dell’opera. Questa introduzione, priva di inutili fronzoli, focalizza l’attenzione sulla sofferenza degli animali, anche se i miei libri parlano sempre di violenza e sofferenza in generale. Ma, mentre per l’uomo abbondano le occasioni di riflessione in difesa dei suoi diritti, per gli animali il fenomeno è ancora purtroppo molto ristretto. Quindi, non si possono sprecare le opportunità che si presentano.

A.M.: Nel primo componimento che dà il titolo alla raccolta si legge: “[…] E le inversioni inattese:/ la religione come scienza,/ la scienza come religione,/ la preghiera che offende come bestemmia,/ la bestemmia che vuol essere preghiera,/ la folle o profetica allucinazione.// […]”. Perché il mutare della società umana è un rovesciamento?
Brina Maurer: Forse perché spesso ci si fossilizza tra due possibilità, come se si fosse a un bivio, e, accertato che una delle due sole scelte ritenute possibili non era quella giusta, si passa all’altra. Può sembrare più facile ripartire da zero, piuttosto che salvare il salvabile per poi proseguire correggendo la direzione. Così, però, ci possono essere enormi sprechi. Un orientamento rivelatosi fallimentare fa spesso fuggire nella direzione opposta. Quasi come un gatto che, salito sulla stufa accesa, non vuole più salire nemmeno sulla stufa spenta.
Nei versi citati faccio riferimento a chi cerca di imporre agli altri la propria fede come se fosse una verità di scienza e a chi, al contrario, abbraccia la scienza come un credo religioso, senza lasciare spazio ai sogni, alla speranza e all’immaginazione, soprattutto degli altri.
Nella società umana non mi sono mai sentita rappresentata. Ma non me la sento di puntare il dito contro la classe politica, o meglio, avrei qualcosa da ridire non soltanto contro di essa. Infatti, mi sorprende che siano state fatte certe conquiste a livello legislativo, perché, se fosse dipeso dall’uomo o dalla donna “comune”, tutto ciò probabilmente non sarebbe stato possibile.

A.M.: Nel componimento “Ho ucciso” si legge: “[…] Io, assassina.// Per giorni sotto shock,/ confidandolo a tutti./ Cercavo un tribunale cui affidarmi,/ una cella in cui nascondermi.// […]”. Versi che si contrappongono ai successivi nei quali l’interlocutore non si affligge per la morte accidentale ma la giustifica con un semplice: “Capita”. Mettendo l’accento sulla differenza di sensazione tra gli esseri umani davanti ad una stessa esperienza, se da un lato troviamo l’Io poetico che si angoscia per lo sciagurato incidente dall’altro troviamo un “capita” ed una gattara che propone un improponibile suicidio. Perché l’essere umano è in conflitto con la morte?
Brina Maurer: L’episodio che ha ispirato la poesia è realmente accaduto. La vittima, un gatto investito accidentalmente da un’automobile. Mentre chi guidava e chi gli stava accanto, come è giusto che sia, si sentono responsabili e il passare del tempo non potrà cancellare quel ricordo, che è trauma, altri minimizzano. Qui il problema non è tanto la legge che non è abbastanza severa, perché chi ha causato la morte avrebbe voluto qualcuno cui potersi consegnare e i sensi di colpa non spariranno, bensì l’incapacità di capire, da parte di chi vorrebbe consolare rendendo il peso che grava sulla coscienza più sopportabile, che questa non è la via da seguire.
Né la religione, né la scienza, per quanto mi riguarda, offrono un supporto adeguato, per poter affrontare con un minimo di serenità l’idea della morte e il lutto. Personalmente ho trovato appiglio nelle sincronicità junghiane, che sono un fatto intimo, che non va dimostrato a nessuno, né gli altri devono crederci.
Inoltre, la scrittura consente la creazione di un ponte tra il mondo materiale e l’aldilà o l’invisibile. E la poesia può essere paraurti, e non semplicemente “per paraurti” (cfr. Alessandro Carrera, Poesie per paraurti, Mobydick, 2012).
Se si imparasse ad affrontare la morte senza troppa sofferenza, si imparerebbe anche a vivere meglio.
Ovviamente ci sono individui che, grazie a un particolare tipo di vissuto, possono andarle incontro senza troppe ansie. Ogni caso è a sé. Non bisogna mai appiattire l’esperienza di qualcuno su quella di qualcun altro.
Poiché «Il tempo non continua», si deve sperare «Che tutto avvenga per miracolo/ e quel piede che schiaccia/ diventi alato», come ha scritto Luigi Fontanella ne La morte rosa (Stampa 2009, 2015). Anche se ci si chiede «A chi resterà questo Tutto?/ Per chi questa ripetizione sfuggente?» (ancora Luigi Fontanella, in Round Trip, Campanotto, 1991) e anche se resta solo «il pensiero pensato della rosa», «intanto è geiser,/ soffione boracifero, spumante», come afferma, ne Le cose del mondo, Paolo Ruffilli.
In realtà, come ho avuto modo di osservare in Vocabolari e altri vocabolari, dobbiamo difenderci dalla vita e non dalla morte. Molto più terribile del morire considero, infatti, il dover sopravvivere a chi più amiamo e che più ci ha amato. Come ha scritto Bonifacio Vincenzi ne La vita della parola (Macabor, 2020), «Mi distrugge la consapevolezza/ del tuo involontario commiato», «Saperti in un posto inimmaginabile»«resto fermo/ in attesa di un prodigio»«se ti allontani/ dai miei pensieri/ non c’è giallo di ginestre/ né battito d’ali/ o azzurro di cielo/ che non mi riporti/ la tua voce». Qui colgo l’occasione per ricordare anche una citazione che può dare un po’ di conforto, inserita nel medesimo volumetto: «La consuetudine del nome/ mi rassicura della tua esistenza –/ giustifico il silenzio/ con l’incapacità dei sensi» (Pino Corbo).

A.M.: Nel componimento “Fiabe in fiamme” si legge: “[…] Sbagliare non può voler dire/ godere nel far soffrire qualcuno/ davanti ai propri occhi,/ con le proprie mani.// […]”. Nella strofa precedente un verso risponde in modo esaustivo: “qualcuno ha partorito e cresciuto”. La società dell’urbano ha mutato profondamente i suoi insegnamenti così da lasciare i figli in mano ai soli genitori, rispetto a situazioni di più ampio respiro nelle quali gli anziani istruivano sui costumi del bene e del male. Ritiene che per l’essere umano ci possa essere redenzione?
Brina Maurer: Ho dovuto scrivere “Fiabe in fiamme” dopo aver letto di un povero cane torturato con il fuoco. Accidentalmente vidi le fotografie in Internet. Era un pomeriggio in piena pandemia. Provai un dolore insopportabile e, in ginocchio, piangendo disperata, continuavo a dire: “Cosa ti hanno fatto? Cosa ti hanno fatto?”. Mughetto (era nella stanza accanto), avendo subito capito che qualcosa mi aveva sconvolto, venne da me preoccupato. Non sono più riuscita a togliermi dalla testa quelle immagini. In seguito le ho sovrapposte al ricordo di altri delitti analoghi, avvenuti nel corso del tempo. Di uno in particolare, verificatosi in Friuli, le immagini viste al telegiornale dopo tanti anni ancora mi perseguitano.
Alle parole occorre far corrispondere dei contenuti precisi. Le astrazioni non aiutano. Ricerca di redenzione, a seguito di cosa? Se un bambino ha messo e fatto esplodere dei petardi nelle mutandine di una bambina o nel naso di un cane o di un gatto accecandolo e spappolandogli la faccia, sinceramente il mio primo pensiero va alla bambina e al cane o gatto. Pochi si preoccupano per le vittime. Prima di tutto occorre fare in modo che quel bambino non costituisca mai più un pericolo per nessuno.
Occorre distinguere tra errore, cattiveria e malattia mentale.
Per le possibilità di redenzione e per il ruolo rieducativo delle carceri, non c’è una regola generale. Occorre considerare caso per caso. Mi vengono in mente Le stanze del cielo di Paolo Ruffilli (Marsilio, 2008), dedicate “a quanti hanno perduto per colpa propria o altrui la luce della loro libertà”.
Di certo i genitori hanno responsabilità per quello che fanno i loro figli minori. La scuola non può molto, se poi il bambino/ la bambina o il ragazzino/ la ragazzina rincasando trova un padre violento, una madre ubriaca, il nonno molestatore, una nonna che picchia il cane o altra situazione analoga.
Il carnefice può essere stato vittima a sua volta oppure no. Non tutte le vittime che hanno subito le stesse atrocità diventano mostri. Credo che, a fronte di certi delitti commessi, lo stesso “autore” del crimine, se prendesse veramente coscienza di quello che ha fatto, per primo chiederebbe l’eutanasia o cercherebbe di togliersi la vita.
Di recente ho sentito un’esperta della psiche dire che l’essere umano stenta persino a cambiare tipo di formaggio quando va al supermercato, quindi è ben comprensibile quanto sia difficile, se non impossibile, un effettivo cambiamento a fronte di certe efferatezze compiute. Ritengo, come viene insegnato in alcuni manuali di scrittura creativa, che il personaggio, per poter cambiare, debba possedere il tratto del cambiamento nella propria personalità.
In “Bambini di serie B” (racconto lungo, contenuto in Glenn amatissimo – Il cane che mi salvò la vita, Il Ciliegio, 2013) si può leggere di una bambina che ha maltrattato una cagnolina (fatto realmente accaduto), a causa di una visione distorta della realtà, e che poi è riuscita a cambiare completamente. Fu la stessa cagnolina a darle una grande lezione di vita, dandole la zampina anziché restituire il male ricevuto.
Come ha scritto Ivano Mugnaini, introducendo alla lettura di Come un bruco assetato di cielo di Marco Baiotto (Macabor, 2018): «Ci si salva, nel frangente in cui ci si accorge che tutto è “feribile”. Perché tutto respira, ha una pelle, degli organi, tutto è organismo, un insieme, regolato da totalità e trasformazione. Tutto è feribile perché tutto è vivo. Ed ha la stessa sostanza di cui anche noi siamo fatti. Noi, le formiche, le farfalle che ci sono e che verranno, e il bruco che, proprio come noi, ha il corpo e la mente tra il terreno e il cielo, tra carne e pensiero, realtà e sogno, fatto anch’esso di materia pulsante, e quindi feribile, anch’esso».
Nel corso del tempo ho conosciuto alcune persone che hanno rovinato la propria vita per colpa della droga. Hanno iniziato a fare uso di stupefacenti, perché non riuscivano ad accettare le ingiustizie del mondo. Inoltre, non avevano nessuno con cui poter parlare veramente. Non sono finite dietro le sbarre, ma la loro prigione è un’altra.
Non è questione di dimenticare o perdonare. Le colpe non si cancellano. Occorre diffondere libri che aiutino veramente a cambiare la mentalità della gente, a diventare più sensibili, più attenti alle esigenze degli altri. Occorre agire alla radice del problema, ma è un processo lungo.
Soprattutto è e sarà sempre necessario essere accoglienti e protettivi nei confronti degli esseri più fragili.
I genitori dovrebbero fare autocritica e non offendere, per autoassolversi, chi, per esempio, non ha figli e gli fa giuste osservazioni. Non è vero che fare il genitore è il mestiere più difficile in assoluto. Dipende da che genitore e che figlio entrano in relazione. Quello che è facile o difficile per qualcuno, non è detto che lo sia anche per qualcun altro. Lo stesso vale per chi ha cani. Certo, basta un attimo di distrazione e può avvenire la catastrofe, come con i bambini. Ma se un cane, che è stato avvelenato nel cortile di casa sua, non fosse stato lasciato da solo all’esterno per chissà quanto tempo, come un antifurto, magari non gli sarebbe capitato nulla di male. Non è un obbligo, né mettere al mondo figli, né adottare cani. Se non ci sono i presupposti per tenerli bene, è meglio fare altro.
La più grande fortuna di Mughetto, prima di incontrarci, è stata quella di rimanere in un canile dove veniva trattato bene. Non vorrei essere al posto di chi deve decidere se accogliere o meno una richiesta di adozione. Certa gente sa fingere molto bene.
Tutti dovremmo esercitare costantemente l’autocritica, per fare sempre meglio. E se qualcuno ci consiglia bene ma ha agito male, non è una buona ragione per agire male anche noi.

A.M.: Durante gli ultimi mesi, a causa della pandemia, tanti scrittori hanno optato per una presentazione online dei libri con dirette sui social network. Utilizzerà anche lei questa via oppure, con l’arrivo della bella stagione estiva, proporrà una presentazione all’aperto?
Brina Maurer: Purtroppo la pandemia al momento mi rende ancora impossibile qualsiasi forma di programmazione. Dipenderà dall’evolversi della situazione, sia per il discorso delle presentazioni, sia per la partecipazione ai concorsi. In ogni caso, il sito di Macabor Editore e la relativa pagina Facebook terranno aggiornati i lettori.

A.M.: Salutiamoci con una citazione…
Brina Maurer: Ringraziandola ancora, saluto cordialmente lei e i lettori, ricordando una battuta di Yul Brynner in Anastasia: “Quello che è difficile per gli altri è semplice per me, ma quello che è semplice per gli altri per me è impossibile”.


A.M.: Brina, chiudendo questa profonda e sincera intervista vorrei sottolineare una sua affermazione iniziale perché penso possa essere di grande aiuto: “Entrambi mi hanno salvato la vita, restituendomi la gioia rubatami dagli umani, moltiplicata all’infinito.”. “La gioia rubatami dagli umani”, prendere in mano il proprio presente e comprendere con quali esseri percorrere la propria vita, prendersi cura di sé e dell’altro. Lord Glenn e Mr. Mughy sono stati fortunati ad aver trovato lei come compagna di vita, così come lo è lei nella medesima misura. La saluto con le parole dello stimato Carl Gustav Jung: “Lodare e predicare la luce non serve a nulla, se non c’è nessuno che possa vederla. Sarebbe invece necessario insegnare all’uomo l’arte di vedere”.


Written by Alessia Mocci


Info
Sito Macabor Editore
http://www.macaboreditore.it/
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Fonte
https://oubliettemagazine.com/2020/06/06/intervista-di-alessia-mocci-a-brina-maurer-vi-presentiamo-vocabolari-e-altri-vocabolari/